Giancarlo Marinelli dirige il 72° Ciclo di spettacoli classici
Capovolgendo la pietosa sentenza di Menandro – «Muore giovane chi è caro agli dèi» – il titolo del 72° ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico di Vicenza pronuncia quest’anno, con la nuova direzione artistica di Giancarlo Marinelli, una efficace sintesi della crisi della tradizione, nel significato proprio della trasmissione della memoria di generazione in generazione: «Muoiono gli dèi che non sono cari ai giovani». E lo spettacolo inaugurale ha proposto subito un confronto non solo e non tanto con l’antico ma con la sua costruzione memoriale che attraversa l’immaginario novecentesco e giunge a noi per travasi successivi di invenzioni e selezioni, di riletture alla luce della contemporaneità. I Frammenti dalle Memorie di Adriano interpretate da Pino Micol per la regia di Maurizio Scaparro e Ferdinando Ceriani si misurano infatti con uno spettacolo ormai a suo modo classico (le stesse Memorie declamate da Giorgio Albertazzi) che portavano in scena il capolavoro di una Marguerite Yourcenar a sua volta impegnata a ricostruire (inventare) un’idea della classicità nel momento del suo tramonto.

Pino Micol

Federico Ruiz
Le pagine della Yourcenar colgono il declinare di un uomo inquieto, di un imperatore così potente da provare nausea per il proprio stesso potere, ma anche il declinare di un mondo, l’epilogo di un’epoca nella quale l’uomo si ritrova solo. Una solitudine indagata dalla scrittrice francese nel suo ambiguo potenziale sulla scorta della celebre riflessione di Gustave Flaubert: «Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo». L’imperatore Adriano, «quest’uomo solo e, d’altro canto, legato a tutto», serve alla Yourcenar per scandagliare il periodo convulso del secondo dopoguerra e guardare alle tragedie del Novecento come a una riproposta di quella caduta della civiltà ma anche come la frattura che apre al possibile.

Giorgio Albertazzi in Memorie di Adriano
L’amore per il giovane Antinoo e la sua tragica fine restano sullo sfondo di questa introspezione lucidissima, di questo tribunale della coscienza intento a «ridare udienza ai ricordi»: la Spagna delle origini, la Grecia degli studi, l’apprendistato politico con Traiano, l’imperatrice Plotina, la penetrazione barbarica. Micol è un Adriano meno istrionico e più introverso di Albertazzi. Voce calda, impostata, sembra a tratti costretto a una prova che giocoforza si misura con la tradizione grandattorale. La novità registica sta tutta nella lettera che l’imperatore sta scrivendo al suo successore, Marco Aurelio: Micol la tiene in mano, scrive, rilegge; con Albertazzi non c’era neppure, si trasformava direttamente in monologo.

Evelina Meghnagi, Arnaldo Vacca e Cristiano Califano
Sulla voce di Evelina Meghnagi, accompagnata da Arnaldo Vacca e Cristiano Califano, si muove la figura di Antinoo, risolta anche qui come nell’edizione originale con la danza, affidata a Federico Ruiz, che lo fa apparire e scomparire quale proiezione della fantasia di Adriano. Come i lacerti di bellezza che dalle ombre della memoria riemergono a disegnare una “immortalità intermittente”, una ciclica resilienza che salva la bellezza. Se i barbari si impossesseranno del mondo, acquisiranno il nostro sguardo e finiranno per assomigliarci. Così pensava Adriano, che non amava la guerra, a differenza del suo successore Traiano. Amava l’arte, la bellezza, e aveva consapevolezza della caduta senza tuttavia perdere la fiducia nell’uomo. La sensibilità di Scaparro dà rilievo ai passaggi del testo che testimoniano tale sentimento umanistico. Così come a una sorta di dimensione attorale di Adriano, che aveva familiarità con la gente di teatro e che si serviva delle tecniche della scena nelle udienze imperiali. La Yourcenar lo mette in luce in molti passaggi: «Cresceva in me un nuovo personaggio, un direttore di teatro», «Camminavo sul filo come un acrobata», «Conoscevo i miei attori», «Io non ero che una comparsa». Fino all’uscita di scena: «Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti».

Giancarlo Marinelli
Fernando Marchiori è autore di studi teatrali e opere di narrativa e poesia. Insegna Multimedialità nelle arti performative all’Università di Padova. Il suo ultimo romanzo è La riconoscenza (Casadei Libri 2024).




