Un quindicenne, un carillon e il Grande Attore

Ruggero Ruggeri e Luigi Pirandello
Il mio compito consisteva nel suonare, per ben due volte, una breve melodia da carillon su una celesta che si trovava fra le quinte, e nel fare esplodere, con la collaborazione di un attore della compagnia, quattro o cinque petardi che ci venivano forniti ogni sera dal direttore di scena. Il tutto fuori campo, s’intende, e in momenti molto precisi. Ricordo che, un paio di minuti prima dei miei tre interventi, si avvicinava il direttore di scena e mi faceva un cenno: voleva essere sicuro della mia attenzione, e forse temeva che, data la mia giovane età, potessi addormentarmi.
Un’impresa stuzzicante per un quindicenne, tanto che dopo settantacinque anni me la ricordo molto bene. Ma c’erano ben altri motivi per rendermela preziosa. La commedia era La luna è tramontata di John Steinbeck, ambientata durante l’ultima guerra in una piccola città di uno stato del nord Europa (diciamo la Norvegia?) durante l’occupazione di un nemico (diciamo i nazisti?), dove un anziano sindaco, apparentemente incapace di grandi gesti eroici, si fa portavoce del disagio e poi della rivolta dei cittadini che l’hanno eletto, e affronta la morte con la spavalda tranquillità dell’uomo giusto. Il protagonista – il Sindaco Orden – nonché capocomico, era Ruggero Ruggeri, allora settantacinquenne. Il regista Vito Pandolfi aveva un po’ modificato il copione a favore del capocomico, e il sindaco rimaneva molto a lungo in scena, a volte senza parlare, a segnalare la sua capacità di guidare gli umori e la rivolta dei cittadini non solo con la sua straordinaria voce appena sussurrata eppure penetrante, ma spesso quasi soltanto con la sua carismatica presenza. Fatta anche di gesti spesso ripetuti, come il controllo dell’ora segnata dal carillon della grande pendola in scena – il carillon affidato alle mie dita di quindicenne – estraendo dal panciotto l’orologio da tasca, un gesto tranquillizzante nel vortice di gesti e ordini e battere di tacchi degli ufficiali occupanti.
Ruggero Ruggeri come Aligi nella Figlia di Jorio
Come sempre succede in teatro, non tutto e non sempre filava nel migliore dei modi. Forse accadevano piccoli incidenti, di cui mi sfuggiva la natura, ma me ne accorgevo osservando le facce degli attori e del direttore di scena, su cui passavano brevi segnali di sgomento o pallidi accenni di complicità. Io stesso, insieme a Feliciani, ebbi un momento di terrore: avevamo già fatto esplodere i petardi, che segnalavano la fucilazione fuori scena di un operaio della miniera che si era ribellato agli ordini degli occupanti, e non ci eravamo accorti che uno dei petardi era rimasto inesploso sul pavimento. E nel bel mezzo di una scena in cui nessuno sparo si doveva sentire, lo stivale di uno degli occupanti fece esplodere quello rimasto inattivo. Impallidii insieme a Feliciani, e alla fine dell’atto fummo convocati da un Ruggeri furibondo. Altro che voce sussurrata: era una lama che ci colpiva duramente. Eravamo immobili davanti a lui, con la testa bassa. Poi Ruggeri guardò me: “Siete voi al carillon?”. Feci cenno di sì con la testa mentre mi aspettavo una seconda sfuriata. “Bene, sempre puntuale”, e ci fece un cenno di congedo. Non capii se era una constatazione e quindi un elogio, o un semplice avvertimento. Ma Feliciani mi tolse dall’imbarazzo: “Ci è andata bene”, e si allontanò. Ho poi sentito e visto Feliciani molte altre volte a teatro e in televisione, e non sono mai più riuscito a non vedere in lui sempre e sempre l’ottuso ufficiale nazista, capitano Loft, che era stato in quei giorni.

Ruggero Ruggeri nell’Enrico IV (1953)
Eduardo Rescigno (Milano, 1931) è un musicologo, scrittore e commediografo italiano.
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