Una riflessione a partire da Failures in Cultural Participation di Leila Jancovich e David Stevenson

Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).
Categorie: 211 | Le Buone Pratiche della PartecipazioneTags: Pubblicato il: 06/03/2026Aggiornato il: 29/04/2026

Valutare gli esiti o valutare i processi?

La valutazione dei progetti e delle politiche culturali e del loro impatto è un compito complesso e dibattuto [Cicerchia 2021; Marchiori et al., 2024]. Molti meccanismi di valutazione si basano su rilevazioni quantitative, che però lasciano in secondo piano – a parte la qualità artistica – l’impatto sociale, più difficile da valutare sul lungo periodo e impossibile da valutare nell’immediato. Anche perché si tratta di decidere che cosa vale la pena di valutare e sulla base di quali criteri: per esempio, è più importante il numero delle persone coinvolte (magari incrementando il numero di chi partecipa ad attività già finanziate) o la loro tipologia (per esempio coinvolgendo gruppi sotto-rappresentati)?
La valutazione dei progetti partecipativi introduce ulteriori livelli di complessità. A volte i progettisti culturali si pongono alcuni obiettivi numerici verificabili: ma è più importante il raggiungimento del target o quello degli obiettivi valoriali che hanno ispirato l’intervento? Deve prevalere la pratica o la mission? In altri termini, conta più il risultato o il processo? Si tratta di decidere se nella valutazione è più importante la quantità (ed eventualmente la tipologia) dei partecipanti coinvolti, la qualità artistica dell’output oppure lo sviluppo di una comunità e il benessere dei cittadini.
In ogni caso, non si tratta mai di distinguere le forme “buone” di partecipazione da quelle “cattive”: le modalità dell’intervento dipendono sempre dal contesto, dagli obiettivi, dalle forze in campo.

Successo e fallimento

In questo ambito diventa difficile parlare del successo o del fallimento di un intervento. Secondo alcuni osservatori e studiosi, per la loro stessa natura i processi partecipati non possono fallire, perché sono per l’appunto un progetto e non un prodotto. Per François Matarasso, ridurre la valutazione alla dialettica tra successo e fallimento è fuorviante, perché riflette logiche estranee a quella di un’arte comunitaria e cooperativa:

È l’arte mainstream che assegna stelle e premi, sono le politiche pubbliche che si attendono risultati che devono essere conseguiti e obiettivi che devono essere raggiunti raggiungere. Ci sono molti ambiti dell’esistenza dove il fallimento non è rilevante e si rivela inutile. [Matarasso 2021]

In generale per il settore culturale, il fallimento è un tema particolarmente difficile da affrontare, come notano Leila Jancovich e David Stevenson nel loro prezioso saggio Failures in Cultural Participation (disponibile in Open Access):

Il settore culturale si è talmente impegnato a dimostrare il proprio “valore” e a giustificare la legittimità del sostegno pubblico che le valutazioni sono diventate autodichiarazioni dei propri meriti, con l’obiettivo primario di creare narrazioni positive sui successi a breve termine. Tutto questo a discapito di qualunque apprendimento sulle modalità e le ragioni di eventuali fallimento, sul loro impatto sugli individui, sui gruppi e sulle comunità che quel progetto o quella politica culturale avrebbero voluto beneficiare. [Jancovich e Stevenson 2023, 130]

I soggetti coinvolti

Va premesso che il giudizio su un progetto partecipato può apparire molto diverso a seconda degli obiettivi e delle attese del soggetto coinvolto: decisore, operatore, destinatario, volontario [Eriksson e Stephensen 2015]. Nella loro approfondita indagine sul fallimento nei processi partecipativi, Jancovich e Stevenson evidenziano alcune dinamiche.
Per quanto riguarda i committenti, individuano per esempio alcune discrepanze:

  • quella tra i valori a cui dicono di ispirarsi e le pratiche che vengono messe in atto;
  • quella tra chi cerca di aumentare la partecipazione a forme già consolidate e che invece vorrebbe favorire nuove forme di agency culturale;
  • quella tra chi vuole offrire pari opportunità a tutti e chi invece vorrebbe sostenere le espressioni di eccellenza.

Non mancano aporie anche tra gli operatori: per alcuni la partecipazione riguarda la agency dei singoli individui e la loro la capacità di contribuire ai processi decisionali, mentre per altri riguarda in primo luogo la possibilità di collaborare con artisti professionisti, anche se per entrambi il nucleo della partecipazione sta la possibilità di collaborare con professionisti.
Anche se l’autoriflessività è il cuore di ogni pratica artistica, per i professionisti la riflessione sul fallimento resta un’esperienza individuale, basata sulla valutazione personale; di conseguenza la diffusione e la varietà dei fallimenti viene sottostimata. Infine gli operatori, soprattutto gli artisti, ritengono che la loro azione possa contribuire a diminuire le disuguaglianze, ma spesso sottovalutano le disuguaglianze che sono implicite nel loro ruolo.
Per i destinatari dell’intervento, la sensazione è spesso quella di essere oggetti passivi dell’intervento e non soggetti attivi. Inoltre l’orizzonte culturale dei decisori rischia di restare intrappolato in categorie antiquate, senza cogliere la vitalità di altre forme di espressione “dal basso” [Jancovich e Stevenson 2023, 131-133].
Perché un progetto possa avere successo è necessario sviluppare la fiducia reciproca tra i diversi attori: si tratta di superare i pregiudizi nei confronti degli altri, ma anche di mettere in discussione il proprio ruolo e il proprio status, che spesso è un comodo rifugio.

Livelli di partecipazione

Un’analisi seria di un processo partecipativo, proprio per la complessità dei processi e la molteplicità dei soggetti coinvolti, deve muoversi su più dimensioni.
Un primo aspetto da valutare è il rapporto tra la qualità artistica dell’eventuale restituzione (il riscontro critico, che fa parte del processo artistico) e l’impatto sociale dell’intervento. In questa prospettiva sono anche determinanti i livelli di partecipazione e dunque il coinvolgimento attivo e l’empowerment dei cittadini coinvolti [Bovio e Ponte di Pino 2025].
Nel 1969 Sherry Arnstein con la sua Ladder of Citizen Participation aveva individuato otto livelli, mostrando che non tutte le pratiche definite partecipative comportino un reale trasferimento di potere [Arnstein 1969].

  • Non partecipazione: processi che attribuiscono ai cittadini un ruolo passivo, con l’obiettivo di ottenere il consenso per scelte e politiche già deliberate (1. Manipolazione, 2. Terapia);
  • consultazione e concertazione: ha l’obiettivo di migliorare i progetti, ma non conferisce reali poteri alla cittadinanza, lasciando la fase decisionale nelle mani dell’Amministrazione (3. Informazione, 4. Consultazione, 5. Conciliazione);
  • partecipazione attiva e empowerment: il coinvolgimento nei processi decisionali non è solo un mezzo per raggiungere uno scopo, ma fa parte degli obiettivi (6. Partenariato, 7. Delega, 8. Controllo).

La scala della partecipazione di Arnstein è stata discussa, con diverse proposte di modifica. Per White vanno tenute in considerazione anche le differenti funzioni che può assumere la partecipazione: strumentali, rappresentative o trasformative, a seconda delle motivazioni, degli attori coinvolti e della direzione del processo [White 1996]. Carpentier distingue invece la partecipazione dall’accesso (la possibilità di essere presenti) e dall’interazione (la possibilità di costruire relazioni comunicative): la partecipazione implica una dimensione di potere e di incidenza sulle decisioni [Carpentier 2015].
Peraltro la “scala della partecipazione” non è immediatamente applicabile all’ambito artistico e culturale. Tuttavia è evidente che l’approccio sposta la prospettiva dal terreno artistico a quello sociale e politico: gli autentici processi di partecipazione prevedono un trasferimento del potere dai decisori (l’Amministrazione) e dagli operatori ai cittadini, che non possono essere semplici fruitori di un servizio progettato ed erogato da altri, o meri esecutori di compiti prestabiliti. La modalità di allocazione delle risorse riflette i rapporti di potere: dipende totalmente dalle scelte dei policy makers? O è frutto di un percorso dialogico che prevede consultazioni tra decisori e partecipanti?
E’ in gioco la agency dei soggetti coinvolti, ovvero la capacità di agire nel proprio ambiente umano per trasformarlo [Paltrinieri e Spampinato 2024; Ponte di Pino 2024].

Per una fenomenologia del successo/fallimento

Nell’esaminare le interviste e i dibattiti sulla valutazione dei processi partecipativi, Jancovich e Stevenson individuano inoltre cinque prospettive ricorrenti, che andrebbero discusse separatamente.

Le cinque sfaccettature del successo/fallimento nei progetti e nelle politiche culturali

Obiettivo (Purpose)
Riguarda il raggiungimento degli scopi, degli obiettivi e dei risultati esplicitati dalla politica o nel progetto. Riguarda anche i benefici previsti per i diversi gruppi/target.

Processo (Process)
Riguarda la progettazione e l’implementazione/attuazione della politica/progetto. Comprende tutte le azioni, le attività e le fasi di una politica/progetto dall’inizio alla fine.

Partecipazione (Participation)
Chi partecipa alla politica/progetto e come, in ogni fase, dalla progettazione alla realizzazione e alla valutazione. Si riferisce anche allo sviluppo di una rete sostenibile di parti coinvolte, con interessi diversi ma pari influenza.

Pratica (Practice)
Riguarda le intenzioni/aspirazioni creative e culturali della politica/progetto. Si riferisce anche all’accoglienza critica come elemento della pratica creativa.

Profilo (Profile)
Riguarda la reputazione e le prospettive delle organizzazioni e/o dei professionisti coinvolti. Riguarda anche il controllo sull’agenda politica e la capacità di promuovere interessi e valori organizzativi o personali.

[Jancovich e Stevenson 2023, 141].

Invece la valutazione tende spesso a un eccesso di semplificazione: il successo e il fallimento sono totali, secondo una logica binaria che non prevede sfumature. Invece è importante tener conto dei chiaroscuri tra il fallimento totale e il successo assoluto.

I sei gradi di successo/fallimento nei progetti e nelle politiche culturali

Fallimento totale (Outright failure)
Anche se ci sono stati elementi di successo, nella sostanza gli obiettivi/intenzioni non sono stati raggiunti. L’opposizione e le critiche sono forti e/o l’approvazione e il sostegno sono praticamente inesistenti.

Fallimento precario (Precarious failure)
Alcuni degli obiettivi/intenzioni primari sono stati raggiunti solo in parte. L’opposizione e le critiche sono maggiori dell’approvazione e del sostegno.

Fallimento tollerabile (Tolerable failure)
Alcuni degli obiettivi/intenzioni primari vengono raggiunti solo parzialmente. L’opposizione è piccola e/o la critica è di fatto inesistente, ma qualsiasi supporto/approvazione può essere limitato a specifici gruppi di stakeholders.

Successo contrastato (Conflicted success)
Alcuni obiettivi/intenzioni sono stati raggiunti, altri no. Critiche e approvazioni in pratica si equivalgono, ma variano tra i diversi gruppi di stakeholders. Si rivela difficile evitare ripetute controversie e dibattiti.

Successo resiliente (Resilient success)
Alcuni obiettivi/intenzioni secondari non sono stati raggiunti. Tuttavia, nessuno di questi fallimenti ha impedito in modo significativo il raggiungimento degli obiettivi/intenzioni primari. L’opposizione è piccola e/o le critiche sono praticamente inesistenti, ma il sostegno/approvazione può essere limitato a gruppi specifici di parti interessate.

Successo assoluto (Outright success)
Anche se ci sono stati alcuni elementi di fallimento, la prevalenza dei successi ha portato al pieno raggiungimento di tutti gli obiettivi/intenzioni. Critiche e opposizioni sono praticamente inesistenti e l’approvazione e il sostegno sono pressoché universali e provengono da un gruppo eterogeneo di parti interessate.

[Jancovich e Stevenson 2023, 143, adattamento da McConnell 2010, 2015]

La ruota del fallimento

Intrecciando le due prospettive, quella delle cinque cinque sfaccettature e quella dei sei gradi di successo/fallimento, Jancovich e Stevenson disegnano “la ruota del fallimento”.

Va anche ricordato che i progetti partecipati possono interessare tutte le fasi della filiera, dalla co-progettazione alla co-creazione, dalla co-organizzazione alla valutazione [Bovio e Ponte di Pino 2026, 26-29].
Jancovich e Stevenson fanno capire che per gli artefici dei processi partecipativi i processi di autovalutazione non sono facili. Tuttavia in un’ottica di sviluppo, l’analisi delle forze e delle debolezze, dei successi e dei fallimenti resta fondamentale anche in un’ottica di sviluppo. Come notano i due autori, solitamente i decisori prima di erogare il sostegno richiedono una rendicontazione più o meno dettagliata dell’attività svolta: ma la rendicontazione guarda al passato, mentre quello che si può imparare da successi e fallimenti guarda al futuro.

BIBLIOGRAFIA

Arnstein 1969
Arnstein Sherry R., A Ladder of Citizen Participation, in Journal of the American Institute of Planners (ora Journal of the American Planning Association), 35(4), pp. 216–224.

Bishop 2012
Bishop Claire, Artificial Hells, Participatory Art and the Politics of Spectatorship, Verso Books, New York (tr. it. Inferni artificiali. La politica della spettatorialità nell’arte partecipativa, Luca Sossella Editore, nuova edizione 2024).

Bovio e Ponte di Pino 2026
Bovio Gloria e Ponte di Pino Oliviero, Per una cultura della partecipazione, Mimesis, Milano.

Bourriaud 2010
Bourriaud Nicolas, Estetica relazionale, Postmedia Books, Milano.

Carpentier 2025
Carpentier Nico, Differentiating between Access, Interaction and Participation, numero speciale di “Conjunctions Transdisciplinary Journal of Cultural Participation”, 2(2).

Cicerchia 2021
Cicerchia Annalisa, Che cosa muove la cultura. Impatti, misure e racconti tra economia e immaginario, Editrice Bibliografica, Milano.

Eriksson e Stephensen 2015
Eriksson Birgit e Stephensen Jan Løhmann, Rethinking Participation and Re-enacting Its Dilemmas? — Aarhus 2017 and “The Playful Society”, “Conjunctions”, Vol. 2, Iss. 2, pp. 48-66.

Jancovich e Stevenson 2023
Jancovich Leila e Stevenson David, Failures in Cultural Participation, Palgrave Macmillan, London, disponibile in Open Access https://link.springer.com/book/10.1007/978-3-031-16116-2).

Marchiori 2024
Marchiori Michela, Baioni Mauro, Marcucci Flavia, Petrini Chiara, Valutare l’impatto degli interventi sui beni culturali attraverso il metodo SOPHIA. Il caso Teatro Akropolis, RomaTrE-Press, Roma.

Matarasso 2021
Matarasso François, Learning the right lessons, in “A Restless Art”, 14 giugno 2021, alla pagina https://arestlessart.com/2021/06/14/7785/.

McConnell 2010
McConnell Allen, Understanding policy success, Macmillan Education UK, https://doi.org/10.1007/978-1-137-08228-2.

McConnell 2015
McConnell Allen, What is policy failure? A primer to help navigate the maze. “Public Policy and Administration”, 30(3-4), 221-242, https://doi.org/10.1177/0952076714565416.

Paltrinieri e Spampinato 2024
Paltrinieri Roberta e Spampinato Francesco, Arti come Agency. Il valore sociale e politico delle arti nelle comunità, Franco Angeli, Milano, download open access alla pagina https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/book/1171

Ponte di Pino 2024
Ponte di Pino Oliviero, Arte come Agency, “AgCult”, 3 settembre 2024, alla pagina https://www.agenziacult.it/letture-lente/ti-raccomando-la-cultura/arte-come-agency/.

White 1996
White Sarah C., Depoliticising development: The uses and abuses of participation, in “Development in Practice”, 6(1), pp. 6-15.

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Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).

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