Ad Anghiari la XXV edizione di Tovaglia a quadri

Nell’estate del teatro ritrovato, Tovaglia a quadri si conferma un progetto esemplare di costruzione di una comunità recitante capace di raccontarsi parlando del presente, facendo reagire il patrimonio di storie locali con temi di attualità e riuscendo a restare popolare senza cadere nel folklorico. Trasferitasi quest’anno dalla storica collocazione del Poggiolino, nel centro di Anghiari, al suggestivo Castello di Sorci, la manifestazione ha animato gli spazi della corte medievale con Filocrazia.

La Fattoressa di Sorci (Monica Bauco)
Gli spettacoli sono improntati a un’ironia bonaria e genuina, che tocca tutti e non le manda a dire a nessuno, ma sa trasformarsi in riflessione amara sui tempi che corrono. Così è stato negli anni scorsi per le storie che affrontavano il problema della chiusura nei paesi delle vecchie botteghe e dei laboratori artigiani per la crescita incontrollata del commercio sul Web (Ci Ammazzon), oppure il disagio dei giovani in cerca di lavoro all’estero (Disajob) e quello degli immigrati impegnati nel duro lavoro nei campi dell’alta Valtiberina, dove si coltiva il prezioso tabacco nero che ha sfrattato altre coltivazioni, un tempo condivise da tutti, e ridisegnato il paesaggio (Poderi forti).
Filocrazia si snoda per spunti narrativi apparentemente eccentrici ma sapientemente cuciti da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini. Gli attori si muovono nella corte, si affacciano alle finestre, usano le scale, il pozzo, la chiesetta, seguendo l’efficace disegno dello spazio scenico proposto da Stefan Schweitzer.
Finita la guerra, gli sfollati che la fattoressa (Monica Bauco) ha accolto nel castello si apprestano a partire per ritornare alle proprie case. Siamo dunque in una dimensione sospesa, che inevitabilmente fa pensare alle vicende che stiamo vivendo, «senza sapere del prima, incerti del dopo». Il filo è stato smarrito e l’ago è ancora nel pagliaio. Una donna (Stefania Bolletti) continua a cucire i bottoni di una camicia per l’amato che forse non tornerà.
L’anziano parroco (Mario Guiducci) perde continuamente il filo dei suoi discorsi e confonde ricordi lontani e accadimenti presenti, sogna la promozione a monsignore e insieme alla perpetua (Maris Zanchi, che è realmente la perpetua di Anghiari) intona canzonette popolari sulla sua fisarmonica, prima di appisolarsi sulla sedia.
Un vecchio coriaceo (Fabrizio Mariotti) resiste alle lusinghe del nuovo corso («Smetto ogni cosa», ripete) e un rilegatore cerca di tenere insieme le storie del borgo.
Arriva anche un filosofo a distribuire consigli. Ma i piani temporali s’intersecano: un giovane preferisce rollarsi le canne e inseguire i suoi fantasmi.


Il Tapas, maitre sfollato (Sergio Fiorini) e Il Filza, legatore e tipografo (Rossano Ghignoni)
Fernando Marchiori è autore di studi teatrali e opere di narrativa e poesia. Insegna Multimedialità nelle arti performative all’Università di Padova. Il suo ultimo romanzo è La riconoscenza (Casadei Libri 2024).
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