Una delle novità del nuovo assetto del teatro pubblico italiano è l’istituzione di una figura inedita: il direttore artistico junior under 35, sulla base del Decreto Ministeriale del 23 dicembre 2024 (DM n. 463), che per l’accesso ai contributi impone ai sei Teatri Nazionali l’affiancamento, accanto al direttore generale e al direttore artistico, di una figura giovane chiamata a coadiuvare la direzione artistica: ai fini dell’ammissione al contributo, le istituzioni di cui al comma 1 del presente articolo devono rispettare le seguenti condizioni: […] la previsione di un direttore artistico junior, di età inferiore o pari ai 35 anni, nominato dal Consiglio di amministrazione su proposta documentata del direttore generale e del direttore artistico che coadiuverà il direttore artistico. (DM 23/12/2024, Decreto 463, Art. 9)
Obiettivo è favorire il ricambio generazionale, valorizzando il potenziale creativo di nuovi talenti e la parità di genere (DM 23/12/2024, Decreto 463, Art. 2).
Abbiamo intervistato i sei direttori artistici junior nominati di recente. Incontriamo Francesca Di Fazio, nominata il 28 novembre 2025 Direttore Artistico Junior di ERT- Emilia Romagna Teatro.
Quali sono i registi che puoi considerare dei punti di riferimento o dei maestri?
Parlando di regia in senso lato, ho sempre ammirato la meticolosità registica che traspare nei testi di Samuel Beckett. Una precisione chirurgica che nasce dalla parola ma che è subito direzione scenica. Penso in particolare a L’ultimo nastro di Krapp, ma anche ad alcuni short plays come Ehi, Joe e Va’ e vieni. Un altro punto fermo è Tadeusz Kantor, il suo Teatro della Morte e l’utilizzo della figura inanimata in scena, che ha fatto storia, e scuola per diverse generazioni successive di artisti del settore e non: penso ad esempio a Gisèle Vienne o Alice Laloy. Un altro maestro è sicuramente Giuliano Scabia. Mohamed El Khatib è di una freschezza emotiva che mi commuove, come è stato alla sua retrospettiva parigina, Le grand palais de ma mère, un percorso insolito tra esposizione e spettacoli. Un altro punto di riferimento, Peter Brook.
C’è uno spettacolo teatrale che ti ha cambiato la vita?
È il teatro stesso che mi ha cambiato la vita, quando all’età di sei anni i miei mi hanno iscritto al corso di teatro per l’infanzia del Teatro delle Briciole di Parma, continuato poi per tre anni consecutivi. È stata la pratica del teatro, magica, seria e mai scontata: che fossimo bambini non voleva dire che non ci potessimo confrontare con i mostri della storia, che non potessimo trattare di follia, perdita ed esclusione, o che non avessimo diritto a un vero palcoscenico, a scenografie, costumi e maschere costruiti (insieme a noi) appositamente per i nostri spettacoli di fine anno. È stato il teatro tutto intero che è entrato e non mi ha mai lasciato. Se invece devo pensare a spettacoli che mi hanno segnata, in ordine sparso: Mahabharata di Peter Brook, I am Europe di Falk Richter, Jerk di Gisèle Vienne. Devo poi citare due spettacoli di artisti contemporanei del teatro di figura italiano, che hanno in un certo senso cambiato la mia vita per tre ragioni: sono stati il punto di partenza dei miei studi dottorali, sono vivissimi esempi di rinnovamento dei linguaggi, e sono stati incontri importanti che si sono trasformati in amicizia: Macbeth all’improvviso di Gigio Brunello e Gyula Molnár ed È bello vivere liberi! di Marta Cuscunà.
Quali sono i libri e i film che ti hanno maggiormente colpito negli ultimi mesi?
Ucronia di Emmanuel Carrère, un bell’esercizio di pensiero, e I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni, un romanzo intensamente umano raccontato dalla prospettiva di una faina. Come film, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson: cupo e ironico allo stesso tempo, con una delle migliori scene di inseguimento in auto.
Quali pensi che siano i principali difetti del panorama teatrale attuale?
Una scarsa internazionalizzazione: il pubblico italiano è poco abituato e poco conosce gli artisti stranieri, per non parlare della drammaturgia contemporanea. Come messo in luce di recente anche da Margherita Laera, professoressa di discipline dello spettacolo all’università di Kent e traduttrice teatrale, in Italia traduciamo pochi testi teatrali e ancora meno ne leggiamo. Per questo è importante sviluppare iniziative e fare rete. Ne è un esempio quella di Prospero New, di cui ERT fa parte, che promuove la creazione artistica e culturale e gli scambi a livello europeo, con particolare attenzione agli artisti emergenti. Fare rete significa anche permettere ai nostri artisti italiani di essere visti all’estero, ampliando il bacino di rapporti e la possibilità di repliche, altra grande complessità nel nostro sistema. Non da ultimo, ho sempre trovato problematico che autori e autrici, per vedere messo in scena un proprio testo, debbano a volte essere anche interpreti o registi: abbiamo perso (o più probabilmente in Italia abbiamo raramente avuto) la figura del drammaturgo.
Puoi individuare tre obiettivi per il teatro italiano per il 2035?
Un’eterogeneità anagrafica dei pubblici: vorrei che a teatro si trovassero volti giovani, adulti e anziani insieme. Questo implica anche che il teatro sappia conquistare e mantenere il pubblico al centro della propria missione. Una maggiore commistione dei linguaggi, al di là delle compartimentazioni di genere e di programmazione. Che ogni linguaggio della scena contemporanea trovi spazio e possibilità di espressione, senza discriminanti. Più spazio alla scena underground ed emergente, più sostegno alle giovani compagnie e più osmosi tra le realtà indipendenti e i grandi teatri.
Quali sono le tue tre parole chiave utili a definire le priorità di una direzione artistica?
Sguardo, ascolto e cura. La direzione artistica è una funzione, e non può svolgersi se non nell’ascolto e nel sostegno di chi l’arte la crea.
Curatrice di progetti di drammaturgia contemporanea e ricercatrice universitaria, Francesca Di Fazio si occupa da più di dieci anni di teatro attraverso una carriera universitaria internazionale, l’attività di dramaturg e l’organizzazione di eventi culturali. Si occupa di drammaturgia contemporanea e teatro visuale, anche in qualità di autrice. Dopo aver conseguito una Laurea Magistrale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna e un Dottorato in Arts Spécialité Études Théâtrales e in Arti visive, performative, mediali in cotutela tra l’Université de Montpellier Paul-Valéry e l’Università di Bologna, è docente ricercatrice presso l’Université Côte d’Azur di Nizza e docente a contratto presso l’Université Sorbonne Nouvelle Paris 3 l’Université de Strasbourg. Ha frequentato inoltre la Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro di ERT, diplomandosi nel 2019, come Dramaturg Internazionale.
Alice Squitieri è studentessa del corso di Organizzazione dello Spettacolo presso la Scuola Civica di Teatro Paolo Grassi di Milano. Laureata in Lettere e in Italianistica all’Università di Bologna, si avvicina al teatro con una tesi magistrale sul rapporto tra mondo onirico e scena contemporanea. Ha svolto attività formative presso Piccolo Teatro di Milano, ERT – Teatro Nazionale, Festival di Spoleto, Primavera dei Teatri e Santarcangelo Festival, approfondendo in particolare l’ambito di promozione culturale.
Cecilia Salerno è laureata in Lettere e Italianistica all’Università di Bologna. È tutor didattico presso lo stesso ateneo negli ambiti della Filologia Italiana d'Autore e delle Digital Humanities. Nel 2025 entra a far parte del gruppo di Ateatro curando, insieme ad Alice Squitieri, l’Ateatropedia.






