Un investimento da 500.000 euro per cambiare il look e attirare nuovi visitatori
Semplificate, semplificate, qualcosa resterà. Probabilmente è vero. Anche perché è difficile che la semplificazione sia davvero integrale, e poi c’è sempre il fascino della complessità tecnologica a confondere le acque. Che sono quelle della narrazione come unico vero “totem” a cui inchinarsi. E’ difficile sfuggire a questa terminologia, quando si parla di “Pop”, ovvero di Palladio Olimpico Project. La firma di Alessandro Baricco tiene insieme per definizione una molteplicità di suggestioni: narrazione, divulgazione, mediazione tecnologica, meditazione sulla tecnologia prima ancora che sull’oggetto del discorso. Voluto lo strabismo: un occhio alle profondità del passato e alla mitologia di uno spazio scenico unico al mondo, un occhio al presente della cosiddetta “fruizione”. Senza dimenticare la comprensione, la memoria che ne deve derivare, la cultura che ne deve nascere. E perfino il futuro che ne può derivare.

presentazione Pop 19-04-18

presentazione Pop 19-04-18
Ma se tutto può servire alla causa del Teatro Olimpico e della sua conoscenza, non è detto che tutto ci riesca ugualmente bene. E poiché questa faccenda ha avuto il costo non indifferente di mezzo milione di euro – peraltro percentualmente suddiviso in quote corrette al giorno d’oggi: 30 per cento il pubblico, 70 per cento il privato – e tutto sommato si configura come una sorta di spettacolo, qualche osservazione è giusto farla. Sulla riuscita in sé come pure sul rapporto qualità-prezzo.
La visita ha due momenti-clou: il video di Baricco e i “sons et lumière” all’interno del teatro. Lo scrittore appare nella tenuta che l’ha reso popolare in Tv: camicia bianca con le maniche arrotolate. Quando si arriva davanti allo schermo, piazzato in anti-Odeo, ci si è gia potuti gingillare (nel vicino Odeo) con un tablet il cui programma offre varie opportunità per farsi un’idea preliminare. Niente di diverso da una guida sintetica, ma ovviamente in digitale. La linea è sempre quella: semplicità e chiarezza. A rischio della sommarietà. Il discorsetto di Baricco dura una decina di minuti ed è quasi una mission impossible: deve stuzzicare la curiosità, disegnare la cornice, fare un po’ di storia, lasciando agli studiosi il loro aulico linguaggio, per dire le cose con le parole che si usano oggi. Deve anticipare l’incantesimo, far crescere la curiosità, però vietandosi di mostrare anche il minimo particolare di ciò di cui sta parlando. Un equilibrismo in cerca del “colpo di teatro sul teatro”. Che avverrà quando i visitatori entreranno. Una faticaccia. Riuscita? Tecnicamente forse sì, ma il problema è che qui girare pagina per arrivare alla “rivelazione” non è così immediato. Ci vuole tempo, bisogna salire due rampe di scale e quando si arriva nella loggia di destra bisogna scendere giù, prendere posto. E il timore di cadere rovinosamente nella semioscurità non facilita la percezione abbagliante della realtà. Baricco fa video-letteratura al suo modo, ma la prassi della visita rischia di depotenziarlo.Arrivati al cospetto e anzi nel cuore del teatro-monumento (e la prima vista dall’alto invece che dal basso è comunque impagabile), ci si siede e si viene dotati di un altro tablet. E parte il son et lumières. La musica è firmata da Nicola Tescari, compositore versato specialmente nelle colonne sonore per il cinema e le serie Tv. Il genere è l’easy listening a basso voltaggio, melodia indefinita e senza vero appeal, qualche tocco timbrico un po’ a sproposito (il flauto dolce con l’Olimpico non c’entra proprio). Nulla di memorabile, nel senso che appena usciti ci si dimentica tutto. E nulla di memorabile è dato dai “giochi di luce”, che si confrontano forse con i limiti del parco illuminotecnico del teatro, ma che sconfinano negli effetti da discoteca e nelle colorature spinte buone per una fruizione quasi fantasy. Qui davvero si poteva fare di più.
A fronte di questi esiti qualche domanda sul rapporto qualità-prezzo appare legittima. Certo, molte altre cose positive sono state realizzate, anche stabili (le luci dell’Odeo, ad esempio), ma ci sono ampi margini di miglioramento. E la qualità di quel che si vede – al netto del bellissimo video conclusivo “dietro le quinte”, da godersi sul tablet, magari traguardando dal vero le prospettive – non sembra del tutto congrua con l’importanza dell’investimento privato e pubblico.

Essendo questa la situazione, nulla vieta che in una prospettiva di crescita, tenendo ferma la barra del progetto, la prossima amministrazione immagini – per esempio – un concorso aperto ai compositori europei per una nuova musica destinata ai sons et lumière del “Pop” (parliamo di iniziative da far partire fra un anno o due). Oppure, quanto alle luci, promuova l’utilizzazione delle tecniche di videomapping, sintesi di creatività e innovazione.
Ma su questo piano, c’è un’altra problematica che potrebbe diventare un’occasione importante e di alto livello per assicurare al Teatro Olimpico ulteriore centralità in una narrazione culturale del tipo progettato da Baricco. Il bookshop del teatro si trova ora provvisoriamente e incongruamente all’inizio del percorso: partisse davvero – com’è stato indicato anche dall’Unesco – un confronto internazionale di idee fra progettisti sulla ristrutturazione dell’intero giardino del Teatro Olimpico, allo scopo di collocarvi anche il negozio di libri e gadget olimpici, si tratterebbe di un bel balzo in avanti: una riqualificazione degna di diventare centrale nell’ipotetico carnet di Vicenza per concorrere al ruolo di capitale italiana della cultura.
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