Festival dei Due Mondi di Spoleto
Note che si diffondono tra pietre antiche, voci che si alzano verso il cielo e luci che accarezzano le facciate medievali: il Festival dei Due Mondi di Spoleto non è solo un appuntamento culturale, è l’atteso battito del cuore della città. Ogni anno, da 68 anni, quando il sipario del festival si alza, il borgo umbro si trasforma nella capitale italiana del teatro. Strade, piazze e luoghi di rappresentazione diventano crocevia di bellezza e meraviglia. La comunità spoletina aspetta con trepidazione e orgoglio il suo festival, preparandosi ad accogliere ospiti illustri della scena internazionale, maestri che portano con sé il meglio della musica, del teatro e della danza. La città si apre con tutta la sua eleganza al mondo, restituendo un’atmosfera vibrante e cosmopolita ai residenti e ai numerosi spettatori che la animano.
Se c’è qualcosa di speciale a Spoleto è vedere che la città diventa festival e vedere una città che ha vissuto il festival come una grande festa è stato per me motivo di grande emozione e grande soddisfazione!
(Paola Macchi, direttrice amministrativa e organizzativa del Festival dei Due Mondi)
Un festival d’eccellenza che, pur mantenendo una viscerale aderenza con le sue tradizioni e le sue origini, è ancora capace di parlare al presente:
Questo festival vive con progetti artistici dove la questione della forma, la questione degli interpreti è sicuramente importante, ma che al tempo stesso trasmettono contenuti di politica culturale forte: abbiamo visto spettacoli che parlano di femminicidio, di colonialismo, dei rapporti uomo – donna e che affrontano il campo dell’abbandono, tutti con una grande bellezza. Io non penso che un festival e un gesto artistico debba essere una lezione, ma bensì deve essere qualcosa che fa passare un messaggio attraverso l’arte.
(Monique Veaute, direttrice artistica del Festival dei Due Mondi)

Rufus Wainwright, Hadrian, Festival di Spoleto 2025, ph. Andrea Veroni
Parole ferme e decise quelle pronunciate dalla direttrice artistica durante la toccante conferenza stampa finale della 68ª edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, ultimo atto dei cinque anni di direzione condivisa con Paola Macchi. Dichiarazioni che condensano l’essenza della manifestazione: dialogare con la società attraverso l’arte, nella sua espressione più alta e consapevole. Con questa edizione si conferma la volontà del Festival dei Due Mondi di essere un ponte tra culture diverse, portavoce concreto di una coscienza comune, utilizzando una pluralità di linguaggi artistici capaci di intercettare le istanze del contemporaneo e dialogare con un pubblico ogni anno sempre più curioso e partecipe.
Un inno all’arte, alle sue molteplici forme e ai suoi interpreti più eccellenti, che hanno animato i luoghi del festival trasformando l’intera città di Spoleto in un palcoscenico diffuso:
Se c’è qualcosa che mi porterò dentro sono sicuramente le immagini di questo festival, di tutti i teatri pieni, di Piazza del Duomo gremita di persone, del Teatro Romano con un pubblico festoso e danzante. Così per tutti gli spazi, tutti i luoghi di rappresentazione. (Paola Macchi)
Con 67 spettacoli e 206 repliche, dal 27 giugno al 13 luglio 2025, numerosi artisti hanno portato da tutto il mondo la loro arte in città, contribuendo a costruire un dialogo tra culture diverse attraverso il linguaggio universale dello spettacolo.
Il Festival di Spoleto inaugura la sua 68ª edizione con la lirica, strizzando l’occhio alla tradizione spoletina istituita dal suo fondatore Gian Carlo Menotti, con un’opera dai toni contemporanei. Ad alzare per primo il sipario storico recentemente restaurato del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti è Hadrian, opera lirica firmata da Rufus Wainwright, cantautore statunitense-canadese pop-rock che, dopo un intenso percorso di studi, si è avvicinato alla musica classica. Con toni intensi e appassionati, Hadrian affronta in chiave moderna il tema di un amore omosessuale ostacolato da barriere sociali, conflitti di classe e giochi di potere. Uno spettacolo che ribalta il costume lirico tradizionale portando in scena l’uomo nella sua più intima essenza, nudo dinnanzi gli occhi giudicanti della società.

Blanca Li, Didon et Enee, Festival di Spoleto 2025, ph. Andrea Veroni
Spalti gremiti ogni sera anche per la suggestiva location del Teatro Romano, sito archeologico risalente al I secolo a.C. e oggi utilizzato come epicentro delle performance coreografiche del festival. Spettacoli nello spettacolo in cui l’arte si incontra con la storia, come si percepisce in Didon et Énée, opera della coreografa spagnola Blanca Li. A partire dal libro IV dell’Eneide, Li parla al presente utilizzando il mito, portando sulla scena il complesso rapporto uomo-donna e il discusso tema dell’abbandono. A dominare, su un palcoscenico ricoperto d’acqua che evoca il mare, le emozioni dei personaggi, rese esagerate ed evidenti dagli ampi movimenti del corpo e dalle espressioni facciali dei danzatori, per esprimere ciò che musica e testo non osano dire.
Un susseguirsi di repliche sold out per i numerosi spettacoli di prosa che hanno debuttato al festival in prima assoluta e che saranno protagonisti delle prossime stagioni dei più importanti teatri italiani. Prima del temporale di e con Umberto Orsini, regia di Massimo Popolizio, è un dialogo intimo e dai toni onirici che parla agli spettatori, facendo scaturire emozioni profonde attraverso il vortice dei ricordi. Il racconto autobiografico ma non autocelebrativo di una vita, quella di uno straordinario interprete come Umberto Orsini, spesa tra palcoscenici e camerini, nella memoria malinconica ma felice di un passato che non appartiene solo al singolo ma si riflette nella storia di tutti noi.

Umberto Orsini, Prima del temporale, Festival di Spoleto 2025, ph. Andrea Veroni
William Kentridge, visionario artista sudafricano, guida con la sua arte l’intero festival: curatore del manifesto iconografico della sessantottesima edizione e vincitore del Premio Carla Fendi STEAM 2025, è protagonista della mostra Pensieri fuggitivi e del progetto The Centre for the Less Good Idea. Sotto la regia di Kentridge, inoltre, prende vita sul palcoscenico del Teatro Gian Carlo Menotti The Great Yes, The Great No, performance ibrida in cui si coniugano prosa, oratorio e opera da camera. Un progetto complesso, che si muove in mezzo alla Parigi Nera degli anni Quaranta, tra il surrealismo e il movimento della Négritude, con un libretto non convenzionale che spinge all’originalità. Un grido potente verso la rivoluzione e un futuro di maggiore libertà e autenticità.

Mostra costumi, Festival di Spoleto 2025, ph. Andrea Veroni
A completare il ricco programma di performance multidisciplinari, nei palazzi più suggestivi di Spoleto sono state allestite alcune mostre, vere e proprie testimonianze della storia della manifestazione. Tra queste In scena. L’arte dei costumi al Festival di Spoleto a cura di Monica Trevisani, che ha riunito abiti di scena e bozzetti firmati dai grandi costumisti che hanno contribuito a scrivere la storia del festival. La location suggestiva del Complesso Monumentale di San Nicolò ha ospitato Il Laboratorio del Sogno, un progetto gratuito di artigianato realizzato dal festival in collaborazione con Lineapelle e aperto a tutta la cittadinanza spoletina, ai visitatori e agli spettatori. Uno spazio libero e partecipato, in cui persone di tutte le età hanno potuto esprimere la propria creatività sotto la guida esperta di artigiani fiorentini che trasmettevano con passione un’arte ormai rara.
Questa edizione segna il compimento di un quinquennio in cui il festival ha abilmente intrecciato l’arte con l’anima di Spoleto. Ora il Festival, fedele alla sua grandeur e alla propria posizione di prestigio all’interno del teatro italiano, si prepara a proseguire il suo cammino, punto di riferimento in un sistema teatrale estremamente mutevole.
MOOD DEL FESTIVAL: Volare (Nel blu, dipinto di blu) di Domenico Modugno
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