Un poeta del cinema e dei suoi piaceri colpevoli

Bernardo Bertolucci, Prima della rivoluzione: il Teatro Regio di Parma
Oggi, al giro di boa degli ottant’anni della sua nascita (era nato a Parma il 16 marzo 1941 ed è morto a Roma il 26 novembre 2018), a essere strattonati per un’interpretazione all’altezza di questo nostro tempo sono alcuni suoi film. Perciò vale la pena di scodellare pellicole come Il conformista, Ultimo tango a Parigi, Tragedia di un uomo ridicolo, la trilogia internazionale inaugurata dall’Oscar assegnato all’Ultimo imperatore, ma anche piccoli film come L’assedio e soprattutto Io e te (il film che otturerà per sempre l’obiettivo della sua macchina da presa), così estremi per la capacità di creare intrecci tra autobiografia per procura, romanzo di formazione e svolazzi di poetiche del reale, care a tanto cinema europeo degli anni Sessanta–Settanta.

Julian Beck in Agonia, l’episodio di Amore e rabbia firmato da Bernardo Bertolucci
- Bernardo Bertolucci, La luna
- Bernardo Bertolucci, La luna
Per dirla alla Francesco Savio: in un cinema, tagliato in due da un prima e dopo Godard, s’intravedono bagliori viscontiani, ingressi pinteriani, figurazioni baconiane. La crudeltà del cinema di Bertolucci non sembra fermarsi psico-analiticamente all’immaginazione, ma gira intorno a un giorno che sfalda le sue ore pre-primaverili in più di un conflitto interiore ed esteriore irrisolto, volendo usare un lessico bertolucciano riverberato peraltro anche in Il mistero del cinema, il testo inedito della prolusione letta da Bertolucci a Parma nel 2014 in occasione del conferimento della Laurea honoris causa da parte dell’Università della sua città natale ed ora raccolto da La nave di Teseo, proprio per celebrarne gli ottant’anni.
Questo testo, fortemente autobiografico, è una sintesi del libro che il regista credeva di non aver scritto e che è diventato invece La mia magnifica ossessione, la raccolta dei suoi testi nata da una mia intuizione e poi diventata nel 2010 un volume curato con Piero Spila per Garzanti.
In questi due libri, a cui va aggiunta la raccolta di conversazioni Cinema la prima volta (curata da Tiziana Lo Porto per Minimun Fax nel 2016), si squadernano persone, personaggi, film, città ed episodi della sua vita, insufflati dal quel sottile e mai domo desiderio di raccontare. Attraverso le immagini e una scrittura che spesso risente ancora del racconto orale (ma folgoranti erano anche i suoi sms e poi whatsapp), questi testi, letti a posteriori, sembrano evocare un possibile e mai realizzato film quotidiano, diaristico, warholiano (se l’aggettivo non fosse stato svilito dall’abuso), filtrato attraverso la (dimenticata per molti) lezione zavattiniana. Bertolucci dice (e Adriano Aprà lo ricordava in una recente intervista al “Venerdì” di “Repubblica”) d’aver conosciuto Warhol e di aver visto i suoi primi cortometraggi proprio a casa di Zavattini.

Bernardo e Attilio Bertolucci (1975)
85








