Moby Dick alla prova di Elio De Capitani al Teatro Elfo-Puccini di Milano
Arriva al pubblico con un anno di ritardo Moby Dick alla prova, uno spettacolo che Elio De Capitani desiderava fare da tempo e su cui ha investito molto: il romanzo intramontabile di Melville, il personaggio magnetico e dannato di Achab, il testo che ne ha ricavato Orson Welles, mai rappresentato in Italia, la sua interpretazione di Padre Mapple nel film di John Huston.
- Orson Welles, padre Mapple nel Moby Dick di John Huston
- Gregory Peck, il capitano Achab nel Moby Dick di John Huston
- Moby Dick alla prova: Elio De Capitani (ph. Marcella Foccardi)
Sarebbe bastato uno solo di questi motivi, ma tutti insieme hanno costituito una calamita irresistibile per un’artista come De Capitani: colto, curioso, politicamente all’erta, generoso in scena, amante di un teatro che coltivi la ricerca senza rinunciare allo spettacolo, meglio se ‘grande’ e soprattutto capace di coinvolgere al massimo tutti gli artefici e di parlare a un pubblico ampio.

Moby Dick alla prova: le maschere-mascherine di Marco Bonadei (ph. Marcella Foccardi)
Avevo subito pensato di aggiungere un capitolo al mio saggio L’America di Elio De Capitani, in corso di traduzione in inglese: non poteva mancare il capitano della Pequod dopo Roy Cohn, Richard Nixon, il commesso viaggiatore Willy Loman, anzi prima di loro, come incarnazione all’ennesima potenza delle contraddizioni che rendono forti e lacerati gli Stati Uniti, della loro sfida al cielo e alla terra capace di affascinare come di portare all’odio o alla perdizione. Così ho seguito da remoto il corso, ho visto più volte il video a uso interno di una prova generale, sono stata di nuovo catturata dal romanzo e sono caduta nella rete del grande Orson Welles…
Il capitolo è restato in bozze, nell’attesa di vedere lo spettacolo, anche se l’incertezza procurata dalla quarta ondata pandemica mi stava quasi suggerendo di rinunciarvi. Potevo scriverne basandomi sui documenti, come per gli spettacoli del passato, comunicandolo a lettrici e lettori. Per fortuna invece ho visto e rivedrò Moby Dick alla prova.

Orson Welles, il capitano Achab, e Joan Plowright, Pip, durante le prove di Moby Dick Reharsed al Duke of York?s Theater di Londra (1955)
Alle 20.30, nella Sala Shakespeare del Teatro Elfo-Puccini, davanti a una platea piena e in fermento, lo spettacolo ha inizio. Dimentico tutto quello che ho letto e ho visto in video, e ci entro dentro con beata ignoranza: primo segno forte del potere di quello che accade sulla scena. Tutt’altra esperienza da quella fatta davanti al piccolo schermo del computer nella solitudine del mio studio. Ora la sostanza culturale e politica alla base di questo Moby Dick alla prova – accompagnato da un’installazione nel foyer, curata dal MUSE di Trento, sulla violenta distruzione del mondo naturale e animale prodotta dall’uomo ̶- si traduce in un sentire che porta a condividere il dramma prima di razionalizzarne i motivi.


Ciò che come studiosa non avevo esperito era lo spazio, il protagonismo dello spazio, le sue dimensioni. Il palcoscenico è occupato solo da alcuni oggetti essenziali: tre alte scale su cui salgono i marinai per scrutare il mare, un’antica sedia di barbiere che evoca un trono, tavoli d’acciaio per ricordare che sulla nave si lavora l’olio prezioso e tutto quello che si può ricavare dal cadavere delle balene…

Moby Dick alla prova (ph. Marcella Foccardi)
Penso a Mejerchol’d, anche se qui le tre dimensioni spaziali non sono pensate tanto in funzione dell’atletismo degli attori quanto per creare il contesto fisico in cui avviene l’inseguimento di Moby Dick e si prepara lo scontro frontale. La grande bocca del palcoscenico risuona di rumori, delle musiche dal vivo di Mario Arcari, dei canti marinari degli attori preparati da Francesca Breschi, in felice relazione con il testo di Orson Welles dal romanzo di Melville, con il blank verse che diventa poesia anche nella nostra lingua grazie alla traduzione di Cristina Viti.

Moby Dick alla prova: Giulia Viana e Elio De Capitani (ph. Marcella Foccardi)
Lo spazio, e i nove attori e le due attrici che interpretano più personaggi. Nei momenti collettivi, sembra di assistere a un musical, in sintonia con quello che Orson Welles trasse dal Giro del mondo in ottanta giorni, uno degli spettacoli più belli che Brecht dice di aver visto negli Stati Uniti. In azione Elfi di tre generazioni: efficacia e precisione, una macchina a orologeria carica di umanità e di bravura.

Moby Dick alla prova: Elio De Capitani e Angelo Di Genio (ph. Marcella Foccardi)
E poi il commovente, folle Pip di Giulia Viana; lo Starbuck di Marco Bonadei, che “vede” più di tutti ma nulla può contro la follia di Achab; il carpentiere di Vincenzo Zampa, un autentico proletario; e lo straccione folle di Alessandro Lussiana, e poi Enzo Curcurù, Michele Costabile, Massimo Somaglino…
Lo spettacolo dal vivo mi fa vedere le relazioni fra di loro e la loro relazione con lo spazio. Certi momenti che nel video risultavano sopratono mi sembra diventino efficaci, puliti. Ma non è questo che conta: ora vedo, anzi sento che le relazioni avvengono fra i corpi e con l’aria in cui sono immersi nella fatale baleniera. Anche gli oggetti prendono vita. Quando il telo di seta chiara striata che fa da fondale diventa immenso e si agita e si gonfia e si sgonfia, facendo sembrare piccole le persone, è una balena più vera del vero che appare, non solo animale ma aria inquinata, vento che travolge, acqua che inghiotte, invisibile che afferra.

Moby Dick alla prova (ph. Marcella Foccardi)
Alla fine come all’inizio, un richiamo metateatrale: pure il sipario che si chiude sembra aver partecipato dell’immane tragedia che si è consumata. Sappiamo che l’attrazione per certe esibizioni circensi nasce dal fatto che l’artista sta veramente sfidando la morte. Il fascino profondo del teatro è che il tempo scorre e passa e si consuma, come la vita, e dunque ogni volta lo spettacolo muore. Resta la memoria, ma è un’altra cosa.
Bibliografia
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