Molka di Benedetta Pigoni con la regia di Giammarco Pignatiello
Dal 9 al 13 dicembre 2025, la Settimana delle Residenze Digitali torna a esplorare le nuove frontiere dell’arte performativa online. Giunta alla sesta edizione, l’iniziativa sostiene artiste e artisti delle performing arts che sperimentano le possibilità creative dello spazio digitale, proponendo al pubblico le restituzioni dei quattro progetti vincitori di quest’anno: Spooky Internet. Storie per non dormire. Buonanotte di Mara Oscar Cassiani, Molka di Benedetta Pigoni (regia di Giammarco Pignatiello), Screenvestigation di Albert Figurt ed Eburnea di Boris Pimenov.
Abbiamo avviato una conversazione con Benedetta Pigoni e Giammarco Pignatiello, autrice e regista di Molka. Il lavoro prende avvio da una ricerca sul rapporto tra pratiche teatrali, tecnologie digitali e violenza di genere online, a partire dal fenomeno delle molka coreane, le spycam nascoste in spazi pubblici e privati, che anticipano dinamiche oggi sempre più riconoscibili anche nel contesto italiano. Molka si configura come un dispositivo performativo che pone al centro lo sguardo: il potere che esercita, le sue ambivalenze e i meccanismi di controllo che può attivare. Attraverso un sistema di telecamere e scelte interattive affidate al pubblico, il progetto ricostruisce la logica con cui lo sguardo patriarcale normalizza forme di violenza presentate come gioco o intrattenimento. Ne nasce un’esperienza che chiama direttamente in causa chi guarda, invitandolo a confrontarsi con la responsabilità etica e politica dello sguardo all’interno dello spazio digitale.
Qual è stato il vostro percorso e come vi siete incontrati?
B: Ci siamo incontrati alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, un microcosmo estremamente intenso. Una volta finita la scuola io e Gianmarco ci siamo ritrovati e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Uno dei nostri progetti ha appena debuttato a Padova al Teatro Stabile del Veneto all’interno dell’European Art Design: abbiamo portato in scena un attore con atrofia muscolare spinale, completamente allettato e con macchinari di supporto, in una riscrittura del Riccardo III. Cerchiamo di operare all’interno del contemporaneo, approcciandoci quindi all’ambito digitale, ed è da qui che nasce Molka. Viviamo immersi in un’epoca digitale in cui è difficile fermarsi e comprendere cosa sta succedendo intorno a noi: tutto cambia così in fretta che abbiamo bisogno di chiederci “perché?” e “come?” di ciò che vediamo e ciò che viviamo. Molka nasce proprio da queste domande, da questa inquietudine e frenesia che dal 2020 in poi ci avvolge definitivamente.

Benedetta Pigoni e Gianmarco Pignatiello
A scuola la dimensione laboratoriale e collettiva è centrale. Che ruolo ha avuto la formazione in un’accademia come la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi nel modo in cui oggi pensate la scena e il rapporto con il pubblico?
B: Io arrivo dalla drammaturgia e l’ho sempre concepita come una parte consistente di un tutto che comprende anche il teatro di figura con le marionette e i burattini. Le cose per me si intersecano: la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi mi ha dato un approccio molto forte alla ricerca. Quando scrivo, devo immergermi totalmente nell’argomento: ho quaderni pieni di interviste, appunti, osservazioni. Questa pratica me l’ha insegnata proprio la scuola. Molka nasce da un lavoro di studio sul campo che ho fatto in Corea. Il mio saggio finale Teste inedite parlava di carcere, e sono andata davvero in carcere per documentarmi. Questa attitudine nasce tutta dalla Paolo Grassi.
G: La cosa più importante che mi ha lasciato l’accademia è il fatto che devi dirigere i tuoi compagni di classe. Durante il percorso scolastico i corsi si intersecano tra loro, i registi si incontrano con attori e drammaturghi; nelle varie attività non c’è un ruolo gerarchico prestabilito, anche quando si lavora si mantiene la dimensione orizzontale di compagni di scuola. Si crea quindi un modello di comunità artistica in cui ci si domanda come essere autorevole senza essere autoritario. O come si crea qualcosa che passi attraverso i corpi e le idee di chi partecipa al processo. È un tipo di formazione che ti rimane addosso. Appena sono uscito dall’accademia ho fondato un collettivo e mai lo chiamerei “compagnia” come le antiche compagnie capocomicali. Lavorando con Benedetta da più di un anno, continuiamo a scambiarci ruoli, idee, responsabilità: tutto passa attraverso i corpi e il dialogo.
Le vostre esperienze – scrittura, regia, linguaggi digitali – sembrano dialogare naturalmente in un progetto come Molka. Il vostro percorso formativo ha influenzato un lavoro che unisce teatro, tecnologia, digitale e indagine sociale?
B: Io ero in Corea per studio: tramite la Paolo Grassi un mio testo, che già parlava di violenza di genere, è stato rappresentato in un’accademia d’arte drammatica coreana. Ho seguito gli attori, ho parlato con loro; non sempre riuscivamo a capirci linguisticamente, ma condividevamo una cultura comune, quella di Internet. Ho iniziato a studiare la violenza di genere digitale e come l’online stia trasformando questo tipo di violenza. La Corea ci anticipa nei fenomeni digitali: hanno connessioni più veloci, sistemi più avanzati e anche le problematiche emergono prima. Le molka – spycam nascoste nei bagni e negli hotel – raccontavano già qualcosa che in Italia è esploso solo dopo, con le chat su Telegram e TikTok, o il gruppo Facebook “mia moglie”, eccetera. Sono fenomeni sotterranei, ma con numeri enormi. Lo spostamento fisico in Corea, vedere quella cultura digitale da vicino, mi ha fatto capire che questi problemi sono globali e che c’è l’urgenza di parlarne.
Paesi lontanissimi che condividono immaginari online e comunicano tramite il digitale…
B: Ogni cultura manifesta questi fenomeni a modo suo: in Corea la pornografia online è vietata, quindi le spycam proliferano; in Italia la violenza digitale appare in altre forme. Ma il nucleo è lo stesso.
G: Guardando a fenomeni come le molka coreane, ci si rende conto del fatto che alcuni processi sociali e tecnologici non sono affatto lontani da noi: la Corea spesso anticipa dinamiche che poi ritroviamo anche in Italia. Penso all’introduzione del riconoscimento tramite SPID per accedere a piattaforme come OnlyFans: è un caso emblematico di come, quando si intensificano i dispositivi di controllo, si attivino immediatamente mercati paralleli. Allo stesso tempo, il cosiddetto “neoliberismo digitale” richiede in modo costante l’accesso ai dati personali e li utilizza per schedare gli utenti. Questo meccanismo tende verso sistemi di controllo che possono diventare violenti. E, più i sistemi di controllo si fanno violenti, più producono a loro volta contenuti violenti che oggi ancora fatichiamo a immaginare dal momento che le tecnologie che li rendono possibili sono ancora relativamente nuove. Quando abbiamo iniziato a parlare delle molka coreane qui in Italia, ci siamo sentiti spesso ripetere “è un fenomeno molto lontano da noi”. Due mesi dopo è scoppiato il caso FICA…
Sembra un futuro distopico che ci aspetteremmo di leggere nei romanzi di Philip Dick, e invece è il presente. Più c’è controllo, più si cerca di eluderlo, e la violenza aumenta.
G: Pensiamo di essere al sicuro, ma non lo siamo mai davvero.
Dal punto di vista scenico, come avete lavorato? Cosa significa portare un contenuto così delicato su una piattaforma digitale, mantenendo un equilibrio tra denuncia e spettacolo?
G: La chiave è la consensualità del processo, nel senso che qualsiasi tipo di avvenimento accada non deve essere predisposto dall’alto ma si deve trasformare in una messa in collaborazione con i corpi che abitano nello spazio di lavoro. Io sono un regista uomo che lavora con quattro corpi femminili su un tema in cui il problema è lo sguardo maschile. Il mio ruolo è problematico, e questo è parte del lavoro. Se non mettessimo in discussione questa ambiguità, rischieremmo di musealizzare il dolore altrui.
B: Abbiamo scelto di non rappresentare la violenza: sarebbe inutile in un momento storico in cui tutti abbiamo visto la violenza del genocidio con i nostri occhi. Quello che possiamo fare è lavorare sulla metafora dello sguardo patriarcale: come lo sguardo costruisce immagini quotidiane (una donna sul divano, che entra in un bagno) e le trasforma in feticci. A noi preme che il lavoro parli ai giovani, è infatti pensato per scuole superiori. È fondamentale parlare di educazione digitale soprattutto oggi, ancor di più a causa dei tagli sull’educazione sessuale. Ai ragazzi non serve mostrare nulla: loro sanno già tutto, spesso più degli adulti. Molka è un gioco teatrale che permette di vedere come funziona lo sguardo e come si applica un immaginario su un corpo in diretta. Quello che presentiamo a Residenze Digitali è un inizio per uno spettacolo più ampio pensato per una struttura più stabile. Molka nasce come copione teatrale che si basa su più camere attraverso le quali il pubblico riesce a scegliere finali alternativi della storia. In questo modo ricrea completamente la dinamica dello sguardo patriarcale che dirige la persona che sta dall’altra parte della telecamera e ne nega il libero arbitrio.
G: La forma che vedrete a Residenze Digitali è un’anteprima di studio: Benedetta ha un copione molto più articolato, ma qui lavoriamo sulla diramazione, sulle scelte del pubblico. Otto possibilità diverse, in base alle decisioni degli spettatori. In questo modo indaghiamo il rapporto tra immaginazione e potere rispetto allo sguardo maschile.
B: Una delle scelte che gli spettatori potranno fare sarà quella di applicare un filtro derivato da categorie pornografiche reali: clown, puffi… categorie assurde, ma esistenti. Il pubblico sceglie e la scena cambia. L’improvvisazione toccherà quindi un aspetto grottesco, dissonante. Nel testo non vi è nessun riferimento all’erotismo ma questo aspetto potrebbe uscire dalla scelta del pubblico. Nel progetto si avranno tre attrici con corpi completamente diversi e con storie e background divergenti che si pongono di fronte alle telecamere; avremo una descrizione di tre personaggi ma sarà chi guarda a definire i ruoli. Ogni volta che questa esperienza verrà riprodotta darà quindi risultati diversi dal momento che esistono diverse possibilità di scelta e differenti versioni.
G: Nella vita reale non possiamo far finta che le persone che condividono foto intime di altri siano persone da dover capire e interpretare. Quello che compiono sono atti orrendi ma che vengono fatti spesso con un’idea malsana di gioco. È proprio questo il punto su cui noi vogliamo insistere: ricreare la dinamica di potere che in realtà, per queste persone, passa attraverso un gioco distorto.
Quindi nel vostro lavoro lo spettatore è chiamato a confrontarsi con le proprie scelte e diventa complice di questo gioco malato. Come gestite questa ambiguità? E che consapevolezza sperate di generare in chi partecipa?
G: Il pubblico all’inizio gioca: le scelte sono buffe, leggere… Poi però c’è un effetto a cascata. Chi guarda inizia a comprendere che le sue scelte, fatte a tratti con superficialità, provocano conseguenze. La scommessa è proprio questa: vedere come ci si comporta quando si rompe la linea, quando smette di essere un gioco. Alla base di tutto c’è la volontà di far capire che i meccanismi di potere non si manifestano solo con violenze esplicite. Passano da giochi subdoli, dalle immagini, da scelte apparentemente innocue. Vogliamo che il pubblico si chieda: “Sto ridendo, ma come sta il corpo che sto guardando?”
Cosa significa mettere in scena questo lavoro oggi, in Italia, in un momento storico dove casi di revenge porn, violenze e abusi sessuali riempiono le pagine di cronaca? E cosa comporta farlo attraverso il dispositivo digitale, dove tutti vogliono guardare e farsi guardare?
B: È fondamentale capire che lo sguardo è potere e che il solo atto di guardare può essere l’inizio della violenza. Personalmente sento che, come società, iniziamo a comprendere che la violenza ha diverse forme. Abbiamo impiegato anni per riconoscere la violenza economica, quella verbale… ora dobbiamo riconoscere la violenza dello sguardo.
G: Il termine “spettatore” è di per sé problematico: declina ogni responsabilità che invece è implicata nello sguardo. Guardare è un atto politico. Credo ci sia urgenza di affidare agli spettatori il ruolo di testimoni e complici. Siamo stati tutti spettatori (e quindi testimoni) di un genocidio in diretta e complici nel momento in cui non andavamo a manifestare in piazza. Guardare senza agire, e quindi acconsentire, è una scelta e ci mette in mano un peso politico non indifferente, soprattutto quando abbiamo sempre davanti a noi il computer. Non sono mai esistiti nel tempo mezzi così forti e capaci di amplificare così tanto la nostra voce. Dobbiamo prendere atto che siamo molto più potenti delle epoche precedenti e abbiamo necessità e dovere di dire e fare qualcosa rispetto a queste problematiche.




