Trasparenze a Gombola
Polinago, comune dell’Appennino modenese, conta circa 1600 abitanti, distribuiti in diverse frazioni, una cinquantina dei quali arroccati in quella di Gombola.
Gombola però per qualche weekend all’anno si popola grazie a Trasparenze, festival di teatro contemporaneo ideato da Teatro dei Venti e organizzato con ATER e quest’anno anche in collaborazione con l’Associazione Mondo Barrio.
La parola chiave del festival è contaminazione: di luoghi, di pubblico e di linguaggi.
Teatro dei Venti ha portato Trasparenze nel cuore dell’Appennino modenese per creare un dialogo tra Modena, dove la compagnia svolge gran parte delle sue attività e dove si sono tenute le prime edizioni del festival, e le realtà di Polinago e Gombola.
Viene poi subito all’occhio guardando il programma del festival la compresenza di generi diversi, spaziando dalla performance contemporanea a spettacoli di narrazione fino a Fuoripista, il progetto di ATER Fondazione dedicato al circo contemporaneo, nel secondo weekend di festival.
Falene e danza contemporanea
Anche la danza contemporanea è stata protagonista. Ne è un esempio Moths, performance coreografica in divenire di e con Simona Bertozzi, in scena il 26 luglio nella chiesa del borgo, location che ha ospitato gran parte degli appuntamenti del festival. La chiesa costituisce la scenografia della performance: uno spazio spoglio, austero, sospeso, perfetto per ospitare le presenze fragili e inquietanti delle falene evocate dalla performer.
In scena c’è solo la postazione fonica di Luca Perciballi, musicista e compositore che con la sua chitarra costruisce un paesaggio sonoro instabile e dissonante, in dialogo costante con i movimenti convulsi e irregolari della performer. Moths è un lavoro basato sull’improvvisazione, dove movimento e suono si influenzano reciprocamente, generando un linguaggio in continua trasformazione. Non segue una narrazione lineare, ma propone un’atmosfera, uno stato emotivo da attraversare. I movimenti convulsi di Bertozzi si intrecciano con il ritmo forsennato e imprevedibile della chitarra di Perciballi, creando un paesaggio inquieto e instabile. Come quando una falena rimane intrappolata in una stanza, Moths richiama quella sensazione di allarme, quasi di timore, ma anche di pietà per quella creatura disorientata.
Le note dissonanti prodotte da Perciballi sono quasi descrittive, onomatopeiche, dei movimenti meccanici e maldestri delle falene. Simona Bertozzi sembra venire evocata, guidata, da questa materia sonora: il suo corpo si modula in risposta continua, come in un’onda che non ha mai lo stesso ritmo. I costumi, traslucidi e materici, in plastica e tessuto, amplificano l’instabilità e la fragilità della figura in scena, rendendola al tempo stesso presenza organica e innaturale.
In un festival come Trasparenze, che lavora da anni sull’incontro tra linguaggi e territori, Moths si inserisce come gesto performativo potentemente evocativo, che trasforma lo spazio della chiesa in un ecosistema sonoro e corporeo.

Moths, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
Raccontare l’ordinario
Trasparenze è però anche l’occasione per Teatro dei Venti di presentare in anteprima le sue produzioni. È il caso di Non una grande storia, in anteprima a Gombola il 26 luglio in attesa del debutto a L’ultima luna d’estate, nato da un’idea di Vittorio Continelli, unico attore in scena, e di Stefano Tè, che oltre a firmarne la regia è anche direttore artistico di Teatro dei Venti e di Trasparenze.
Lo spettacolo non racconta “una grande storia”: parla di quotidianità, di persone vere, di storie comuni, semplici. A questa semplicità rimanda tutto. In scena, oltre a Vittorio Continelli in pantaloni neri e camicia, ci sono solo una sedia e un leggio. Omar è un padre di famiglia, emigrato di prima o seconda generazione, che vive nella periferia di una grande città. Ai ricordi della sua vita, che si intrecciano in un continuo rimescolarsi del piano temporale, si alternano poi degli “a parte” nei quali Continelli smette di interpretare Omar e parla al pubblico di temi come il concetto di mito, contrapposto alla semplicità di una vita comune e quello di casa.
La cornice narrativa prova a tenere insieme i diversi piani, anche se a volte i passaggi risultano un po’ discontinui e la vicenda di Omar appare fin troppo carica di eventi. Un linguaggio quotidiano e riconoscibile rende la storia vicina, ma forse una maggiore essenzialità potrebbe restituire con maggior forza l’umanità del protagonista e il contesto storico evocato.

Non una grande storia, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
L’invisibile Godot
La marginalità, il rendere visibili gli invisibili sono temi fondamentali per Teatro dei Venti, che da anni porta avanti un intenso lavoro di teatro in contesti di fragilità.
È il caso di un’altra anteprima: Aspettando Godot, grande classico di Samuel Beckett portato in scena nella chiesa del borgo le sere del 24 e del 25 luglio dal Gruppo l’Albatro, storico progetto di teatro e salute mentale, nato grazie ad Abitare Utopie, progetto di Teatro dei Venti che dal 2020 opera attraverso laboratori teatrali rivolti alla comunità e condotti in contesti differenti, tra i quali il Quartiere San Giovanni Bosco di Modena, le Carceri di Modena e Castelfranco Emilia e, non da ultimo, il Borgo di Gombola.
Un’attesa che si fa specchio dell’esistenza: tra silenzi, ripetizioni e ironia, Beckett trasforma il vuoto in materia scenica. Lo spettacolo, diretto da Stefano Tè, con la collaborazione di Oxana Casolari, Francesca Figini e Alessandro Berardi, restituisce con forza la fragilità e la resilienza dell’essere umano di fronte al tempo che scorre.
Allo spettacolo è poi seguito un incontro per presentare To be – Theater Offers Beauty and Empowerment, il manifesto che raccoglie i valori della Rete Nazionale “Teatro e Salute Mentale”, a cura di Coordinamento Regionale Teatro e Salute Mentale e Rete dei Teatri. Durante l’incontro scopriamo che in scena sono presenti sia attori professionisti che attori appartenenti a contesti della salute mentale.
To be è possibile proprio perché è il prodotto di una rete, di uno sforzo condiviso di diverse soggettività. L’assioma di base del manifesto è infatti che la salute fisica e mentale sia un bene comune e che vada costruita insieme attraverso progetti che accolgono la fragilità e la valorizzano.

Aspettando Godot, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
Aristofane tra i vicoli di Gombola
Teatro dei Venti si occupa però di margine anche in senso geografico.
In un’Italia in cui sempre di più le città hanno un ruolo preponderante e i piccoli centri abitati come Polinago sembrano destinati a scomparire, Teatro dei Venti opera in controtendenza, portando il teatro dove non c’è. Trasparenze è un simbolo di questa modalità di lavoro, anche grazie al progetto Abitare Utopie. Ogni anno un laboratorio porta in scena gli abitanti di Gombola e Polinago e presentano il risultato durante il festival.
Dopo aver lavorato su temi come la Passione di Cristo o biografie o storie del territorio, quest’anno Stefano Tè, ancora una volta regista dello spettacolo e che a furia di tenere laboratori a Gombola si è così affezionato al territorio che ha finito per trasferirsi in un comune limitrofo, ha scelto un classico come Le donne al Parlamento di Aristofane, un testo corale che permette di dare spazio a tutti i partecipanti. Il sottotitolo dello spettacolo, Un’opera volgare, trova conferma nel racconto di Tè: pur alleggerito nei passaggi più espliciti, il testo va in scena in una versione abbastanza fedele all’originale (e alle sue battutacce).
Posto in apertura di festival nelle giornate del 24 e del 25 luglio, lo spettacolo inizia ai piedi del borgo di Gombola, per poi condurre gli spettatori nelle sue viuzze – un bel modo per scoprire il borgo – fino al gran finale: un banchetto nella chiesa. Traspare la passione dei partecipanti, il loro attaccamento a questo laboratorio. C’è chi, come il signor Emilio, ci trova un modo per occupare il suo tempo da pensionato, o chi, come Martina, è cresciuta in un paese dell’area e appena ha saputo del laboratorio ci si è fiondata perché altrimenti “in zona non c’è nulla da fare”.
Commuove anche fruire lo spettacolo muovendosi nel borgo insieme a zii, cugini, fratelli, nipoti degli attori, stupiti di vederli in quelle nuove vesti.

Le donne al Parlamento, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
Vent’anni di utopie possibili
Ad arricchire il programma del festival, la presentazione del libro Utopie nel mezzo. Vent’anni del Teatro dei Venti (Titivillus, 2025). Insieme a Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, curatori del libro insieme a Salvatore Sofia, membro storico della compagnia. Sono intervenuti Oxana Casolari, Francesca Figini e Stefano Tè. Mentre raccontano solo un’infinitesima parte delle avventure descritte nel libro e di quelle ancora più numerose che hanno vissuto, non smettono di emozionarsi. Dai loro sguardi e dalle loro parole traspare la componente umana che è propria di Trasparenze e del Teatro dei Venti stesso.
Tutti i progetti del teatro partono infatti dall’ascolto delle condizioni preesistenti: nelle favelas in Mozambico o nelle scuole modenesi, a guidare il Teatro dei Venti sono la sensibilità e la passione.

Utopie nel mezzo, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
Voci resistenti
Trasparenze però non è solo teatro. Ogni sera la piazza antistante alla chiesa si anima con un concerto. Venerdì sera è salita sul palco Mille, un nome di richiamo nazionale per il panorama indie. Con la sua iconica tutina e la sua travolgente energia ha dato la perfetta chiusa a una intensa giornata di spettacoli.
A movimentare la serata di sabato 26 invece sono stati Sandro Joyeux e la sua band. Il cantante di origini franco-italiane ha riscaldato una folla infreddolita, riuscendo a farci viaggiare tra dialetti e musiche di tutti i Sud, a portare in un mescolarsi di reggae e World Music messaggi politici di comunità e fratellanza che, dalla bandiera palestinese che accoglie il pubblico una volta arrivato nel borgo alle proposte di respiro fortemente sociale del programma, sono il marchio di fabbrica di Trasparenze.

Sandro Joyeux, Trasparenze Festival 2025, ph. Chiara Ferrin
MOOD DEL FESTIVAL: Dette Coloniale di Sandro Joyeux
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