Il canto degli uomini liberi. Cammino del Melandro a cura di Ivy Tour e Compagnia Teatrale Petra
Il canto degli uomini liberi. Cammino del Melandro è un’iniziativa di turismo sostenibile e comunitario promossa da Ivy Tour con la Compagnia Teatrale Petra di Satriano di Lucania.
È un itinerario di circa 120 chilometri che attraversa i comuni di Satriano, Pignola, Savoia di Lucania, Sant’Angelo Le Fratte, Sasso di Castalda, Brienza, Tito (in provincia di Potenza) e Atena Lucana (in provincia di Salerno). Tracciare il percorso (con sentieri, indicazioni, mappe che consentano di percorrerlo anche individualmente, in tutto o in parte), valorizzare e promuovere il paesaggio, la storia, le comunità e favorire l’incontro con “destinazioni umane” è lo scopo del progetto co-finanziato dal Ministero del Turismo nell’ambito della misura Montagna Italia del Piano Sviluppo e Coesione.

Le attività ideate da Compagnia Petra che caratterizzano in senso culturale il cammino comportano, fra febbraio e agosto 2025, diverse azioni: un Laboratorio di teatro nel paesaggio (in collaborazione con il Carnevale di Satriano), un Cantiere Artistico di co-creazione (incontri e scambi con e fra le comunità locali, da maggio e in corso), “artisti in cammino” con la partecipazione di intellettuali e operatori al percorso (dal 2 all’8 giugno) che “nel tempo di un amaro” restituiranno il loro sguardo. Infine un festival che toccherà tutti i borghi (la prima edizione sarà dal 28 luglio al 3 agosto 2025).
Ho partecipato, con il gruppo di camminanti alla prima edizione di questo percorso, fra il 3 e l’8 giugno 2025. Condividerlo è stato un’esperienza nuova e coinvolgente.
Indice
- Libertà e “destinazioni umane”
- Parola chiave: “radicazione”
- Il cammino: il paesaggio, l’ambiente
- Il gruppo dei camminanti
- A Satriano i murales…
- …e il carnevale
- Il carnevale e il teatro nel paesaggio (prologo al Canto degli uomini liberi)
- Il cammino: i borghi
- La compagnia Petra e il Cantiere Artistico: un percorso di ricerca-azione
- Riflessioni “nel tempo di un amaro”
- Il gruppo e la libertà
- Andante di Faber Teater, un finale perfetto
- Canto degli uomini liberi Festival

Libertà e “destinazioni umane”
Partiamo dal nome: perché Il canto degli uomini liberi?

Emanuele Sileo e Rocco Perrone di Ivy Tour
Per Rocco Perrone, Emanuele Sileo e Giuseppe Sileo, che hanno fondato Ivy Tour a Satriano una decina di anni fa, questo cammino è un sogno che ha preso forma: la loro offerta è ricca di proposte (trekking, arrampicate, visite guidate in Basilicata e nel Pollino), ma collegare in unico percorso le montagne che circondano il loro territorio, i luoghi e le comunità che conoscono fin da ragazzi è qualcosa in più e di diverso. Definirlo solo Cammino del Melandro – il fiume che attraversa e dà il nome alla valle – non era sufficiente a “umanizzare” il percorso. Così in un brainstorming allargato agli amici la suggestione è arrivata dall’etimologia: qui siamo (eravamo) ai confini della Magna Grecia e da melos (canto) e aner-andros (uomo) è venuta l’idea.
L’aggettivo “liberi” è arrivato pensando ad alcune figure di riferimento per la storia e per il presente di questi luoghi, ma soprattutto perché la libertà è la cosa che sta più a cuore a tutti e dà senso all’intero progetto.

Antonella Iallorenzi e Stefania Minciullo di Compagnia Petra
Antonella Iallorenzi, la direttrice della Compagnia Teatrale Petra, anima culturale del progetto, affiancata per il coordinamento organizzativo da Stefania Minciullo, lo spiega così:
(Il cammino) scorre come un filo narrativo che unisce storie, radici e desiderio di libertà.(…) Il nome è stato scelto perché in ogni comunità toccata dal cammino vivono, o hanno vissuto, uomini e donne che hanno incarnato la libertà in molteplici forme: poeti, anarchici, vescovi, contadini, “uomini albero”… Figure che, con le loro scelte e visioni, hanno tracciato sentieri di pensiero, ribellione, autonomia e sogno.
(dalla dichiarazione programmatica sul progetto)
Colpisce e commuove la figura di Giovanni Passannante, che attentò nel 1878 alla vita di Umberto I con un coltello di pochi centimetri, che difficilmente avrebbe potuto uccidere il sovrano (ci riuscirà Gaetano Bresci nel 1900) e subì repressione e umiliazioni senza precedenti. Molti ricorderanno il bello spettacolo di Ulderico Pesce L’innaffiatore del cervello di Passannante, che contribuì a toglierlo dall’oblio. Passannante probabilmente non era ancora consapevolmente anarchico, aspirava alla “Repubblica Universale”, denunciava e lottava contro le ingiustizie. Il suo è il primo attentato a un Savoia, un gesto dimostrativo e di ribellione potente: lo spettro del comunismo – e dell’anarchia – si aggirava per l’Europa.

Savoia: Giovanni Passanante nel murale di Matteo Howen
Passannante l’abbiamo incontrato a Savoia, nel bel murale di Matteo Howen realizzato grazie a un crowdfunding, e nelle parole delle persone incontrate sul percorso: ancora oggi divide la comunità, fra chi vuole recuperare l’antico nome del paese (Salvia) e chi no. Cambiare il nome fu un gesto di scusa, o di piaggeria alla casa reale – proposto o imposto.
Mario Pagano invece era di Brienza: è stato uno dei più importanti illuministi italiani, un giurista di fama europea e un grande rivoluzionario, fra i protagonisti della Repubblica Napoletana, giustiziato dai Borboni nel 1799. Come Francesca De Carolis Caffarelli, madre di famiglia e rivoluzionaria, torturata e giustiziata a Tito – un altro paese della valle – nello stesso anno. E ci sono altre figure suggestive da scoprire e riscoprire, magari con i mezzi del teatro, assieme alle tante persone libere anonime.
Scorrendo le notizie storiche su queste terre, oltre alla sequenza di epidemie (peste, vaiolo), terremoti e frane, colpiscono le innumerevoli rivolte, scioperi, occupazioni delle terre: una storia di oppressioni plurisecolare (feudatari, latifondisti, Borboni, e l’Italia unita non molto meglio…) e una vocazione alla libertà altrettanto antica. Non so se queste vicende hanno lasciato tracce nel dna di chi abita queste terre, ma penso che – a fianco dei più recenti e vivi ricordi di emigrazione e di tutte le vicende del Novecento – costituiscano sedimenti di memoria utili per rafforzarsi e reinventarsi.
Rocco, Emanuele, Antonella e gli amici che li seguono in questa idea e che con loro hanno progettato questo percorso e i molti che abbiamo incontrato, si inseriscono in questo filo narrativo. Sono quarantenni pragmatici e visionari, preparati, determinati, creativi. Sono partiti da qui per studiare, per lavorare, per conoscere il mondo (forse anche un po’ per fuggire) e sono tornati. Perché libertà è libertà di movimento: la libertà di partire e di tornare.
Sono molte le scelte significative e gli uomini liberi – “le destinazioni umane” – che abbiamo incontrato durante il percorso. Secondo la definizione del progetto, Il cammino è
un viaggio che intreccia la bellezza dei luoghi con la ricchezza degli incontri umani. (…) I veri protagonisti del territorio del Melandro sono le persone: giovani agricoltori, ristoratori eccellenti, guide appassionate, abitanti che custodiscono le tradizioni e la cultura locale. Saranno loro ad accompagnarti alla scoperta di una storia lunghissima e affascinante, che ogni giorno continuano a scrivere e che Il cammino contribuisce a diffondere.
(Scopri di più qui)
Parola chiave: “radicazione”
Fra le persone incontrate c’è Ivan Di Palma, agronomo, agricoltore, imprenditore turistico (il suo agriturismo si chiama Domus otium), del territorio di Atena Lucana. Quanto l’abbiamo incontrato nel territorio di Atena Lucana, ci ha offerto involontariamente una chiave di lettura per i nostri incontri. La parola “radicazione” l’ha usata parlandoci del grano che coltiva combinando decine di diverse qualità, spiegandoci il valore del meticciato anche in agricoltura.

Campo di grano (con qualche decina di specie diverse), a Atena Lucana
Non è un termine sgrammaticato, come mi era sembrato a orecchio, è anzi quello giusto per indicare “il processo di radicare o la formazione di radici”. E mi sembra perfetto anche in senso figurato per raccontare la sua e altre storie: le radici non hanno senso senza azione, libertà è azione. È fare delle scelte e perseguirle con coerenza. Gli stessi ritorni non avrebbero senso, sarebbero solo nostalgia senza progetti.

Sasso di Castalda: il grande faggio
Il cammino: il paesaggio, l’ambiente
Il canto degli uomini liberi. Cammino del Melandro è un’immersione nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano. L’area tutelata è vasta e articolata e arriva quasi a congiungersi con il Parco del Pollino e quello del Cilento. La zona che abbiamo percorso è di una tranquillità fuori dal tempo e dal mondo: abbiamo camminato anche ore nel verde, nel giallo e nel profumo delle ginestre, senza case all’orizzonte e senza incontrare nessuno se non vicino ai borghi.
Abbiamo attraversato prati e campi pieni di fiori, paesaggi ampi punteggiati da un’agricoltura prevalentemente familiare – piccole vigne, piccoli oliveti, qualche campo di grano, molto foraggio – cardi e ginestre, foreste di querce, cerri, castagne, faggi… Il grande faggio del Bosco di Costara (che forse ha 300, forse 500 anni) resterà indimenticabile.

Sasso di Castalda: il bosco di Costara
I pendii sono dolci alla vista, un po’ meno quando sali da 600 a 1100 e fino a 1300 metri lungo i sentieri della transumanza, che sono poi gli stessi dei pellegrinaggi, ancora praticati e sentiti (si portava il Santo in alto a maggio e lo si riportava a valle a settembre, con grandi feste e processioni). Molti appezzamenti però sono abbandonati, qua e là il paesaggio è segnato da tracce di frane secolari, o anche relativamente recenti, che rivelano la fragilità di un territorio fortemente sismico.
I sentieri sono prevalentemente ben tracciati, a volte sono strade campestri, a volte tratturi. Qua e là però abbiamo percorso tratti semiabbandonati, o addirittura “sperimentato” possibili raccordi (e un po’ il brivido dell’avventura: con la bella sensazione di essere “i primi” o quasi). Quando necessario, Rocco – la nostra guida – e in alcuni tratti Antonio Satriano dell’associazione La Cordata di Tito (che ci ha accompagnato in alcune tappe e sa i nomi e le particolarità di tutte le piante) aprivano la strada con potenti cesoie.

Savoia: la cascata del Vallone del Tuorno
Sul percorso non manca l’acqua: attraversiamo qualche volta il Melando e altri fiumi (qualche ponte, qualche guado), vediamo a distanza l’oasi WWF del pantano di Pignola (chiusa per questioni burocratiche), incrociamo una bellissima cascata (quella del Tuorno), molte fontane per riempire le borracce, qualche laghetto artificiale.
Unica intrusione della modernità nel paesaggio, le pale eoliche, numerose ma in fondo non troppo invasive: dopo un po’ ti abitui, sono un prezzo che si può pagare alla sostenibilità energetica (anche se per la verità sembra siano al centro di pratiche non sempre trasparenti). Più fastidiosi alla vista – ma dicono sotto controllo – i pannelli solari. Certo l’energia in Basilicata non manca (petrolio incluso: l’ENI riconosce compensazioni a Regione ed enti locali per lo sfruttamento dei giacimenti).
Il gruppo dei camminanti
Io amo camminare e viaggiare, ma per scelta e vocazione sempre o quasi in solitaria, per molti motivi: perché amo il silenzio, perché ho i mei tempi e modi (e con i miei tempi e modi penso di poter far tutto o quasi), perché avverto la presenza degli altri come una pressione, perché non mi piace e non sono brava a “negoziare” (con il gruppo, o anche solo in due). Era dai tempi dei campi scout e delle gite alpine con CAI (decenni fa) che non facevo un cammino in gruppo ed ero un po’ preoccupata. Ma partecipare alla prima edizione di questo cammino, la parola libertà, il progetto complessivo, la prospettiva di una Basilicata fuori dalle rotte, il desiderio di camminare a lungo (la natura, la lentezza, la fatica…), mi attraeva troppo. Alla fine – e con molto piacere – ho dovuto ricredermi: il gruppo non è stato un limite, ma un valore aggiunto, anzi costitutivo di questa esperienza.
Eravamo un gruppo di dodici “non lucani” – Brunella, Davide, Giovanna, Lella, Marisa, Michele, Nicola, Silvia, Stefania, Vincenzo, Vito e io – provenienti da Piemonte, Lombardia, Veneto, Marche, Liguria, Emilia, Puglia, oltre a Manuel, lucano di Bernalda. Professioni ed età molto diverse, quasi tutti abituati a camminare e appassionati di cammini (ho raccolto molti suggerimenti preziosi). Molti (anzi, a loro modo tutti) con scelte individuali importanti, come Silvia e Davide, lavoratori digitali nomadi, che hanno scelto di vivere fra l’altro per un periodo in Patagonia e per un altro in Friuli (li invidio molto e potete seguirli sul loro blog cliccando qui).

Il gruppo dei camminanti a Savoia di Lucania (nel B&B di Donatello Salvatore)
Persone che, arrivata la pensione, scelgono di modificare la propria vita (dedicarsi alla campagna, oltre che a viaggiare e camminare) e non demordono con l’età. Viaggiatori solitari più giovani, animati da curiosità e desiderio di avventura, ma con ironia, e tutti attratti dalla Basilicata. Come Stefania, che ha partecipato al cammino per aggiungere consapevolezza e piacere alla collaborazione professionale con Compagnia Petra, e lo racconta con entusiasmo nel suo blog).

Sulla via verso il Pantano di Pignola ci accompagnano i cavalli di Mimmo Albano (della Compagnia della Varroccia): nella foto Rocco, il piccolo Niccolò, Emanuele, Michelina, Michele, in fondo Mimmo
Con noi hanno camminato le persone di Satriano. Naturalmente e molto spesso Antonella, che pur conoscendo i percorsi li ha quasi riscoperti con noi e per noi. E presenze preziose (destinazioni umane in cammino), come Maria, la mamma di Rocco, un’altra donna dalle scelte decise: come studiare all’Università e insegnare per sottrarsi alla terra in tempi in cui non era scontato, e fiancheggiare le imprese dei figli. Mentre Angelo, il padre, un po’ più pigro (ma solo nel senso che non ha camminato con noi), è stato fondamentale: soprannominato “La Logistica”, era addetto ai passaggi in auto verso alloggi e ristoranti (con nonno Rocco e altri), ma anche a procurare rinforzi alimentari e a preparare gli aperitivi nel nuovissimo b&b di famiglia a Satriano (molto bello).
E Alessia di Ivy, presenza silenziosa e attenta, e Michelina, la suocera di Emanuele, che si è unita in corsa con convinzione. E poi Emanuele, che è simpaticissimo e ha camminato con noi per alcuni tratti con lo scatenato piccolo Niccolò sulle spalle. E anche la moglie Emma e il secondogenito Tommaso, e il fratello Giuseppe ci hanno fatto compagnia nel picnic del primo giorno.

Rocco Perrone con la nonna Antonietta Pascale
L’architetto Lia Zanda, che partecipa al cantiere artistico, ci ha raggiunto spesso a cena e “nel tempo di un amaro”, come Mimmo Albano (della Compagnia della Varroccia), che non è della famiglia ma quasi: ci ha fatto una sorpresa accompagnandoci nell’ultima tappa con i suoi cavalli.
La famiglia allargata è fondamentale in questa impresa, ed è stata molto importante in questo cammino: ha incantato noi del Nord (che non siamo più abituati e forse non crediamo più molto alla famiglia), e ha rafforzato l’impressione di autenticità che tutto contribuiva a darci: i luoghi, l’ospitalità – molto al di là delle attese – la cucina…
L’apoteosi è stata la sosta-pranzo (non programmata) dalla nonna di Rocco, Antonietta, che il 4 giugno compiva 93 anni!

Il gruppo a pranzo dalla nonna: la prima a sinistra è mamma Maria Pascale, Rocco al suo fianco.
Ho lasciato Rocco per ultimo. È stato una guida appassionata e autorevole, ci ha conquistato per la competenza, per i racconti preziosi sui luoghi attraversati e sulle comunità (incluse storie curiose e divertenti di emigrazione), ma anche per l’attenzione, la gentilezza, la capacità di mostrare, a fianco dell’autorevolezza, il suo lato più sensibile, portato alla riflessione e alla meditazione.
Sono grata a Rocco per aver rispettato i miei tempi (un po’ – non molto – più lenti del gruppo), aspettandomi quando necessario, senza farlo pesare.
Così, fra tutti, tappa dopo tappa si è creato un equilibrio fra il bisogno di raccontare, raccontarsi e godersi il silenzio e la natura, distanziati o a volte tutti silenziosi (certi paesaggi mozzafiato e certi sentieri fanno questo effetto). Camminando assieme abbiamo colto affinità e differenze preziose, molte letture comuni e consigli di lettura, e le serate “nel tempo di un amaro” – come vedremo – hanno contribuito a creare affiatamento.
Così il cammino si è svolto senza incidenti (neppure una storta), senza lamentele, solo con qualche normalissima e immancabile vescica.
A Satriano i murales…
Sul cammino abbiamo visitato i paesi della valle. In quelli più piccoli la gente ti saluta e spesso ti chiede da dove vieni e dove vai (come su Alpi e Prealpi, quando scatta il codice della montagna). Alcuni uomini liberi (“destinazioni umane”) ci hanno accolto, raccontato il territorio, o ci hanno raggiunto a cena, a fare quattro chiacchiere e magari suonare.
Sono borghi oggi fuori dalle rotte battute, ricchi di storia e di storie, anche d’arte, ciascuno con specificità valorizzate o da valorizzare. Certo, molti centri storici (non tutti) si sono spopolati e si stanno progressivamente spopolando negli anni, le case e anche alcuni bei palazzi antichi semi abbandonati non mancano. Solo pochi giorni prima del nostro cammino, l’ISTAT ha aggiornato le previsioni sullo spopolamento: nel giro di 25 anni la Basilicata potrebbe perdere 100.000 abitanti e già nel 2033 probabilmente scenderà sotto i 500.000 abitanti (scopri di più qui). Sembra il destino delle aree interne, ma forse non è ineluttabile. Comunque non è un alibi. È una questione di (buona) politica (nazionale e locale), ma si può fare molto rimboccandosi le maniche, con orgoglio, ostinazione e creatività, riscoprendo, reinventando o inventando. Un po’ ovunque abbiamo trovato “radicazioni” e buone idee spesso sorprendenti.
Il caso più lontano nel tempo, che ha dato una nuova identità al paese, è sicuramente quello di Satriano di Lucania, che si è reinventato attraverso i murales dopo il disastroso terremoto del 23 novembre 1980, quello “dell’Irpinia” (ma sono stati 45 i comuni interessati in provincia di Potenza, fra cui quelli che attraversiamo). In tutto il territorio terremotato arrivarono risorse per l’edilizia pubblica e privata da ricostruire, e incentivi per l’occupazione.

Satriano di Lucania, monumento a Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”
L’amministrazione comunale dell’epoca, sindaco Vincenzo Giuliano (dal 1980 al 2004!) non si chiede solo come ricostruire, ma anche come ricreare un po’ di entusiasmo nella comunità. Satriano ha un cittadino illustre nella storia, il pittore Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa” (1579 o 1580–1656), protagonista del manierismo napoletano: perché non partire dall’arte, ricordarlo a 400 anni dalla nascita in un modo che possa rilanciare l’attrattiva del borgo?
Del Pietrafesa troviamo molte tracce sul nostro cammino (anche se le sue principali opere non sono qui), ma l’idea del sindaco Giuliano per celebrarlo è di certo la sua eredità più importante. Il primo murales è del 1983, ma già dopo i primi esperimenti il progetto diventa sistematico: si individuano tecniche di realizzazione innovative, che garantiscono la resistenza nel tempo delle opere. Gli abitanti mettono a disposizione i muri con entusiasmo e oggi nel paese si possono ammirare circa 100 opere di artisti locali e provenienti da tutta Italia. Raccontano la vita agricola, qualche leggenda e personaggi locali, l’emigrazione, gli uomini albero…
Satriano di Lucania è considerata la capitale dei murales del Mezzogiorno d’Italia. Percorrerla è una festa e una scoperta continua. Negli anni l’esperienza si è estesa ad altri comuni, grazie soprattutto all’artista Luciano Latorre e all’Associazione Arte per la Valle (soprattutto a Sant’Angelo le Fratte e a Savoia ).
…e il carnevale
Satriano è anche il suo Carnevale. Mentre ce ne parlano, ai nostri amici del posto brillano gli occhi. Si svolge il sabato e la domenica prima del martedì grasso, la sua particolarità è data dalla compresenza di tre maschere, Rumita, Urs (l’orso) e Quaresima ed è considerato uno dei più misteriosi del Sud d’Italia. Anche se la documentazione storica è relativamente recente, le sue origini si perdono nella notte dei tempi: di sicuro è uno dei pochi riti arborei ancestrali sopravvissuti in Italia (ma ancora diffusi nel nord Europa).
Anche in questo caso è stato un innesco, un’intuizione brillante a mobilitare la comunità e a reinventare la tradizione. All’origine, il “romito” è una maschera solitaria, perfino un po’ triste, ma nel 2013 un artista milanese, Michelangelo Frammartino crea Alberi, una cine-installazione che ha un grande successo internazionale (la presenta fra l’altro il Mo.Ma di New York nel programma del Tribeca Film Festival).
Molti anni fa nel paese di Satriano di Lucania alcuni uomini usavano ricoprirsi d’edera fino a diventare irriconoscibili, erano i romiti, uomini–albero, espressione di un antico culto arboreo, risalente al Medioevo. Camminavano con un bastone, al quale era legato un ramo di pungitopo o di ginestra e bussavano alle porte delle case per ricevere elemosina. Con il tempo il romito è diventato una maschera tra le tante, lentamente dimenticata dalle nuove generazioni. (…)
Alberi di Michelangelo Frammartino
Dal buio della notte nei boschi di faggio alle prime luci dell’alba fino alla scoperta della presenza di un villaggio isolato; dalle porte delle case escono uomini che in processione raggiungono il bosco. Lì si vestiranno di edera, trasformandosi in romiti, uomini-albero che celebrano la fusione di umano e vegetale, la fusione dell’uomo con la terra, il cosmo, il Tutto. Terminata la vestizione, i romiti come un esercito vegetale, tornano nel paese fino a affollare la piazza centrale. La loro moltitudine danzante finirà però per ingoiarci e riportarci nelle tenebre iniziali, dalle quali si uscirà con una nuova alba (…)
Alberi gioca con il passato e con il presente. Attraverso la macchina da presa, trasforma in realtà qualcosa che era sprofondato nella dimensione non materiale della memoria. Dal passato al presente, dalla finzione alla realtà, dall’invisibile al visibile, dalla memoria al cinema, Alberi rompe la dimensione del tempo, dando vita a un ciclo infinito.
(dal comunicato stampa).
Alberi è la scintilla che trasformerà l’“uomo albero” nella Foresta che Cammina. Dice Rocco Perrone (il nostro Rocco è anche animatore del carnevale): “All’improvviso ci siamo resi conto della bellezza e della forza simbolica della nostra maschera. È stato necessario guardarla da un altro punto di vista”. Oggi il Carnevale, che è sostenuto dal MiC, vede 131 Rumit (tanti quanti sono i comuni lucani: un’innocente concessione al marketing regionale, o forse una buona idea per mettere comunque un tetto agli aspiranti romiti), vestiti da alberi, che sfilano per le strade del borgo. Un paio di mesi prima si comincia a raccogliere l’edera e nel vecchio mercato comunale si creano le maschere. La foresta che cammina, come quella del Macbeth, scende dal bosco e attraversa silenziosa il villaggio. Dev’essere impressionante e inquietante, un messaggio ecologista potente.
All’inizio, nel 2014, a un anno dall’opera di Frammartino, è quasi uno scandalo: il Comune vara protocolli a difesa dell’ortodossia delle maschere, è uno scontro politico, culturale, generazionale (gli animatori del nuovo Carnevale sono i ragazzi nati negli anni del terremoto). E molto profondo: siamo nel cuore del dibattito sull’essenza delle culture popolari, sul rapporto – o sulla contrapposizione – fra arcaico, postmoderno, e contemporaneo, fra decadenza e riappropriazione, tradizione e innovazione.
Il carnevale e il teatro nel paesaggio (prologo al Canto degli uomini liberi)
Il sito del Carnevale raccoglie fra l’altro alcuni studi di antropologia. Ricavo alcune di queste considerazioni dal saggio del 2025 di Alvise Crovato e Sadra Ferracuti Come due gocce d’edera. Innesti teatrali nella foresta che cammina (archiviodietnografia, rivista del Dipartimento delle Culture Europee e del Mediterraneo: Architettura, Ambiente, Patrimoni Culturali (DiCEM) Università degli Studi della Basilicata | n.s., anno XVIII, n. 2), che riflette anche sulle prime – eventuali – contaminazioni teatrali derivate dalla collaborazione fra la Compagnia Petra e Campsirago Residenza.

Carnevale di Satriano, la Foresta che Cammina, ph. Francesco Natale
Nel febbraio del 2025 Petra e Campsirago hanno organizzato un Laboratorio di teatro del paesaggio. Approfondiamo con qualche domanda a Antonella Iallorenzi:
Il laboratorio è un’occasione per entrare in relazione profonda con chi anima e organizza il Carnevale. Già nel 2024 un primo laboratorio, che ha visto la partecipazione di studenti universitari e professionisti della performance e dei processi di comunità, si era concentrato su pratiche performative legate ai rumiti, alla Quaresima, all’Urs e al corteo della Foresta che Cammina, lavorando soprattutto sull’avvio e sul finale del rito, immaginando la scomparsa dei rumiti nella natura.
Nel 2025, il laboratorio si è focalizzato sul finale del corteo, su richiesta diretta degli organizzatori del Carnevale, e si è proposta una raccolta di voci e interviste ai cittadini che rispondono a una domanda semplice e potente: “Cos’è per te la Foresta che Cammina?” Da queste voci è nata l’azione performativa conclusiva del corteo.
(ndr: nello stesso anno come programma collaterale del Carnevale è stata presentata la performance-cammino Alberi maestri da Campsirago Residenza con la regia di Michele Losi)

Carnevale di Satriano, la Foresta che Cammina, ph. Francesco Natale
Nel saggio di Crovato e Ferracuti leggo che questi primi intrecci fra le azioni teatrali e il Carnevale hanno generato discussioni vivaci. Il Carnevale di Satriano ha i suoi rituali e i suoi codici, anche se ha avuto il coraggio di sovvertirli. Anche il teatro nel paesaggio è diventato a suo modo un “genere”, con le sue regole e i suoi maestri. E anche questo cammino ha i suoi tempi e costruirà i suoi rituali. Non c’è un rapporto ufficiale, almeno per ora, fra il Carnevale e Il Canto degli Uomini Liberi (fra carnevale e teatro).. ma in natura tutto è connesso. Speriamo che Ateatro possa tornare su tutto questo, partecipare e documentare, osservare gli innesti se ci saranno.

Carnevale di Satriano, la maschera del “romita”, ph. Francesco Natale
Intanto sul sito del Carnevale si trovano già tutte le indicazioni per la prossima edizione, il 14 e 15 febbraio 2026. L’associazione Al Parco che lo organizza è molto precisa ed efficiente e orientata a sottolineare il significato profondo della manifestazione, a promuovere una partecipazione motivata, qualificata, spontanea ma ben organizzata, più che quantitativamente rilevante (una cosa da cui vogliono assolutamente proteggersi da queste parti – per fortuna- è il turismo di massa e mordi e fuggi).
LA RIVOLUZIONE AMBIENTALE È LA RIVOLUZIONE DELLA NOSTRA GENERAZIONE
Al Carnevale di Satriano puoi indossare la maschera tradizionale del Rumita, l’uomo e donna albero della Basilicata. Il Rumita è una figura misteriosa, un’anima silente, è lo spirito del Bosco che per una volta all’anno diventa persona e invade le strade del paese per lanciare un messaggio ecologista!
(…)
UNA TRADIZIONE IN TRANSIZIONE
I guerrieri ecologici, anonimi e completamente ricoperti di edera, il 15 Febbraio 2026 invaderanno le strade di Satriano per dire a tutti che è necessario ristabilire un rapporto antico con la Terra per conservare le condizioni climatiche ideali adatte alla sopravvivenza delle generazioni future.
Alla Foresta che Cammina si aggregano poi le altre maschere, decisamente non silenziose, anzi molto chiassose e allegre – l’Orso e la Quaresima – e si svolgono altri momenti tipici, in particolare “Le nozze della zita”, dove gli uomini si vestono da donna e viceversa. Si sfila, si canta, si balla, si suona, si beve molto, è un appuntamento imperdibile per la comunità, ma pare che – al di là del messaggio e dell’esperienza culturale – sia molto divertente anche per gli ospiti.
A circa un’ora di cammino da Satriano, in territorio di Tito, c’è un sito archeologico molto suggestivo, abitato dal V secolo a.C. al XIII secolo d.C. Si ritrovano tracce degli antichi lucani, di Satrianum, la città romana, abbandonata e rinata in periodo medioevale, poi di nuovo abbandonata. Ce lo racconta Michele Potenza, guida e ricercatore di archeologia dell’Università di Potenza, entusiasta e competente.

L’antica Satrianum (in territorio di Tito)
Noi camminanti del XXI secolo siamo stremati dalla salita e ipotizziamo che il motivo dei frequenti abbandoni sia che quel luogo è troppo in alto per arrivarci in tempo di pace. La torre normanna domina la valle e costituirà nei giorni successivi del cammino un punto di riferimento per orientarsi. Ci ricorda che in questa valle passava una via di una certa importanza strategica, che eravamo (e siamo) alla periferia degli imperi: probabilmente di qui è passato Federico II, di sicuro la regina Giovanna d’Angiò e da qui si sono disegnati e trasmessi feudi e latifondi.

La torre normanna che domina la valle
Il cammino: i borghi
Arriviamo dall’alto al borgo di Savoia (Salvia ai tempi di Passannante). Sembra un presepe d’estate, stretti vicoli e in alto il castello. Con Giovanni Ricciardi e altri giovani della Pro Loco parliamo della memoria del loro coraggioso e sfortunato concittadino, cui è stato dedicato di recente un importante convegno (e la cui immagine – dal murale – è riprodotta su magliette), della tomba che è stata danneggiata, ma anche delle tradizioni legate alla musica e alla danza popolare (la salviana), del percorso che porta giù nel vallone fino alla cascata e del paese.
Savoia, 700 metri di altitudine, ha poco più di 900 abitanti e – ci dicono – ne perde 100 ogni dieci anni. Non sembrano rassegnati, sembrano anzi molto combattivi. Donatello Salvatore ci ha accolto nel suo b&b e ci ha raccontato molto della storia, dell’agricoltura, dei problemi della zona. Angelo Gagliardi del Salvia Ranch (nome eloquente) ci fa assaggiare una pasta con i peperoncini cruschi davvero speciale.
Anche qualche signora molto anziana ci chiama e chiacchiera con noi dalla finestra, gentile e curiosa (più silenziosi gli uomini), ma per la verità intuisco più che capire: il dialetto cambia da un paese all’altro e qui mi risulta particolarmente ostico.

Il borgo di Savoia (già Salvia)
Sasso di Castalda è per molti versi simile. Di abitanti ne ha ancora meno, 715. A 949 metri di altitudine, è arroccato sul cucuzzolo ed è altrettanto pittoresco, ma ha saputo valorizzare la sua conformazione geologica con un’idea (dell’amministrazione comunale) che ha fatto la sua fortuna: la realizzazione nel 2017 di un frequentatissimo doppio ponte tibetano. In zona ci sono anche belle passeggiate e possibili arrampicate: un paesino di montagna davvero bello, l’ideale per passarci qualche giorno. E con la neve deve essere magico.

Sasso di Castalda
Ci arriviamo con una sosta nella tenuta di Giovanni Distefano, che ci offre aperitivo con formaggio e vino (ormai è diventata una gradevole abitudine nell’incontro con le “destinazioni umane”): a fianco di una bella vigna ha costruito una “casa sull’albero” (b&b) e ne va giustamente molto orgoglioso.
Nel centro storico hanno trasformato alcune case di pietra molto suggestive in stanze per i turisti, tipo albergo diffuso (io dormo in quella della nonna di Giovanni, con vista paese e ponte tibetano). Il centro è stato interamente ristrutturato e appare molto curato. Il paese ha saputo reinventarsi e ha superato bene la crisi del Covid.

Il ponte tibetano
Nel 2021 un altro paese, Castelsaraceno, ha realizzato un ponte tibetato, ancora più lungo: sono entrambi in provincia di Potenza e a un’ora di auto l’uno dall’altro: per ora sembra ci siano appassionati sufficienti per entrambi. Individuare o creare l’”attrattore” turistico – e saperlo raccontare – è un rovello per amministratori e operatori.
A Pignola invece la popolazione cresce ormai da molti anni, e ha raggiunto quasi i 7.000 abitanti, probabilmente per la vicinanza a Potenza. Storicamente è un paese importante e dinamico: chiese, conventi, una tradizione artigiana (costruttori, lavorazione della pietra e del ferro) e un’agricoltura florida con un prodotto tipico: i fagioli rossi.

Pignola: i portali

Pignola: le rovine della chiesa di san Donato
Pignola è famosa per essere “il paese dei portali”, che sono in effetti centinaia nel centro storico, tutti diversi: un patrimonio che rendono unico e gradevolissimo il borgo, molto ben promosso dai ragazzi della Pro Loco, che ci raccomandano – fra l’altro – di non perdere le rovine della chiesa di san Donato, in cima al paese (molto suggestive).
Sant’Angelo Le Fratte, 1300 abitanti, 560 metri di altitudine, è un bel paese, molto ben tenuto e molto accogliente, incastonato fra le montagne. Da qui saliamo al meraviglioso Campo di Venere.
Nella memoria di noi camminanti resta impressa la serata musicale con il nostro “musicista in cammino” e alcuni amici del posto. Ci passiamo prima del tramonto e al mattino: molte chiese (è stato sede di diocesi per 400 anni), murales dappertutto, quasi come a Satriano. Colpito duramente dal terremoto del 1980, Sant’Angelo è a rischio idrogeologico molto elevato. Alla conformazione geologica e alle frane deve una delle sue principali attrazioni, le “cantine”, scavate nella montagna, dove si conservano vini, formaggi, salumi (interventi in corso per metterle in sicurezza). Sono luoghi privati e chiusi, e non le abbiamo visitate, ma sono aperte ai visitatori una volta l’anno (prossimamente dal 12 al 15 agosto), anche con degustazioni.

Sant’Angelo Le Fratte

Sant’Angelo Le Fratte
Brienza, un po’ meno di 4.000 abitanti, 713 metri di altitudine, è arroccato intorno al Castello Caracciolo: molto bello da vedere scendendo dal santuario del Crocifisso (meta di un pellegrinaggio molto popolare). Tracce di cinta muraria, molti palazzi, la stessa urbanistica, danno l’idea di quanto il paese di Mario Pagano sia stato storicamente importante e florido. Ma il centro storico – in un attraversamento veloce – ci è sembrato un po’ degradato (e il castello era chiuso).
Abbiamo attraversato i loro territori, ma non abbiamo visitato i paesi di Tito e Atena Lucana.

Brienza, uno scorcio del centro con il castello Caracciolo

Brienza, il Santuario del Crocifisso
La Compagnia Petra e il Cantiere Artistico: un percorso di ricerca-azione
Questi borghi sono i protagonisti del Cantiere Artistico, partito con una prima fase di ricerca-azione a maggio. L’obiettivo è, attraverso laboratori, incontri nei Comuni e pratiche partecipative, accompagnare le comunità in un percorso di ascolto e riflessione sul tema della libertà.
La libertà sta molto a cuore alla Compagnia Teatrale Petra, che è nata nel 2011 a Satriano di Lucania. La sua è una storia significativa di “radicazione” culturale:
Per Petra è una sfida, una missione quella di pensare, condividere e produrre teatro nelle periferie geografiche e della società. In realtà è lo stra-ordinario risultato generato da una consapevolezza, quella di utilizzare il teatro, la danza, le arti performative per ridisegnare spazi di libertà, di possibilità di incontro e confronto, di crescita culturale lì dove lo spopolamento, la mancanza di opportunità e anche la mancanza di libertà sono predominanti.
Attraverso il linguaggio dell’arte e del teatro, la compagnia agisce sul territorio lucano ribaltando la sua visione da luogo periferico, isolato a luogo di possibile creazione artistica e sviluppo economico.
(Dal sito di Compagnia Teatrale Petra)
Dalla sua fondazione, Petra ha realizzato molti spettacoli per adulti e per ragazzi, dando spazio a linee e generi diversi e contaminandoli: teatro, danza, teatro nel paesaggio… (lo spettacolo più recente è una piccola opera lirica per bambini fino a tre anni). Si è dedicata alla formazione per bambini/ragazzi, nelle scuole e in luoghi non deputati al teatro. A Satriano e Tito organizza una rassegna di teatro ragazzi per bambini e famiglie, “Scintille”.
Antonella Iallorenzi ha studiato in modo particolare i temi e le pratiche del teatro sociale, e da dieci anni opera con laboratori e organizzando rassegne nelle Case Circondariali di Potenza e Matera, e con un progetto di teatro danza recente e particolarmente innovativo, IN_OUT – finanziato dal PNRR – che mira a sperimentare la transizione digitale in carcere:
Attraverso l’utilizzo dei visori VR, con l’IN abbiamo portato “dentro” una rassegna di contenuti multimediali per i detenuti, con l’OUT porteremo “fuori” la poetica che i detenuti hanno generato durante il laboratorio di teatro-danza”. Il progetto, avviato a Potenza e sperimentato negli istituti di pena di Potenza, Matera, Melfi, Bari, Brindisi, Lecce, Trani aspira a diventare una buona pratica replicabile in altri istituti e contesti.
Il teatro in carcere è centrale nell’attività di Petra. A questa esperienza è stato dedicato un libro, Altrimenti il carcere resta carcere, a cura di Ornella Rosato e Alessandro Toppi, Bulzoni (anche in versione digitale), e con riferimento alla promozione in carcere la compagnia ha presentato domanda di finanziamento al MIC ai sensi del FNSV.
Un passaggio organizzativo-artistico importante nella vita di Petra è stata Matera capitale europea della cultura 2019, per il sostegno a una produzione impegnativa, Humana vergogna (invenzione, drammaturgia e testi Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti) ma soprattutto per i percorsi di formazione e i metodi acquisiti.

Compagnia Teatrale Petra, Humana vergogna
Sostiene Antonella in un’intervista:
Abbiamo iniziato nel 2018 e siamo stati selezionati tra i ventisette project leader (pl) che hanno fatto parte del progetto di Matera 2019. Tra queste ventisette organizzazioni lucane di diversa natura c’era chi si occupava di musica, chi di arte contemporanea, chi di teatro, chi di cinema. Il percorso di avvicinamento è stato accompagnato da Arianne Bieou, la nostra manager culturale, attraverso un processo di cocreazione, un percorso con formazioni e step di affinamento delle nostre azioni tematiche: i workshop erano legati a temi come la direzione artistica, il partenariato europeo, la creazione dal basso… Per la prima volta c’è stato un confronto tra i creativi lucani, per la prima volta eravamo insieme a fare un percorso di crescita di competenze, per cui se oggi parliamo di policy, di public engagement o di cocreazione tutti capiamo cosa siano e questo è stato importantissimo per dare una spinta e un motore in tutta la regione. Le organizzazioni non erano solo di Matera, bensì di tanti luoghi piccoli o grandi dove ci sono dei “folli” che sviluppano pensieri e progetti e che adesso sono, siamo, ancora in contatto. Abbiamo fondato un comitato per cercare di non disperdere quanto accaduto e lavorare sulla legacy, che era il compito della Fondazione, disatteso. Stiamo continuando a lavorare sulla forza di una rete multidisciplinare nelle competenze.
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Sul ruolo di Matera Capitale concordano anche gli amici di Ivy, del resto mentori del Il canto degli uomini liberi sono stati Paola Lopes e Domenico Bruno, che hanno contribuito a dare forma al progetto (e sono fra gli animatori degli eventi di Matera del 2019).

Compagnia teatrale Petra, Humana foresta, co-produzione Scarlattine Teatro-Campsirago Residenze, ideazione e regia Antonella Iallorenzi e Raffaella Giancipoli, con Antonella Iallorenzi
Il Cantiere Artistico è condotto da cinque realtà culturali lucane, Compagnia Petra, ArtePollino, La Luna al Guinzaglio, Sotto il Castello, Lia Zanda Architetto. In ogni paese si è tenuto un incontro zero con le comunità, l’obiettivo è portare ciascuna a dare una propria definizione di libertà, da affidare, in una successiva fase, a un artista in residenza per farne un’opera permanente. In tutti gli incontri si sono poste tre domande:
- Ci sono storie e leggende significative legate a questi paesi?
- Esistono, in questi Comuni, particolari sfaccettature del concetto di libertà?
- Da cosa è caratterizzata l’identità di questo paese?
Si parte quindi dalla raccolta di storie, luoghi, persone di riferimento, fatti storici. Ci si confronta poi sulla percezione che ognuno ha del paese, cercando punti comuni e incalzando la discussione sul concetto di libertà nel territorio. Ci si interroga infine sull’identità cittadina e su quella degli altri paesi, esplorando il concetto da tutti i punti di vista (ambientale, sociale, culturale, eccetera)
L’incontro zero è stato quasi ovunque vivace e ha rilevato bisogno e desiderio di partecipazione. Le riflessioni diventeranno il punto di partenza di una call nazionale per artisti, saranno gli stessi cittadini a selezionarli e a realizzare con loro le opere ispirate a questi territori (punto di arrivo il festival 2026).
Riflessioni “nel tempo di un amaro”
Il progetto prevedeva un’ulteriore azione: Artisti in cammino. Compagnia Petra ha chiesto ad alcuni artisti e operatori culturali di percorrere la prima volta del cammino Il canto degli uomini liberi, dal 2 all’8 giugno, nel gruppo dei camminanti e di restituire ogni sera, “nel tempo di un amaro”, in modo semplice e informale, il loro sguardo sul percorso, sulla libertà, sul senso del cammino….
Gli artisti-operatori erano Michele Altamura, attore e regista (che Antonella conosce da tempo e con cui ha avuto un incontro professionale recente con il laboratorio all’interno della Casa Circondariale di Potenza, nell’ambito del progetto IN_OUT), Emanuele Tataranno, musicista e organizzatore musicale lucano, io stessa, operatrice culturale e viaggiatrice (che sono stata insegnante di organizzazione teatrale di Antonella alla Sapienza, e l’ho ritrovata durante la ricerca e la preparazione del libro che ho curato sulle leggi regionali per lo spettacolo, vedi qua).
Gli interventi hanno chiuso con leggerezza riflessiva le cene (ottime e abbondanti, in locali accoglienti, con piatti locali su cui regna il peperoncino crusco). Sono stati brevi e intensi, rallegrati da overdose di Amaro Lucano: e cosa vuoi di più dalla vita? (Lucano era lo sponsor, c’è anche la versione analcolica, piuttosto disdegnata dai camminanti). Hanno inoltre contribuito all’affiatamento del gruppo e a creare relazione con gli amici del posto che ogni sera ci hanno raggiunto.

L’Amaro Lucano (versione analcolica), con Rocco Perrone, Mimmo Albano, Michele Altamura e Antonella Iallorenzi
Nella prima serata, a Satriano, Antonella Iallorenzi e Rocco Perrone hanno raccontato l’origine del progetto, l’importanza che riveste per loro, la centralità degli incontri, delle “destinazioni umane”. Antonella ha raccontato il percorso di Petra, il rapporto con il territorio, e ha insistito soprattutto sul tema della libertà, e naturalmente si è cominciato a parlare anche di Passanante.
Infine ha posto a tutti una domanda: quando e perché vi siete sentiti davvero liberi, o al contrario quando non lo siete stati?. Ha regalato un quadernetto e invitato a scrivere, con calma, anche al ritorno, ma una prima risposta l’abbiamo raccolta nell’ultimo incontro.

Nel tempo di un amaro al ristorante Caluae di Satriano.
I lettori di Ateatro di certo conoscono Michele Altamura e la sua compagnia, Vico Quarto Mazzini. Gli spettacoli belli e interessanti e i riconoscimenti non si contano, ma l’ultima stagione è stata particolarmente felice per il successo della Ferocia di Nicola Lagioia, culminato in quattro Premi Ubu. Pochi sanno però che Michele è un grande camminatore e sul senso del camminare (e dei cammini) ha ragionato molto. Il suo intervento al Salvia Ranch di Savoia ci ha aiutato a mettere in ordine i pensieri: può succedere di scegliere di percorrere 120 chilometri in 6 giorni, ma senza sapere bene perché. Lo ha fatto con le parole di Henry David Thoreau, il più ambientalista e rivoluzionario scrittore e filosofo americano, da Camminare (titolo originale: Walking, or the Wild). È un libretto prezioso, una raccolta dei pensieri nati durante le sue escursioni solitarie. Una sezione è dedicata proprio all’arte di camminare, che consiste soprattutto nella capacità di staccarsi dai pensieri quotidiani per guardare dentro di sé ed entrare in sintonia con la natura. È del 1862, ma sembra scritto oggi, e per noi camminanti del Canto degli uomini liberi.
Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a mai più rivederli, se hai pagato i tuoi debiti e stilato il testamento, se hai sistemato tutte le cose e sei un uomo libero, allora sei pronto per una passeggiata.
Ho chiesto a Michele Altamura di riprendere e completare il ragionamento qualche giorno dopo il rientro:
Il senso che ritrovo nel camminare e anche in questo cammino ha a che fare con il recupero della dimensione del tempo. Dei tempi che spesso non abbiamo e ci sottraiamo da soli. Nel legame con il teatro è stata sempre, e inizialmente in modo molto forte, una scelta di libertà (e di libertà si parlava in questo cammino). Un tempo che a un certo punto mi sono reso conto di non dominare più, c’è un sistema nel quale entri e che ti chiede di produrre, fare fare e fare …creare …ma non si parla più di creare, si parla sempre più di produzioni che di creazioni. Il tempo del camminare l’ho scoperto come tempo utile anche per ritrovare quella pulizia necessaria per poter creare qualcosa, ideare uno spettacolo. Poi succede di chiudere tutto per una settimana, prendersi un tempo per mettere un’idea dietro l’altra nella natura… e ti ritrovi che il lunedì successivo apri il computer e trovi una montagna di cose lasciate in sospeso, risposte da dare… i due, tre giorni successivi sono stati duri.
Il camminare è veramente un esercizio di pulizia e quindi di libertà, per prendere un ritmo del respiro quotidiano che ti aiuti a metterti liberamente di fronte alle creazione, ai progetti… E questo l’ho ritrovato, un tempo del non fare nulla, anti produttivo, il contrario di come va il mondo. In questa settimana siamo riusciti a farlo. Anche il dialogo fra le persone, per esempio noi due, diventa più naturale, più profondo, più disteso e questo è molto raro, se ci fossimo trovati in un bar davanti a un caffè non avremmo avuto accesso alla qualità dei giorni passati assieme in Basilicata. E questo mi è molto utile, perché ritrovare un tempo del pensiero al presente, non sempre declinato al futuro, fra uno, due anni, sei mesi… veramente nel presente nello stare.
Quando si cammina per non farsi male bisogna stare nel passo dopo passo e penso che questo abbia a che fare anche con la qualità che bisogna trovare nello stare in scena. Quando è in scena l’attore, il personaggio deve stare lì, deve accadergli tutto passo dopo passo e solo così puoi dare una sensazione di verosimiglianza allo spettatore. Perché tutto deve accadere in quel momento, non ci sono progetti, non ci sono programmi.
(19 giugno 2025)
Camminare con Michele è stato bello anche per me, abbiamo parlato, e siamo stati anche molto in silenzio, è stato un formidabile compagno di strada.

Mimma Gallina e Michele Altamura in cammino
Manuel “Brando” Tataranno è musicista e cantante del gruppo Krikka Reggae, ma è anche un promotore culturale molto attivo, organizzatore e direttore artistico del Metaponto Beach Festival e di Arezzo Wave Basilicata. Per la verità Emanuele non ha retto tutto il cammino (lo aveva sottovalutato, succede ai ragazzi di mare), ma ci ha regalato una bellissima serata, a Sant’Angelo Le Fratte, musica e considerazioni tutte dedicate alla Basilicata, sconosciuta e trascurata, come nei meteo televisivi: “Potenza non pervenuta”. Il dialetto lucano del resto (quello di Bernalda per la precisione, che è in provincia di Matera, Basilicata ionica), assieme alla rielaborazione della musica giamaicana è l’elemento caratterizzante dei brani dei Krikka Reggae.
Il gruppo è nato nel 2001, già nel 2004 ha vinto l’Italian Reggae Contest come miglior gruppo reggae emergente e da allora i brani originali, i dischi, i premi, i concerti in tutta Italia e anche all’estero non si contano e tutti i nostri amici della Valle del Melandro conoscono i testi, li cantano, si aggiornano sulle prossime uscite discografiche. Chi non è del territorio potrebbe forse ricordare Basilicata on my mind, che il gruppo esegue nel film Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo (per inciso, quel cammino – quello del film – non esisteva, ma di recente è stato adattato e tracciato, e si può percorrere).
Rispetto al dialetto fa eccezione un altro brano, Lukania del 2012, che è in italiano ma è un grido d’amore e d’orgoglio ed è diventato un vero e proprio inno per il territorio, e anche il nostro gruppo di camminanti lo ha adottato nei successivi giorni di cammino.
Io vivo in Lucania, vengo dalla Lucania
Per chi non la conosce o non l’ha ancora visitata
Al centro tra la Puglia, la Calabria e la Campania
C’è la Basilicata, bellezza inesplorata…
(molto orecchiabile e perfetta per la marcia, testi e brani reperibili on line).
Manuel Tataranno è stato accompagnato da Enzo di Stefano alla chitarra.

Manuel Tataranno, alla chitarra Enzo di Stefano a La Cantina di Sant’Angelo Le Fratte
Ma quella sera a La Cantina la musica è andata avanti ben oltre il tempo di un amaro. Emanuele Sileo di Ivy alla chitarra e Rocco Petrullo all’organetto (è il farmacista di Sant’Angelo e ci ha raggiunto con altri compaesani per la serata) hanno passato in rassegna tutto il repertorio popolare locale e in particolare le hit del carnevale di Satriano. Il pezzo forte – un po’ osé – è trascinante e si suona per le “Nozze della Ziza”: Tuppe, tuppe è in italiano e anche questo brano è diventato un tormentone del gruppo in cammino. La serata si è conclusa con balli locali e quadriglia, tutti euforici.

Emanuele Sileo alla chitarra e Rocco Petrullo all’organetto a La Cantina di Sant’Angelo Le Fratte
All’agriturismo Domus Otium di Atena Lucana non abbiamo rinunciato all’amaro, ma Rocco Perrone ci ha proposto un’esperienza di Ecstatic dance prima di cena. È una forma di danza libera, dove ci si muove senza schemi o vincoli, lasciandosi trasportare dalla musica e dalle emozioni. Forse non abbiamo raggiunto lo stato di estasi, almeno non io, ma è stato bello e ho apprezzato molto la colonna sonora e il tramonto.
A me era stato richiesto, arrivati alla fine del cammino, di fare una sintesi, trarre qualche riflessione conclusiva sull’esperienza. Sono considerazioni che conoscete già se siete arrivati a leggere fin qui.
Ma soprattutto in quella occasione ci ho tenuto a sottolineare che la famiglia di Rocco e Emanuele e il nostro gruppo erano state la principale e più autentica “destinazione umana”: l’incontro con persone curiose, interessanti, originali, un po’ pazze e sagge assieme è stato per tutti una bella sorpresa.
Il gruppo dei camminanti e la libertà
Nell’ultimo incontro Nel tempo di un amaro abbiamo cominciato a raccogliere le risposte alla domanda di Antonella (quando e perché vi siete sentiti davvero liberi, o al contrario quando non lo siete stati), e qualche impressione sul cammino.
Dal mio punto di vista la libertà è associata al movimento, e il movimento alla felicità. Per questo ho trovato molto stimolante il titolo. Libertà e felicità che si accompagna però sempre alla consapevolezza di essere privilegiati, nati nel momento giusto e nel posto giusto del mondo, per questo imbattersi in Passannante, la sua utopia, il suo gesto disperato contro l’ingiustizia è stato stimolante.

Riporto qualche passaggio dalle risposte dei compagni di strada. Da parte di tutti ci sono stati complimenti e ringraziamenti a Rocco, a Emanuele, a Antonella, alla famiglia tutta, alla qualità dell’ospitalità.
- Libertà è stato decidere in pochi minuti, senza troppe complicazioni, di fare questo cammino (Vito)
- Pensando alla libertà mi viene in mente Mandela, che ha sempre sostenuto di essere un uomo libero. Facendo queste passeggiate in mezzo alla natura mi sono sentito molto libero, libero di chiacchierare e di non chiacchierare. (Vincenzo)
- Libertà è stato considerare che questa terra ha la sua Bellezza con la B maiuscola e non hanno voglia di aggiungere altro, solo di valorizzare quello che c’è. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Libertà è respirare e quel respiro…è già tutto. Non hai bisogno di altro, perché nel bisogno non c’è più libertà. Mi commuovo perché ogni volta che incontravamo una persona c’era quel qualcosa che.. non lo so, una cosa che non ho mai vissuto, l’essenziale. L’essenziale è un valore, la cura dell’essenziale aiuta ad essere più liberi. (Lella)

Ringraziando Rocco, Lella ha ricordato scherzosamente che qualche volta tende a imbrogliare sulle reali distanze, sui tempi, sulle difficoltà e che era necessario interpretarlo. E proprio Lella, nel corso del cammino, ci ha molto divertito traducendolo con ironia nel linguaggio dei segni.
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- Sono d’accordo che l’essenzialità è un valore importante e qui l’ho trovato. Volevo scoprire la Basilicata e fare un cammino, ho scelto questo e ho trovato delle belle sorprese, queste atmosfere, l’incontro con le persone che vivono qui e hanno voglia di far vivere questa regione. (Giovanna)
- Non avevo esperienza di cammini, ho scelto questo quando ho visto il bellissimo nome che avete scelto, non conoscevo la Basilicata e mi sono buttato senza nessuna aspettativa, quindi la realtà è andata oltre ogni più rosea aspettativa. In questi giorni mi sono sentito libero perché ho sentito che non avrei avuto nessun giudizio da parte degli altri. E’ quando si è liberi di essere se stessi senza essere giudicati che si è veramente liberi. (Nicola)
- Anch’io mi sono sentita estremamente libera in tutte le mie manifestazioni. Il mio amore per gli animali per esempio non sempre viene compreso, tante cose di me non vengono comprese, mi sono sentita libera con tutti e con me stessa. lo dovevo soprattutto a me stessa. (Brunella)
- Il tema della libertà per me è legato a stretto giro al tema della paura: la paura di essere accettati, di incontrare persone che non conosci. Ma passare del tempo con persone che non conosci è la più grande libertà. Poter stare in silenzio con una persona, non dover riempire i tempi con la chiacchiera, stare assieme e camminare nel silenzio. Perché l’habitat dei luoghi che stiamo attraversando in questi giorni è il silenzio, i posti dove abbiamo camminato, adesso che non ci siamo più noi, restano nel silenzio: il loro statuto di esistenza è il silenzio, e rispettare un luogo per me significa anche rispettare quel silenzio. Il cammino è un grande insegnamento da questo punto di vista, tutto nasce dal silenzio. (Michele)
- Io sono qui perché anni fa ho conosciuto Manuele a Maratea, mi è piaciuto tantissimo lui e i suoi collaboratori, per cui ho deciso di fare qualcosa per aiutarli, quello che posso fare …e questa è la terza volta che vengo in Basilicata, e questo cammino è stato bellissimo, conoscere la famiglia di Emanuele e di Rocco, questa collaborazione cui noi nel nord non siamo abituati. La libertà: io mi considero fortunata di aver potuto decidere di venire qui, camminare nella natura in questi posti meravigliosi, ho camminato da sola in silenzio ma libera di scegliere quando volevo stare da sola e quando volevo avvicinarmi a qualcuno e raccontarci un po’ le nostre vite. (Marisa)

- Prendo spunto da domande e cose che ci siamo detti. Mi sono sentita libera forse per la prima volta quando ho sentito che la felicitò era un mio dovere. Quando ho trovato una persona con la quale essere un cerchio intero e non mezzo cerchio da completare. Quando ho smesso di regalare le giornate di sole ad un padrone. Mi sono sentita libera camminando, lasciando pensieri e parole fluire al ritmo della mia anima. Mi sento libera ora di condividere queste emozioni con voi. (Silvia, legge)
- Cammino da giorni con la testa bassa al sole nel caldo, non alzo gli occhi dal terreno, al massimo li giro verso i lati, sinistra destra, sinistra destra sembrerebbe un ruolo da lavori forzati, da prigionieri, da piantagione dell’Uomo del Monte. In realtà negli occhi ho il verde, una massa, una cascata, un continuo, e nel verde ci sono fiori di ogni tipo (…) Ho il verde negli occhi e dentro e questo mi basta per essere libero. (Davide, legge)
- Sono uscita dal ruolo dell’organizzatrice che stava qui per scoprire il cammino e sono stata una del gruppo, vi ringrazio di avermi accolto. Grazie al cammino ho avuto la possibilità di scoprire questo territorio con la mia pelle, con i miei occhi e non più dai racconti degli altri e questo è stato fondamentale perché per me libertà significa sperimentare i miei limiti e i miei confini, quello che mi piace e quello che non mi piace. E anche cambiare idea, e in questi giorni ho cambiato spesso idea, su di voi, su di me, sulla Basilicata, e ho avuto la libertà di essere me stessa. Ho avuto la libertà di imparare tanto (c’è chi mi ha insegnato a camminare con le racchette, chi a fare la valigia…) è stato un vero viaggio della libertà. (Stefania)
- Ho la fortuna di fare un lavoro che quando mi sveglio la mattina ho voglia di fare, anche se sono giornate molto complicate per me, perché a parte camminare bisogna tenere assieme tutti i pezzi (i ristoranti, la logistica…). La domanda mi ha stimolato, ma è necessaria una premessa: partiamo da un punto di vista privilegiato, basta vedere cosa succede nel mondo. Anch’io ho pensato a Mandela e a Passanante. È più libero un uomo che è stato trent’anni in carcere ma ha avuto il coraggio di portare avanti le sue idee, o chi nel corso di una vita non riesce a trovare la sua vocazione, a trovare se stesso? Io mi sono sentito libero facendo meditazione, quando per qualche minuto riesco a non pensare più a niente, allora mi sento sicuro con me stesso e non ho bisogno di niente, sono momenti rarissimi, è difficile arrivarci, ma sono i momenti di massima libertà. (Rocco)
Andante di Faber Teater, un finale perfetto
Domenica mattina, il giorno dopo la fine del cammino, poco prima della partenza, partecipare a Andante di Faber Teater è stato come trovare una voce ai nostri pensieri, rimetterli in ordine: lo spettacolo parla del senso del camminare, dell’ascolto della natura e di sé stessi, di libertà, del silenzio, del ritmo passo dopo passo… insomma di noi, del gruppo che aveva camminato assieme e dell’esperienza appena conclusa. Non è frequente trovare a teatro una corrispondenza così precisa ai propri sentimenti e pensieri, è stata una sensazione nuova, un finale perfetto, mi sono commossa, e con me gli amici che erano rimasti.
Andante è una creazione collettiva, una performance itinerante, pensata e adattata di volta in volta a spazi naturali, nel nostro caso il Bosco Ralle, poco a monte di Satriano. Gli spettatori – individualmente, collettivamente e in piccoli gruppi – sono guidati dai performer in un percorso immersivo, invitati all’ascolto della natura, del proprio movimento, del tempo, avvolti dal canto e accompagnati da un testo che scompone, rimescola e ripete pensieri, assonanze, giochi di parole sul tema del camminare (la drammaturgia è di Gianluca Favetto e Simona Gonella).
Non avevo mai visto uno spettacolo di Faber Teater, anche se il gruppo è attivo dal 1997: non so quindi quanto questo stile – che mi ha molto colpito – ricorra nelle altre creazioni. Leggo che il gruppo privilegia il lavoro d’attore, il teatro di gruppo, la creazione collettiva, ispirandosi a diverse tradizioni e discipline (yoga, danza, acrobatica, canto, narrazione…), sembra una bella e antica utopia.
Quello che mi ha coinvolto e affascinato nello spettacolo, oltre alla scelta del tema e della forma (itinerante, nella natura), è la ricerca vocale, e musicale: drammaturgia musicale e musiche originali sono Antonella Talamonti, compositrice, formatrice e vocalista (si riconosce mi sembra, lo stile della Scuola Popolare di Musica di Testaccio di Roma con cui ha collaborato per molti anni). La performance corale degli attori – Francesco Micca, Marco Andorno, Lodovico Bordignon, Lucia Giordano, Paola Bordignon, Sebastiano Amadio – è di estrema precisione, un risultato che presuppone un grande affiatamento e che ha certamente richiesto una lunga e accurata preparazione collettiva, ma lo sforzo non appare, gli spettatori sono al contrario coinvolti con e dalla gentilezza di questi folletti dei boschi. E, come direbbe qualcuno dei nostri camminanti, la gentilezza è un valore.

Faber Teater, Andante
Canto degli uomini liberi Festival
Il momento artistico conclusivo di questa prima fase 2025 di Canto degli uomini liberi, non poteva che essere un festival. Dal 2 all’8 agosto toccherà i comuni della Valle del Melandro. Proporrà l’arte, la parola, il suono come strumento per riscoprire i luoghi, ogni evento sarà nel paesaggio, in alcuni dei luoghi che abbiamo conosciuto nel cammino: foreste, prati, centri storici…
Il filo conduttore è naturalmente la libertà, che cosa è la libertà.
Cosa significa oggi sentirsi liberi, essere liberi? Cosa può nascere, nel cuore del Sud, da un territorio che ha ancora voce per raccontarsi?
Canto degli uomini liberi è un festival, ma anche un gesto politico e poetico. È la trama viva di un processo in atto, che continuerà con altre artiste e artisti in cammino, con nuove tappe di ricerca azione, installazioni condivise, con le comunità che ci accolgono. Ci auguriamo che chi attraversa questo cammino – abitandolo, viaggiando, ritornando, venendo da lontano – possa portare con sé un passo nuovo. Un passo che non cerca la meta, ma la presenza. Un passo che canta, che ha la voce di donne libere e uomini liberi.
Scopri il programma completo del festival.
In ogni paese è prevista una breve escursione e laboratori per bambini. A Pignola si terrà un reading itinerante dal brigante Carmine Crocco al poeta Rocco Scotellaro attraverso i 100 portali, a Brienza coro e racconti della tradizione del canto dei pellegrini al Santuario del Santissimo Crocifisso, nel centro di Sant’Angelo Le Fratte Valerio Aprea proporrà le storie surreali del suo libro Il (vero) problema di questo paese, a Savoia è previsto un recital di Andrea Satta dei Têtes de Bois (e immaginiamo che risuoneranno canti anarchici), al Bosco Ralle di Satriano una conversazione sulla libertà con Francesca Mannocchi, alla Casermetta di Tito Luntano ‘a te, concerto di Claudio Gnut, nuova potente voce cantautorale del sud. Infine a Sasso di Castalda al magnifico Bosco la Costara Coro a Coro di Rachele Andrioli, l’esito del laboratorio di canto polifonico per donne e uomini che amano cantare, con musiche popolari e d’autore dal mondo dove “si scopre la forza terapeutica del canto. In un’epoca caratterizzata da timore, incertezza e apatia, Coro a coro vuole essere un piccolo argine dove la musica costruisce ponti, accoglie, lenisce”.

La Casermetta di Tito (uno dei luoghi del festival)
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