Spooky Internet. Storie per non dormire. BuonanotteMara Oscar Cassiani

Categorie: 206Tags: , , Pubblicato il: 25/11/2025Aggiornato il: 05/12/2025

Dal 9 al 13 dicembre 2025, la Settimana delle Residenze Digitali torna a esplorare le nuove frontiere dell’arte performativa online. Giunta alla sesta edizione, l’iniziativa sostiene artiste e artisti delle performing arts che sperimentano le possibilità creative dello spazio digitale, proponendo al pubblico le restituzioni dei quattro progetti vincitori di quest’anno: Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte di Mara Oscar Cassiani, Molka di Benedetta Pigoni (regia di Giammarco Pignatiello), Screenvestigation di Albert Figurt ed Eburnea di Boris Pimenov.
Abbiamo intervistato in anteprima le autrici e autori dei progetti vincitori del bando.
Iniziamo con Mara Oscar Cassiani, autrice di Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte: un progetto che intreccia leggende digitali e memoria orale per indagare come le paure collettive si diffondano e si trasformino nello spazio del web. Nato dai racconti inquietanti condivisi su forum e piattaforme come Reddit o 4chan, il lavoro rielabora questi “miti di rete” in una nuova forma di fiaba contemporanea, tramandata attraverso tastiere, schermi e linguaggi digitali.

Iniziamo dal tuo percorso artistico: c’è stato un momento o un’esperienza che ha fatto nascere il tuo interesse per il digitale?

Io sono una nativa digitale: i miei fratelli sviluppavano programmi e mi hanno insegnato fin da bambina a programmare. Parliamo degli anni Ottanta, quindi non era qualcosa di comune. Grazie a loro sono stata tra le prime persone in Italia a connettersi in rete. Il mio immaginario, già da piccola, era fatto di fantascienza, programmazione, futuri distopici, letture alla Asimov. Erano un po’ fuori contesto per la mia età, ma per me erano dei riferimenti. A un certo punto ho iniziato a studiare come performer quasi per caso, e poi ho deciso di unire i due percorsi. Il mondo della performance nell’arte contemporanea elettronica prevedeva l’uso dell’elettronica, ma non ancora del digitale in modo profondo. Io invece vivevo online: avevo un profilo MySpace, ero “MySpace famous”, e ho quindi deciso di unire tutti questi mondi, cosa che prima del Covid non era affatto scontata.

La tua formazione attraversa mondi diversi: danza, arti visive, cultura digitale. In che modo questi linguaggi si sono incontrati e hanno dato forma alla tua ricerca?

Per me danza, arti visive e cultura digitale sono elementi quotidiani. Basta aprire i social per vedere come gli utenti siano diventati avatar di sé stessi, coreografati come in Fortnite. All’epoca però non era così evidente: si parlava più di Internet Language, cioè di gestualità della rete e queste non erano ancora dettate dagli algoritmi, ma nate dal bisogno di comunicare tra persone di lingue diverse. Nei nostri Internet Party, nati molto prima del Covid19, certe gestualità, come i cuoricini o i likes, erano fondamentali per comunicare con persone da Singapore, Shanghai, Sud America. Si trattava di una comunità planetaria di artisti. Oggi, con gli algoritmi che uniscono bolle e mondi diversi, il linguaggio performativo – avatar è molto più evidente e specifico.

Ti definisci un’artista “wifi-based”: cosa significa per te lavorare a partire dalla rete? Come cambia il tuo lavoro quando è svolto in rete e come muta il rapporto con il pubblico, con la presenza e la condivisione?

I mezzi sono diversi. Offline posso utilizzare piazze, spazi fisici e un altro tipo di corporeità. Online, invece, la webcam, l’artwork o uno sfondo virtuale diventano veicoli che amplificano percezione e possibilità. Per esempio, utilizzo molto le macchine tuning nei miei lavori: dal vivo lo faccio fisicamente, mentre online posso lavorare più “da regista”, inserendo l’artwork della macchina. Nell’ultimo lavoro Stay Cute, per esempio, c’era una macchina in fiamme come elemento visivo.

In Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte portate in scena le leggende digitali diffuse sui social e sui forum.

Quando noto una grande bolla algoritmica, come quella delle creepypasta o delle spooky internet stories [brevi racconti horror virali nati sul web, ndr.], la percepisco come un rituale: queste bolle funzionano come moderni rituali collettivi. Le creepypasta, dal mio punto di vista, corrispondono al rituale della fiaba della buonanotte: una comunità che si racconta storie strane, e lo fa soprattutto di sera. Il focolare non esiste più: oggi si è trasformato nella bolla algoritmica.
Mi interessava avvicinare questa bolla a un pubblico che normalmente non viene considerato digitale, ossia le signore over 50. Un tempo erano loro a conservare le narrazioni comunitarie, ora quel ruolo è stato loro tolto. Mi divertiva reinserirle dentro la bolla algoritmica e raccontare loro storie assurde della rete – come Slenderman [figura horror nata online, alta e senza volto ndr.]– e farle riraccontare da loro.

In questo progetto donne over 50 diventano “sciamane digitali”. Come è nato questo incontro e che tipo di energia o prospettiva ha portato al lavoro?

Lavorare con loro è stato stimolante. Sono persone che hanno voglia di raccontare il loro punto di vista: dinanzi alle storie commentavano e riflettevano. Durante il workshop hanno iniziato a portare anche le loro creepypasta locali. Per queste signore questo tipo di lavoro non è affatto semplice. Non sono digitali, ma guidate funzionano bene. Ora abbiamo un canale ufficiale, Spooky Internet Storie Italia su Reddit, dove pubblichiamo sia storie famose dei redditor che ci piacciono particolarmente sia le loro, nate quindi dalla loro immaginazione e dal loro bagaglio culturale.

Il canale Reddit di Spooky Internet Storie Italia

Vorremmo tornare al concetto di cui hai parlato, ossia della tradizione ancestrale del raccontare attorno al fuoco. Oggi tutto questo si è perso completamente in una società che è sempre più frenetica. Pensi che nei social ci sia rimasta traccia di questo rito?

Qualcosa di ciò che c’era nel passato oggi rimane, soprattutto nei commenti. Per esempio su YouTube, dove le spooky stories sono rimescolate continuamente e gli utenti nei commenti iniziano a raccontare le proprie esperienze. Il video diventa il “focolare” del momento. È un modo per esprimere solitudine, emozioni, per ricevere risposte. Non è come la comunità di un tempo, ma è comunque una forma di incontro.

Il progetto gioca molto con il sentimento della paura. In che modo dentro al tuo lavoro si riflette il rapporto tra paura e collettivo nell’era digitale?

La paura nel progetto è centrale. L’horror è una simulazione, serve a prepararsi alla realtà. Molte persone seguono cold case, storie di sparizioni… è un modo per esercitare la gestione delle emozioni. Penso anche alle nuove generazioni, che a volte sembrano non avere paura di niente: ma la paura è importante per capire il mondo. Mi ricordo i momenti in cui mio figlio voleva guardare film horror e io gli dicevo: “Aspetta, devi ancora capire bene che il mostro a volte è anche il vicino di casa”.

Nel tuo lavoro Spooky Internet, Storie per non dormire. Buonanotte viene affrontato il tema dell’onirico e delle visioni apocalittiche. Cosa rimane di questa intangibilità nella vita quotidiana? Quanto internet e la rete riescono a trasmettere questo immaginario?

Tutto è interno alla stessa logica delle bolle algoritmiche. Amo i video brain rot: spesso colleghi meno digitali mi chiedono cosa siano. Sono video assurdi creati con l’IA, dove succede di tutto. Sono incubi. Incubi della rete che funzionano come i nostri incubi notturni. A volte sembrano sogni o incubi collettivi che si manifestano nello spazio digitale, attraverso storie o immagini che fanno paura a tutti. Come l’ombra che per tutti diventa Slenderman. Quello che vedrete sarà più simile a un podcast che a uno spettacolo vero e proprio, con un background virtuale che rappresenta incubi, spazi liminali e bui, ambienti abbandonati.

Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte

 

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Alice Squitieri è studentessa del corso di Organizzazione dello Spettacolo presso la Scuola Civica di Teatro Paolo Grassi di Milano. Laureata in Lettere e in Italianistica all’Università di Bologna, si avvicina al teatro con una tesi magistrale sul rapporto tra mondo onirico e scena contemporanea. Ha svolto attività formative presso Piccolo Teatro di Milano, ERT – Teatro Nazionale, Festival di Spoleto, Primavera dei Teatri e Santarcangelo Festival, approfondendo in particolare l’ambito di promozione culturale.

Cecilia Salerno è laureata in Lettere e Italianistica all’Università di Bologna. È tutor didattico presso lo stesso ateneo negli ambiti della Filologia Italiana d'Autore e delle Digital Humanities. Nel 2025 entra a far parte del gruppo di Ateatro curando, insieme ad Alice Squitieri, l’Ateatropedia.

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