A Gorizia il primo Festival dei teatri delle lingue minoritarie

Giulia Alonzo è ricercatrice presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. I suoi interessi di ricerca spaziano dalla Sociologia della Cultura alle Scienze Sociali e Umanistiche. È autrice di diverse pubblicazioni e libri sul teatro e i festival. È inoltre presidente dell’Associazione TrovaFestival, una piattaforma che dal 2017 mappa i festival culturali italiani.
Categorie: 206Tags: , , Pubblicato il: 19/09/2025Aggiornato il: 26/09/2025

Un viaggio tra lingue, culture e identità: nasce in Friuli il Festival dal teatri des lenghis minoritariis, ovvero il Festival dei teatri delle lingue minoritarie, il primo festival dedicato al teatro in lingua minoritaria. Abbiamo incontrato Massimo Somaglino, direttore del progetto, per capire come e perché sia nato questo esperimento unico in Europa. Dalla valorizzazione del friulano al dialogo con Catalogna e Frisia, il festival diventa spazio politico e culturale, dove le barriere si trasformano in ponti.

Che cosa si intende per lingue minoritarie e come nasce l’idea di un festival a loro dedicato?

Noi viviamo in Friuli, una terra dove si parla una lingua minoritaria, il friulano. Se arrivi qui, nelle osterie, nei negozi o nelle case, sentirai spesso un idioma che non è l’italiano. È una lingua riconosciuta dallo Stato italiano, assieme ad altre, perché ha caratteristiche strutturali proprie: non è una variazione dell’italiano, ma discende dal latino seguendo percorsi diversi. Possiede regole grammaticali e lessicali specifiche che le conferiscono lo status di vera e propria lingua. Rimane però minoritaria, parlata da una comunità limitata, seppur fortemente radicata nel territorio e nella quotidianità delle persone.

E come nasce l’idea di festival?

Qui c’è una lingua minoritaria, e in Europa se ne contano tantissime, circa 150, anche se le stime non sono mai precise. La Carta europea delle lingue minoritarie ne riconosce oltre 80. In totale, il 14% degli europei, cioè circa 50 milioni di persone, parla una lingua minoritaria…

Non poche…

Quando parliamo di lingue minoritarie o minoranze linguistiche, in Italia trovi isole linguistiche albanesi, croate, greche e molte altre. Partendo dalla nostra esperienza con il friulano, abbiamo pensato di creare un festival legato al teatro, perché la struttura che lo organizza è il Teatri Stabil Furlan, una realtà professionale che lavora in lingua friulana. L’idea è stata quella di invitare compagnie che si esprimono in lingue minoritarie. Ma attenzione: parliamo di compagnie professionali. Perché spesso queste lingue, essendo popolari, vivono soprattutto grazie ad amatori che fanno teatro per passione. Il rischio è che rimangano confinate a un uso vernacolare. Invece per noi la professionalità è garanzia di qualità artistica e di un riconoscimento più ampio della lingua stessa.

Come selezionate gli artisti per garantire la qualità del lavoro portato in scena?

Tutto nasce dai rapporti personali. Da anni faccio teatro, conosco artisti e strutture, e da lì siamo partiti, allargando poi con il passaparola. Così abbiamo incontrato compagnie di altri territori. Dalla Catalogna arriva Indi Gest, guidata da Jordi Oriol, che lavora in un teatro dove si fa esclusivamente teatro in catalano: là sono molto più avanti di noi. In Friuli, infatti, non esiste un teatro che produca solo in friulano, come non esiste un teatro interamente in sardo. In altre zone d’Europa, invece, la tutela delle lingue minoritarie è più radicata.
Abbiamo invitato Pier21, giovane compagnia della Frisia, che realizza spettacoli solo in frisone, lingua ufficiale ma poco conosciuta. Tempo fa vidi uno spettacolo in frisone, non capii quasi nulla, ma mi colpì la sua forza e le caratteristiche produttive, essenziali ma efficaci. Così mi feci dare il testo, lo tradussi in friulano e invitai lo stesso regista a riproporlo qui con attori friulani e scenografia identica. Oggi esistono due versioni parallele, una frisona e una friulana, che raccontano la storia di un contadino alle prese con la modernità dei campi: un tema che funziona perfettamente in entrambi i territori.

Jos Thie, Ce crodistu di fâ?!, ph. Glauco Comoretto

Jos Thie, Ce crodistu di fâ?!, ph. Glauco Comoretto

In un momento storico nel quale si cerca di mettere delle barriere a partire proprio dalla costruzione di un’identità, questo festival mi sembra invece faccia proprio l’opposto…

Per me l’idea è mettere in contatto i popoli, non gli stati. Perché i rapporti fra stati, come vediamo, non sono certo buoni. L’Europa degli stati non funziona benissimo; forse possiamo immaginare un’Europa dei popoli, dove le persone si incontrano davvero. È un tentativo di nicchia, forse un po’ presuntuoso, ma prezioso.
Noi proviamo a far dialogare gli artisti senza intermediari. Sarebbe semplice chiamare interpreti o usare sempre l’inglese come lingua ponte, ma così si perde qualcosa. Preferiamo che le lingue si incontrino direttamente. Per questo avremo anche una studiosa che analizzerà i termini emersi dal lavoro collettivo.
Quando persone di lingue diverse passano del tempo insieme, succede una cosa curiosa: le lingue si assestano e nasce una sorta di “neolingua”. L’ho sperimentato. Non è un vero esperanto, ma un linguaggio comune che appartiene solo a quella comunità. Durante il lavoro può capitare che per “finestra” si scelga la parola di una lingua, per “tavolo” quella di un’altra. Alla fine si crea una lingua effimera, che nasce e muore lì, ma che garantisce una comunicazione diretta, primaria, senza mediazioni.

Dimostra che possono esistere altre possibilità di convivenza…

Questo è il primo festival dedicato al teatro in lingua minoritaria, una cosa che non avevamo mai fatto. L’intenzione è di proseguire e magari dargli una cadenza biennale, anche se non sappiamo fin dove potrà arrivare un progetto di questo tipo. Le compagnie invitate presentano i loro lavori, ma abbiamo voluto inserire anche laboratori, incontri e piccoli studi di coproduzione.
Un esempio è il lavoro di due autrici, Aida Talliente e Patrizia Jurinčič Finžgar, una slovena e una friulana: non si conoscevano, ma hanno deciso di lavorare insieme sul tema del confine. Ho visto una prova e il risultato è straordinario: un lavoro legato alla memoria, al femminile, alla tenerezza dei ricordi, fatto di nonni, bambini e tempi passati. Ed è totalmente bilingue.

Ma per chi non parla le lingue minoritarie, c’è la possibilità di avere i sottotitoli?

Cerchiamo di rendere gli spettacoli fruibili, anche se personalmente ho un brutto rapporto con sovrattitoli e sottotitoli, quindi li limitiamo al massimo. Alcuni spettacoli li avranno, se davvero necessari, ma spesso chiediamo agli artisti di creare versioni miste, dove si alternano le lingue, così si capisce tutto. È il caso, per esempio, di In search of lost language del Teatro Stabile Sloveno, che sarà bilingue, o il Concerto vocale in sardo e friulano con Su Concordu Iscanesu, Lis Anutis, un coro a tenores sardo a cui faremo incontrare un quartetto vocale femminile del Friuli. Non so cosa ne verrà fuori, ma l’incontro tra due culture e lingue musicali così diverse mi emoziona profondamente. Sarà qualcosa di unico, mi vengono i brividi solo a pensarci.

Su Concordu Iscanesu / Lis Anutis, Boghe / Vôs, ph. Glauco Comoretto

Su Concordu Iscanesu / Lis Anutis, Boghe / Vôs, ph. Glauco Comoretto

Ad aprire il festival sarà Alessandro Serra…

È un’occasione nata dalla collaborazione con l’Ente Regionale Teatrale, il circuito del Friuli-Venezia Giulia. Ogni anno aprono le loro 32 stagioni teatrali con uno spettacolo speciale, e quest’anno abbiamo deciso di unire l’apertura del nostro festival alla loro. Lo faremo con Tragùdia. Il canto di Edipo, uno spettacolo in grecanico salentino, perfettamente in linea con i nostri obiettivi e progetti. La sede sarà Nova Gorica, oltre confine, che quest’anno è Capitale Europea della Cultura. Un modo significativo per iniziare, sia simbolicamente sia artisticamente, questa edizione del festival.

Il programma sul sito è molto denso e non solo di spettacoli, ma laboratori, incontri…

Abbiamo pensato a tre laboratori. Il primo è legato alla tradizione italiana della commedia dell’arte, in particolare alle maschere, che affascinano molto anche all’estero. Sarà un laboratorio sul confine, dedicato alla costruzione di uno zanni regionale. Lo zanni, nella commedia dell’arte, è il servo, e il rapporto con le lingue minoritarie incide fortemente sul corpo dell’attore. Uno zanni sloveno sarà diverso da uno sardo, per esempio. Questo esperimento lo facciamo con Claudio De Maglio, esperto di maschera e direttore della Civica Accademia Nico Pepe, nostro storico collaboratore.
Il secondo laboratorio sarà condotto da Davide Carnevali, autore di Ritratto di donna araba che guarda il mare, vincitore del Premio Riccione. Davide lavorerà con copioni in più lingue assegnando una lingua diversa a ciascun attore, in un vero laboratorio plurilingue.
Infine,condurrà il terzo laboratorio sulla lingua friulana a partire dal testo Gno fi al cjamine nome un pôc plui plancut.
Ci saranno anche incontri e convegni dedicati alla traduzione, in collaborazione con l’università, eventi che consideriamo un po’ “collaterali”, ma comunque importanti.

Laboratorio di Ivor Martinić, ph. Glauco Comoretto

Laboratorio di Ivor Martinić, ph. Glauco Comoretto

E ci sono appuntamenti per tutti i pubblici…

I Frisoni portano lo spettacolo per ragazzi Birds / Ucei, che sarà un altro piccolo esperimento: lo presenteremo in una scuola media della provincia di Gorizia. Lo spettacolo è interamente in frisone. Siamo curiosi di vedere cosa succederà, come reagiranno i ragazzi davanti a una lingua così distante e sconosciuta.

E a chiudere…

Faremo un omaggio a Pasolini con I Turcs tal Friul, grazie al lavoro del Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Cristiano Dell’Oste, che ha recuperato le partiture originali composte da Luigi Nono nel 1976 per la prima messinscena. Questo testo ha una storia particolare: scritto da Pasolini nel 1945, rimase in un cassetto e venne rappresentato solo dopo la sua morte, proprio nel 1976, anno del terremoto in Friuli.
Oggi lo riprendiamo in forma di lettura scenica, mantenendo però tutta la forza del testo e della musica. L’opera racconta Casarsa durante l’invasione dei Turchi: una comunità sospesa nell’attesa della distruzione, poi risparmiata. È, in realtà, una metafora dell’invasione nazifascista del ’44, un vero rito di memoria collettiva.
Pasolini, per metà casarsese, scrisse le sue prime poesie nella variante locale del friulano, che in parte reinventò. Racconta che una mattina appena vide la parola rosada (rugiada) questa parola gli rivelò un mondo nuovo: da lì iniziò a scrivere poesia in quella lingua antica e ricchissima di varianti.
Inoltre, presentiamo uno spettacolo in collaborazione con Mittelfest: In Search of Lost Language del Teatro Nazionale Sloveno, su testo di Goran Vojnoviç. Racconta la storia di due fratelli separati nel 1945: uno finisce in Italia, l’altro nella Jugoslavia dell’epoca. Si ritrovano dopo tanti anni, ma parlano lingue diverse, portano nomi diversi. È un lavoro fortemente legato al tema del confine, della perdita, dell’identità. Tema molto attuale…

Produzione Teatri Stabil Furlan, I Turcs tal Friul, ph. Glauco Comoretto

Teatri Stabil Furlan, I Turcs tal Friul, ph. Glauco Comoretto

Un festival forte sia sul piano artistico sia su quello politico: quando si parla di confini, di barriere da abbattere e di nuove identità che nascono proprio dall’incontro tra lingue diverse, come viene percepito e accolto un progetto del genere in un territorio come il Friuli?

La storia di questo territorio ci ha lasciato rapporti complessi tra culture diverse, ma anche momenti straordinari di convivenza. La Gorizia di fine Ottocento e inizio Novecento, sotto l’Impero Asburgico, era un laboratorio culturale: si parlavano sloveno, friulano, tedesco e italiano, e tutti conoscevano tutte le lingue. Era una necessità per mercanti, istituzioni e cittadini. Con l’arrivo dei nazionalismi e la Prima Guerra Mondiale, quell’equilibrio fragile è stato spazzato via. Oggi i vecchi risentimenti si stanno stemperando. La scelta di Nova Gorica e Gorizia come Capitale Europea della Cultura è un segnale forte: apertura, riconciliazione, dialogo.
I confini vanno abbattuti, le barriere superate. Dobbiamo vivere questo territorio valorizzando ciò che ogni identità può offrire. Il teatro, in questo senso, è uno strumento potente: incontro tra artisti, tecnici, organizzatori, dentro e fuori la scena. Perché senza ascolto e condivisione il teatro non funziona.
Certo, le difficoltà e le divisioni esistono, e la narrazione del conflitto è ancora forte. Ma dal basso, dalla comunità, si può ricostruire fiducia e guardare avanti, creando insieme qualcosa di nuovo.

In Italia i festival sono moltissimi, cosa distingue questo?

Molti festival si limitano a presentare spettacoli. Per me, che vengo dagli anni Settanta, la vera essenza sta in ciò che accade intorno: l’atmosfera, gli incontri, gli scambi umani e culturali che si creano in quei giorni. È lì che nasce il valore. Spero che l’incontro tra persone di luoghi diversi generi nuove energie perché il vero risultato di un festival non è la somma degli spettacoli, ma la rete che resta, le collaborazioni e i dialoghi che proseguono dopo. Da qui possono nascere non solo novità artistiche, ma anche piccoli cambiamenti politici e culturali. Perché lavorando insieme, anche le distanze più profonde si accorciano.

Al link il programma del festival LINK

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