La morte a Venezia di e con Liv Ferracchiati al Piccolo Teatro
La scena è occupata da pochi elementi, che saltano immediatamente all’occhio anche allo spettatore meno attento. Una telecamera, un cesto di fragole e tre teli sovrapposti, sul primo dei quali è possibile osservare ciò che la videocamera riprende. Si comprende dunque che si sta per assistere ad almeno due scene, quella osservata dagli occhi dello spettatore, la propria soggettiva, e quella del regista, la sua soggettiva. Spettacolo, cinema, danza, video arte diventano un tutt’uno nell’opera di Liv Ferracchiati La morte a Venezia. Libera interpretazione di un dialogo tra sguardi ispirato all’omonimo romanzo novecentesco di Thomas Mann, con Liv Ferracchiati e Alice Raffaelli.
Lo spettacolo comincia con una parola, che diventa un suono onomatopeico, “fragole”. Ripetuta quasi a perdere il suo significato semantico per diventare rumore. Come ci racconta il romanzo da cui il regista prende libera ispirazione, questo elemento preannuncia una fine tragica, che non viene però mai mostrata né dalla telecamera né sulla scena teatrale: la morte del protagonista causata dalla malattia trasmessa proprio dall’aver mangiato fragole contaminate, abile richiamo a un peccato ancestrale.
Pur non conoscendo l’origine del testo capiamo i suoi elementi cardine: la laguna di Venezia, ce lo dice la voce narrante, ce lo dicono i teli a strisce bianche e blu tipici e toponomastici di un luogo come il Lido; lo smarrimento di fronte alla bellezza, il racconto di quell’innamoramento travolgente nei confronti di qualcuno, che spesso e volentieri è rappresentato da un’idea piuttosto che dalla persona stessa; la narrazione in prima persona del protagonista, che però non riesce mai ad agire attivamente sulla scena, e la presenza dell’oggetto del desiderio, dell’attenzione di quest’ultimo: Tadzio non è solo una persona, ma un’idea – tanto da cambiare articolo determinativo, all’inizio è “lui” ma poi diventa “lei” – che viene rappresentato da Alice Raffaelli tramite la danza, gli sguardi. Il movimento è centrale e rappresentativo, mezzo principale per trasmettere tutto ciò che accade e tutto ciò che viene raccontato dal narratore.

Foto di Tommaso Le Pera
Dopo la descrizione del primo sguardo, il protagonista ci accompagna per tutte le fasi dei suoi sentimenti nei confronti di ciò che vede, sentimenti che diventano sempre più concitati ma che sono narrati quasi fino alla fine dalla sua voce fuori campo. I due personaggi si avvicinano sempre di più, fino a quando la telecamera viene messa da parte per lasciare spazio all’incontro vero a proprio: per la prima volta sentiamo la voce del protagonista direttamente in scena, e sentiamo anche quella di Tadzio, fuori campo. I due sembrano parlarsi, ma con ritmi diversi, come se anche la parola, insieme alla differenza di età, alla provenienza, all’estrazione sociale, dimostrasse l’impossibilità del loro contatto.
La telecamera torna a riprendere un soggetto animato e il protagonista/regista diventa finalmente centro della scena, viene inquadrato direttamente e ci racconta il suo punto di vista. Ma per poco. Mangia la fragola e si siede su di una poltrona, è stanco e la vecchiaia incombe nel suo racconto. Capiamo che sono i suoi ultimi attimi e ancora una volta il tutto viene mostrato tramite l’unione di reale e visivo: Tadzio cosparge il viso del protagonista di una polvere bianca, il pallore della malattia, lo sconvolgimento di un epilogo imminente. La scena finisce in camera e sul palco con un segno di pittura blu sul suo viso: lacrima d’amore e di fine, simbolo indissolubile del legame del soggetto con Venezia, teatro e culla del racconto.

Foto di Tommaso Le Pera
La morte a Venezia
Libera interpretazione di un dialogo tra sguardi
ispirato a La morte a Venezia di Thomas Mann
drammaturgia e regia di Liv Ferracchiati
con Liv Ferracchiati e Alice Raffaelli
movimento Alice Raffaelli
dramaturg Michele De Vita Conti
aiuto regia Anna Zanetti / Piera Mungiguerra
assistente alla drammaturgia Eliana Rotella
scene Giuseppe Stellato
costumi Lucia Menegazzo
luci Emiliano Austeri
suono spallarossa
voce di Tadzio Weronika Młódzik
consulenza letteraria Marco Castellari
produzione Spoleto Festival dei Due Mondi, Marche Teatro, Teatro Stabile dell’Umbria, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
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