La giornata di studi dell'8 maggio 2025 Ravvivare la ricerca teatrale nel XXI secolo

Categorie: 196 | teatro e ricercaTags: , , , , , Pubblicato il: 08/06/2025Aggiornato il: 17/07/2025

La ricerca teatrale, che ha rivoluzionato le arti della scena, è finita con il Novecento? Il tramonto della cultura del progetto e la fine delle avanguardie artistiche e politiche hanno reso obsoleto questo approccio? Oppure – sebbene tradotta, tradita, disseminata – la ricerca teatrale continua a mantenere la sua necessità anche nel nuovo secolo? È un residuo del passato o una necesaria apertura al futuro?
Scommettendo sulla seconda ipotesi, nel 2024 Ateatro e Regula Teatro hanno iniziato una ampia riflessione sul tema, Teatro e ricerca, con una serie di incontri e una raccolta di testimonianze e riflessioni: da una parte la prospettiva storica, dall’altra le esperienze attive.
Il percorso Teatro e ricerca percorso ha portato a una prima occasione di confronto e dibattito con la giornata di studio Ravvivare la ricerca teatrale nel XXI secolo, ospitata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano l’8 maggio 2025, curata da Roberta Carpani, Marco De Marinis, Raúl Iaiza e Oliviero Ponte di Pino.

I LINK
Il programma del convegno
Il progetto Teatro e ricerca

8 maggio 2025: <em>Ravvivare la ricerca teatrale nel XXI secolo</em>, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Ravvivare la ricerca teatrale nel XXI secolo, ph. Alessandro Villa

Una giornata intensa e frequentata, che non si è limitata alla questione della ricerca, ma si è allargata fino a delineare una mappa delle questioni della ricerca, che sono molteplici e intrecciate: si tratta di ridefinire necessità e obiettivi, ma anche le modalità operative di questi processi.

La mattinata

8 maggio 2025: la mattina, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Roberta Carpani, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Roberta Carpani, ph. Alessandro Villa

Per Roberta Carpani, che ha introdotto la mattinata evidenziando le continuità con il progetto culturale iniziato da Mario Apollonio, la ricerca pone le domande fondamentali che accompagnano l’intera storia del teatro, a cominciare da cosa significa “coro”, “comunità”, “attore”.
Raúl Iaiza ha sottolineato il bisogno che ha ispirato il progetto: esiste una pluralità di soggetti che operano in questo ambito, sperimentando la dinamica tra conosciuto e sconosciuto, con una varietà di connotati e contesti. L’obiettivo è creare una rete che possa offrire uno spazio di riflessione e confronto a questa galassia: va in questa direzione un progetto parallelo come Percorsi nomadi, a cura di Regula Teatro e Theatre No Theatre, che mette a confronto e ibrida diverse pratiche laboratoriali.
Marco De Marinis apre alla necessaria prospettiva storica, sottolineando la sproporzione che ha caratterizzato il Novecento teatrale, tra la ricerca e i risultati, tra la lunga fase laboratoriale e lo spettacolo, con grandi rivoluzionari come Appia, Gordon Craig e Artaud che molto hanno teorizzato e pochissimo realizzato. Fermo restando, aggiunge De Marinis, che in pratica non esistono laboratori che non abbiano come obiettivo la creazione di uno spettacolo, forse con l’unica eccezione della Biennale Teatro diretta da Carmelo Bene. Questa sproporzione – che dipende dai tempi indeterminabili della ricerca – è ovviamente incompatibile con la tensione produttiva di un teatro che vorrebbe muoversi in un’ottica industriale e di razionalità economica. D’altro canto, aggiunge De Marinis, la ricerca è stata nel Novecento la “riserva aurea” del teatro. Un ultimo nodo riguarda aperto il rapporto di una ricerca sospesa tra antropologia e pedagogia, con il training come veleno e antidoto.

8 maggio 2025: Raul Iaiza ed Eugenio Barba, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Raul Iaiza ed Eugenio Barba, ph. Alessandro Villa

Giulia Innocenti Malini parte dalle esperienze di teatro sociale e di comunità, che iniziano a lavorare (o meglio, a lavorare sui confini) partendo dalla teatralità delle persone, in un processo che genera conoscenza partecipata. Per chi osserva questi processi, il tradizionale sapere storico-critico non è più adeguato e sufficiente: sono necessarie altre categorie, altre narrazioni. Non basta un’osservazione distaccata, è necessaria una valutazione interna al processo. Come riemergerà nel corso della giornata, non si tratta più di essere spettatori, bisogna diventare testimoni.

8 maggio 2025: Giulia Innocenti Malini, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Giulia Innocenti Malini, ph. Alessandro Villa

Per Gabriele Vacis la necessità dei tempi lunghi della ricerca è anche conseguenza della crisi delle istituzioni teatrali, gestite ormai da manager. Se “l’inferno sono gli altri”, è logico che proliferi il filtro dello schermo. Se anche il teatro diventa “ostaggio delle forme”, è necessario liberarlo attraverso l’incontro con le persone.

8 maggio 2025: Gabriele Vacis, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Gabriele Vacis, ph. Alessandro Villa

I teatranti sono rimasti gli unici a lavorare sulla presenza, sui limiti del corpo, sul rapporto tra corpi. Ma come cambia il ruolo dell’attore e dello spettatore nell’era di internet? In teatro il pubblico non è indifferente all’attore.

8 maggio 2025: Julia Varley, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Julia Varley, ph. Alessandro Villa

Julia Varley parte dalla proprie necessità di “cominciare dal contrario” per ribadire l’attenzione alla prospettiva femminile, al ruolo misconosciuto delle donne: “l’esperienza c’è, ma non la si conosce per il suo valore”. E ricorda il Magdalena Project e il festival Transit di cui è stata promotrice.

18.03.25 | Teatro e ricerca: una prospettiva femminile


Con Giulia Alonzo, Hyun Ju Baek, Ivonne Capece, Valentina Kastlunger, Jessica Losilla Hebrail. Conduce Anna Bandettini

Nell’esperienza di Eugenio Barba si sovrappongono due sguardi, quello del regista e quello dello spettatore. Ma, precisa, “Io ho fatto il regista perché mi interessa lo spettatore, voglio scuoterlo, metterlo in dialogo con sé stesso”. Per colpire lo spettatore è tuttavia necessario passare attraverso gli attori. Di qui la necessità del training: “Ho usato il termine laboratorio perché volevo che si capisse che quello era un luogo dove non si fa spettacolo tutte le sere”.
Barba pone con forza anche un’altra questione cruciale, quella del rapporto con il mercato, luogo necessario di incontro, di trattativa, di scontro. I teatranti lottano perché il mercato non si imponga a loro: “La lotta contro il mercato ci permette di scoprire la soluzione”. E anche Barba ribadisce la necessità della rete: “è impossibile resistere se sei solo, diventi vittima”.

Il pomeriggio

8 maggio 2025: il pomeriggio, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: il pomeriggio, ph. Alessandro Villa

Il pomeriggio si apre con la relazione di Oliviero Ponte di Pino, che riprende alcuni dei temi della giornata. Il termine “ricerca” non riguarda l’artigianato, nel cui ambito si muoveva la tradizione teatrale ottocentesca: nelle botteghe artigiane l’innovazione non è al centro dell’attenzione, almeno consapevolmente. È invece strategica per l’industria, dove non a caso le aziende sostengono un reparto “Ricerca e sviluppo”, e nella prassi scientifica che fa della ricerca il suo fulcro. Anche l’ambito della formazione si intreccia con quello della ricerca, anche in un’ottica di formazione permanente.
Un’ulteriore criticità riguarda la forma del gruppo, che è alla base del movimento sviluppatosi soprattutto dagli anni Settanta, anche a partire dalla visione del Terzo Teatro lanciata da Eugenio Barba. In una società dove è fortissima la spinta all’individualismo e all’affermazione personale, la forma del gruppo, con l’orizzonte collettivo che presuppone, diventa un’eccezione. E forse tramonta un possibile modello di microscietà: Richards parlerà di una riduzione da circa 2000 a 400 compagnie dal 1996 a oggi.

8 maggio 2025: Claudio Bernardi, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Claudio Bernardi, ph. Alessandro Villa

D’altro canto l’attuale sistema teatrale, con il numero minimo di giorni di prova previsto dal contratto nazionale di lavoro (che di fatto diventa anche il massimo), impone tempi di produzione che non sono compatibili con un’efficace cura artistica: di qui la crescente insofferenza di uomini e donne di teatro per queste modalità produttive e la necessità di spazi e tempi di lavoro aperti alla ricerca e all’imprevisto.
C’è dunque una spinta verso modalità che sfuggano a una logica strettamente produttiva. In particolare con:

  • la moltiplicazione di laboratori e workshop, con training, possibilità di testare modalità di lavoro, pratiche e tecniche; si creano così percorsi di formazione (o meglio di autoformazione), ma emerge anche il rischio di provini mascherati e periodi di prova non pagati (o meglio, pagati dagli allievi), senza dimenticare la competitività che può generare un processo di questo tipo;
  • i percorsi formativi e pedagogici, che a volte proseguono dopo la fine dei corsi, con la creazione di gruppi e compagnie (vedi di recente i caso di PeM con Gabriele Vacis e di Isola del Teatro con Cesar Brie);
  • i festival, sia con innovative opportunità produttive e organizzative, ma anche nel rapporto con il pubblico;
  • le residenze, che offrono spazi, tempi ed economie più aperti e flessibili;
  • il teatro sociale e di comunità, che utilizza tecniche e modalità di lavoro riprese dall’ambito della ricerca e che offre forme di sperimentazione anche nei ruoli e modelli sociali;
  • l’area del dilettantismo, dell’amatorialità, o meglio del semi-professionismo: da questo punto di vista è esemplare il percorso di gruppi come Regula Teatro e Theatre No Theatre, che ricordano le antiche confraternite, con uomini e donne che si incontrano per affinare la pratica rituale del canto. Nel caso di Regula, questa affinità viene anche tematizzata nei contenuti (le antiche laudi) e della forma stessa dello spettacolo.
8 maggio 2025: Sista Bramini, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Sista Bramini, ph. Alessandro Villa

Queste diverse opzioni hanno ciascuna punti di forza e debolezza. Ma è anche evidente che per chi si muove su questo terreno sono cruciali le dimensioni sociali ed etiche del progetto.
Claudio Bernardi insiste sul valore politico dell’arte, sul piano sia individuale sia sociale: quale può essere oggi la forma d’arte necessaria, “il farmaco che fa bene alla collettività”? In una società iperconnessa, segnata da una sovraesposizione estetica, un’arte che lavora sui corpi e sulle relazioni diventa sempre più necessaria. Non si tratta tanto di sfornare attori (come fanno oggi le scuole di recitazione, che producono disoccupati per il “non mercato” attuale), ma di costruire comunità dove sia possibile lavorare su sé stessi.
Un taglio completamente diverso lo propone Simone Faloppa, a partire da una dura critica dei vizi del teatro italiano: il “quotidianismo” di una recitazione fintamente realistica; l’atteggiamento settario e dunque autoreferenziale di molte realtà; la centralità del leader, che genera vincoli di dipendenza; le trappole del mercato, che portano all’autopromozione social e a una autoimprenditorialità che è prima di tutto autosfruttamento. Per Faloppa, terreno di ricerca privilegiato dev’essere il repertorio, ovvero la riscoperta della lingua italiana, con dieci secoli di recitazione in versi, per un teatro popolare (e nazionale) di parola e di poesia.
Sista Bramini invita invece a relazionarsi con lo spazio della natura, che è insieme ostacolo e possibilità, e dunque impone ascolto e presenza al mondo. Si tratta anche di superare il predominio della vista: “Apollo si è staccato da Dioniso ed è rimasto Narciso”, sintetizza. Ecco dunque la ricerca utopica di O Thiasos Teatro Natura: disinnescare la natura predatoria della “bestia che uccide da lontano”.

8 maggio 2025: Simone Faloppa e Domenico Castando, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Simone Faloppa e Domenico Castaldo, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Thomas Richards, ph. Alessandro Villa

8 maggio 2025: Thomas Richards, ph. Alessandro Villa

Domenico Castaldo torna alla dimensione del laboratorio, come spazio di ricerca: “un volo d’aquila che si nutre di carne viva”. Si tratta di “mettersi in competizione con noi stessi”, guardare dentro di me e insieme confrontarmi con “tutto ciò che non è me e mi illumina”.
Nell’intervento conclusivo, Thomas Richards riporta alle radici della ricerca, alla sua necessità e alle sue trappole, a partire da alcune domande: “Di cosa posso essere al servizio? Chi sono io davvero? Come posso recuperare la connessione con le mie radici?” Non si tratta di capire come agisco, ma perché agisco. Porta a un atteggiamento fatto, come sottolinea Marco De Marinis, di dedizione, disciplina, umiltà: “Qualcosa emerge solo nel lavoro quotidiano della ripetizione che non si accontenta”, spiega Richards.
L’utilità della ricerca, conclude Richards, consiste proprio nella sua apparente inutilità.
Quello che emerge da una giornata come quella dell’8 maggio è un panorama ricco, cangiante e problematico: le questioni aperte sono diverse, così come diverse sono le possibili soluzioni. Anche nell’orizzonte plumbeo del neocapitalismo. Del resto, come si nota ironicamente, “anche la ricerca di fondi è ricerca”.

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