In coda a piazza San Pietro per rendere omaggio alla salma del pontefice
Nelle due ore di fila per dare l’ultimo saluto a papa Francesco, la notte del 24 aprile, si assiste a una perfetta fusione di sacro e profano.
Non ci sono soltanto fedeli in Piazza San Pietro, ma anche tanti semplici curiosi mossi dalla straordinarietà dell’evento. E quindi accanto a un folto gruppo di anziane suore, ti ritrovi cinque “pischelli” romani che tra una risata e qualche pronostico sul futuro pontefice, avanzano nella coda cospirando un modo per catturare la foto della salma del defunto.
Se da una parte osservi giovani e vecchi turisti sfoderare la loro miglior posa al centro della piazza splendidamente illuminata, dall’altra vedi tanti uomini lamentarsi con le loro signore dell’infinita attesa in mezzo alla gente.
“Ma tutti a quest’ora? Non potevano scegliere un altro orario?”
“Ma pecché tu addò staje?”, risponderebbe Vincenzo Salemme!
Poi ci sono i discorsi di compagnie di amici, discorsi “da fila”, derivanti da necessità e stanchezza.
“Siamo nel bel mezzo di un fiume di gente. Dunque noi dobbiamo considerarci più un insieme di molecole d’acqua oppure trote che adagio seguono il flusso?”
Intervengono i massimi esperti in cerimonie pontificie: “Gli è stata fatta la tanatoprassi, gli hanno iniettato un fluido nel corpo.” “Ah certo, lo hanno imbalsamato come una mummia.”
…immagini papa Francesco ricoperto di bende di lino.
“I gabbiani dormono in due posizioni: o su una gamba sola o con la testa reclinata all’indietro”. Se vi chiedete il motivo del forte interesse sulle posture assunte da questi pennuti durante le loro pennichelle, dovete sapere che sono proprio loro i veri padroni indiscussi di San Pietro in quelle ore di lunga e lenta processione verso la Basilica.

26 aprile 2025: a Piazza San Pietro in coda per rendere omaggio alla salma di Papa Francesco
Alle parole vacue pronunciate in piazza si alternano momenti di rispettoso silenzio. Sono proprio questi momenti che ti ricordano perché sei corso a San Pietro alle undici di sera. Quando contempli la solennità della Basilica protetta dai quattro colonnati barocchi che preparano l’ascensione della cupola tinta di riflessi dorati, ti dimentichi dei gabbiani e sprofondi nel fascino della Chiesa Romana e dEL presagio di una sacralità che, se non è dettata dal quadro mistico di cui fai parte per due ore, discende dalla rarità dell’accadimento: migliaia di persone condividono un’esperienza che forse non vivranno mai più, sentendosi per poche ore unite da una comune identità e da una singolare potenza trascendente. secondo Emile Durkheim, IL rinnovato sentimento di appartenenza a una collettività che unifica la società rappresenta il sacro.
Purtroppo però, quando finalmente si attraversa la Porta Santa e si entra nella Basilica, non solo ci si redime da ogni peccato, ma ci si accorge anche che Durkheim aveva sottovalutato l’individualismo sfrenato del nostro tempo.
Il labile confine tra vivere momenti a loro modo unici ed eccezionali e mostrare di esserci, dentro quei momenti, ancora una volta, scompare. Esigenza impellente di dover a tutti i costi apparire? Oppure continua abitudine alla mediazione di eventi tramite uno schermo, tanto da sorprenderti e spaventarti quando questo non accade?
La verità sta sempre nel mezzo.
In questo caso nel mezzo c’è papa Francesco. Che, comodamente sdraiato con le sue povere scarpette nere logore e consunte, per ribadire fino all’ultimo quel forte messaggio di povertà in contrasto con il contesto, avrà forse voluto dire con la sua consueta ironia: “per favore, senza flash… anzi, usatelo pure, tanto ho gli occhi chiusi…”

Papa Francesco in piazza San Pietro la sera del 27 marzo 2020
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