Premio Scenario a Bologna
In una canzone dei primi anni Duemila intitolata L’autostrada, Daniele Silvestri cantava la fatica dell’estate italiana:
L’estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa e ti spezza la voce.
Chi vive a Bologna lo sa bene. Le giornate di luglio sembrano non finire mai, l’asfalto vibra, l’aria si fa densa, e persino i portici sembrano respirare più faticosamente. Poi, finalmente, arriva settembre. È il momento in cui la città torna a vivere: le mattine si fanno più fresche, le biciclette ricominciano a riempire le strade, i fuorisede rientrano con le loro valigie ingombranti, piene di sogni e di voci che risuonano sotto i portici. Bologna riprende il suo ritmo, quello fatto di incontri, di fermento, di una vitalità che non si spegne mai del tutto, ma che in autunno trova la sua forma più piena.
È in questo clima che, dal 31 agosto al 4 settembre 2025, si è svolta l’ottava edizione di Scenario Festival, organizzato dall’Associazione Scenario con la direzione artistica di Cristina Valenti. Tra il DAMSLab e Piazzetta Pasolini, la fine dell’estate diventa un tempo di visioni, di ascolto e di scoperta: un appuntamento in cui il teatro torna a interrogare il presente e a raccontarlo con le voci di chi sta iniziando a costruirne il futuro.
La storia e il senso di Scenario
Per capire davvero come funziona Scenario bisogna pensarlo come un sistema a tre livelli, che negli anni è diventato un modello di sostegno alla ricerca teatrale in Italia.
Al vertice c’è l’Associazione Scenario, nata nel 1987 e formata da una rete di teatri, festival e centri di produzione che condividono l’obiettivo di sostenere la scena emergente. È l’associazione a organizzare il Premio Scenario, definendone il regolamento, le tappe di selezione e la giuria.

ph. Malì Erotico
Poi c’è il Premio Scenario, il percorso vero e proprio. Un bando rivolto ad artisti e compagnie under 35 che propongono un progetto di spettacolo ancora in fase di ideazione. Dopo una prima selezione a livello nazionale, i partecipanti presentano un corto scenico – uno studio di circa venti minuti – che rappresenta un frammento del lavoro in corso. Il focus non è sul prodotto finito, ma sulla forza dell’idea, sulla qualità della ricerca e sulla capacità di costruire un linguaggio scenico originale.
La fase conclusiva di questo percorso – e ultimo tassello della nostra impalcatura a tre piani – è lo Scenario Festival, che si svolge a Bologna, negli spazi del DAMSLab. Qui i progetti finalisti vengono presentati davanti a pubblico e giuria, trasformando la città in un laboratorio condiviso di visioni e pratiche teatrali. È in questa cornice che vengono assegnati i quattro riconoscimenti principali: gli storici Premio Scenario, Premio Scenario Periferie e i nuovi, introdotti nell’edizione 2025, Premio Alessandra Belledi per la sfida artistica e Premio Stefano Cipiciani per il dispositivo scenico.
I progetti vincitori non si fermano al corto, ma vengono accompagnati nella realizzazione completa dello spettacolo e sostenuti nel debutto nazionale. Questo percorso di produzione sfocia nella Generazione Scenario, la rassegna che nel gennaio 2026 presenterà a Roma, allo Spazio Diamante, le nuove opere nate da questa edizione.
“Che schifo avere vent’anni, però quant’è bello avere paura”: appunti sui corti vincitori
Dai corti presentati nell’edizione 2025 emerge il ritratto di una generazione che ha smesso di considerare le proprie fragilità come una debolezza: le mette in scena, le espone, le trasforma in un linguaggio performativo spesso innovativo. C’è il desiderio di rivendicare spazio e dignità, ma anche la necessità di trovare un modo diverso di stare al mondo: più autentico, più libero, più vicino a se stessi. I temi che attraversano i lavori portati in scena sono quelli che abitano l’immaginario di chi oggi ha meno di trentacinque anni: la violenza di genere, il razzismo, la grassofobia, l’incertezza sul futuro, l’eco-ansia. Tutto ciò che pesa sul quotidiano diventa materia teatrale, ma senza abbandonarsi al tono cupo del lamento. Al contrario, sorprende la leggerezza con cui molti spettacoli riescano a tenere insieme vulnerabilità e ironia, dolore e vitalità. Si ride spesso, anche quando ciò che accade sulla scena parla di ferite ancora aperte.

Concerto per uno sconosciuto, ph. Malì Erotico
È il caso, per esempio, di Concerto per uno sconosciuto, del Progetto Kungsleden, vincitore del Premio Alessandra Belledi per la sfida artistica. Tutto comincia con una partenza: un ragazzo di ventisei anni decide di attraversare a piedi il nord della Svezia, affrontando quattrocentosessanta chilometri di silenzio, neve, incontri e distanze. Quel viaggio, reale e insieme simbolico, verso l’esterno e verso se stesso, si trasforma in scena in un racconto che prende la forma del suono e del ritmo. Una chitarra, una loop station, un euphonium e un corno – pochi strumenti per costruire un mondo intero – diventano gli elementi di rappresentazione dell’itinerario. Pietro Cerchiello, autore del lavoro, stratifica voci e melodie, racconta quel percorso come se lo stesse compiendo di nuovo, passo dopo passo, restituendo al pubblico l’impressione di assistere non a una narrazione ma a un’esperienza in corso. Lo spettacolo si muove quasi come un romanzo di formazione; anche se, qui, il viaggio non serve tanto a diventare adulti, quanto a ritrovare la propria voce: la maturità non è una meta da raggiungere, ma il momento improvviso in cui ci si scopre vivi, vulnerabili, aperti al mondo. Cerchiello lavora sulla soglia tra autobiografia e finzione, tra rappresentazione e confessione, costruendo un linguaggio che appartiene pienamente al presente: diretto ma stratificato, ironico e al tempo stesso intimo.
Concerto per uno sconosciuto è uno spettacolo capace di toccare corde profonde pur mantenendo una leggerezza naturale, una forma di introspezione condivisa che parla il linguaggio della Generazione Z, mescolando ironia e inquietudine, freschezza e consapevolezza. E quando la musica e la voce si dissolvono resta una sensazione semplice ma rara: quella di aver assistito a un atto di fiducia nel futuro, fragile e luminoso come la luce sottile del sole del Nord che, lentamente, entra in scena dal fondo della sala.
Con Dad or Alive, il duo BumBumFritz – Giovanni Frison e Michele Tonicello – firma uno dei lavori più innovativi e sorprendenti di questa edizione del Premio Scenario. Un esperimento di teatro elettronico e visivo che affronta, con ironia spiazzante e precisione quasi scientifica, la domanda più radicale della contemporaneità: ha ancora senso mettere al mondo dei figli in un pianeta che si sta sgretolando?
Lo spettacolo nasce da uno studio scientifico sul rapporto fra cambiamento climatico, salute mentale e decisioni riproduttive, e si trasforma in un’indagine poetica sul presente portata avanti da Frison e Tonicello. Un questionario composto da una costellazione di voci raccolte tra amici, conoscenti, sconosciuti da cui emerge il ritratto di una generazione di trentenni che guarda alla genitorialità come a un gesto sempre più incerto: c’è chi vi rinuncia per l’eco-ansia, chi teme di non essere all’altezza, chi non si sente abbastanza stabile, chi semplicemente non crede più in un futuro abitabile.

Dad or alive, ph. Malì Erotico
Le parole si ripetono, esitano, si contraddicono, rivelando un senso diffuso di smarrimento e lucidità insieme. Queste voci – fragili, contraddittorie, vere – diventano elementi scenici potentissimi, elaborati in tempo reale attraverso live electronics, videomapping, testi e musica. Il risultato è un concerto paurosamente godibile, una partitura di ansie collettive che si stratifica in loop, in echi, in immagini digitali che si deformano come i pensieri degli intervistati. Il tutto messo in scena con una calcolata libertà formale che rende Dad or alive un lavoro difficilmente classificabile. Ma nel caos controllato del suono e della luce, Frison e Tonicello costruiscono un dispositivo scenico di grande intelligenza, capace di dare forma concreta a un sentire generazionale. È uno spettacolo acutissimo nella concezione e nell’esecuzione, in grado di unire riflessione e intrattenimento, denuncia e ironia, e non stupisce che abbia vinto il Premio Stefano Cipiciani per il dispositivo scenico.
Infinita bellezza, vincitore del Premio Scenario 2025, è un esperimento teatrale che si interroga sul modo in cui i pregiudizi culturali plasmano la percezione della realtà. Lo spettacolo costruisce un meccanismo di gioco tra parola e visione, affidando al pubblico un libretto che diventa il motore narrativo della scena: ciò che si legge influenza, anticipa o contraddice ciò che accade. Un cortocircuito di aspettative che invita a riflettere sul modo in cui lo sguardo si forma e si lascia condizionare.
L’idea è potente e ambiziosa: rendere il pubblico parte attiva del processo di decostruzione, costringendolo a rivedere continuamente la propria posizione rispetto a ciò che osserva. Il dispositivo utilizzato, pur nella sua originalità, solleva alcune domande. L’uso del testo scritto come elemento portante può rivelarsi poco inclusivo per chi ha difficoltà visive o di lettura, creando una disparità di esperienza che contraddice, almeno in parte, l’intento di apertura e partecipazione dichiarato. Nel tentativo di smontare i bias percettivi, Infinita bellezza rischia così di crearne di nuovi, sostituendo un filtro con un altro. Resta un lavoro di notevole intelligenza, e certo spiazzante nella sua costruzione scenica, capace di interrogare lo spettatore sul modo in cui giudica, interpreta e attribuisce senso a ciò che lo circonda. Forse, però, proprio per i suoi obiettivi dichiarati, ci lascia una domanda cruciale: quanto spazio c’è, oggi, nel teatro contemporaneo, per un’esperienza davvero condivisa, capace di includere tutti gli sguardi?

Infinita bellezza ph. Malì Erotico
La condanna del 36esimo compleanno
Essere under 35, oggi, significa muoversi dentro una contraddizione. Da un lato, esistono sempre più strumenti pensati per favorire la partecipazione dei giovani: agevolazioni sul costo dei biglietti, bandi dedicati, festival tematici, reti di sostegno. È una conquista importante, che ha permesso a molti di entrare in un sistema tradizionalmente chiuso. Dall’altro lato, questa attenzione rischia di creare una categoria a parte, un mondo parallelo che finisce per definire professionisti del settore più per la loro età che per la loro ricerca.
Le agevolazioni, i premi e le politiche di accesso sono indispensabili per riequilibrare le disuguaglianze, ma possono anche produrre un effetto collaterale: quello di rinchiudere i “giovani” dentro una bolla di protezione, separata dal confronto reale con il resto del mondo. Essere under 35 diventa così un requisito temporaneo, una soglia da attraversare in fretta, con la consapevolezza che oltre quell’età molte porte rischiano di richiudersi.
La questione non è mettere in discussione l’utilità di esperienze come Scenario – che da molti anni offre spazi di libertà, ascolto e visibilità a chi ne avrebbe altrimenti pochissimi – ma interrogarsi su come far sì che tutte queste piattaforme restino ponti. La sfida è costruire un sistema in cui le opportunità non finiscano con l’etichetta generazionale, ma si trasformino in continuità, in dialogo e in responsabilità condivisa.
MOOD DEL FESTIVAL: Sei la mia città di Cosmo e Amico fragile di Fabrizio De Andrè
(scopri tutti i mood dei festival del TourFest 2025)
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Cecilia Salerno è laureata in Lettere e Italianistica all’Università di Bologna. È tutor didattico presso lo stesso ateneo negli ambiti della Filologia Italiana d'Autore e delle Digital Humanities. Nel 2025 entra a far parte del gruppo di Ateatro curando, insieme ad Alice Squitieri, l’Ateatropedia.
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