Arti come Agency. Il valore sociale e politico delle arti nelle comunità a cura di Roberta Paltrinieri e Francesco Spampinato
Una prima versione di questo testo è stata pubblicata su AgCult nel settembre 2024 (il link).
Qualcosa è profondamente cambiato e continua a cambiare nel nostro rapporto con le arti e in generale con la cultura. Sempre più spesso viene enfatizzata la loro capacità di trasformazione degli individui (non solo in un’ottica di sviluppo personale), delle comunità, dell’intera società. Una serie di pratiche innovative interessa tutte le discipline artistiche e i più diversi segmenti della società. Sono sempre più numerosi gli ambiti – soprattutto nelle aree del disagio – dove l’azione degli artisti viene ritenuta utile e necessaria: dalle carceri agli ospedali, dalle scuole alle aree interne e ai quartieri periferici, tra le vittime di violenze di vario genere e nelle zone di conflitto… La cultura viene diventa anche leva per la formazione, per la promozione turistica, per la riqualificazione dei territori…
Accanto a quella determinata dalle agenzie tradizionali, come il Ministero e gli Assessorati alla Cultura, si disegna così una politica culturale involontaria, o preterintezionale (vedi Fabrizio Panozzo, Le politiche culturali tra prescrizione normativa e pratiche amministrative, in Marina Caporale, Daniele Donati, Mimma Gallina, Fabrizio Panozzo, a cura di, Le politiche per lo spettacolo dal vivo tra Stato e Regioni, Franco Angeli, 2023). Questa evoluzione ha aperto una serie di questioni che riguardano la funzione della cultura e il ruolo degli artisti, ma anche il progetto di società nella quale vogliamo vivere.
È dunque assai ampia la serie di questioni sollevate da Arti come Agency. Il valore sociale e politico delle arti nelle comunità (Franco Angeli, 2024, download open access), curato da due docenti del DAR (ovvero l’ex DAMS) dell’Università di Bologna, la sociologa Roberta Paltrinieri e lo storico dell’arte Francesco Spampinato. Non a caso questa riflessione nasce nella facoltà che ebbe a lungo tra i suoi più prestigiosi docenti Giuliano Scabia, che sul teatro (e dell’arte) nello spazio degli scontri ha fondato la sua poetica, dalla scuola di Sissa ai quartieri operai di Torino, dall’ospedale psichiatrico di Trieste con Franco Basaglia alla Bologna in rivolta del ’77 (per un’introduzione al percorso di Giuliano Scabia, vedi Massimo Marino, Il Poeta d’oro. Il gran teatro immaginario di Giuliano Scabia, La casa Usher, 2023).
I primi nodi da sciogliere riguardano proprio il temine agency (che possiamo tradurre in italiano con il brutto termine agentività), ovvero la capacità umana di agire all’interno del proprio ambiente sociale, per trasformarlo. A ispirare molti dei progetti degli ultimi decenni è proprio la necessità di restituire agency a cittadini che ne sono stati privati: negli ospedali psichiatrici, nelle carceri, tra i giovani, i tossicodipendenti, gli immigrati… Uno dei primi obiettivi dei progetti di arte sociale (soprattutto teatrali) è proprio ridare identità, voce e visibilità a chi non ce l’ha. Claudio Meldolesi, a lungo docente al DAMS, parlava di “riattivazione”: nella prospettiva di questo volume, si potrebbe dire che si tratta di restituire agency ai cittadini a cui è stata negata questa possibilità – o meglio questo diritto (sul “teatro di interazione sociale”, così come lo definiva Meldolesi, vedi i suoi interventi ripubblicati in “Teatro e Storia”, n. 33, 2012).
Diventa evidente il legame con concetti come il capacity building e la costruzione di capabilities, o le aspirazioni a una “vita giusta”: questa consapevolezza e queste competenze non sono fini a sé stesse, e dovrebbero tradursi in azioni individuali e collettive all’interno della scena sociale. La agency ha una immediata ricaduta politica, non solo in una prospettiva critica ma anche nella dimensione dell’attivismo. L’arte sociale si ricollega così a una lunga tradizione di impegno, che a partire dall’esperienza estetica, dalla consapevolezza che crea e dalle emozioni che suscita vorrebbe spingere i cittadini ad agire sulla scena politica. Con tutte le opportunità e i rischi della militanza.
Sotto traccia emerge una delle tensioni che anima qualunque intervento politico-artistico in questa direzione. Da un lato, queste azioni possono essere lette in un’ottica di welfare culturale, perché accrescono il ben-essere delle persone e delle collettività, come suggeriscono diverse ricerche, a partire dal rapporto OMS del 2019, What is the evidence in the role of the arts in improving health and well-being? (disponibile alla pagina https://iris.who.int/handle/10665/329834; sul welfare culturale, vedi anche Annalisa Cicerchia , Alessandra Rossi Ghiglione, Catterina Seia, Welfare Culturale, Treccani [online], 2020, disponibile alla pagina www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Welfare; e Giacomo Manzoli, Roberta Paltrinieri, Welfare Culturale. La dimensione della cultura nei processi di Welfare di Comunità, FrancoAngeli, 2021). Queste pratiche creano comunità.
Ma l’emergere di nuove soggettività all’interno del corpo sociale è anche sintomo di una contraddizione rimossa, che possiamo chiamare ingiustizia, discriminazione, disuguaglianza, violenza, emarginazione. Questa nuova soggettività porta con sé la possibilità di un conflitto all’interno della società e la necessità di una mediazione.
Su un versante c’è il rischio di praticare un’arte evasiva, consolatoria, tranquillizzante, per costruire microcomunità omologanti. Dall’altro quella di far esplodere contraddizioni insolubili, a partire dall’istituzione che ospita l’intervento.
Parlare di agency a proposito di arte pone anche un’altra questione: in questa prospettiva, fin dal titolo la agency non è solo una prerogativa umana. Anche gli oggetti (e in particolare gli oggetti e i processi culturali) possono agire con effetti performativi. Se l’arte occidentale si è fondata per secoli sul meccanismo della rappresentazione (e dunque implicitamente sulla passività dello spettatore), l’antropologia lavora da tempo sulla agency degli oggetti artistici, ovvero sulla loro qualità di agenti sociali (vedi il poderoso Arte e agency di Alfred Gell, Cortina, 2021, che usa le teorie dell’embodiement e della mente estesa per comprendere le pratiche artistiche contemporanee). Quella che era una qualità dell’arte “primitiva” torna a essere centrale. Gell parlava di schemi complessi che offrono alla mente un “lavoro incompiuto”, Eco di “opera aperta”, Scabia di “schema vuoto”, che assegnano al pubblico un ruolo attivo. Inevitabilmente in questa prospettiva diventano cruciali i processi partecipativi, che attivano lo spettatore-cittadino (e non a caso il capitolo introduttivo di Arte come Agency cita i Visionari, i cittadini di Sansepolcro che selezionano gli spettacoli al festival Kilowatt).
Di fronte al ventaglio di queste prospettive, non sorprende che le “buone pratiche” selezionate da Paltrinieri e Spampinato, in una corretta prospettiva multidisciplinare e sperimentale, siano tra loro assai diverse. Le comunità di patrimonio, raccontate da Giulia Allegrini e Roberta Paltrinieri, sono “gruppi di cittadini che operano in maniera informale o organizzata (…) sulla gestione e valorizzazione dei beni pubblici e privati culturali”, che nascono spesso dal basso (p. 15; vedi anche Fondazione Scuola Beni e Attività culturali, La partecipazione alla gestione del patrimonio culturale. Politiche, pratiche ed esperienze [online], 2023, disponibile su sito www.fondazionescuolapatrimonio.it/editoria). OpenDDB, esplorata da Marco Cucco e Samuele Picarelli Perrotta, è una piattaforma di distribuzione di opere di stampo documentario prodotte dal basso (anche a partire dalla consapevolezza che il documentario è una forma che attiva particolari forme di attenzione, partecipazione e agency). Francesco Spampinato mette a confronto la risposta di artisti e attivisti al dramma dell’AIDS negli anni Ottanta con quella suscitata dalla più recente pandemia di Covid-19. La agency delle immagini fotografiche è oggetto della riflessione di Marco Solaroli, in particolare nel rapporto con i movimenti sociali e ambientalisti di ultima generazione. Il tema dell’attivismo resta al centro del contributo di Monica Sassatelli e Simona Segre Reinach sul fashion activism, in una panoramica che parte dalle suffragette e da Gandhi, passa al punk per poi “dare voce anche a questioni politiche incentrate sul corpo come l’intersezionalità e la disabilità”. Gli ultimi due saggi riguardano invece la agency delle istituzioni. Anna Scalfaro e Silvia Bruni si concentrano sulla centralità degli insegnamenti di musica nelle scuole secondarie, mentre Benedetta Celati e Matteo Paoletti discutono il sostegno delle Fondazioni di Origine Bancaria alle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, in più di un caso salvate dal disastro finanziario proprio da queste istituzioni, in una funzione di supplenza rispetto alle carenze del management e del sostegno pubblico al settore.
Le prospettive sono giustamente diverse. C’è in primo luogo l’agency degli artisti, che devono trovare il punto d’equilibrio più avanzato tra il valore estetico e il valore d’uso (e l’efficacia politica) delle loro opere. C’è l’agency delle opere, con il loro potere insieme simbolico e politico (che può prescindere dalle intenzioni dei creatori). C’è ovviamente l’agency dei cittadini, coinvolti in percorsi di attivazione e costruzione di cittadinanza. C’è l’agency delle istituzioni, protagoniste a vario titolo – e a volte ambiguamente – dei processi artistici e culturali (basti pensare all’impatto dei bandi e dei metodi di rendicontazione sulla progettualità culturale). C’è il ruolo dell’agency nello scenario digitale. C’è l’agency delle comunità nel rapporto con i territori, in un processo di empowerment, e dunque in un’ottica potenzialmente partecipativa (vedi Roberta Paltrinieri, a cura di, Culture e pratiche di partecipazione, FrancoAngeli, 2020). C’è forse l’agency degli spazi, anche a partire dalla creazione di nuovi luoghi della cultura ibridi, multidisciplinari e multifunzionali (vedi Cristina Carlini, Mimma Gallina, Oliviero Ponte di Pino, a cura di Reinventare i luoghi della cultura contemporanea. Nuovi spazi, nuove creatività, nuove professioni, nuovi pubblici, Franco Angeli, 2017; e il sito https://www.lostatodeiluoghi.com/).
Le diverse esperienze testimoniate da Arti come Agency, con le luci e le loro problematicità, sono tutte interessanti, ma non sono eccezionali. Questi processi ormai riguardano l’intero sistema culturale: non investono solo le esperienze più innovative e sperimentali (oltre ai nuovi spazi “ibridi”, basta pensare a certi festival o al meccanismo delle residenze), ma anche i tradizionali presidi culturali. Come ha notato Alessandro Bollo, anche “le istituzioni culturali – come i musei e le biblioteche – pur essendo ‘patrimonio di cultura e documenti’, stanno divenendo sempre più spazi abilitanti per le comunità, favorendo la partecipazione di gruppi e persone e in tal modo generando capitale sociale soprattutto qualitativo, in risposta ai processi di individualizzazione della società contemporanea” (p. 23). Sta in questo forse la dimensione più autenticamente politica delle arti nel XXI secolo.
Arti come Agency. Il valore sociale e politico delle arti nelle comunità, a cura di Roberta Paltrinieri e Francesco Spampinato, FrancoAngeli, 2024.
Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).
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