Nell'arena delle balle di paglia a Cotignola
Un anfiteatro di paglia nel cuore della campagna di Cotignola dischiude ogni anno – da diciassette anni – un microcosmo effimero dove il tempo è quello un po’ eterno delle sere d’estate e lo spazio è quello un po’ frammentato dei sentieri tra i boschi.
Nell’arena delle balle di paglia è un festival conviviale: installazioni di land art, musiche sperimentali, spettacoli teatrali e letture poetiche sono i linguaggi creativi di un progetto che si rivolge, prima di tutto, alle persone.
Così, per una settimana di luglio, l’arena e il paesaggio naturale che la incornicia diventano luoghi accoglienti e gioiosi: i campi sono platea, le balle di fieno sedute e quinte. Famiglie, giovani, anziani passeggiano o si muovono tra le parallele scene allestite, raggiungibili lungo sentieri erbosi scanditi da mulini e percussioni mossi dal vento.
Il programma si muove all’interno di una cultura autentica, non calata dall’alto, capace di plasmare orizzonti di senso condivisi: dalla scelta gastronomica – dove piadine e crescioni diventano rito familiare – ai temi narrativi che animano l’Arena.
A dispetto dell’apparente semplicità, il programma dell’Arena delle balle di paglia dimostra una solida consapevolezza culturale e politica. Non si tratta solo di un evento locale ben riuscito, ma di un progetto radicato in un’idea di cultura accessibile, condivisa, intrecciata al territorio e alle persone che lo abitano.
In questo senso, il tema scelto per l’edizione 2025, Don Chisciotte, non è decorativo. È una presa di posizione. Come il cavaliere errante, anche questo festival sceglie di credere in un’utopia concreta: che si possa fare cultura senza grandi budget, senza sponsor invasivi, senza scendere a compromessi con logiche di mercato o spettacolarizzazione.

Nell’arena delle balle di paglia 2025, ph. Enrico Montanari e Alberto Fraccaroli
È una sfida non semplice, ma necessaria. E l’Arena la porta avanti con testardaggine e lucidità, offrendo uno spazio in cui arte, comunità e paesaggio convivono senza diventare vetrina o folklore.
Per comprendere davvero il valore dell’Arena – e per goderne pienamente – è necessario capire prima la comunità che lo rende vivo e lo nutre. Abbiamo tentato di farlo nei due giorni in cui siamo state a Cotignola. Abbiamo camminato per il paese, trascorso tempo nei bar del centro, parlato con chi a Cotignola ci vive da sempre e vive il festival non solo come sottofondo immancabile delle calde estati romagnole, ma anche come spazio di sperimentazione, talvolta azzardata, spesso sorprendente.
Entrati nell’Arena, abbiamo conosciuto coloro che lavorano dietro le quinte: organizzatori, volontari, tecnici, artisti. Non c’erano barriere, né ruoli rigidi. Ci si muove come una famiglia allargata: la piccola mensa allestita tra gli alberi è attraversata da un clima conviviale in cui ci si racconta e ci si chiama per nome.
Cosi, la deliziosa cena di benvenuto ci ha caricate a molla per l’inizio degli spettacoli serali nei luoghi dell’arena – sparsi tra angoli verdi, installazioni e balle di fieno – che avevamo esplorato poco prima, ancora vuoti e colorati di rosso da un bellissimo tramonto.
Abbiamo iniziato dal concerto di Luca Romagnoli: tra una canzone e l’altra, si aprivano monologhi intensi e taglienti, pieni di immagini forti. Un cantautore poetico e provocatorio, capace di passare dalla fragilità all’ironia.
A seguire, il palco centrale ha preso fuoco con il live dei Mombao: un rito liberatorio tra techno e percussioni tribali. Damon e Anselmo hanno trasformato il prato in una trance collettiva: non si capiva più dove finiva la musica e iniziava il corpo.
Il giorno dopo, il festival per noi è iniziato con un po’ di anticipo: abbiamo pranzato con lo staff e gli artisti che si sarebbero esibiti quella sera. Un momento, ancora, di risate e racconti. Le vere protagoniste, però, sono state proprio loro: le tagliatelle!
Nel pomeriggio abbiamo avuto modo di scoprire qualcosa in più sull’associazione che ha dato vita al festival: Primola Cotignola, affiancata da volontari e altre organizzazioni del territorio. Gli ideatori, gli allestitori e molti degli artisti sono tutti del posto: il festival non viene importato, ma nasce e resiste come festa in cui l’impronta rurale e locale viene creativamente trasfigurata in visione collettiva.
“Il nostro è un festival popolare”, commenta uno degli organizzatori, “per noi è importante tenere i prezzi accessibili”.
Anche la scelta degli artisti rispecchia questa filosofia: spesso avviene in modo spontaneo, attraverso il passaparola e le relazioni costruite nel tempo. Se un artista si trova bene, torna volentieri l’anno successivo o invita altri colleghi a partecipare. Il festival piace anche a chi lavora sul palco, e questo – oltre a creare un clima di fiducia e continuità – permette di contenere i costi senza rinunciare alla qualità. È un modello informale ma efficace, fondato sulla reciprocità e sull’adesione sincera a un progetto culturale condiviso.
Il primo spettacolo a cui abbiamo assistito quella sera è stato Ri-connessioni, una performance immersiva a cura del Collettivo Sindana con Enzo Cimino ed Enrico Giurdanella: due musicisti e una pianta – collegata a un impianto che trasformava le loro reazioni in suoni, amplificati dalle casse. Un’esperienza inaspettatamente meditativa, dove la natura sembrava rispondere, viva e partecipe.

Nell’arena delle balle di paglia 2025, ph. Enrico Montanari e Alberto Fraccaroli
A seguire, Sofia Zoli ci ha accompagnate nella voce di Jacques Prévert: una lettura poetica intensa, asciutta e necessaria.
Nell’arena centrale abbiamo in seguito assistito al Don Chisciotte del Teatro dei Venti, diretto da Stefano Tè. Uno spettacolo teatrale fatto di trampoli, musica dal vivo e poesia. Un viaggio folle tra mulini, diavoli, frati e villani, in cui la sconfitta diventava forza, e il sogno, un modo per stare al mondo.
Dopo cena (ancora con lo staff!), ci siamo recate all’ultimo spettacolo: il concerto dei Frank Sinutre. Tutti erano seduti in semi cerchio intorno ai due artisti al centro dello spazio roccioso del Veliero Vitalba – uno dei luoghi, secondo me, più suggestivi dell’arena. Musica elettronica e sonorità futuristiche hanno lasciato emergere il lato più sperimentale di una programmazione che si è infine dimostrata capace di far convivere cura e visione, radicamento e apertura. All’Arena delle balle di paglia abbiamo visto le lucciole di un mondo che, per quanto fragile, resiste nel buio dei presenti incerti.
MOOD DEL FESTIVAL: La terra, l’Emilia, la luna di Vasco Brondi
(scopri tutti i mood dei festival del TourFest 2025)
Il TourFest ha il sostegno di:

86




