L'intervento di Oliviero Ponte di Pino all'incontro Prendere Parte (15 maggio 2026)

Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).
Categorie: 211 | Le Buone Pratiche della Partecipazione, copertinaTags: Pubblicato il: 13/07/2026Aggiornato il: 13/07/2026

Pubblichiamo lo schema dell’intervento di Oliviero Ponte di Pino all’incontro Prendere Parte. Cosa vuol dire partecipare? del 15 maggio 2026 alla fabbrica del Vapore, nell’ambito del Focus Partecipazione del festival Life.
Focus Partecipazione: il programma

Partecipazione attiva e passiva

Di partecipazione culturale oggi si discute molto. Sia in termini di partecipazione passiva, con l’obiettivo di allargare l’accesso alla cultura a fasce della popolazione che ne sono di fatto escluse (quindi i percorsi di ampliamento del pubblico, ovvero audience development). Sia in termini di coinvolgimento attivo in processi di co-progettazione, co-creazione, co-organizzazione, co-valutazione (audience engagementi).
La giornata delle Buone Pratiche della Partecipazione del 9 maggio 2026 era concentrato su questo secondo versante: pratiche basate sul coinvolgimento attivo di gruppi di cittadine e cittadini nell’ambito delle arti performative.

La moda della partecipazione

Sono sempre più numerosi gli artisti e i gruppi che progettano e realizzano spettacoli attraverso processi collaborativi. Il termine “partecipazione” viene utilizzato sempre più spesso in bandi, avvisi pubblici, call, chiamate in Italia e in Europa. Tanto che qualche osservatore parla di “svolta partecipativa” da parte di autori, curatori e istituzioni. Questa insistenza ha generato una “burocrazia della partecipazione” sia da parte di chi distribuisce risorse per la cultura sia da parte delle realtà che cercano di accedere a queste risorse, a volte in maniera strumentale e senza una autentica “vocazione partecipativa”.
Per certi aspetti è stato un vero e proprio boom, tanto che si è iniziato a parlare di “tirannia della partecipazione”. Forse sarebbe meglio parlare di una “moda partecipativa”. Infatti adesso che nella politica e nelle politiche culturali si assiste a un ritorno all’ordine (e al mercato), i più solerti si adeguano: dopo aver magari utilizzato per anni la partecipazione come parola d’ordine nei loro progetti, ora sono i primi a evidenziare i limiti di questo approccio, giustificando così il “ritorno all’ordine” e alla verticalità della progettazione culturale.
Per le realtà che hanno preso la parola alle Buone Pratiche della Partecipazione, quella che hanno incarnato non è stata certo una moda. Sono creatori, curatori, animatori, facilitatori che usano la partecipazione da anni, o da decenni, spesso nell’indifferenza o nella diffidenza delle istituzioni. Si impegnano in progetti di lungo periodo, che richiedono un notevole impegno (tempo, lavoro, fatica, competenze), per risultati sempre incerti. Sono percorsi sperimentali e aperti, che dunque comportano un alto margine di rischio.

Le ragioni di una scelta

Per la (quasi) totalità dei progettisti culturali e degli artisti coinvolti, la decisione di aprire i processi organizzativi e creativi alla partecipazione di “non professionisti” è stata dettata da una profonda necessità artistica. Il punto di partenza sono state a volte circostanze occasionali: i luoghi o gli spazi di lavoro, le pratiche laboratoriali, una commissione esterna… Ma queste casualità sono state fondative, hanno creato nuova consapevolezza e generato una svolta sia estetica sia organizzativa. La pratica artistica, inserita in un contesto che la metteva a stretto contatto con la realtà (in una delle sue varie forme), ha innescato una fase di coinvolgimento partecipativo che poi ha iniziato a seguire la propria dinamica di sviluppo.
In molti casi queste esperienze hanno sedimentato un format (o un protocollo). Hanno dato vita a strutture stabili: la “non scuola” delle Albe, il Teatro delle Ariette, Periferico Festival a Modena con Amigdala, o un modello come il Teatro del Lido a Ostia. Ha anche generato modelli di intervento replicabili in luoghi e tempi diversi: ancora la “non scuola”, che si è diffusa in varie città e paesi, ma anche i laboratori del Teatro delle Ariette e di Eleonora Pippo, o le successive edizioni di “Politico Poetico” del Teatro dell’Argine…

La lunga durata

Questa persistenza (o insistenza), viste anche le magre risorse, è una prova della necessità di queste pratiche, sia per chi le promuove sia per i destinatari dei processi. L’incontro con la realtà implica l’incontro con i bisogni dei cittadini coinvolti, e dunque spesso anche del contesto istituzionale di riferimento. Sono i committenti del progetto.
Ma i committenti tendono a esigere certezze nella durata, negli esiti, e possibilmente anche negli impatti: in questa ottica, un ampio respiro temporale e una progettualità aperta possono costituire un problema.
Anche se ovviamente un processo che inizia con una somma di certezze non può essere realmente partecipato.

Il conflitto

Negli ultimi anni stiamo imparando che la cultura – in particolare attraverso i processi culturali partecipati – può costituire un alibi: rischia di occultare la polvere delle disuguaglianze sotto il tappeto della cultura. Un concerto in un quartiere disagiato, un laboratorio teatrale in carcere, la creazione di una scultura partecipata in una RSA, offrono certamente un’ottima opportunità culturale e accrescono il benessere e (forse) le competenze dei destinatari. Ma bisogna sempre ricordare che l’arte non è in grado di risolvere i problemi sociali reali. L’arte può accrescere la consapevolezza di cittadini, può far emergere il conflitto “invisibile” sulla scena pubblica, passando dal disagio esistenziale al livello politico: il teatro, e l’arte in generale, lo fanno da sempre. Un intervento artistico può perfino mettere in discussione le istituzioni, ma non è in grado di sostituirsi alla necessaria azione politica.
Si muove su un altro piano. Una volta individuata ed esplicitata la frattura che attraversa il corpo sociale, crea dibattito, occasioni di conoscenza e di confronto. Dà la parola a soggetti che erano stati esclusi dalla scena politica. Qui nasce uno dei nodi più problematici dei processi partecipativi. Chi dà la parola a chi? A quali condizioni? Quale quota di potere cede? E dall’altro canto, prendere la parola significa anche costituirsi come soggetti sulla scena pubblica: ma è sempre necessario farlo? Non si possono utilizzare altre strategie, più efficaci e/o meno rischiose per affermare la propria soggettività? Anche perché è sempre avvertibile il rischio dell’omologazione comunitaria, dove tutte le differenze si annullano in una identità totalitaria.
La partecipazione (e il teatro in generale) sono da sempre sospesi tra queste tensioni: da un lato la spinta all’omologazione, dall’altro il rischio di far esplodere la contrapposizione tra bolle inconciliabili.
Il conflitto è alla base della democrazia, ma assolutizzarlo, e individuare nell’altro il nemico, significa porsi nella prospettiva della guerra civile, la situazione che per Carl Schmitt giustifica lo stato d’eccezione e dunque la svolta autoritaria e la fine della democrazia.
Un processo partecipato insegna a far emergere le differenze (e dunque il conflitto) ma dovrebbe anche insegnare a calarsi nei panni dell’altro e a costruire l’incontro e il dialogo. Dovrebbe allenare l’arte della mediazione, che è la base della politica democratica. Il processo è lungo e difficile, ma è l’unica alternativa per lavorare alla riduzione delle disuguaglianze senza cancellare le differenze (occultandole o eliminandole).

La dialettica democratica

Nel suo intervento del 7 maggio 2026 Joan Subirats ha parlato dell’impatto delle nuove tecnologie sui processi democratici, evidenziandone due: la disintermediazione, ovvero la cancellazione o la marginalizzazione dei “corpi intermedi” (partiti, associazioni datoriali, sindacati, associazioni…), e l’individualizzazione, ovvero l’atomizzazione dei corpo sociale.
Di fronte a questa tendenza, la partecipazione culturale – e i presidi culturali, a partire dalle biblioteche, ma anche teatri e musei – creano un “attrito”. Creano comunità. Costruiscono “legami deboli” (rispetto a quelli “forti” della famiglia). Riportano la verticalità di una politica (culturale) autoritaria verso l’orizzontalità.

Per una politica creativa

La democrazia non è un regime, ma un processo in continuo divenire. L’evoluzione delle tecnologie, della società, dell’orizzonte geopolitico costruisce scenari sempre nuovi, che comportano grandi rischi e grandi opportunità. I regimi per la loro natura tendono a risolvere i nuovi problemi con soluzioni antiche. Per poter affrontare con successo i cambiamenti, la democrazia deve configurarsi come una pratica creativa. Per questo la cultura e l’arte hanno un ruolo cruciale.

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Oliviero Ponte di Pino ha lavorato per oltre trent'anni nell'editoria, insegna in vari corsi universitari e master, conduce su Radio3 il programma Piazza Verdi. Ha fondato il portale ateatro.it e dal 2004 cura con Mimma Gallina il progetto Le Buone Pratiche del Teatro. Tra i suoi ultimi libri Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale (2021), Cultura. Un patrimonio per la democrazia (2023).

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