A Castrovillari la XVI edizione di Primavera dei Teatri
Coraggiosamente ripresa a ottobre, dopo la forzata sospensione causa Covid, la XVI edizione di Primavera dei Teatri è stata attraversata, anche al di là delle intenzioni, dagli interrogativi sollevati dall’emergenza sanitaria e dalle sue conseguenze psicologiche, sociali, antropologiche. Da una parte l’alchimia che talvolta, in modo misterioso, trasforma un festival teatrale in un vero progetto culturale, dall’altra l’immaginario degli spettatori inevitabilmente provato dal lockdown e dalle misure emergenziali hanno evidenziato un sottotesto (o forse un inconscio testuale) riferibile alla pandemia anche in spettacoli che non ne parlavano affatto.
Il nemico siamo noi

Babilonia Teatri, Natura morta
Così La fine del mondo di Fabrizio Sinisi e Claudio Autelli ha dato voce a una generazione «che si trova forse per la prima volta a interrogarsi sulla possibilità di una prossima propria estinzione». Non diciamo degli esiti, ma delle intenzioni e dei sottintesi che emergono nelle più recenti produzioni.

Anagoor, Mephistofeles: Mauro Martinuz

Anagoor, Mephistofeles
Autobiografia di un campo

Teatro delle Ariette, Trent’anni di grano> (foto Angelo Maggio)
Stefano ogni tanto interviene e insieme a Paola racconta un nuovo capitolo o forse semplicemente una nuova versione di quella autobiografia di un campo che è la loro stessa autobiografia. Da più di trent’anni, come ben sa il loro affezionato pubblico, le Ariette fanno spettacoli costruendo un’autobiografia infinita, e lo fanno, simbolicamente e concretamente, attraverso il lavoro sul campo, il loro campo: il campo di grano che cocciutamente e amorevolmente coltivano anche se i trebbiatori ne sconsigliano ogni anno la mietitura. Una metafora viva che racchiude tutto il loro mondo, tutta la storia della loro “seconda vita”, da quando hanno deciso di vivere in campagna, nel 1989, a quando hanno cominciato a fare teatro e a girare con uno spettacolo ormai storico, Teatro da mangiare?, fino al racconto del presente, senza mai perdere lo stupore per la circolarità del tempo, per l’alternarsi delle stagioni del grano e dell’uva, del pane e del vino, senza mai perdere l’amore dei corpi, certo cambiati ma sempre desiderosi, senza smettere di seminare e di mietere il grano, di raccogliere le albicocche, di essere felici mentre preparano la conserva di pomodoro. Forse è questa l’eternità, azzardano: «un gesto ripetuto da persone diverse in tempi diversi; fare quello che faceva tua madre, tua nonna». Può sembrare una visione regressiva della vita, il pasoliniano rifiuto della modernità in nome di una mitizzata purezza della perduta civiltà contadina. Ma le Ariette sono consapevoli di essere dei granelli fastidiosi negli ingranaggi del mondo globalizzato. Fanno rete con i produttori biologici, creano occasioni di confronto umano prima che intellettuale, sanno davvero essere quello che mangiano, oggi che non sappiamo niente di quello che mangiamo. Pasoliniani lo sono nelle contraddizioni: è il teatro che dà loro da mangiare, loro che mangiano quasi solo quello che producono con le loro mani, trasformando ciò che proviene dalla loro terra e dai loro animali. Il teatro dà loro i soldi, ma è anche vero che in molte lingue per dire “i soldi” si dice “il grano”. Trent’anni di grano ha debuttato a Matera l’anno scorso, e oggi evoca pensieri forse più malinconici alla luce di quello che stiamo vivendo. L’esperienza delle Ariette, questa pratica quotidiana di arte, vita e lavoro che provano tenacemente a coincidere è una realtà preziosa per tutti noi. Ripercorriamo le nostre piccole vite insieme alle loro, ci commuoviamo con loro per la Canzone per l’estate di De André. E mentre mangiamo tutti insieme le tigelle calde con il formaggio e beviamo un po’ di vino, i discorsi continuano liberamente, oltre lo spettacolo, grazie allo spettacolo.
Provini per uno spettacolo a venire

Compagnia Oyes, Vivere è un’altra cosa (foto Angelo Maggio)
Un Aspettando Godot alimentare
Più interessante allora la dichiarata dimensione di studio in cui Mammut Teatro ha presentato il primo movimento di un trittico sul corpo e sulle sfide che gli si presentano nel presente e nell’immediato futuro. Il corpo come campo di tensioni e specchio del mondo, un Corpo/Arena che vivrà, che sta già vivendo trasformazioni profonde per quanto riguarda i modi di mangiare, dormire e invecchiare, e il significato stesso di questi tre momenti essenziali della nostra vita biologica. Scritto da Joana Bérthold per la regia di Gianluca Vetromilo, lo spettacolo vede in scena tre uomini (Mauro Failla, Riccardo Lanzarone e Francesco Rizzo) in attesa del cibo ordinato come al solito al telefono. Sono in una specie di isolamento volontario in una stanza o forse in un garage di periferia. Nel prologo con un accenno di pittura di luce (che però nello spettacolo non viene sviluppata), sulla musica di O Superman di Laurie Anderson, appaiono seduti in posture che possono ricordare le figure contorte di Francis Bacon ma sono in tuta da ginnastica e ciabatte. La situazione scenica e i dialoghi hanno toni beckettiani. La consegna è in ritardo e loro cominciano a immaginare pietanze raffinate, a rinfacciarsi l’obesità, ma anche a esaltarla (i grassi sono consumatori più interessanti per l’industria alimentare, hanno superfici più ampie per i tatuaggi, anche i templi sono grassi, ecc.), fino a una presa di coscienza politica: «Siamo grassi perché abbiamo capito che o divoriamo il mondo o è il mondo a divorare noi». Naturalmente il cibo non arriverà mai e la pièce si rivela una sorta di Aspettando Godot alimentare per riflettere sul nostro rapporto con il cibo forzando una condizione non troppo lontana dalla realtà: «In un mondo in cui la staticità accompagna la rivoluzione digitale e il cibo è a portata di smartphone, può un delivery-man essere il nostro unico contatto con il mondo esterno?» Il testo è veloce e ironico, gli interpreti sono come declinazioni di un’unica figura, proprio come in un trittico baconiano. Varrà la pena seguire l’evoluzione del progetto.
La clinica dei luoghi comuni sull’amore

Piccola Compagnia Dammacco, Spezzato è il cuore della bellezza (foto Angelo Maggio)
Fernando Marchiori è autore di studi teatrali e opere di narrativa e poesia. Insegna Multimedialità nelle arti performative all’Università di Padova. Il suo ultimo romanzo è La riconoscenza (Casadei Libri 2024).
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