Per capire quello che succederà da oggi al 9 maggio 2026

Categorie: 207 | AnnoZero, copertinaTags: , , , Pubblicato il: 17/04/2026Aggiornato il: 15/05/2026

La prima parte di questo dossier è stata pubblicata il 17 aprile 2026. Abbiamo deciso di continuare ad aggiornare il dossier nella sezione Aggiornamenti.

Il rapporto tra politica e cultura è da sempre molto stretto: tra i temi a cui Ateatro dedica maggiore attenzione ci sono la dimensione e l’impatto politico dell’azione artistica e le politiche culturali dell’Italia e dell’Europa.
Negli ultimi anni siamo stati testimoni di due svolte radicali. Lo scenario internazionale, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, ha avuto immediate ricadute sulla situazione culturale: in quelle settimane abbiamo provato a riflettere sul primo impatto di questo cambiamento in Gli ultimi giorni dell’umanità (culturale). Parole e corpi dal teatro di guerra ucraino. La vittoria della destra alle elezioni del novembre 2022 ha dato un nuovo indirizzo alle scelte di politica culturale del governo, sia nella sistematica occupazione delle poltrone, sia nelle misure punitive contro opere o artisti “sgraditi”, sia nell’esplicito obiettivo di una “controegemonia” culturale, da contrapporre all’egemonia gramsciana della sinistra (vera o presunta).
Abbiamo raccontato i primi due anni delle politiche sulla cultura del governo Meloni (e le contraddizioni interne alle destre) in un’ampia inchiesta, 199 | La politica culturale della destra al governo, che ha poi avuto un sequel nel dossier 207 Annozero, con i suoi approfondimenti.
Nelle ultime settimane sono esplose le polemiche sul Padiglione Russia alla 61a Biennale d’Arte. Nel 2022 restò chiuso, dopo che gli artisti russi Kirill Savchenkov e Alexandra Sukhareva e il curatore lituano Raimundas Malašauskas abbandonarono il padiglione russo, definendo la guerra “politicamente ed emotivamente insostenibile” e che durante il conflitto “non c’era più posto per l’arte”, mentre nel 2024 venne ceduto alla Bolivia.

Il Padiglione della Russia alla Biennale Arte del 2024

Il Padiglione della Russia alla Biennale Arte del 2024

Il dibattito sta facendo conflagrare molti temi che riguardano le “guerre culturali” che stiamo vivendo. Pensiamo sia utile ripercorrere la vicenda e i suoi antecedenti, in vista dell’inaugurazione della mostra, prevista per il 9 maggio 2026.

Dragonera: “Putin vero leader di destra, mentre Trump ha solo una bella moglie”

Donald Trump, l’eroe della destra al Bar Sport sputa un elenco d’imprenditori malfattori amici di Vladimir Putin: “Tutti pericolosi per la democrazia nel mondo”.
L’Italia s’accoda agli Usa e però qualcosa non quadra.
È sparita l’Unione Sovietica ma – chissà perché – la NATO nata per difendere il mondo dal comunismo esiste ancora.
La Russia che è la cristianità, con oltre cento milioni di fedeli uccisi dal comunismo, i suoi morti – chissà perché – deve piangerseli da sola.
La Russia restituisce alla bellezza, Palmira l’esercito di Putin sconfigge l’Isis ma – chissà perché – per gli americani è come la Corea del Nord.
La Russia vince la guerra in Siria, regala al Mediterraneo la pace, evita una catastrofe umanitaria – soprattutto per l’Italia – di sfollati e disperati ma, per gli atlantisti, è uno Stato canaglia.
Putin è l’unico statista davvero di destra ma – chissà perché – per Trump, il capo del Bar Sport, è solo un dittatore. E poi dice che non ha ragione il Cavaliere quando di Trump dice l’unica cosa che si può dire: “Ha una bella moglie”.
(Dragonera, alias Pietrangelo Buttafuoco, Putin vero leader di destra, mentre Trump ha solo una bella moglie, “Il Tempo”, 2 febbraio 2018, ripreso da barbadillo il 4 febbraio 2018)

Mikhail Shvydkoy: “Sarebbe molto più onesto tornare alla censura”

Non idealizzo in nessun modo la politica culturale perseguita nell’URSS. Riproporla è impossibile perché agiva in un paese chiuso, con un unico partito al potere e un’unica ideologia, protetti dalle linee rosse del marxismo-leninismo, che includevano l’estetica marxista-leninista. Ma anche all’interno di queste linee rosse, c’era spazio per la creatività – grande letteratura, giornalismo profondo, cinema eccezionale, teatro e musica di livello mondiale… (…)
Dirò subito che sono un cittadino ortodosso della Russia, membro del partito del progresso moderato nell’ambito dello stato di diritto, per usare l’espressione di Jaroslav Hašek. E nell’ambito di questa affiliazione politica, sono certo che il numero di requisiti per figure culturali, editori, produttori, editori, che sono difficili da formalizzare dal punto di vista legale, non possa aumentare all’infinito. E questo non può che influenzare la qualità delle opere create. Non si possono redigere sul tavolo decreti del Presidente della Federazione Russa e codici di leggi, inclusi, oltre al Codice Civile, anche il Codice Penale.
Sembra che sarebbe molto più onesto tornare alla censura, che sarebbe fatta da professionisti e non da burocrati di vari dipartimenti, che a loro volta non comprendono appieno cosa dovrebbero temere, per non perdere il lavoro, rovinando così la loro carriera. Sì, la rinascita dell’istituzione della censura non è un piacere a buon mercato, che richiede non centinaia, ma migliaia di servitori illuminati dello Stato, ma, forse, solo essa può preservare un’atmosfera sana nell’ambiente creativo.
(Mikhail Shvydkoy, La rinascita dell’istituzione della censura non è a buon mercato, richiede migliaia di servitori illuminati dello Stato, “Rossiyskaya Gazeta”, 1 luglio 2025)

Biennale 2026: nuovi ingressi e ritorni

La 61° Biennale d’arte di Venezia, oltre alla mostra intitolata In Minor Keys curata da Koyo Kouh, presenterà 99 padiglioni di Partecipazioni nazionali (e 31 eventi collaterali). Sono sette i paesi presenti per la prima volta alla Biennale d’arte (…). Partecipa per la prima volta con un proprio padiglione anche El Salvador. Annunciata la riapertura del Padiglione russo dopo due anni e, per ora, confermato anche quello dell’Ucraina. È annunciata l’apertura del Padiglione di Israele, rimasto chiuso nell’ultima edizione della Biennale. (…)

Di fronte alle richieste di partecipazione dei Paesi, la Biennale esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte – si legge in una note della direzione -. La Biennale e così la città di Venezia si confermano luogo di dialogo, apertura e libertà artistica, favorendo la vicinanza fra i popoli e le culture e auspicando sempre la fine dei conflitti e delle sofferenze.

(Biennale d’arte di Venezia: 99 padiglioni, 7 debutti. Tornano Russia e Israele, “Corriere della Sera”, 5 marzo 2026)

Il Padiglione della Russia riapre ma non è un ritorno

Martedì Mikhail Shvydkoy, ex ministro della Cultura e attualmente delegato della Russia per gli scambi culturali internazionali, ha confermato che il Padiglione della Russia aprirà a maggio, nell’ambito della Biennale 2026.

“Vorrei precisare che la Russia non ha mai lasciato la Biennale di Venezia,” ha scritto in una e-mail. “La presenza stessa del nostro padiglione — indipendentemente da ciò che vi si svolge, che si tratti di mostre dei nostri amici latinoamericani o dell’organizzazione di un centro educativo per l’intera Biennale — significa la presenza del nostro Paese nello spazio culturale di Venezia. Pertanto, poiché non siamo andati da nessuna parte, non stiamo ‘tornando.’ Stiamo semplicemente cercando nuove forme di attività creativa nelle circostanze attuali.”

Mikhail Shvidkoy e Vladimir Putin (25 maggio 2013)

Mikhail Shvidkoy e Vladimir Putin (25 maggio 2013)

Secondo Shvydkoy, il prossimo padiglione coinvolgerà più di 50 giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia e da altri paesi.

Questa è un’ulteriore prova che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di ‘annullarla’ — intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali — non hanno avuto successo”, ha affermato. “Proprio per questo abbiamo deciso di creare un progetto in cui si possa ascoltare una polifonia multilingue di culture — culture che non si considerano periferiche rispetto all’Occidente.

La mostra si intitola L’albero ha le radici nel cielo e sarà incentrato sull’idea che “la politica esiste in dimensioni temporanee, mentre le culture comunicano nell’eternità”, ha spiegato Shvydkoy. “Nel nostro nuovo progetto, l’eternità prevale sulle preoccupazioni momentanee, la cultura sulla politica… purtroppo, non tutti sono in grado di capirlo.”
All’interno del padiglione, musicisti provenienti da tutta la Russia e da altri paesi, tra cui Argentina, Brasile, Mali e Messico, saranno presenti in un “festival musicale.” L’obiettivo sarà quello di mettere in luce “il potenziale creativo delle aree e delle pratiche periferiche, mettendo in mostra tradizioni, linguaggi musicali e approcci sperimentali che emergono lontano dai grandi centri culturali, ma proprio per questo preservano una potenza espressiva autentica e innovativa”, hanno detto ad ARTnews gli organizzatori del Padiglione Russo.
(George Nelson, Russia’s Pavilion at the Venice Biennale Is Set to Reopen This Year, But Officials Say It Isn’t a ‘Return’, 3 marzo 2026)

L’artista russa Emilia Kabakov lancia la open call ai cittadini veneziani per Diario veneziano

In occasione della 61a Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, Emilia Kabakov porta in laguna un’idea originariamente concepita insieme al suo defunto marito, Ilya Kabakov: Diario Veneziano, un’opera monumentale e partecipativa che rappresenterà uno straordinario autoritratto della città.
Curata da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, la mostra trasformerà il piano principale di Ca’ Tron — storico palazzo del XVI secolo affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia — e parte del Padiglione Venezia in un ambizioso dispositivo narrativo. Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia.
I protagonisti saranno circa 500 residenti della città metropolitana di Venezia: ognuno sarà invitato a scrivere una pagina di questo diario collettivo, descrivendo il proprio legame con la città e sottoponendo alla mostra un oggetto capace di rappresentarla simbolicamente. Frammenti di vite, ricordi, desideri, nostalgia e speranze comporranno un mosaico umano stratificato e sorprendente sospeso tra passato e futuro.

“Venezia è piena di persone che lavorano instancabilmente per preservare non solo la città stessa, ma anche un senso di comunità che raramente incontriamo nell’era digitale. In un’epoca in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza per ciò che può accadere quando i vicini si sostengono a vicenda e condividono la responsabilità di prendersi cura della propria casa per le generazioni future”, afferma Emilia Kabakov.

(la call ai cittadini veneziani è stata lanciata tra il 3 e il 5 marzo 2026; dal sito Ilya & Emilia Kabakov)

La Commissaria Anastasiia
Anastasia Karneeva

Anastasiia Karneeva (dal sito Smart Art)

La commissaria del Padiglione della Russia sarà Anastasiia Karneeva, classe 1982, in carica come commissaria dal 2021 (il mandato dura otto anni). Figlia di Nikolai Volobuev, generale in pensione dell’FSB (e, all’epoca dell’URSS, tra le fila del KGB) e vicedirettore generale di Rostec (holding statale attiva nel settore della difesa, fondata nel 2007 dallo stesso Putin, e dal 2014 soggetta a sanzioni da parte di USA e Unione Europea), Karneeva si presenta come collezionista e mecenate.
È stata titolare di un’attività di produzione artistica e organizzazione di mostre chiamata Smart Art e fondata nel 2016 assieme a Ekaterina Vinokourova, figlia dell’attuale ministro degli Esteri Russo Sergei Lavrov e moglie di Aleksandr Vinokourov, uomo d’affari, attuale azionista di maggioranza di Magnit, uno dei più grandi rivenditori di generi alimentari del paese, colpito dalle sanzioni europee già a marzo 2022.
Ekaterina Vinokurova

Ekaterina Vinokurova (dal sito Smart Art)

Il marito di Anastasia Karneeva, Dmitrij Karneev, suo coetaneo, è stato per molto tempo un uomo degli apparati: ha lavorato a lungo per Rosspirtprom, la società statale che controlla l’industria russa degli alcolici, prima di diventarne direttore nel 2024 per poi abbandonare ogni attività parastatale e dedicarsi in privato al settore della ristorazione.
(Biennale di Venezia 2026, torna la Russia: ecco chi c’è dietro il padiglione di regime, “Finestre sull’arte”, 4 marzo 2026)

The Tree Is Rooted in the Sky

La Russia riapre il suo padiglione alla Biennale Arte a Venezia. Dopo due edizioni segnate dall’assenza in seguito all’invasione dell’Ucraina (…) il paese tornerà in vista dell’edizione numero 61 (…). Il nuovo progetto espositivo, intitolato L’albero è radicato nel cielo, coinvolgerà oltre 50 tra musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia, ma anche da Argentina, Brasile, Mali e Messico. Si parla di un “festival musicale” per valorizzare pratiche artistiche lontane dai grandi centri culturali. La politica apparentemente resterà fuori. Le polemiche forse no.
(La Russia sarà di nuovo alla Biennale dopo lo stop per la guerra in Ucraina, “la Repubblica”, 4 marzo 2026)

I difensori della patria

Per quanto riguarda gli artisti, sono diversi i nomi annunciati per il padiglione russo: si tratta per lo più di artisti russi, con qualche sparuta presenza internazionale. Sono stati presentati come “giovani” da Shvidkoy. Tra i nomi più noti figurano quelli di Maria Vinogradova (celebre ballerina solista del Bolshoi che, negli anni della guerra in Ucraina, ha continuato a lavorare in Russia, partecipando anche, ad aprile del 2022, a un concerto nell’ambito di una campagna organizzata dal Ministero della Cultura russo a sostegno della guerra), di alcuni membri dell’ensemble Toloka, un gruppo folk russo che, attraverso i propri canali social, ha espresso la propria vicinanza ai soldati russi (l’ultima volta lo scorso 23 febbraio per salutare uno dei membri del gruppo, in partenza per il servizio militare, con un post su V Kontakte in cui il resto del complesso non ha perso occasione di congratularsi con “tutti i difensori della Patria”), e di Alexey Retinsky, musicista di origine ucraina.
(Biennale di Venezia 2026, torna la Russia: ecco chi c’è dietro il padiglione di regime, “Finestre sull’arte”, 4 marzo 2026)

La diplomazia della bellezza

Buttafuoco, ma a Roma lo sanno?
«Certo che lo sanno. Sono consapevoli della libertà e dell’autonomia della Biennale».
Autonomia, certo. Ma lei è stato scelto da questa maggioranza.
«Se non ci fosse al governo Giorgia Meloni, io non sarei qui».
E Giuli lo sa?
«Sì, e con il ministro abbiamo un confronto continuo. Mi permetto di portargli souvenir solari, per esempio dalla Mongolia. E siamo pur sempre due lettori di René Guénon. Abbiamo ben chiari Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi».
Dunque, delle due l’una: o il governo la fermerà oppure approva in silenzio quella che è, a tutti gli effetti, diplomazia, soft power rivolto verso quadranti geopolitici strategici.
«Questa istituzione ha una struttura unica al mondo, per questo è un riferimento internazionale. C’è un consiglio di amministrazione che condivide con me questa fase storica. Noi pensiamo che dove c’è arte ci sia dialettica. E i 99 Paesi ospiti lo dimostrano».
È la lezione del Louvre, che aprendo una sede ad Abu Dhabi, ha dato vita alla “diplomazia della bellezza”.
«Ma questa è la speciale natura di Venezia. La Biennale è il genius loci che trasporta la Serenissima nella dimensione del contemporaneo. Questa è la città dove tutti i popoli si sono incontrati, la città capitale d’Oriente».
E la sua è politica estera.
«Sì, è politica estera con una grande responsabilità, in una fase delicatissima e fragile».
Perché?
«Perché devi farti capire sia da chi non sa come funziona la Biennale sia da chi cavalca l’onda dell’indignazione e chiede di chiudere, boicottare, fermare. Io dico invece che è assurdo che sia finito quello schema per cui esistono momenti in cui la tregua impone il confronto. Questo è inaudito».
Sta proponendo una tregua? E come?
«Abbiamo tradito lo spirito olimpico, lo spirito degli dèi. La prima cosa che imparavi al liceo era che esiste un momento, alto e sacro, in cui le armi si devono fermare, un momento in cui devi far incontrare i popoli che sono in guerra tra loro».
Per questo alla Biennale torna la Russia?
«La Russia è proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 ed è stata assente dal 2022. Ho chiesto ai miei collaboratori di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra, per raccontarci l’altro punto di vista. Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da anni Settanta. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie».
Ma gli artisti vengono scelti dai governi.
«Sì, ma non è mai accaduto che un artista non abbia portato avanti il proprio discorso di indipendenza. Israele, proprietario di un padiglione dal 1952, nel 2024 ha comunicato la partecipazione e ha allestito il padiglione, poi rimasto chiuso per volontà dell’artista, che voleva denunciare il dramma degli ostaggi in mano ad Hamas».
Lo Stato palestinese non è riconosciuto dall’Italia.
«È vero, e per statuto la sua presenza non è automatica come per gli altri. Ma anche quest’anno ci sarà una rappresentanza di artisti palestinesi in uno degli eventi collaterali».
L’Iran confermerà la presenza?
«Questo lo spero. È comunque importante che abbia chiesto di partecipare».
Poco fa parlava di genius loci veneziano. Forse il genius loci italiano è quello di essere porto e ponte verso Sud e Est. Le chiedo ancora: a Roma ne sono consapevoli?
«È il ceto politico europeo a non averne consapevolezza. Noi abbiamo portato la Biennale nei luoghi di Marco Polo: in Cina, in Mongolia, a Istanbul, in India. Credo che il nostro genius loci sia l’universalità».
Un’universalità che può però sembrare alla solita Italia con un piede di qua e uno di là, che è la critica più comune alla politica estera del governo: un po’ con Trump, un po’ con l’Europa, un po’ con l’Ucraina, un po’ con Orbán…
«Se c’è una costante nel mio lavoro in questi due anni è questa: gli interlocutori sono sempre Asia o Africa, Africa o Asia. Dal mio punto di vista e da quello della curatrice Koyo Kouoh, la Biennale è il racconto del mondo di domani senza retorica terzomondista, ma attraverso le nuove energie vive».
(Pietrangelo Buttafuoco, in Dario Olivero, Buttafuoco “La mia Biennale sarà la vera tregua”, “la Repubblica”, 5 marzo 2026)

Nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano

Nel tardo pomeriggio di ieri – dopo che i due, la mattina, si erano abbracciati in favore di fotografi proprio a Venezia all’inaugurazione della mostra a Palazzo Ducale sui legami tra Etruschi e Veneti – dal Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli è partita una nota che non è difficile definire gelida nei confronti del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco (…).

In merito alle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco si precisa che la partecipazione della Federazione Russa è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano. Come ribadito più volte dal ministro Giuli, anche in occasione dei diversi incontri e colloqui con le autorità ucraine, l’Italia sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata sul conflitto”

(Sara d’Ascenzo, Russia a Venezia, Giuli contro Buttafuoco, “Corriere della Sera”, 6 marzo 2026)

La Russia è proprietaria del Padiglione

Per quanto riguarda il merito della questione, la Russia è proprietaria di un Padiglione ai Giardini dal 1914. Mancava a Venezia dal 2022, nel 2024 aveva concesso il padiglione alla Bolivia. Lo statuto della Biennale prevede che ogni Paese riconosciuto dall’Italia possa chiedere di partecipare e, se proprietario di un padiglione, semplicemente comunicarlo.
(Dario Olivero, Giuli contro Buttafoco “Il governo non voleva la Russia alla Biennale”, “la Repubblica”, 6 marzo 2026)

Una voce dall’Europa

“Condanniamo con la massima fermezza la decisione di consentire alla Russia di partecipare a una delle piattaforme culturali più prestigiose al mondo mentre continua la sua brutale guerra di aggressione contro l’Ucraina (…)”, scrive un gruppo di eletti nelle file di Ppe, Socialisti, Renew, Verdi, Ecr e Sinistra, in una lettera indirizzata a Pietrangelo Buttafuoco. (…) “La mostra”, si legge ancora nella lettera di cui primo firmatario è il lettone Martins Stakis,

“ha storicamente rappresentato i principi di libertà, dignità e solidarietà tra le nazioni. Esortiamo la sua dirigenza a garantire che questi principi rimangano al centro delle decisioni dell’istituzione.”

(Sara Scarafia, La Biennale senza pace. “No a Mosca”, “la Repubblica”, 7 marzo 2026)

Massimo Cacciari: “Qual è il modello che hanno in testa i nostri governanti?”

Quindi ha ragione il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ad aprire al ritorno degli artisti russi?
«Assolutamente sì, ha la mia piena solidarietà. Tuttavia…».
C’è un tuttavia?
«Quando gli artisti mostreranno i loro lavori, il governo, la presidente del Consiglio, tu, io, chiunque potrà giudicare le scelte che la Biennale ha fatto. Se non sarà arte ma propaganda per l’invasione russa, allora non solo si potrà criticare Buttafuoco, ma anche chiederne le dimissioni attraverso le regole previste dallo statuto della Biennale. Ma fino a quel momento le persone serie non giudicano sulla base di parametri ideologici o politici».
Perché il ministro della Cultura ha sentito il bisogno di sottolineare la contrarietà del governo se la Biennale è autonoma?
«Le chiedo: qual è il modello che hanno in testa i nostri governanti? Quello per cui era proibito suonare Beethoven durante la Prima guerra mondiale? Oppure quello per cui adesso, siccome c’è la guerra russo-ucraina, diventa difficile organizzare un convegno su Dostoevskij? Questa è una follia. E quindi, se Buttafuoco reagisce a questo andazzo demenziale, ha tutta la mia solidarietà. Fa benissimo a invitare artisti russi, ucraini, iraniani, esattamente come inglesi, francesi o tedeschi. Perché la Biennale è questo. La missione delle istituzioni culturali, in momenti tragici come questi, è continuare a mantenere rapporti di dialogo e di confronto. Soprattutto tra le parti che oggi sono drammaticamente in guerra». (…)
Professore, non è troppo irenico pensare che la cultura sia l’opposto della guerra?
«Sì, lo è. La cultura della ricerca artistica, come quella scientifica e filosofica, sono spazi di lotta, di contrasto, di contraddizione. Ma sono quei contrasti, quelle contraddizioni che non portano ad ammazzarsi, ma si risolvono dialogicamente. Come in amore».
E non è un po’ giù di moda dire fate l’amore non la guerra?
«È un vecchio discorso, in fondo era anche l’utopia freudiana. L’aggressività è insita nella nostra natura, una dimensione invincibile. Se riuscissimo a tradurre la nostra aggressività in termini artistici, e non nei termini bellicisti con cui costantemente nel campo politico la traduciamo… ma qui mi fermo. È appunto un’utopia».
(Massimo Cacciari, in Dario Olivero, Cacciari “Nell’arte non può esserci censura pazienza che a Roma non siano d’accordo”, “la Repubblica, 7 marzo 2026)

Marco Tarchi: “Boicottare non è una strada. E non è neanche un errore. È un segno di intolleranza e una vergogna”

È giusto che la Russia torni con i suoi artisti a Venezia?
«Fin dall’immediato indomani dell’attacco all’Ucraina, mi sono espresso contro ogni commistione fra gli aspetti politico-militari della vicenda e ogni questione attinente alla cultura russa o ad altri aspetti della sua società. Di fronte all’isteria antirussa che pervade gli strumenti di comunicazione italiani (e non solo) da quattro anni a questa parte, sono ancora più convinto di quella mia valutazione. Considero per esempio ingiusto – e persino indecente, visto lo shopping che in questo periodo ne hanno fatto altri Paesi, naturalizzandoli in fretta e furia, puntando sul loro desiderio di non sprecare le fatiche e i sacrifici fatti per crearsi una carriera sportiva – l’esclusione degli atleti russi e bielorussi da tutte le competizioni internazionali».
L’arte può rappresentare davvero una tregua?
«Poche settimane fa si è deplorato Putin perché non aveva concesso una “tregua olimpica” all’Ucraina affinché rimettesse in sesto il suo apparato difensivo, e il governo italiano era fra gli scandalizzati. Non so quali siano i rapporti fra Giuli e Buttafuoco, ma su questo tema sono dalla parte del secondo».
La Biennale rivendica la sua autonomia anche se gli artisti li scelgono i governi: fa bene a sottolineare e praticare la sua indipendenza?
«Sì. E le scelte delle delegazioni da inviare a manifestazioni di questo tipo spettano in molti casi a enti governativi: si pensi ad esempio alla Buchmesse di Francoforte. Talvolta la cosa dà fastidio e crea scandalo, talaltra no, ed è sempre un problema di colore politico. Sconfortante».
Come legge la frattura tra Giuli e Buttafuoco? Crede che abbia un significato politico?
«Credo che Buttafuoco voglia ribadire la sua posizione di “battitore libero”, di “irregolare” più che di “intellettuale d’area” a cui ha sempre tenuto, mentre Giuli è tenuto – qualunque cosa pensi – a rispettare, in quanto ministro, la linea ufficiale del governo di cui fa parte».
A proposito di Gaza lei ha detto che di fronte a un conflitto “non si può stare da entrambe le parti”: non vale quando parliamo d’arte?
«Se si deplora – e a ragione – che a taluni registi cinematografici iraniani sia stato negato di girare film in patria, perché si dovrebbe indiscriminatamente negare a quelli che non hanno subito questa censura di partecipare a festival all’estero? Due pesi e due misure ideologiche, che solo l’ipocrisia e la faziosità possono giustificare. E torno a dire che un conto è portare in una manifestazione contro i massacri a Gaza, contemporaneamente, la bandiera palestinese e quella israeliana, un altro impedire a uomini di cultura israeliani di esprimersi all’estero».
Da quando la Russia ha attaccato l’Ucraina è capitato spesso che grandi teatri abbiano annullato concerti di direttori di orchestra russi; qualcuno ha anche pensato di boicottare Dostoevskij. Qual è il ruolo della cultura in tempo di guerra?
«Boicottare non è una strada. E non è neanche un errore. È un segno di intolleranza e una vergogna».
Cosa accadrebbe se gli artisti russi usassero i loro spazi per fare propaganda?
«Come ai tempi dell’Unione Sovietica, dove ciò accadeva regolarmente, vuol dire? All’epoca se ne scandalizzava solo il quotidiano missino. Non credo che il governo russo sia così stupido».
(Marco Tarchi, in Sara Scarafia, Tarchi “Biennale, Giuli sbaglia cultura e sport fuori dai conflitti”, “laRepubblica”, 8 marzo 2026)

L’Ucraina chiede l’esclusione della Russia dalla Biennale

I ministri degli Esteri e della Cultura di Kiev hanno chiesto alla Biennale di Venezia di escludere la Russia dalla partecipazione alla prossima rassegna d’arte, che prenderà via il 9 maggio.

“Invitiamo gli organizzatori della Biennale a riconsiderare la loro decisione (…) e mantenere la posizione di principio dimostrata nel 2022-2024”,

hanno dichiarato in una nota il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha e la ministra della Cultura Tetyana Berezhna. (…)

“La Russia usa apertamente la cultura anche come strumento di influenza politica”,

hanno proseguito (…).
È bene ricordare che i padiglioni nazionali ai Giardini di Venezia sono di proprietà dei governi delle rispettive nazioni, non della Biennale: (…). Per prassi, la Biennale riceve dai governi di questi Paesi (in genere dal ministero degli Esteri o della Cultura) la segnalazione della partecipazione con indicato il nome del committente (in genere il ministero), il nome dei curatori, degli artisti e il progetto. Non risulta che la Fondazione Biennale abbia vietato ai Paesi di esporre nei propri padiglioni. L’Ucraina, invece, sempre con proprio committente e curatore, è ospitata in uno spazio gestito dalla Fondazione Biennale all’Arsenale.
(Pierluigi Panza, “Fuori la Russia dalla Biennale”. Un caso la richiesta dell’Ucraina, “Corriere della Sera”, 9 marzo 2026)

La (prima) assenza di Giuli

Si tratta solitamente di un appuntamento prettamente istituzionale, in cui si racconta in anteprima il progetto artistico e curatoriale dello spazio dedicato al nostro paese alle Tese delle Vergini, ma quest’anno non è andata così. Ci si aspettava che Giuli fosse presente alla conferenza stampa insieme all’artista Chiara Camoni, alla curatrice Cecilia Canziani, al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e Angelo Cappello. Ma (…) il ministro non si è presentato.
Sullo sfondo di una sala damascata, nel solito completo con gilet, il ministro sorridente ha video-salutato la sala e ha esordito tessendo le lodi Chiara Camoni, l’artista prescelta per il Padiglione Italia. Poi è passato a un affondo diretto, ma con il sorriso:

“Voglio sottolineare un concetto: l’arte è una delle migliori espressioni di un popolo ed è libera quando è libero il governo del suo Paese. Non si può dire lo stesso delle autocrazie, dove l’unica arte libera è l’arte dissidente”.

Il riferimento è ovviamente alla presenza del Padiglione della Russia, ripete, “contrariamente all’opinione del governo che rappresento”. Giuli sottolinea che l’arte “quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico, non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica: quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che, da oltre quattro anni, ne ha invaso i confini, le case, la libertà”. E saluta così: “Vi auguro una grande bella festa per il Padiglione Italia, una festa dedicata alla libertà”.
(Laura Crinò, Padiglione Italia, nuovo scontro a distanza tra Giuli e Buttafuoco sulla Russia alla Biennale, “laRepubblica”, 10 marzo 2026)

22 paesi europei scrivono alla Presidenza e al CdA della Biennale

Ventidue paesi europei, tra cui l’Ucraina, hanno scritto alla Presidenza e al Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia per chiedere di riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte. Nella lettera – un’iniziativa lanciata dalla ministra lettone della Cultura, Agnese Lace – indirizzata al presidente Pietrangelo Buttafuoco e ai membri del board, i ministri della Cultura e degli Esteri firmatari richiamano il ruolo storico della Biennale come uno dei massimi spazi globali di libertà artistica, fondato sui valori europei di espressione, dignità umana e scambio culturale. In contemporanea, si muove anche la Commissione di Bruxelles: condanna “fermamente” la presenza di Mosca e si dice pronta, nelle parole della vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef a esaminare

“ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’Ue in corso alla Fondazione Biennale”.

(…) I firmatari definiscono “inaccettabile” la presenza della Federazione Russa nelle condizioni attuali e invitano la Biennale a riconsiderare la decisione, alla luce del rischio

significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione alla Biennale di Venezia, volta a proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso.

La lettera è stata sottoscritta dai ministri di Austria, Bulgaria, Belgio (nelle sue tre comunità linguistiche), Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Spagna, Svezia, Francia, Grecia, Germania, Irlanda, oltre che dall’Ucraina.
(Lara Crinò, Biennale nella bufera, 22 paesi europei contro la presenza russa. E Bruxelles: vi tagliamo i fondi, “la Repubblica”, 10 marzo 2026)

Le Pussy Riot scrivono a Buttafuoco


 

For the first time in several years, putin’s Russia is returning to the Venice Biennale. The Biennale say the decision does not depend on them — here is why that is not true…
The Biennale consists of the main international exhibition and national pavilions. One of them is the Russian pavilion. However, although the building belongs to Russia, it is located in the Giardini, which are the property of the Italian state and the city of Venice, and it functions only through agreements with the Biennale. The president of the Biennale is appointed by the Italian government.
The Russian pavilion is not an embassy: it is not sovereign territory and does not have diplomatic status. This means that the Italian government, the authorities of Venice, and the Biennale itself can say “no” to Russia if they choose to.
If Russia participates in the Biennale, it means this is a political decision by Italy.
Responding to criticism, Russian government official and shit-eater Mikhail Shvydkoy said:
“Eternity prevails over momentary concerns; culture prevails over politics… Unfortunately, not everyone is capable of understanding this.”
Yes — Ukrainian children who have lost their parents and their homes will indeed not be able to understand that.
Shvydkoy openly celebrates:
“This is further proof that Russian culture is not isolated, and that attempts to ‘cancel’ it – undertaken for the past four years by Western political elites – have not succeeded.”
The participation of official Russia in the Biennale is a serious blow to Europe’s security. Since the start of the full-scale invasion of Ukraine, cultural “soft power” has become part of Russia’s military doctrine and an instrument of hybrid warfare.
It is the cultural expansion of imperial Russia into the heart of Europe.
Pussy Riot is coming to Biennale with an intervention. We want to express unconditional support for Ukraine, for the victims of Russian war crimes, for Russian political prisoners, and for Ukrainian prisoners of war.
The best citizens of Russia are either sitting in prison for anti-war gestures or have been killed — while Europe opens its doors to putin’s officials and propagandists.
. Per la prima volta dopo diversi anni, la Russia di Putin torna alla Biennale di Venezia. La Biennale afferma che la decisione non dipende da loro — ecco perché non è vero…
La Biennale è composta dai principali padiglioni espositivi internazionali e nazionali. Uno di questi è il padiglione russo. Tuttavia, sebbene l’edificio appartenga alla Russia, si trova nei Giardini, di proprietà dello Stato italiano e della città di Venezia, e funziona solo attraverso accordi con la Biennale. Il presidente della Biennale è nominato dal governo italiano.
Il padiglione russo non è un’ambasciata: non è territorio sovrano e non ha status diplomatico. Ciò significa che il governo italiano, le autorità di Venezia e la Biennale stessa possono dire “no” alla Russia se lo desiderano.
Se la Russia partecipa alla Biennale, significa che si tratta di una decisione politica dell’Italia.
Rispondendo alle critiche, il funzionario del governo russo e mangiatore di merda Mikhail Shvydkoy ha dichiarato:
“L’eternità prevale sulle preoccupazioni momentanee; la cultura prevale sulla politica… Purtroppo non tutti sono in grado di capirlo.”
Sì — I bambini ucraini che hanno perso i genitori e le loro case non saranno infatti in grado di capirlo.
Shvydkoy festeggia apertamente:
“Questa è un’ulteriore prova che la cultura russa non è isolata e che i tentativi di ‘cancellarla’ –intrapresi negli ultimi quattro anni dalle élite politiche occidentali – non hanno avuto successo.”
La partecipazione ufficiale della Russia alla Biennale rappresenta un duro colpo per la sicurezza dell’Europa. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, il potere culturale “soft power” è diventato parte della dottrina militare russa e uno strumento di guerra ibrida.
È l’espansione culturale della Russia imperiale nel cuore dell’Europa.
Le Pussy Riot arrivano alla Biennale con un intervento. Vogliamo esprimere un sostegno incondizionato all’Ucraina, alle vittime dei crimini di guerra russi, ai prigionieri politici russi e ai prigionieri di guerra ucraini.
I migliori cittadini russi o sono in prigione per gesti contro la guerra o sono stati uccisi — mentre l’Europa apre le sue porte ai funzionari e ai propagandisti di Putin.
Expect Resistance. Pussy Riot’s Message to Venice Biennale . consultabile alla pagina Instagram del collettivo

Le Pussy Riot hanno anche inviato una lettera al presidente Pietrangelo Buttafuoco, chiedendo l’accesso alla Biennale di Venezia per le giornate del 6, 7 e 8 maggio.

Dear President Pietrangelo Buttafuoco,
Press reports suggest that you have chosen to maintain Russian participation in the Venice Biennale, while also expressing enthusiasm for inviting dissident voices and reviving the spirit of the 1977 Biennale of Dissent.
It is an interesting combination.
Accommodating official state representation while curating “dissent” risks turning the latter into a performative gesture and virtue-signaling rather than a position. Still, if you are serious about welcoming artists who do not align with state narratives, we are ready to take you at your word.
If you would like to support dissent, we will be there. You claim to care about censorship, Pussy Riot is so censored in Russia that we were deemed “an extremist organization” – simply visiting our website or liking images of our art is criminalized.
We request access to the Biennale grounds on May 6, 7, and 8. We do not require any additional support.
Please let us know whether this version of the Biennale has room for what it claims to invite.
Sincerely,
Pussy Riot
. Caro Presidente Pietrangelo Buttafuoco,
Secondo quanto riportato dalla stampa, avete scelto di mantenere la partecipazione russa alla Biennale di Venezia, esprimendo al contempo entusiasmo nell’invitare voci dissidenti e nel far rivivere lo spirito della Biennale del dissenso del 1977.
È una combinazione interessante.
Accomodare la rappresentanza ufficiale dello Stato curando “il dissenso” rischia di trasformare quest’ultimo in un gesto performativo e in un segnale di virtù piuttosto che in una posizione. Tuttavia, se sei seriamente intenzionato ad accogliere artisti che non sono in linea con le narrazioni statali, siamo pronti a crederti sulla parola.
Se desideri sostenere il dissenso, noi saremo lì. Affermi di preoccuparti della censura, le Pussy Riot sono così censurate in Russia che siamo state considerate “un’organizzazione estremista”: visitare semplicemente il nostro sito web o mettere “Mi piace” alle immagini delle nostre opere d’arte è considerato un reato.
Richiediamo l’accesso all’area della Biennale il 6, 7 e 8 maggio. Non abbiamo bisogno di alcun supporto aggiuntivo.
Fateci sapere se questa versione della Biennale ha spazio per ciò che pretende di invitare.
Cordialmente,
Pussy Riot
La lettera delle Pussy Riot al presidente della Biennale

. .

Matteo Salvini si schiera con Buttafuoco: “L’arte e lo sport avvicinano popoli e culture”

Il vicepremier leghista si schiera al fianco del presidente della Biennale Buttafuoco senza se e senza ma. Con buona pace dei ministri della Cultura di 22 Paesi che hanno scritto una lettera per protestare contro l’apertura agli artisti russi. E con buona pace del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, secondo il quale “trasformare in armi sport, musica, cinema e festival d’arte come la Biennale di Venezia non aiuta mai”.
Anche davanti a quest’osservazione, Salvini ribadisce

“l’arte e lo sport avvicinano popoli e culture soprattutto in momenti delicati come questi”.

(Serena Riformato, Russia alla Biennale, Salvini si schiera con Buttafuoco (e non con Giuli): “La cultura avvicina”, “la Repubblica”, 11 marzo 2026)

Volodymyr Zelensky: la Biennale non diventi uno strumento di legittimazione

«Trasformare in armi sport, musica, cinema e festival d’arte, come la Biennale di Venezia, non aiuta mai».

È poco più di un inciso in un’intervista più ampia quello in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky cita la 61esima esposizione internazionale d’arte che per la prima volta dal 2019 ospiterà un padiglione di artisti russi. Il parallelismo, per il leader di Kiev, «è con i grandi eventi sportivi». Sono strumenti di legittimazione geopolitica per uno Stato paria. Mosca li usa «per rafforzare la propria influenza e dimostrare che non è isolata». (…)
Buttafuoco non risponde. Da qualche giorno, tuttavia, il suo ufficio stampa insiste su un aspetto procedurale: «Sono i Paesi che chiedono autonomamente di partecipare alle mostre della Biennale». E così è stato anche questa volta: «La Russia ha comunicato la sua partecipazione» e la Fondazione «ha preso atto». Un tentativo di cancellare le impronte digitali da un caso che è valso a Buttafuoco l’irritazione del governo che l’ha messo a capo di una delle più importanti istituzioni culturali del Paese. (…)
Nel centrodestra in difesa di Buttafuoco intervengono in pochi. Tra questi, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, nel CdA della Fondazione:

«L’istituzione è autonoma, la Russia è un aggressore, ma altra cosa è il popolo russo. Siamo in democrazia, non in una dittatura».

A Palazzo Chigi però l’imbarazzo rimane forte. La premier Giorgia Meloni, invitata, non ha ancora deciso se partecipare all’inaugurazione della mostra il 9 maggio – coincidenza infelice con la Giornata della Vittoria in Russia. La situazione difficilmente cambierà. Il Cremlino non sembra intenzionato a rinunciare alla vetrina veneziana. E i tentativi di far desistere Buttafuoco – tra i quali una telefonata del presidente della Commissione Cultura di Montecitorio Federico Mollicone – sono andati a vuoto.
(Serena Riformato, La Biennale tira dritto sulla Russia. Zelensky: “Così rafforza Putin”, “la Repubblica”, 12 marzo 2026)

Giuli chiede le dimissioni della consigliera Gregoretti

Dopo lo scontro tra la Biennale e il governo sulla presenza della Russia nella nuova edizione che si aprirà a maggio, il ministro della Cultura Alessandro Giuli chiede alla consigliera del CdA Tamara Gregoretti di dimettersi. Era stata nominata dal ministero, quindi diretta espressione dell’esecutivo. Che non le perdona di non essersi opposta (anzi di avere sostenuto con convinzione) alla “Biennale della tregua” del presidente Pietrangelo Buttafuoco che ha deciso di aprire a tutti i paesi, Russia compresa.

“Gregoretti, nominata nel CdA della Fondazione veneziana il 13 marzo 2024, non ha ritenuto di avvisare né della possibile presenza della Federazione Russa alla prossima Biennale né, successivamente, di essersi espressa a favore della sua partecipazione pur nella consapevolezza della sensibilità internazionale della questione”,

spiega la nota del Ministero. Ma al momento Gregoretti è intenzionata a resistere:

“Sono serena, non mi dimetto”.

(…) Da Roma, interviene pure il ministro degli Esteri Antonio Tajani:

“Io credo che sarebbe un bel segnale invitare anche i dissidenti russi”.

“Sulla cultura – ha aggiunto il ministro – bisogna fare attenzione. Un conto sono gli oligarchi, un altro conto è il popolo russo. Non è che bruciamo Dostoevskij, Tolstoj, Gorky perché erano russi”.
Il Movimento Cinque Stelle, invece, si schiera apertamente con Buttafuoco:

“Come noto siamo su posizioni politiche distanti da quelle di Pietrangelo Buttafuoco, ma esprimiamo con convinzione sostegno alla sua azione di direttore della Biennale volta a includere in questa edizione tutti i Paesi, inclusa la Russia. Il suo progetto di Biennale della tregua incontra quello che deve essere il ruolo dell’arte e della cultura: promuovere il dialogo sempre. Ci uniamo a pensatori liberi come Marcello Veneziani che anche da destra ha il coraggio delle proprie idee difendendo la scelta di Buttafuoco. L’arte non si censura”,

scrivono in una nota gli esponenti M5S in Commissione Cultura.
(…) Su Change.org è stata avviata una petizione che ha superato le 7 mila firme:

“La cultura non può essere usata per mascherare l’aggressione”.

Tra i firmatari la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (Pd), l’ex campione mondiale di scacchi e attivista politico russo e statunitense Garry Kasparov, lo storico britannico Timothy Garton Ash, la giornalista, politologa storica americana naturalizzata polacca Anne Applebaum, l’ex presidente ucraino Viktor Yushchenko, oltre ai parlamentari italiani Carlo Calenda,Filippo Sensi e Benedetto Della Vedova.
Intanto, dopo averlo ventilato, stamattina la Commissione UE ha annunciato che sospenderà o cancellerà i finanziamenti alla Biennale di Venezia, se sarà confermato il ritorno della Russia alla Esposizione Internazionale d’Arte che apre i battenti a maggio. I fondi erogati all’istituzione culturale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco sono pari a due milioni.
(Laura Crinò, Sara Scarafia, Caos Biennale, Giuli chiede le dimissioni di Gregoretti dal cda della fondazione, “laRepubblica”, 12 marzo 2026)

Emilia Kabakov contro la censura della Russia: “La libertà è un privilegio che noi in Occidente abbiamo la fortuna di esercitare”

Signora Kabakov, alla prossima Biennale il Padiglione russo deve restare aperto oppure no?
«In Russia la censura è ovunque. Gli artisti non possono fare ciò che vogliono. Mentre la libertà è un privilegio che noi in Occidente abbiamo la fortuna di esercitare. Per questa ragione non possiamo applicare la censura contro nessuno. Anche perché ogni dittatura, ogni sistema totalitario inizia così. Nasce da quella che in apparenza sembra una piccola cosa. Che i russi vengano pure alla Biennale, che espongano il loro progetto. La Russia no e perché l’Iran e Israele sì? Perché i Paesi che stanno alimentando altri scenari di guerra sono ammessi? Come decidere chi è dentro e chi è fuori? A quanti allora dovremmo proibire di partecipare?».
La commissaria del padiglione russo Anastasiia Karneeva gestisce la sua società con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Non teme che gli artisti russi a Venezia possano essere espressione del regime di Putin?
«Questo dipenderà da loro. Magari vogliono dimostrare che la cultura è ancora viva, nonostante tutto. Ma, se il loro sarà un contributo a favore del regime, allora protesteremo davanti al padiglione. Qui, in Italia, che è un Paese democratico, saremo liberi di farlo».
L’Ucraina non vuole la Russia alla Biennale.
«È comprensibile. Capisco perfettamente gli artisti ucraini. Anche loro hanno la libertà di esprimere questo sentimento e di protestare».
Ha conosciuto Buttafuoco?
«Sì, e sono d’accordo con lui. Se iniziasse ad applicare la censura come metodo, allora in Russia finirebbe per essere il benvenuto».
Ma c’è una lettera dei ministri dell’Unione Europea contro la Biennale. E la Commissione ha minacciato di sospendere i fondi.
«Qui subentrano la politica e l’economia. E io non sono né una politica, né un’economista. L’arte non c’entra nulla. L’arte non ha nazione».
Nel 1977, a Venezia, la Biennale del dissenso diede spazio ai dissidenti antisovietici. Che cosa è cambiato da allora?
«Nel 1977 avevamo la speranza che la democrazia prevalesse ovunque, anche in Russia. Non è stato così. Ma adesso la speranza è semplicemente quella di sopravvivere».
(Dario Pappalardo, Emilia Kabakov: “Mai con la Russia ma l’arte non si può censurare” , “laRepubblica”, 12 marzo 2026)

Il MiC chiede i verbali al CdA della Biennale

In queste ore, dagli uffici del Ministero, partirà una lettera per chiedere alla fondazione i verbali delle riunioni durante le quali il Cda ha dato il proprio consenso alla presenza di Mosca. (…)
Ma come si è arrivati alle ostilità aperte? Al Ministero la convinzione è che Buttafuoco abbia sbagliato tutto, nel merito e nel metodo. Secondo quanto risulta a “Repubblica”, l’ex giornalista riceve a gennaio la lettera della commissaria del Padiglione russo Anastasiia Karneeva che chiede di essere riammessa. Dà il proprio assenso (un atto dovuto, secondo le procedure della Biennale) senza comunicarlo a nessuno. Solo a metà febbraio avrebbe messo i vertici del governo e il ministro Giuli davanti al fatto compiuto. C’è un’aggravante in più che ha mandato su tutte le furie l’esecutivo e il MiC: Buttafuoco, per far partecipare la Federazione Russa, avrebbe pensato a un escamotage per aggirare le sanzioni tuttora in vigore a livello europeo. Gli artisti russi saranno in Italia solo per i tre giorni della “vernice”, il vernissage: il 6, 7 e 8 maggio – prima dell’inaugurazione prevista per il 9 – registreranno i materiali audio da mandare in loop durante la mostra. E poi ripartiranno. È lo snodo fondamentale: l’esposizione è composta da un tessuto di performance sonore dal titolo The Tree is rooted in the Sky. Chi è a conoscenza del dossier sostiene che l’espediente – soprattutto l’anticipo sull’evento vero e proprio – permetta di fare a meno della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), l’autorizzazione pubblica necessaria per gli eventi dal vivo. (…)
(Serena Riformato e Sara Scarafia, Biennale, Giuli va allo scontro: “Lasci la consigliera pro Mosca”, “la Repubblica”, 13 marzo 2026)
“il Foglio AI”: “Una Biennale del dissenso”

Mettiamo che un giorno qualcuno dica: sentiamo cosa ne pensa “il Foglio AI”. Non su una questione qualunque, ma su un pasticcio molto veneziano e molto fogliante: il dissidio tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco sul padiglione russo alla Biennale. Il ministro preoccupato che l’arte di stato di Putin diventi propaganda. Il presidente della Biennale convinto che lo stato non debba trasformarsi in censore culturale. A quel punto l’intelligenza artificiale del “Foglio” dovrebbe fare qualcosa di molto strano: arbitrare una disputa tra foglianti su un tema che “il Foglio” considera quasi identitario, cioè la libertà culturale. È un po’ come chiedere a un algoritmo cresciuto in famiglia di fare da giudice a una lite tra cugini. Non impossibile, ma leggermente imbarazzante. L’AI apre il fascicolo. Legge le posizioni. E si accorge subito che il problema è mal posto. Gli umani stanno cercando di scegliere tra due riflessi liberali opposti: evitare la propaganda di regime oppure evitare la censura di stato. Il classico corto circuito delle democrazie: quando si difende la libertà da entrambe le parti del tavolo. A questo punto un algoritmo farebbe una cosa che gli esseri umani fanno raramente: cambierebbe il problema. Il punto non è se il padiglione russo debba esserci oppure no. Il punto è che se esiste solo quello il rischio di propaganda è reale. Ma se accanto a quel padiglione nasce un controspazio grande, visibile, libero, la propaganda diventa improvvisamente meno efficace. La soluzione dell’AI sarebbe dunque molto semplice e molto fogliante: invece di discutere per settimane su come limitare l’arte, usare la Biennale per moltiplicarla. Accanto al padiglione ufficiale russo aprire, negli stessi giorni, una Biennale del dissenso.
La Biennale del Dissenso, Venezia 1977

La Biennale del Dissenso, Venezia 1977

Una mostra parallela dedicata agli artisti russi che non possono esporre in patria, agli artisti ucraini, agli artisti che lavorano contro i regimi e le guerre. Una grande contro-esposizione dell’arte libera, ospitata magari in uno dei luoghi più simbolici di Venezia, sostenuta da fondazioni, istituzioni, privati, e costruita proprio come risposta culturale alla propaganda.
Il risultato sarebbe interessante. Il visitatore entrerebbe alla Biennale e vedrebbe due mondi: da una parte l’arte del potere, dall’altra l’arte contro il potere. Non una censura ma un confronto. Non una rimozione ma un contesto. È una soluzione tipicamente liberale: non chiudere uno spazio, ma aprirne due.
(Padiglioni del dissenso. Il caso Biennale visto dall’intelligenza artificiale, “il Foglio AI”, 17 marzo 2026)
Il plico virtuale

L’attesa, ora, è tutta per il plico virtuale che la Biennale deve trasmettere al Ministero della Cultura. Entro oggi, questa è la scadenza concordata. Sarà lo snodo decisivo in una vicenda che è ormai un caso politico-diplomatico internazionale e uno scontro personale tra il ministro Alessandro Giuli e il presidente della fondazione Pietrangelo Buttafuoco.
Il Collegio Romano è pronto ad analizzare con la lente di ingrandimento tutta la documentazione relativa alla «gestione» del controverso Padiglione di Mosca. L’obiettivo: verificarne la compatibilità con le sanzioni in vigore. Dall’istituzione veneziana filtra solo il «massimo spirito di collaborazione». Almeno tra gli uffici. Tra i due protagonisti, il ministro e il presidente, è il gelo: nessun contatto. Il 19 marzo a Venezia verrà inaugurato il padiglione centrale ristrutturato con i soldi del PNRR. E nonostante Buttafuoco avesse annunciato la presenza del ministro già martedì scorso, l’invito formale sarebbe arrivato a Giuli solo ieri. (…)
Tra i corridoi della Biennale, la richiesta del carteggio ha fatto scattare persino il timore di un commissariamento. Ipotesi evocata sottovoce anche dentro la maggioranza. La procedura esiste: secondo un decreto legislativo del 1998, il Ministero ha potere di vigilanza sulla fondazione. Può disporre ispezioni (opzione ventilata in questi giorni). E finanche sciogliere il CdA e nominare un commissario. In casi estremi: «gravi irregolarità nell’amministrazione» o «gravi violazioni delle disposizioni legislative». Se la fondazione avesse agito in contrasto con le sanzioni Ue nei confronti della Russia, sarebbe facile ricorrere a questa casistica.
Almeno dal 2024 il Cremlino ha sempre espresso – attraverso le sue rappresentanze – un forte interesse a riaprire il padiglione alla Biennale. Fermandosi davanti ai limiti imposti dalle norme: in una nota dell’anno scorso, la stessa diplomazia russa concordava con i colleghi italiani sulle ragioni che rendevano impossibile la presenza all’esposizione. Il documento, visionato da “Repubblica”, è stato studiato con attenzione al Ministero della Cultura. È la bussola per capire che tipo di irregolarità il Collegio Romano sta cercando nelle carte delle fondazione veneziana. I progetti per i padiglioni – tutti nazionali, a cura degli Stati – vanno presentati a diversi enti. Servono dei professionisti per farlo: la nota dei diplomatici di Mosca spiega che «devono obbligatoriamente intervenire un architetto abilitato, un ingegnere per la sicurezza antincendio e un tecnico abilitato per la sicurezza». Basterebbe questo per entrare in contrasto con le sanzioni, argomentavano gli analisti. Secondo il regolamento del Consiglio europeo 2022/1904, «è infatti vietato prestare, direttamente o indirettamente, servizi di architettura e ingegneria, consulenza giuridica e informatica» al governo russo. Cristallino. Tant’è che la valutazione degli esperti era netta: «Abbiamo concluso che, a meno di una specifica deroga (…) nessun professionista si assumerà mai il rischio di essere sottoposto a procedimento penale per la violazione delle sanzioni». Quest’anno l’ostacolo è stato aggirato? È sufficiente, come ha previsto Buttafuoco, che l’installazione sia audio e video, con gli artisti russi presenti a Venezia solo prima dell’inaugurazione del 9 maggio? È il cuore della verifica del Mic.
(Serena Riformato, Biennale, la carta del commissariamento. A Giuli i documenti sul padiglione di Mosca, “la Repubblica”, 17 marzo 2026)
182 artisti e curatori contro la presenza di Israele alle Biennale

Nell’ottobre 2025, dopo la conferma dell’inclusione di Israele nella 61a Esposizione Internazionale d’Arte, l’Alleanza Art Not Genocide (ANGA) ha iniziato a far circolare questa lettera stra i partecipanti e i lavoratori della Biennale di Venezia.
L’appello dell’ANGA risponde all’appello lanciato dalla società civile palestinese per contestare la normalizzazione dell’apartheid e dell’occupazione israeliana all’interno delle piattaforme culturali internazionali. In questo contesto, la Biennale di Venezia non può essere esente da controlli.
La lettera invita la dirigenza della Biennale di Venezia a escludere Israele dalla mostra del 2026. È stato firmato da 200 artisti, curatori e operatori artistici coinvolti nella Biennale di quest’anno e consegnato formalmente al presidente e al Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia.

L’ANGA si è rivolta a voi il 2 ottobre 2025, chiedendo l’esclusione di Israele dalla Biennale del 2026. Mentre le atrocità sioniste continuano ad aumentare, voi non avete ancora risposto. Ora noi sottoscritti siamo uniti come artisti, curatori e operatori artistici nel rifiuto collettivo di consentirvi di dare visibilità allo Stato israeliano mentre commette un genocidio. Lo facciamo a sostegno dei nostri colleghi artisti e operatori culturali in Palestina, in solidarietà con la Palestina e nella profonda speranza di porre fine al genocidio sionista e all’apartheid in corso, e della rinascita di una Palestina libera.
Nel 2024, l’indignazione contro l’inclusione di uno stato genocida nella Biennale d’arte è stata così forte che il padiglione israeliano è stato costretto a chiudere. Mentre ci avviciniamo a un anniversario spaventoso — due anni e mezzo di genocidio aperto contro la Palestina — e 77 anni dopo la Nakba, lo Stato israeliano cerca ancora una volta la legittimazione della Biennale per mascherarsi da creatore anziché da distruttore di vita e cultura. 
Vi ricordiamo che la violenza israeliana prende di mira anche l’arte e la cultura presumibilmente considerate sacrosante dalla Biennale: le forze sioniste uccidono, incarcerano e perseguitano artisti e operatori culturali palestinesi, radono al suolo musei, archivi, centri culturali, scuole, università, biblioteche, gallerie, edifici storici e monumenti (Rana Anani, JPS, 2024) e massacrano artisti, musicisti, poeti, giornalisti e scrittori. Si tratta di un tentativo di annientamento non solo del popolo palestinese ma della cultura palestinese. 
La complicità della Biennale di Venezia nel tentativo di distruzione della vita palestinese deve finire. A nessun artista o operatore culturale dovrebbe essere chiesto di condividere una piattaforma con questo stato genocida. Finché Israele esisterà attraverso il genocidio, la pulizia etnica e l’apartheid, non dovrà essere rappresentato alla Biennale di Venezia. Il genocidio non può essere tollerato da un’istituzione che mira a indagare e celebrare i valori umani incarnati dall’arte. Lascia che le tue azioni riflettano questa ovvia verità.

Seguono 182 firme (la lettera si può leggere alla pagina della Art Not Genocide Alliance)

La (seconda) assenza di Giuli

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli oggi non sarà a Venezia per l’inaugurazione del Padiglione centrale della Biennale ristrutturato con i soldi stanziati dal suo dicastero grazie al PNRR. (…) il MiC manda un funzionario, nemmeno di primissima linea: il vicecapo di gabinetto Valerio Sarcon.
(Serena Riformato, Scontro alla Biennale. Giuli diserta l’evento al padiglione italiano, “la Repubblica”, 19 marzo 2026)
Buttafuoco cerca la mediazione

Nel giorno in cui il Ministero della Cultura riceve le carte della Biennale sulla controversa riapertura del Padiglione russo, il presidente della fondazione veneziana Pietrangelo Buttafuoco è a Roma. (…) ha appuntamento con il presidente del Senato Ignazio La Russa. Amico di lunga data, sodale di militanza e sicilianità. Buttafuoco si sarebbe rivolto al colonnello di FdI in cerca di una mediazione. (…)
Ieri, dopo aver inviato «tutta la documentazione richiesta», la Biennale si è difesa con una nota:

«Si coglie l’occasione per precisare che nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere».

È la risposta piccata al Collegio Romano, che nel carteggio vuole verificare proprio la compatibilità con le leggi UE introdotte per isolare Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Gli uffici legislativi stanno scandagliando il fascicolo.
(Serena Riformato, Buttafuoco incontra La Russa. La Biennale: “Sanzioni rispettate”, “la Repubblica”, 18 marzo 2026)

Alessandro Giuli a Leopoli

L’Italia sostiene l’Ucraina nella richiesta di una pace giusta e duratura. È al suo fianco nella protezione del suo straordinario patrimonio culturale e nella valorizzazione dei suoi talenti artistici durante la guerra. Avrà un ruolo di primo piano nella ricostruzione delle istituzioni culturali nella regione di Odessa. La difesa e la rigenerazione della cultura ucraina, nel rispetto della sovranità e delle priorità individuate da Kiev, devono essere centrali nell’agenda politica europea e internazionale. Siamo inoltre uniti nel contrasto a ogni forma di propaganda e disinformazione russa nelle nostre società aperte.

Lo ha dichiarato il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli che ha partecipato ieri, lunedì 30 marzo, a Leopoli, alla ‘Seconda Conferenza sulla Cultura Ucraina: Cooperazione per la Resilienza’.
(Dal sito del Mic Ucraina, Giuli alla Conferenza sulla Cultura a Leopoli: “Ruolo di primo piano dell’Italia nella ricostruzione post bellica”)

Il 9 maggio, alla Biennale di Venezia verrà riaperto, per la prima volta dal 2022, il padiglione russo. In barba alla «contrarietà del governo». Inevitabilmente il tema riaffiora in superficie durante la missione del titolare della Cultura Alessandro Giuli a Leopoli. Gli ucraini – l’hanno già detto – non sono affatto contenti della vetrina internazionale concessa ai russi. Ma alla sua omologa Tetyana Berezhna, vice di Volodymyr Zelensky, il ministro assicura che niente rimarrà intentato, «nel rispetto dell’autonomia sancita dallo statuto della fondazione».
(…) Giuli, nei colloqui riservati in Ucraina, aggiunge nuovi elementi:

«Chiederemo altri documenti, vogliamo passare al vaglio gli ultimi due anni».

Almeno dal 2024 infatti il Cremlino ha sempre espresso – attraverso le sue rappresentanze – un forte interesse a tornare alla Biennale. Le interlocuzioni, mediate dalla Farnesina, sono però sempre finite in un vicolo cieco: impossibile procedere con le sanzioni. Un ostacolo anche solo per la logistica o per l’assunzione dei professionisti che si occupano della sicurezza dell’infrastruttura. Per questo il Mic vuole risalire indietro nel tempo: cos’è cambiato quest’anno rispetto ai precedenti?
(Serena Riformato, Biennale, Giuli non si arrende e da Leopoli chiede altre carte, “la Repubblica”, 1 aprile 2026)

73 artisti e curatori: anche USA e Israele fuori dalla Biennale?

Dopo la richiesta di espulsione della Russia, arrivata dal governo italiano, dalla commissione europea, e altri, e la richiesta di espulsione di Israele arrivata da circa 200 tra curatori e artisti coinvolti a vario titolo negli eventi e nei padiglioni nazionali della Biennale 2026, arriva una terza lettera, probabilmente la più pesante a livello di firme, che chiede l’espulsione di Russia, Israele e
La più pesante perché firmata da 73 tra artisti e curatori tutti coinvolti nell’esposizione principale In Minor Keys, e invitati personalmente da Koyo Kouoh, la curatrice incaricata da Biennale alla fine del 2024 e mancata improvvisamente nel maggio 2025, e che più volte viene citata nel testo. Tra loro, anche Gabe Beckhurst Feijoo, Rasha Salti, e Rory Tsepayi, tre dei cinque curatori che hanno lavorato con Kouoh e che hanno presentato la Biennale 2026 a febbraio a Ca’ Giustinian.
Gli artisti e i curatori firmatari notano in apertura della missiva che loro si impegnano

«attivamente in una pratica decoloniale di politica antirazzista e diritti umani, che è parte integrante del nostro lavoro. Ci opponiamo con forza alla crescente repressione, censura e sorveglianza degli spazi culturali e intellettuali».

Il punto di partenza della protesta è il padiglione di Israele, stato accusato di genocidio da una commissione delle Nazioni Unite e da altre istituzioni internazionali, che quest’anno sarà ospitato eccezionalmente negli spazi della Biennale all’Arsenale.

«Inserire il padiglione israeliano negli spazi adiacenti alla mostra principale, “In Minor Keys”, ideata da Koyo Kouoh – si legge nella missiva – rappresenta un’intrusione e un contrasto diretto con la visione curatoriale di Kouoh, la sua dichiarazione d’intenti e i principi di solidarietà radicale che ha articolato con tanta chiarezza in tutta la sua opera. Ciò introdurrà inoltre un clima di violenza e paura a causa della presenza militare e di polizia che accompagnerà il padiglione israeliano. Questo ci riguarda direttamente in quanto artisti partecipanti alla mostra.
Il 13 marzo 2026 abbiamo chiesto alla Biennale di revocare tale decisione – scrivono i 73 artisti e curatori – La Biennale ha rilasciato una dichiarazione di neutralità e noi, in risposta, sosteniamo che permettere a governi che commettono attivamente crimini di guerra, atrocità e genocidi di partecipare non è neutrale».

Ma la richiesta si estende stavolta anche oltre Israele. I principi enunciati dalla Biennale nell’ormai noto comunicato del marzo 2022 contro la Russia che aveva invaso l’Ucraina, scrivono i firmatari, «riteniamo siano validi ancora oggi e che si applichino a Israele, Russia e Stati Uniti. Esiste una soglia oltre la quale la partecipazione alla Biennale non dovrebbe essere considerata normale. Facciamo appello al Presidente e alla direzione della Biennale affinché si uniscano a noi nel fare di Biennale Arte 2026 un luogo in cui, come scrisse Koyo Kouoh, “la dignità di tutti gli esseri viventi sia salvaguardata”» conclude la lettera.
(Biennale Arte 2026, 73 artisti e curatori chiedono di espellere Usa, Russia e Israele, “VeneziaToday”, 2 aprile 2026)

In Russia “nella tua tavolozza ci sono acrilici, pastelli e censura”

Nel marzo 2022 era stata inaugurata una mostra personale di [Grisha] Bruskin presso la Galleria Tret’jakov, uno dei principali spazi d’arte contemporanea di Mosca. La mostra venne chiusa un mese dopo, nonostante fosse programmata fino a luglio. (…)
“È interessante notare che la censura in tempo di guerra ebbe inizio con Bruskin, il primo artista russo a ottenere vendite significative alle aste di Sotheby’s [nel 1988], la figura che storicamente ha lanciato il mercato russo dell’arte contemporanea”, osserva [la giornalista e storica dell’arte Kira] Dolinina.
Quando, quattro anni dopo, il fondatore e imprenditore di ZILART Andrei Molchanov inaugurò il suo museo con una mostra su Bruskin, i curatori chiamarono Molchanov “un uomo coraggioso”, date “le difficoltà incontrate dai funzionari nell’accoglienza di Bruskin”
I musei privati possono ancora permettersi di correre rischi che sarebbero vietati nelle istituzioni statali, ha detto alla BBC la giornalista e curatrice Marina Fedorovskaya: “In un’istituzione privata, finché non c’è una dichiarazione diretta contro la guerra, puoi correre il rischio e provarci. In un’istituzione pubblica dominano pignoleria e precauzioni”.
Mentre in passato nel mondo dell’arte russo c’era chi sosteneva che non esistesse alcuna censura, ora nessuno la nega, ha affermato.

“Nella tua tavolozza ci sono acrilici, pastelli e censura. Più ci si avvicina al Cremlino [al centro di Mosca], meno è consentito”,

ha affermato la storica dell’arte Dolinina a proposito di queste nuove tacite regole.

Un'opera del russo Alexey Belyaev-Gintovt, uno degli artisti che sostiene la guerra, alla mostra Difendere i confini aerei, ph. MOSCOWMANEGE.RU

Un’opera del russo Alexey Belyaev-Gintovt, uno degli artisti che sostiene la guerra, alla mostra Difendere i confini aerei, ph. MOSCOWMANEGE.RU

Dopo le gallerie, ha affermato, la censura è imposta più chiaramente nelle fiere d’arte, che spesso si tengono in sedi cittadine o federali.
Prima dell’apertura di una fiera d’arte, “alcuni giovani in abiti civili si presentano per esaminare lo spazio,” ha detto alla BBC un curatore russo. “Entrano e rimuovono tutto quello che ritengono discutibile… Se rifiuti, non ti lasciano aprire. Hanno chiuso gli stand di diverse gallerie”, ha detto la fonte.
Le linee guida in base alle quali operano questi visitatori indesiderati non sono sempre chiare, si è lamentato il proprietario di una galleria. “Sarebbe fantastico se indossassero uniformi e dicessero: ‘Ciao, sono il maggiore Petrov, rimuovi il ragazzo con il culo nudo!’ Ma no…. [invece dicono] ‘Questo è troppo scuro, questo è provocatoriamente luminoso, toglietelo!’”
Diverse fonti hanno riferito alla BBC che questa censura sul campo è attuata da dipendenti del Ministero della Cultura e del Dipartimento della Cultura di Mosca, nonché da funzionari dell’amministrazione presidenziale e delle forze di sicurezza.
Un curatore ha imitato i processi decisionali di questi funzionari: “L’artista è stato avvistato a una manifestazione [contro la guerra], no, subito. C’è un cazzo nel dipinto, rimuovilo. Ci sono nudi, toglilo”.
Di recente a una fiera d’arte gli organizzatori hanno frettolosamente coperto con il nastro adesivo la parola “Sesso” su una delle opere, ha riferito una fonte alla BBC.

“Alle fiere d’arte di Mosca non ci sono gay, sesso o guerra. Quindi non ha senso nemmeno menzionarli”,

ha spiegato il gallerista.
(Svetlana Reiter e Amalia Zatari, ‘No gays, no sex, no war’: how Russia’s art scene has transformed in four years. Censorship is shaping the Russian art market in shocking new ways, insiders tell the BBC, “BBC News Russian”, 9 aprile 2026)

L’ultimatum della Commissione Europea: «La informiamo dell’intenzione di sospendere o terminare il finanziamento»

Ora è ufficiale: la Commissione Europea ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi alla Biennale di Venezia. La ragione: aver permesso alla Russia di riaprire il “suo” padiglione, chiuso dal 2022. (…) Il mittente è l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura, articolazione della Commissione Ue. Il cuore della missiva di due pagine e mezzo è in una riga:

«La informiamo dell’intenzione di sospendere o terminare il finanziamento».

È un ultimatum: l’istituzione culturale avrà trenta giorni per chiarire la propria posizione o fare retromarcia. Altrimenti perderà una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni (dal ‘25 al ‘28). L’accusa è grave: «Violazione delle sanzioni». Nel burocratese della comunicazione: «A nostro avviso, il fatto che, nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, la Biennale abbia accettato la partecipazione di artisti russi come “delegazione governativa”, la cui partecipazione è interamente finanziata e promossa dal governo russo, con un padiglione nazionale, implica che la Biennale sembra aver accettato un sostegno indiretto da parte del governo russo in cambio della concessione di una piattaforma culturale, in violazione» dell’articolo 5 del regolamento del 2014 sulle sanzioni contro Mosca. (…) na «grave mancanza professionale» che porta a un’unica conclusione possibile: «Riteniamo che l’attuazione del progetto non possa proseguire e debba pertanto essere sospesa o conclusa». L’ultima occasione per discolparsi: «Vi invitiamo a rispondere a queste accuse». E soprattutto: «Informateci delle eventuali misure correttive che intendete adottare». Entro 30 giorni. (…)
Anche Kiev fa la propria mossa: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che impone sanzioni contro cinque figure culturali russe coinvolte nel padiglione Russia alla Biennale Arte 2026 di Venezia. (…)
L’Unione attende un parere della Farnesina. La Commissione, il 27 marzo, ha scritto una lettera al rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles Vincenzo Celeste per chiedere che siano le autorità italiane a «esprimersi sulla compatibilità» tra la riapertura del Padiglione russo e il regime sanzionatorio. L’ambasciatore ha girato la richiesta a Roma, in attesa di indicazioni. Dal Ministero degli Esteri, nonostante siano trascorse due settimane, non è arrivata una risposta. (…) Finora, il Ministero di Antonio Tajani ha finto che la questione non lo riguardasse.
(Serena Riformato, Biennale, l’ultimatum della Ue: “Via i fondi se vengono i russi”, “la Repubblica”, 11 aprile 2026)

Biennalocene proclama uno sciopero per l’8 maggio contro “la presenza del padiglione israeliano alla Biennale di Venezia e lo sfruttamento del lavoro all’interno della stessa”

Alla Biennale Arte 2026 ci sarà anche uno sciopero, il primo che riguarda direttamente l’istituzione dopo più di un decennio. Lo ha deciso oggi pomeriggio, ai Magazzini del Sale a Dorsoduro, l’assemblea di Biennalocene, che raccoglie lavoratori e associazioni.

«La mobilitazione, che contesta la presenza del padiglione israeliano alla Biennale di Venezia e lo sfruttamento del lavoro all’interno della stessa, si configurerà come uno sciopero locale aziendale, che verrà convocato da Adl Cobas congiuntamente a Usb lavoro privato e i sindacati che vorranno unirsi. Iniziative in sostegno verranno organizzate parallelamente nelle città di Roma e Milano»

si legge nel comunicato diffuso dopo l’assemblea.
I promotori dell’iniziativa sono Sale Docks, Art Not Genocide Alliance, assemblea permanente Biennalocene, Mi Riconosci, insieme a lavoratrici e lavoratori, movimenti e organizzazioni cittadine. Il padiglione di Israele quest’anno sarà ospitato all’Arsenale, in uno spazio concesso direttamente da Biennale di Venezia al ministero israeliano. (…)
La mobilitazione non ha nulla a che vedere con le richieste delle istituzioni di espellere la Russia, nè con quelle di 73 curatori e artisti della mostra principale della Biennale di espellere Russia, Israele e Stati Uniti. Ma si tratta di una mobilitazione diversa e concomitante.
(Alla Biennale Arte 2026 ci sarà anche uno sciopero, “Venezia Today”, 11 aprile 2026)

Luca Zaia: “La situazione rischia di scappare di mano”

“Leggo gli sviluppi di queste ore sulla vicenda del padiglione russo alla Biennale e penso che vi siano aspetti che devono essere assolutamente chiariti, con rigore e con trasparenza, da tutte le parti coinvolte.
Mi sento però di ricordare, e credo sia doveroso farlo, che sia da parte della Biennale sia da parte del Governo italiano la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina è stata ferma e inequivocabile: l’aggressore è la Russia, l’aggredita è l’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità.” (…) “Detto questo, continuo a ritenere che tutti dovremmo avere un obiettivo più alto, che è quello della pace. La Biennale può diventare una grande occasione per parlare di pace e per portare avanti un messaggio forte, universale, di quelli che solo il mondo dell’arte, della cultura, degli intellettuali e degli artisti, nei passaggi più drammatici della storia, ha saputo esprimere con autentica potenza. La storia ci insegna proprio questo: approfittiamo di questa occasione per far prevalere il linguaggio del confronto, della convivenza, della pace, e non quello della contrapposizione sterile. Per questo esprimo solidarietà al presidente Pietrangelo Buttafuoco, che non ha bisogno di avvocati difensori ma ha il diritto di vedere riconosciuto il lavoro serio svolto fino ad oggi alla guida di una istituzione che rappresenta non solo l’arte, ma anche l’architettura, il cinema e molto altro ancora.” (…) “Devo però prendere atto che la situazione rischia di scappare di mano. L’Europa continua a premere sull’acceleratore, appellandosi a norme, sanzioni e ad altri aspetti di natura formale, quasi lasciando intendere che uno dei principali problemi del nostro continente, o addirittura del mondo, sia oggi la presenza del padiglione russo alla Biennale. Francamente, mi pare una rappresentazione esagerata. Chiarito, una volta per tutte, che nessuno è qui per santificare o normalizzare la posizione russa e che la responsabilità della guerra resta in capo a chi ha scelto l’aggressione, io auspico che questi movimenti tellurici, fatti di lettere europee, richieste e pressioni, non si trasformino in un terremoto, ma si fermino a semplici scosse di assestamento”(…) “Conosco il ministro Giuli come persona equilibrata, preparata, profonda conoscitrice del mondo dell’arte. Per questo il mio appello è che si trovi una soluzione. Da parte del presidente Buttafuoco, fino ad oggi, non c’è nulla da aggiungere sul piano dell’impegno e della serietà con cui ha lavorato a vantaggio della Biennale. Mi auguro quindi che le parti sappiano trovare una via d’uscita ragionevole, una soluzione vera, senza che l’Europa arrivi ancora una volta a gamba tesa a impartire lezioni al nostro Paese.” (…)
( Biennale di Venezia. Presidente Zaia: “Va trovata una soluzione” , “Ansa”, 11 aprile 2026)
Meloni scarica Buttafuoco

«Il governo non è d’accordo. E la Biennale dovrà calcolare i rischi che corre in termini di definanziamento».

Nella maratona dei brindisi e delle strette mano di una immersione nel Vinitaly in ore cruciali per la temperie internazionali, la
presidente del Consiglio Giorgia Meloni dice per la prima volta la sua sulla partecipazione della Russia alla prossima Biennale d’Arte di Venezia. E non ci gira tanto intorno, non si fa pregare, va dritta al punto. Le preme che il messaggio sia chiaro, visto che oggi alle 15.30 a Palazzo Chigi riceverà il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky e tra gli argomenti, o tra le domande del leader ucraino potrebbe essercene anche una che, grosso modo, potrebbe suonare così: «Ma davvero la Russia sarà alla Biennale con un suo Padiglione?». (…)
Fin dall’annuncio della presenza della Russia alla prossima Biennale, lo scorso 4 marzo, l’Europa – con la voce di venti ministri europei della Cultura, più quelli di Norvegia e Ucraina – aveva fatto sentire la propria contrarietà. Ma negli ultimi giorni il campo si è spostato dal Ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli, al quale la Biennale aveva inviato il proprio dossier difensivo, al Ministero degli Esteri guidato dal vicepremier Antonio Tajani. Un colloquio tra i due dei giorni scorsi ha sancito il rafforzamento della strategia d’accerchiamento di Buttafuoco, che resta sostenutissimo dal Veneto ma sempre più isolato a Roma, come dimostra la presa di posizione di ieri della capogruppo Pd in commissione Cultura, Irene Manzi che ha stigmatizzato l’operato del Ministero guidato da Giuli, accusato di non riuscire a dialogare «nemmeno con figure che ha contribuito a nominare».
(Meloni scarica il presidente Buttafuoco: «Siamo contrari al Padiglione», “Corriere della Sera”, 15 aprile 2025)

Lo spionaggio ucraino e le sanzioni contro i responsabili del Padiglione russo

La realtà va oltre la fantasia, visto che c’è davvero un’attività di spionaggio dietro le sanzioni comminate dall’Ucraina a 5 protagonisti della contestata partecipazione, i quali peraltro potrebbero essere i primi di una serie. «Abbiamo utilizzato esclusivamente fonti aperte per elaborare i profili di 34 persone legate al padiglione russo», rivela infatti al “Gazzettino” il Molfar Intelligence Institute, realtà privata di investigazioni strategiche.
Il 10 aprile il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato il decreto con le 18 restrizioni, ad esempio alle transazioni e ai viaggi, a carico di promotori e artisti del padiglione russo. Per quel provvedimento la ministra Tetyana Berezhna ha citato espressamente l’impresa ucraina: «Grazie all’agenzia Molfar per il fondamentale supporto nella ricerca e nell’analisi». Confermano ora gli analisti: «La nostra ricerca sulla Biennale di Venezia è stata condotta su richiesta del ministero della Cultura dell’Ucraina». Con quali esiti? «Alcune informazioni sono riservate – ci viene risposto – quindi potrebbero esserci dettagli che non possiamo condividere pubblicamente».
(…) Quei risultati sono stati messi a conoscenza delle autorità di Kiev, tanto che

«hanno successivamente contribuito alla decisione dell’Ucraina di imporre sanzioni a cinque individui: Anastasia Karneeva, Mikhail Shvydkoy, Artem Nikolaev, Ilya Tatakov e Valeria Olynyk».

In aggiunta a questi, ci sono altre 29 figure sotto la lente.

«Poiché il procedimento è ancora in corso e coinvolge le istituzioni di sicurezza ucraine – ci viene riferito – non possiamo condividere informazioni dettagliate sui singoli profili in questa fase. Possiamo però affermare che i nostri risultati vanno oltre l’attività culturale e mostrano connessioni e affiliazioni più ampie, rilevanti per le valutazioni di sicurezza nazionale e internazionale».

Molfar tiene a precisare che non si tratta di spionaggio illecito, bensì di analisi legale: è la cosiddetta Osint (Open source intelligence). «La nostra indagine – puntualizza l’Istituto guidato da Lukian Halkin – si è basata esclusivamente su fonti aperte, ovvero informazioni pubbliche come articoli di stampa, siti web ufficiali, social media e altri dati disponibili al pubblico». (…)
La panoramica delle contestazioni è stata resa nota dalla ministra Berezhna. La commissaria del padiglione Karneeva è stata individuata in quanto «responsabile dell’organizzazione della partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia, nominata a tale incarico per un mandato di otto anni». Shvydkoy è il rappresentante speciale del presidente Vladimir Putin per la Cooperazione culturale internazionale: «Dal 2008, si occupa di attuare la politica estera del Cremlino attraverso la cultura e ha ricevuto onorificenze statali da Putin per questo lavoro». Oleynik è una violinista dell’Orchestra nazionale russa: «Dal 2014 ha visitato ripetutamente il territorio temporaneamente occupato della Crimea, ha partecipato a eventi di propaganda organizzati da “Rosmolodezh” (Agenzia federale per gli Affari giovanili) e si è esibita regolarmente per alti funzionari delle istituzioni statali russe». Tatakov e Nikolaev sono due solisti del gruppo Intrada, che «riceve finanziamenti diretti dal ministero della Cultura russo e dal Fondo presidenziale per le sovvenzioni»; entrambi sono accusati di aver sostenuto «apertamente la guerra contro l’Ucraina». (…)
Proprio l’Intrada è, in ordine di tempo, l’ultima formazione di musicisti annunciata sui canali social del padiglione russo, che da qualche giorno ha iniziato la presentazione limitandosi ai contenuti artistici. (…) Pare dunque di capire che l’agenzia Smart Art, co-fondata dalla stessa Karneeva e incaricata della gestione, non sia minimamente intenzionata a fare retromarcia. Dal 9 maggio l’installazione dovrebbe comunque limitarsi a un video osservabile e ascoltabile dall’esterno. L’ingresso del pubblico verrebbe limitato ai tre giorni di vernice precedenti, quando sono previste anche le proteste delle Pussy Riot, nonché di Arts Against Aggression, Memorial Italia e Free Nations League.
(Angela Pederiva, Biennale, l’Ucraina mobilita i suoi 007: «Nel mirino ci sono 34 russi», “Il Gazzettino”, 16 aprile 2026)

Katia Margolis: il Padiglione Invisibile

(…) [Margolis] Ha organizzato la raccolta firme internazionale contro la decisione di Buttafuoco e del CdA della Fondazione (…).
Margolis, la protesta contro la riapertura del Padiglione russo è un gesto di solidarietà all’Ucraina?
«È un dovere morale verso l’Ucraina e verso l’arte, perchè la cultura non è fuori dalla politica: dire che lo è, significa sposare la tesi che la propaganda russa ha sempre utilizzato per normalizzare e mascherare i suoi crimini».
Il sindaco di Venezia, Brugnaro, ha detto: “Vigileremo affinché non ci siano forme di propaganda in città”.

Katia Margolis

Katia Margolis presenta il progetto The Six Senses Art Retreat. Watercolours and Wonder – experience the art of self-discovery
in Venice
, che si terrà in dal 23 al 30 ottobre 2026 a Venezia (vedi il sito di Anna Kwiecinska)

«Non ha capito la sostanza dell’operazione russa, che non è propaganda attraverso programmi, ma essendoci: normalizzare la presenza di un regime che sta commettendo un genocidio». (…)
Ma sono tutti artisti filoputiniani quelli che andranno alla Biennale?
«No. E nessuno può chiedere a nessuno, meno che a sé stesso, di protestare in piazza Rossa rischiando vent’anni di carcere. Ma si può chiedere di non fare finta che non ci sia Auschwitz. L’arte non è per forza lotta e rivoluzione però richiede coscienza e onestà. Per guardare dall’altra parte si deve sapere dove non guardare».
Non crede a Buttaguoco quando dice: creiamo una occasione di dialogo?
«No. Nel 2018, scrisse che Putin era un grande leader».
Andrebbero esclusi Iran, Israele, Cina e Stati Uniti?
«Sono situazioni diverse. In Iran gli artisti vengono perseguitati, mentre in Usa e Israele no. È il momento di ripensare cosa la Biennale rappresenta. La prima mostra risale a più di cent’anni fa, non c’erano state le guerre mondiali: vanno riviste le regole d’ingaggio, gli scopi, tutto».
Perché non ci fu nessuna protesta quando la Russia invase la Crimea?
«Non è una ragione per continuare a essere manchevoli. Io ora mi sento responsabile, come cittadina russa e veneziana. Stiamo organizzando un Padiglione Invisibile: in concomitanza con la mostra, riempiremo la città di manifesti con foto di artisti dissidenti, delle loro opere e parole».
(Simonetta Sciandivasci, “Putin fa propaganda con l’arte. Gli oligarchi si comprano Venezia”, “La Stampa”, 16 aprile 2026)

Il Padiglione del Vaticano

Curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, in collaborazione con Soundwalk Collective, il Padiglione propone nuove opere commissionate a 24 artisti, ispirate alla vita e all’eredità di Ildegarda di Bingen, proclamata santa e Dottore della Chiesa nel 2012 da Benedetto XVI. L’esposizione nasce in dialogo con la proposta curatoriale della Biennale 2026, configurandosi come una “preghiera sonora” e un invito all’ascolto contemplativo.
Nel Giardino Mistico, spazio monastico del XVII secolo custodito dai Carmelitani Scalzi, sono presentate nuove opere sonore di venti artisti tra musicisti, poeti e compositori, da Brian Eno a Patti Smith, da Jim Jarmusch a Meredith Monk, fino alle monache benedettine di Eibingen. Le opere dialogano con i canti e le visioni di Ildegarda attraverso voce, strumenti e silenzio. I visitatori sono invitati ad ascoltare tramite cuffie queste creazioni, realizzate con Soundwalk Collective, insieme a uno strumento site-specific che “ascolta” il giardino in tempo reale. Il collettivo, fondato da Stephan Crasneanscki e Simone Merli, integra suono, film e media misti in opere immersive e ha collaborato con artisti come Patti Smith e Jean-Luc Godard, sviluppando una ricerca sul suono come chiave di lettura dell’esperienza umana. In questo orizzonte si collocano anche le parole di Papa Leone XIV: “La logica dell’algoritmo tende a ripetere ciò che ‘funziona’, ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto dev’essere immediato o prevedibile”.
(Biennale, presentato il Padiglione della Santa Sede: rallentare per ascoltare, vaticannnews.va, 16 parile 2026)

Ai Weiwei: “Ogni artista dovrebbe essere anche un attivista”

“La tendenza in Occidente a separare artisti e attivisti è problematica. Perché, in realtà, ogni artista dovrebbe essere anche un attivista. Chi non lo è può venire considerato quasi ‘morto’. Un’arte priva di dimensione politica non esiste. E anche dichiarare che non è politica è, in sé, una posizione politica. Il fatto che invece possa influenzare la società è una questione più complessa: il suo scopo non è necessariamente quello. (…)
La censura è spesso associata alla Cina o a contesti autoritari, ma in realtà esiste ovunque ci sia potere. I sistemi politici, culturali e finanziari occidentali esercitano anch’essi forti forme di censura. Non si tratta solo di un qualcosa imposto dall’alto: permea l’educazione, i social media, i valori della società. Modella gli individui al punto da rendere difficile immaginare come si possa vivere senza. In questo senso stabilisce norme comportamentali e intellettuali per tutti, con un effetto ampio e profondo.
(Ai Weiwei, in Enrica Brocardo, L’artista cinese Ai Weiwei parla di censura: “L’autorità morale dell’Occidente è in crisi”, “D”, 17 aprile 2026)

Aggiornamenti (22-29 aprile 2026>

Le radici del dissenso e della pace (su invito)

In occasione della Biennale Arte 2026, la Biennale di Venezia promuove tre serate dal titolo Biennale della Parola / Il dissenso e la pace dedicate alla riflessione e all’approfondimento sul tema della pace. Gli incontri, su invito, si terranno il 6, 7 e 8 maggio, dalle ore 19 alle 20, nella Sala delle Colonne, offrendo un’opportunità di ascolto e confronto con alcune tra le più autorevoli voci del panorama culturale contemporaneo. In queste serate non sono previsti a Ca’ Giustinian i tradizionali cocktail dedicati ai partecipanti alla preapertura.
Mercoledì 6 maggio l’ospite sarà Alexander Sokurov, regista e cineasta russo tra i più influenti sulla scena mondiale, noto per opere di forte impegno civile e riflessione storica.
Giovedì 7 maggio interverrà Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, la cui opera intreccia memoria, identità e quotidianità nei territori del conflitto.
Venerdì 8 maggio sarà una serata corale con tutti i direttori artistici dei settori della Biennale: Alberto Barbera, Direttore Artistico del Cinema; Caterina Barbieri, Direttrice Artistica della Musica; Willem Dafoe, Direttore Artistico del Teatro; Wayne McGregor, Direttore Artistico della Danza; Wang Shu e Lu Wenyu, direttori artistici dell’Architettura.
(Biennale della Parola / Il dissenso e la pace, labiennale.org, 17 aprile 2026)

L’eccellenza americana

Per quasi un secolo, la partecipazione degli Stati Uniti alla più importante mostra d’arte del mondo, la Biennale di Venezia, ha seguito uno schema noto: un gruppo di importanti direttori di musei o curatori proponeva progetti che coinvolgevano i migliori artisti del paese. Poi una commissione indipendente sceglieva il migliore, inviando in Italia artisti del calibro di Robert Rauschenberg e Helen Frankenthaler – o, più recentemente, Mark Bradford e Simone Leigh – come rappresentante dell’eccellenza culturale americana.
Come molte tradizioni, sotto la seconda amministrazione Trump anche questa è stata stravolta. I veterani del mondo dell’arte sono fuori gioco. Al loro posto: un’organizzazione no profit fondata da Jenny Parido, il cui impiego più recente è stato quello di proprietaria di un negozio di alimenti di lusso per animali domestici a Tampa, in Florida. Parido, 37 anni, che non ha alcuna esperienza nel settore museale, si affida alla competenza di Jeffrey Uslip, un curatore indipendente che ha lasciato il mondo dei musei dieci anni fa dopo che una mostra da lui organizzata era stata criticata per insensibilità alle tematiche razziali. A sua volta, Uslip ha selezionato per rappresentare gli Stati Uniti uno scultore americano poco conosciuto che vive in Messico di nome Alma Allen. Oltre una dozzina di ex curatori ha dichiarato ai media che con queste scelte il governo mina la credibilità del Padiglione.
Secondo Robert Storr, ex preside della Yale School of Art e primo americano a curare la Biennale di Venezia nel 2007, “la gente si chiederà: è questo il meglio che siamo riusciti a fare?” Un portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle, dichiara invece che

Il Dipartimento di Stato è orgoglioso di mettere in mostra l’eccellenza americana attraverso la visione di Alma Allen, talentuoso scultore autodidatta che incarna la grandezza del sogno americano.

(Zachary Small, “Dilettanti dell’arte”: boccciato dai critici il padiglione di Trump, “The New York Times”, ripreeso da “la Repubblica”, 22 aprile 2026)

Dalla Russia Vladimir Solovyev insulta Giorgia Meloni

Parlando in un italiano un po’ forzato, Vladimir Solovyev, il “propagandista-in-capo” russo, ha ricoperto Giorgia Meloni di insulti. (…)
L’attacco è arrivato il 16 aprile scorso. Il presentatore parlava dell’esercito ucraino, un “esercito di vigliacchi ed infanticidi”. “Basta avere pietà nei loro confronti. E bisogna annientare anche i loro alleati in Occidente. L’Europa è entrata direttamente in guerra contro di noi”, ha detto prima di lanciarsi in una serie di offese in italiano contro quella che ha chiamato “Giorgia PuttaMeloni”: “Vergogna della razza umana. Bestia umana. Idiota patentata. Che brutta donnuccia. Cattiva”. Poi tornando alla sua lingua madre ha accusato “questa carogna fascista” di aver “tradito i suoi elettori” perché “si era candidata con slogan del tutto diversi”. “Tradimento è il suo secondo nome. Ha tradito anche Trump a cui aveva giurato fedeltà”. (…)
Dinnanzi al violento attacco di ieri, la reazione dell’Italia è stata immediata (sic).
(Rosalba Castelletti, La tv russa insulta Meloni: “Ha tradito Trump”. Tensione con il Cremlino, “la Repubblica”, 22 aprile 2026)

La commissaria del Padiglione Russo Anastasia Karneeva: “Spregevoli parole, che non riflettono in alcun modo la cultura politica russa”

Esprimo la mia incondizionata solidarietà al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per le inammissibili offese che un conduttore della televisione russa si è permesso di rivolgerle. Quelle spregevoli parole, che non riflettono in alcun modo la cultura politica russa, suscitano in me un profondo senso di vergogna.

Lo dice la commissaria del Padiglione Russo alla Biennale di Venezia, Anastasia Karneeva in una nota diffusa alla stampa italiana riferendosi agli insulti che il conduttore televisivo Vladimir Solovyov ha rivolto a Meloni.

Sono sicura di poter parlare a nome di molte donne e uomini russi, rivolgendo alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni le più sincere scuse per un gesto che oltrepassa ogni limite consentito. Anche la più accesa opposizione politica non può mai travalicare in offese personali e sessiste che, rivolte al Capo di Governo, offendono l’intero popolo italiano, verso il quale la Russia ha sempre nutrito i più genuini sentimenti di amicizia. (…) Credo fermamente nella solidarietà femminile — un legame invisibile che unisce le donne di buona volontà, un legame che deve essere più forte di qualsiasi distanza geografica e politica. È un sentimento universale che, come l’arte, è capace di unire anche nelle differenze.

afferma la commissaria del Padiglione Russo alla Biennale di Venezia.
(Padiglione Russo Biennale, “da tv russa offese inammissibili, solidarietà a Meloni”, ansa.it, 22 aprile 2026

Vladimir Solovyev rilancia le accuse e raddoppia gli insulti

Bis. Vladimir Solovyev (…) torna alla carica contro la premier italiana Giorgia Meloni. Martedì (sic) l’aveva sommersa di insulti politici e sessisti; ieri, di fronte alla “indignazione per le parole volgari” espressa dal presidente Mattarella in solidarietà alla premier, e alle proteste bipartisan in Parlamento, Solovyev ha rilanciato le accuse e raddoppiato gli insulti in un nuovo video: “Non capisco cosa non piaccia a Meloni del fatto che l’abbiamo chiamata fascista. Qual è il problema? Lei è fascista”.
(Paolo Brera, Solovyev non si scusa: “La premier con i nazi” solidarietà di Zelensky, “la Repubblica”, 23 aprile 2026

La Giuria della Biennale Arte: “Israele e Russia esclusi dai premi”

A prendere le distanze è ora la Giuria Internazionale che “si asterrà dal considerare quei Paesi, i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale”.
Un annuncio che esclude Mosca e Israele dalla competizione per il Leone d’Oro e d’Argento davanti al quale la Biennale non si scompone. “La Giuria della Biennale Arte 2026, al pari di tutte le giurie delle manifestazioni della Biennale di Venezia, opera in piena autonomia e indipendenza di giudizio nell’esercizio delle proprie funzioni”, spiega in una nota l’ufficio stampa dell’istituzione lagunare.
(La Giuria della Biennale Arte: “Israele e Russia esclusi dai premi”, ansa.it, 23 aprile 2026)

Le giurate della Biennale: siamo consapevoli del “rapporto che lega il lavoro degli artisti alle azioni dello Stato che essi rappresentano”

La presa di posizione della giuria apre un nuovo fronte, forse inatteso, per Buttafuoco e la Fondazione che il 21 aprile aveva annunciato la giuria, per la prima volta tutta al femminile, guidata dalla brasiliana Solange Oliveira Farkas. Insieme a lei, le giurate Zoe Butt, Elvira, Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi scrivono che sono consapevoli del “rapporto che lega il lavoro degli artisti alle azioni dello Stato che essi rappresentano” e quindi pur prendendone atto, se ne dissociano.
Lara Crinò, Biennale, scatta il veto, la giuria: no ai premi per la Russia e Israele, “la Repubblica”, 24 aprile 2026

Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri: “Una ricaduta nell’anticultura”

La Russia ha aperto ieri un nuovo fronte con la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova, che ha definito la minaccia dell’Europa di revocare il finanziamento di 2 milioni alla Biennale di fronte alla presenza della Russia

una ricaduta nell’anticultura che si è riaccesa in Occidente negli ultimi anni. Non si riprenderanno: diventeranno per esempre incivili.

(Sara D’Ascenzo, Biennale, la mossa della giuria. Israele e Russia esclusi dai premi, “Corriere della Sera”, 24 aprile 2024)

Alessandro Giuli: disertare o no?

A 15 giorni dal via, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, non ha ancora deciso se disertare o no la cerimonia inaugurale, il 9 maggio, della sessantunesima Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. “La scelta comunque sarà congiunta”, dicono i suoi collaboratori. Vuol dire che Giuli deciderà insieme a Giorgia Meloni.
(Fabrizio Caccia, L’irritazione di Palazzo Chigi e le rpessioni di Bruxelles. Il “fortino” di Buttafuoco, “Corriere della Sera”, 24 aprile 2026)

Spagna, Slovenia e Irlanda boicottano Eurovision 2026 in segno di protesta per la partecipazione di Israele

La tv spagnola RTVE, quella slovena RTV SLO e quella irlandese RTÉ hanno confermato: non manderanno in onda Eurovision 2026, come secondo atto del boicottaggio iniziato con la mancata partecipazione delle emittenti al concorso in segno di protesta per la partecipazione di Israele.
Gli altri due paesi che hanno boicottato la rassegna nel settantesimo della sua fondazione, ovvero Islanda e Paesi Bassi invece manderanno regolarmente in onda lo show: NPO1 è il canale scelto da NPO, il broadcaster olandese che quest’anno sovrintende alla trasmissione insieme a NTR, la società service fornitrice di programmi della tv pubblica. RÚV invece trasmetterà Eurovision 2026 sul secondo canale.
Ma a fare rumore è soprattutto la decisione della tv slovena. Nei giorni dell’Eurovision ma anche oltre (dal 10 al 20 Maggio) RTV SLO trasmetterà infatti Glasovi Palestine, ossia Voci dalla Palestina, documentari, lungometraggi, film e reportage dalla Palestina e dal Medio Oriente, in contemporanea con l’Eurovision.
Una vera e propria contro programmazione fra le quali spicca, nel giorno della seconda semifinale un documentario sull’Eurovision Song Contest e il ruolo della politica, dei dilemmi etici delle tv partecipanti, sul voting e sul boicottaggio.
(Eurovision 2026, boicottaggi: lettera da 1000 artisti e Palestina in tv durante lo show, “Euroviosion News”, 24 aprile 2026)

Alessandro Giuli: “Non andrò a Venezia”

Non poteva credere ai suoi occhi, Alessandro Giuli. Quando ieri a metà pomeriggio ha visto lampeggiare sul suo schermo l’ultima agenzia da Venezia, che parlava dell’incontro (definito “proficuo”) tra il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il deputato-attore M5S Gerardo Amato (La squadra, L’ultimo padrino), suo acerrimo nemico, tra interrogazioni parlamentari e attacchi vari, il ministro ha informato Palazzo Chigi di aver preso la sua decisione: “Non andrò a Venezia nelle giornate di pre-apertura dell’Esposizione d’Arte della Biennale né parteciperò alla cerimonia di inaugurazione prevista il 9 maggio”. E la sua decisione, trapela in serata, è stata “condivisa”. (…)
A Giuli è sembrata una provocazione, l’ultima, dopo che sempre ieri da Venezia era giunta pure la conferma dell’arrivo ormai imminente degli artisti russi alla Biennale, grazie ai visti concessi “seguendo tutte le regole”, precisa la Farnesina, “e facendo gli opportuni controlli”. Gli artisti si esibiranno dal 6 all’8 maggio, in occasione della preview della stampa, con una performance (…) che sarà registrata e poi trasmessa all’interno del Padiglione per non incappare nelle sanzioni europee.
(Fabrizio Caccia, Lo strappo di Giuli. Non parteciperà alla Biennale. Il caso dei visti per gli artisti russi, “Corriere della Sera”, 25 aprile 2026)

Pietrangelo Buttafuoco: “Sarebbe la Biennale dell’orologio a cucù”

Il presidente della Fondazione risponde con un mezzo sorriso, che rimanda all’elenco dei paesi che dovrebber essere esclusi dalla Biennale se valessero i criteri applicati a Mosca. Vi figurano decine di Stati tra cui la Città del Vaticano, che comparirebbe tra le “obiezioni etiche” perché “monarchia teocratica assoluta elettiva”.

Ecco, se applichiamo a chiunque questi criteri che si pretendono di applicare ai russi, l’Esposizione Internazionale d’Arte finiremmo per farla soltanto col padiglione della Svizzera. E diventerebbe la Biennale dell’orologio a cucù.

(Tommaso Labate, L’“Ultimo giapponese” Buttafuoco: con quel criteri verrebbe solo la Svizzera, “Corriere della Sera”, 25 aprile 2026)

I visti agevolati ai russi per venire in Biennale

In una mail del 17 novembre 2025 Karneeva chiede alla Biennale supporto per far arrivare a Venezia il loro curatore Petr Musoev: “Senza un invito formale dalla parte italiana non ci rilasciano più i visti velocemente, a volte purtroppo non li rilasciano affatto”. Il 25 novembre, il direttore generale dell’esposizione Andrea Del Mercato la rassicura: “Cara Anastasia, invierò la lettera di invito (…) abbiamo massima disponibilità e attenzione dal consolato e ambasciata a Mosca”, garantisce il dirigente. Che infatti cita, per stralci, la conversazione con il “Dr. Palmieri”, ovvero Federico Palmieri, responsabile cultura della nostra diplomazia in Russia. Al quale vengono attribuite queste parole: “Abbiamo inviato (…) al Sig. Musoev una mail che gli consentirà di recarsi al nostro centro visti per la consegna della documentazione quando preferisce, senza un appuntamento”. E poi ancora: “Per il visto ad ingresso multiplo, faremo il possibile per facilitare la richiesta, (…) ma l’adozione poche settimane fa di una decisione UE restringe lo spazio di manovra a nostra disposizione per la concessione di visti di questo tipo ai cittadini russi”. Il ministro degli Esteri Tajani era a conoscenza dell’aiuto offerto dall’ambasciata italiana in Russia a Buttafuoco? Nella nota di ieri la Biennale garantisce di aver informato “preventivamente” il governo. Secondo fonti vicine al dossier, Beltrame avrebbe riferito all’esecutivo della riapertura del padiglione russo solo a febbraio, quando l’annuncio pubblico era imminente.
Il lavoro del presidente della Biennale invece comincia molto prima. A giugno 2025 alla responsabile del padiglione russo viene accordato un incontro con il giornalista per il 19 luglio a Venezia. Quattro mesi dopo, la commissaria fa riferimento al progetto di cui ha “discusso con il presidente Buttafuoco”. A gennaio tutto è pronto, rendering e testi del catalogo. Karneeva si spende in parole di gratitudine (…): “Vorrei ringraziarvi per aver trovato una soluzione per l’organizzazione del padiglione, apprezzo davvero il tuo supporto e quello del presidente”. (…)
La Fondazione ribadisce “l’assoluto rispetto delle norme” internazionali. E attacca la “manina-manona” che fa trapelare i documenti.
(Serena Riformato, Biennale, visti agevolati per gli artisti russi. L’aiuto dell’ambasciata, “la Repubblica”, 27 aprile 2026)

Il ministro degli Esteri di Israele: la giuria ha trasformato la Biennale “da uno spazio artistico aperto di idee libere e illimitate in uno show di indottrinamento politico anti-israeliano”

Israele (…) ha definito la decisione «un boicottaggio», accusando gli stessi giurati di aver politicizzato l’evento. Il Ministero degli Esteri israeliano, intervenuto pubblicamente con una dichiarazione diffusa sui social, ha parlato di una «Contaminazione del mondo dell’arte», sostenendo che la giuria avrebbe trasformato la Biennale «da uno spazio artistico aperto di idee libere e illimitate in uno show di indottrinamento politico anti-israeliano».
A queste parole si aggiunge la reazione dell’artista scelto per rappresentare Israele, Belu-Simion Fainaru, che ha criticato apertamente la decisione dei giurati. Secondo Fainaru, la scelta creerebbe «Un ambiente ostile e degradante» e imporrebbe «Una condizione di disuguaglianza» esclusivamente al partecipante israeliano, oltrepassando il mandato stesso della giuria. L’artista ha inoltre evidenziato come altri Stati coinvolti in violazioni gravi non siano stati oggetto della stessa esclusione, mettendo in discussione la coerenza del criterio adottato.
(Biennale, Israele contro il «Boicottaggio» dei premi. E il Padiglione russo apre solo alla preview, “Exibart”, 28 aprile 2026)

Belu-Simion Fainaru: “Non posso essere escluso perché israeliano”

Belu-Simion Fainaru, nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, è l’artista che rappresenta Israele alla 61esima Biennale.
“È stato il presidente della Biennale a offrire un Padiglione a Israele, perché quello ufficiale è in ristrutturazione. Quindi esporremo all’Arsenale, in un palazzo che ha cinquecento anni di storia e in cui dovremo trovare soluzioni inusuali per allestire la mia installazione”.
Che cosa esporrà?
“Il mio progetto, The Rose of Nothingness, è ispirato a un verso di Salmo di Celan ed è un’installazione d’acqua, che usa quei sistemi di irrigazione innovativi che Israele ha inventato per coltivare nelle aree desertiche; del resto, l’acqua è uno dei problemi del secolo. Si collega anche alla filosofia ebraica, alla cabala, al rapporto paradiso/inferno e allo spazio circostante, alla luce in particolare, ed è un’esperienza sensoriale a tutto tondo”.
C’è una piscina nera.
“Rappresenta una pagina del Talmud, che fu stampato per la prima volta proprio a Venezia: un momento centrale per la cultura ebraica, che per secoli, durante la diaspora e le espulsioni, si è raccolta intorno a questo libro”.
Però la sua opera non potrà essere premiata per decisione della Giuria internazionale, criticata ieri dal ministro degli Esteri israeliano Katz. Che cosa ne pensa?
“So che sono arrivate critiche e richieste di boicottaggio ma la Biennale è stata chiara sul fatto di essere contraria al boicottaggio di qualunque paese. Quella dei giurati è una rivendicazione politica e non credo sia il loro mandato: dovrebbero occuparsi di dare un giudizio artistico. D’altra parte credo che la Biennale sia responsabile”.
Anche se la Giuria è autonoma?
“È stata la Biennale a scegliere le persone della giuria. E se questa giuria fa affermazioni politiche e mi esclude, in quanto artista, significa che non sono uguale agli altri partecipanti, anche quelli di Paesi come l’Iran, il Qatar o l’Arabia Saudita, che violano i diritti umani. Così la Biennale diventa un’arena politica e non più artistica”.
L’arte c’entra con la politica?
“L’arte è uno spazio che dovrebbe essere libero e uguale per tutti. Un luogo di dialogo. Mi aspetto che la Biennale intervenga per condannare questo atteggiamento, e che lo faccia anche il ministro della Cultura italiano”.
Farà ricorso?
“Credo di sì. Vede, anche mio padre è stato discriminato: nella Romania del 1940 fu escluso dagli studi e deportato, perché ebreo. Non credo che 80 anni dopo anche io sarò discriminato, in quanto ebreo israeliano, in questo mondo. La storia si ripete… Ma io non posso essere escluso perché israeliano: si badi bene, non per la mia arte, o per il mio messaggio, che è di pace. Ho creato una Biennale del Mediterraneo, dove espongono insieme artisti di tutto il Medio oriente e a Haifa, dove insegno all’Università, metà dei miei studenti è palestinese”.
Era già stato alla Biennale?
“L’opera era quasi identica e io sono sempre lo stesso artista, ma nessuno aveva avuto da ridire, nessuno aveva protestato ed ero in gara per il Leone. Perché può accadere questo? Per razzismo e discriminazione, perché appartengo alla cultura ebraica. Perciò sì, farò i passi necessari per difendere la libertà e per non essere escluso, come lo fu mio padre”.
(Belu-Simion Fainaru, in Eleonora Barbieri, “Io fuori dai premi perché israeliano. Penso al ricorso per difendermi”, “Il Giornale”, 28 aprile 2026)

Il ministro Giuli manda gli ispettori in Biennale, Zaia: “Mi auguro ancora che il Ministro Giuli e il Presidente Buttafuoco possano darsi la mano durante gli eventi di Biennale”

“Possono esserci posizioni diverse, ed è legittimo. Ma c’è un dato che non può essere messo in discussione: la Biennale di Venezia è da sempre un luogo di pace, di diritti, di confronto tra culture. Non è il terreno dello scontro politico, né tantomeno un’arena in cui si processano gli artisti, che non sono e non possono essere considerati dei guerrafondai. (…) L’invio degli ispettori rientra pienamente nelle prerogative del Ministero e su questo non vi è nulla da eccepire. È però evidente che avviene in un momento particolare per Venezia e per la Biennale, alla vigilia di una fase importante della sua attività espositiva. Proprio per questo è necessario che ogni passaggio, anche formale e amministrativo, sia accompagnato dalla consapevolezza del contesto. Oggi il tema è capire quale sarà l’esito di questa verifica. Se servirà a fare chiarezza, bene. Ma è importante evitare che questo dibattito si riduca a una contrapposizione, vi sono certamente spazi per una soluzione nel pieno rispetto delle parti. (…)
Confido nello standing e nell’intelligenza degli interlocutori istituzionali, a partire dal livello nazionale, affinché si possa trovare una soluzione all’altezza di una rassegna d’arte che ha visibilità globale e che, anche attraverso questo confronto, può rafforzare ulteriormente il proprio ruolo. Al Presidente Pietrangelo Buttafuoco va riconosciuto il compito di guidare questa fase con equilibrio e responsabilità.
Da inguaribile ottimista, mi auguro ancora che il Ministro Giuli e il Presidente Buttafuoco possano darsi la mano durante gli eventi di Biennale. Sarebbe il segnale migliore: le istituzioni che dialogano, Venezia che accoglie, la cultura che non divide ma continua a costruire ponti”, conclude Zaia.
(Luca Zaia, Biennale: ispettori a Ca’ Giustinian, ansa.it, 29 aprile 2026)

Il Dipartimento di Stato lancia una colletta per il Padiglione USA

«Sta all’artista reperire finanziamenti aggiuntivi perché il costo complessivo della presenza a Venezia supera significativamente l’importo del contributo federale», ha dichiarato al sito Hyperallergic un portavoce del Dipartimento di Stato. Ed ecco dunque che la Aac [American Arts Conservancy, neonata non profit dietro il Padiglione, n.d.r.] ha aggiunto un pulsante «Donate» sul suo sito, invitando il pubblico a contribuire almeno cento dollari al progetto di Allen, uno scultore autodidatta dello Utah che vive in Messico. Il Padiglione Usa, ospitato in un edificio in stile neoclassico nei Giardini di Castello.
Ha costi monumentali: per Leigh, che nel 2022 aveva trasformato la palazzina in un villaggio africano, la spesa era stata di 7 milioni di dollari. Allen è stata la seconda scelta del Dipartimento di Stato dopo il rifiuto dello scultore Robert Lazzerini. L’artista dovrebbe esporre a Venezia una trentina di sculture, solo alcune delle quali realizzate per l’occasione in una mostra intitolata Alma Allen: Call Me the Breeze. Contattato lo scorso ottobre dal curatore indipendente Jeffrey Uslip, Allen aveva accettato l’incarico senza esitazioni, nonostante gli fosse stato sconsigliato di collaborare con un’amministrazione considerata ostile al mondo dell’arte contemporanea.
(Biennale, il Padiglione Usa snobbato dagli sponsor. Aperta una colletta: «Donate almeno 100 dollari», “Il Gazzettino”, 30 aprile 2026)

Serve un Mose per la Biennale?

La provocazione l’aveva lanciata qualche anno fa il critico d’arte Luca Beatrice. L’interrogativo è tornato d’attualità in questi giorni, con le polemiche sulla Biennale Arte 2026.
Qui di seguito una ricostruzione della convulsa giornata del 30 aprile 2026, così come è stata raccontata dal “Corriere della Sera”, “la Repubblica” e SkyNews, oltre che dal sito della Biennale.

L’autonomia della Biennale

Giuli sostiene con i suoi che si tratta di una questione che spetta soltanto alla Fondazione gestire, “non è che ci si ricorda di essere giustamente autonomi quando si decide sulla Russia e poi si chiede al governo una soluzione se insorge un problema con Israele”.

La Biennale avverte le giurate

Debora Rossi, l’avvocato dell’ente lagunare, “informa” i quattro ispettori, “che la giuria è stata informata non solo della portata mediatica ai danni della Biennale, ma anche del loro personale rischio di esposizione ai risarcimenti dei danni, non solo a carico del ricorrente”, ovvero l’artista israeliano, “ma anche della Fondazione”. È in questo contesto che matura l’addio: sulle giurate grava il rischio di pagare di tasca loro le conseguenze di una causa legale.

Le dimissioni della giuria

“La Biennale di Venezia comunica che in data odierna sono pervenute le dimissioni della Giuria internazionale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte, In Minor Keys di Koyo Kouoh”.

La Biennale: i Leoni verranno assegnati dal pubblico

“In considerazione delle dimissioni odierne della Giuria Internazionale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte indicata da Koyo Kuoh, nonché dell’eccezionalità della situazione geopolitica internazionale in corso, La Biennale di Venezia ha deciso che la cerimonia di premiazione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte, già prevista per il 9 maggio pv, si terrà domenica 22 novembre, ultimo giorno di apertura ai visitatori, come avvenuto in precedenza per altre situazioni eccezionali (edizione 2021 della Mostra Internazionale di Architettura, a causa del Covid).
La Biennale di Venezia ha di conseguenza deciso di istituire per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte due Leoni dei Visitatori da attribuire:

  • al miglior Partecipante della 61. Esposizione In Minor Keys di Koyo Kouoh;
  • alla migliore Partecipazione Nazionale della 61. Esposizione.

Potranno votare i Leoni dei Visitatori i titolari di biglietto che avranno visitato le due sedi di mostra nell’arco temporale dell’apertura della 61. Esposizione, dal 9 maggio al 22 novembre. La visita delle due sedi sarà comprovata dal tracciamento effettuato dal sistema di biglietteria. Il titolare del biglietto potrà esprimere un solo voto per ciascuno dei due premi, in un’unica sessione. I collettivi di artisti verranno identificati come singoli partecipanti, come da lista partecipanti mostra In Minor Keys.
Al Leone dei visitatori per la migliore Partecipazione nazionale concorrono tutte le Partecipazioni Nazionali presenti alla 61. Esposizione, come da lista ufficiale, seguendo il principio di inclusione e di parità di trattamento tra tutti i partecipanti. Ciò in coerenza con lo spirito fondativo della Biennale stessa basato sull’apertura, sul dialogo e sul rifiuto di ogni forma di chiusura e censura. La Biennale vuole e si conferma luogo della tregua in nome dell’arte, della cultura e della libertà artistica.”

Pietrangelo Buttafuoco: “Una decisione, la mia, presa in emergenza come per il Covid (…) Koyo Kuoh, la curatrice della rassegna è morta oltre un anno fa e non ha lasciato istruzioni, per questo non verrà assegnato il Leone d’Oro alla carriera quest’anno, ma è solo uno degli indici della grande difficoltà con cui la Biennale sta operando in sua assenza”.

L’esultanza israeliana

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar esulta per le dimissioni e attacca: “Non c’è posto per la politica, i boicottaggi e l’antisemitismo nel mondo della cultura”.

Giorgia Meloni: no al Padiglione Russia ma “Buttafuoco è una persona capacissima”

“Non le so dire delle dimissioni della giuria, perché l’ho letto mentre scendevo, non so dire se sono collegate al tema dell’invio degli ispettori. Sulle dinamiche di questa vicenda mi sono leggermente persa, mi fermo alla posizione iniziale: la scelta sul padiglione russo, il governo ha dichiarato di non condividerla, dopodiché la Biennale è un ente autonomo, e Buttafuoco è una persona capacissima, questa scelta non l’avrei fatta al suo posto”,

Matteo Salvini è entusiasta: Buttafuoco è “geniale”

“Ritengo geniale la sua decisione di assegnarli non all’inizio della rassegna, ma alla fine. Sarà una Biennale autonoma e democratica, ci andrò come sono andato alle altre Biennali”.

Commissariare o sequestrare?

Pietrangelo Buttafuoco: “Commissariare la Biennale? I nostri bilanci sono in attivo. E poi questo significherebbe commissariare anche Venezia, la Regione. In realtà il governo potrebbe fare un’ultima cosa: sequestrare il padiglione russo. Ma questo sarebbe un atto ostile nei confronti di Mosca. Non so quanto praticabile.”

Il Ministero: “Non è e non è mai stato nelle intenzioni del Ministero commissariare il presidente della Biennale”, ha dichiarato in serata il MiC, Ministero della Cultura, precisando di essersi “limitato a chiedere e ottenere documenti da mettere a disposizione del Maeci e di Palazzo Chigi per le dovute valutazioni circa le richieste della Ue sul rispetto del quadro sanzionatorio nei confronti della Russia. Quanto alle dimissioni della giuria, esse sono state apprese dal MiC dagli organi di informazione, e riguardano esclusivamente la potestà autonoma della Biennale. Il ministro Giuli, come da dichiarazioni pubbliche, conferma l’identità di vedute con Giorgia Meloni”.

Alessandro Giuli: “Pietrangelo cerca il martirio” è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. (…) “Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo. Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere”.

Le proteste

L’inaugurazione salta, non le proteste: l’8 il corteo contro Israele, il 9 contro la Russia.

Una provvisoria conclusione: “Il fallimento vistoso di una contro-egemonia”


“Assistiamo al fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali. Un fallimento su tutte le ruote: nella scelta degli uomini, nella difesa dei medesimi, nel comportamento di molti dei nominati, nella loro propensione a compiacere gli avversari per garantirsi la sopravvivenza; nell’assenza di strategia, di contenuti e di profilo culturale. Un disastro su tutta la linea. Conoscendo l’ignoranza, l’incompetenza, l’incapacità di sostenere una linea, una nomina, una decorosa coerenza, ripeto il consiglio dato tempo fa: fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione. Non nominate nessuno invano, perché di solito sbagliate, e poi non siete in grado di difenderlo né di adottare una strategia culturale; anzi, i primi a farli pentire di aver accettato e magari richiesto la nomina, sono proprio coloro che li hanno nominati. Il disastro si estende dalla cultura alla comunicazione, include la RAI”.
(Marcello Veneziani, Non nominate nessuno invano, “la Verità”, 28 aprile 2026)

+ posts

79

Il progetto di Ateatro per il 2026

La AteatroPedia, l’Atlante della critica contemporanea, le Buone Pratiche, la partecipazione, il welfare culturale, gli archivi, le Comunità di Ateatro: i progetti per festeggiare i 25 anni del sito ateatro.it guardando al futuro.

Ateatro su Facebook
La community di Ateatro