L’ultimo rigore di Faruk di Gigi Riva con Damiano Grasselli al Laboratorio Olimpico
Lo ammetto, sono in conflitto di interesse.
Voglio parlarvi di uno spettacolo che ho visto durante una manifestazione che ho organizzato io, “Laboratorio Olimpico XX”: due giorni su teatro e guerra nel Teatro Olimpico di Vicenza, con interventi sullo stupro di guerra (Fabio Contu), sul reenactement nel cinema americano (Denis Lotti), sui teatri di guerra del Mediterraneo (Pino Petruzzelli), per un’epica della pace (Paolo Vidali), sull’insufficienza delle parodie oggi (Simona Brunetti), sulla guerra come fratricidio (Paolo Puppa); e poi un’intervista di Oliviero Ponte di Pino a Gabriele Vacis e ai suoi ragazzi di PoEM (Erica Nava, Eva Meskhi, Gabriele Valchera); due performance degli allievi attori dell’Accademia Teatrale “Carlo Goldoni” del Teatro Nazionale del Veneto (slam poetry, coach Lorenzo Maragoni, prima volta in Olimpico) e degli allievi autori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” (sette inediti sui Sette a Tebe; maestro d’anime Pino Petruzzelli); con in mezzo un’intervista di Marino Smiderle e Cesare Galla a Gigi Riva, corrispondente di guerra.

L’ultimo rigore di Faruk: Damiano Grasselli è Faruk Hadžibegić
Odeo del Teatro Olimpico di Vicenza, antica scatola di utopie che trasuda Rinascimento: mentre sbiadite figure a monocromo giallo (personificazioni dei pianeti, raffigurazioni allegoriche dei mesi, segni dello Zodiaco; meno eroiche targhe commemorative) li scrutano dalla nebbia della storia, Damiano Grasselli e Adriano Salvi dispongono pochi oggetti: a destra una sedia con un computer (il salotto di casa, si capirà poi), a sinistra un’altra sedia (una luce dal basso fa pensare a un interrogatorio); in mezzo, per terra, sul paziente pavimento palladiano in palladiana, una diagonale di nastro di carta con al centro lui, l’ombelico del mondo, il punto del non ritorno: il dischetto del rigore.
L’ultimo rigore di Faruk del Teatro Caverna – riduzione di Gigi Riva dal suo omonimo pluripremiato romanzo (Sellerio, 2016): Gigi Riva, testimone prima che autore, corrispondente di guerra prima nei Balcani e poi in Palestina – ha appena debuttato a Sant’Arcangelo (22 ottobre 2025, al Lavatoio): ci aspettiamo solo una “presentazione”, dato il paludato contesto, una “impresa” da leggio e invece…
Mi avete riconosciuto? Dico: mi avete riconosciuto? Io sono l’uomo che con un calcio di rigore ho d…
comincia subito Damiano; e tutti a compulsare la nostra neghittosa cultura calcistica. Don’t worry: si presenta da solo, Faruk Hadžibegić, classe 1957, difensore ex capitano della ex Jugoslavia – e questo ex di troppo ci fa subito capire perché siamo lì. E subito arriva il come: come un giovane abbia amato il calcio fin dai nove anni, come abbia sognato la maglia della sua nazionale, come abbia vissuto quella sua straordinaria eterogeneità come una risorsa piuttosto che come un problema:
Osim fece la formazione: eh, me la ricordo, eccome se me la ricordo. Ivkovic, croato, Baljic, bosniaco, io, bosniaco, Spasic, serbo, Vulic, croato, Jozic, bosniaco, Katanec, sloveno, Savicevic, montenegrino, Stojkovic detto ‘il Maradona dell’est’, serbo, Susic, bosniaco, Vujovic, fate voi, un po’ croato, un po’ montenegrino, un po’ bosniaco.
Una formazione eterogenea come la sua città, Sarajevo:
L’hanno definita la Gerusalemme d’Europa perché in un fazzoletto di terra ci sono la cattedrale cattolica, la Chiesa ortodossa, la moschea, una sinagoga sefardita e una askenazita.
Proprio la distanza fra risorsa e problema si fa oggetto della narrazione: l’insorgere delle istanze indipendentiste di Slovenia e Croazia, i primi sanguinosi incidenti, negli stadi (Boban prende a calci in faccia un poliziotto) e alle frontiere; le esclusioni o i ritiri progressivi dei calciatori che non potevano più riconoscersi in una bandiera che, mentre loro erano in giro, copriva i massacri nelle loro città. Damiano-Faruk racconta questa progressione-regressione con gli occhi immagati e impotenti di un giovane che vede sgretolarsi l’ideale, l’adultità contraddire l’infanzia.

Jugoslavia-Argentina a Italia 90: il rigore decisivo
E così già capiamo come quel rigore diventi spartiacque fra un prima e un dopo, nella memoria di Faruk e in quella collettiva:
Il 30 giugno del 1990 nell’afa fiorentina, con il termometro sopra i 30 gradi e senza un refolo di vento, si stava compiendo l’atto fatale che avrebbe segnato la mia vita.
Quarti di finale dei Mondiali di Italia ‘90, contro i detentori dell’Argentina, finale ai rigori; rocambolesco sorteggio (pure travisato dagli arbitri) e Faruk finisce ultimo a battere: sul 2-3 (perfino Maradona aveva sbagliato il suo rigore) è chiamato a salvare la nazionale. E, dirà poi qualcuno, la Nazione…
Ah, se lei non avesse sbagliato quel rigore…
si sentirà ripetere per anni agli aeroporti e nelle stazioni.
Chissà… Firse, se la più promettente giovane nazionale jugoslava di sempre si fosse qualificata, o addirittura avesse vinto il Mondiale… Faruk ci metterà anni a scrollarsi i sensi di colpa:
Oggi sono diventato grande e ho capito che il mio rigore non è stato la causa di tanto orrore […] nessun calcio di rigore può cambiare il destino del mondo.
Siamo noi che non ce la scrolliamo di dosso quella domanda, “Ah, se lei avesse segnato quel rigore…”. Non tanto per quell’affascinante capricciosità della storia, quelle sliding doors del destino che, da sempre, sono il primo motivo di indagine del teatro; ma perché, semplicemente, pensiamo a oggi, a noi, al rapporto fra responsabilità individuale e collettiva, aldilà delle manifestazioni pubbliche e delle dichiarazioni ideologiche o etiche: nella più banale quotidianità di ciò che sappiamo fare, nella vita che ci siamo scelti. La conoscete, no:
Nessun uomo è un’isola,
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:
suona per te.
John Donne lo scriveva nel 1624, appena vent’anni prima delle accigliate allegorie dell’Odeo Olimpico; Dio sa quanto bisogno avremmo ancora di altre Devotions upon Emergent Occasions come questa,
Ma forse sono proprio queste le “devozioni per occasioni d’emergenza”, quelle del teatro. Di Gigi e di Damiano, di una manifestazione a Vicenza e di te che mi leggi.
L’ultimo rigore di Faruk
con Damiano Grasselli (Faruk Hadžibegić)
dal romanzo L’ultimo rigore di Faruk di Gigi Riva
riduzione teatrale di Gigi Riva
regia di Damiano Grasselli
assistente alla regia Franco Zadra
collaborazione artistica Viviana Magoni
video Stefano Battarola
organizzazione Francesca Villa
tecnica Adriano Salvi
Produzione Teatro Caverna
Vicenza, Odeo del Teatro Olimpico, 5 novembre 2025
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