Diluvio Festival a Ome
Gli aficionados di Diluvio avevano già cerchiato in rosso sul calendario le date del 23-26 luglio: destinazione Ome, provincia di Brescia, Parco del Maglio. Dopo l’esperienza del 2025, complicata dal meteo sfavorevole e dalla conseguente mancanza di fondi, una campagna di crowdfunding ha risollevato le sorti della manifestazione, che quest’anno ritorna per la sua undicesima edizione. La formula è rimasta sostanzialmente la stessa che dal 2016 ha reso Ome un piccolo santuario laico della scena indipendente italiana: i concerti sono il cuore pulsante delle giornate, ma tutt’intorno continua a muoversi una programmazione fatta di laboratori, panel, cinema, e sessioni di yoga che creano comunità prima ancora che un cartellone. Sono trentuno i progetti distribuiti su due palchi, con l’aggiunta di una yurta riservata ai dj set, per creare quel “contro-mondo” di cui parla il manifesto del festival: un’opportunità di rinnovamento e sperimentazione non solo musicale, che permette l’affiorare di nuove idee di relazione e di coesistenza con tutto il vivente.
A partire da una cucina interamente vegana fino al campeggio gratuito passando per talk sulla bioedilizia e sulle conseguenze dell’uso non regolamentato dell’AI, l’impegno di Diluvio sia sul fronte sociale che ambientale si manifesta in varie forme e momenti, contribuendo alla creazione di un immaginario lontano dalla realtà attuale ma evidentemente praticabile.
L’area edicola, che accoglie le visitatrici all’ingresso del parco, è il primo spazio in cui comincia questa costruzione utopica, con una consistente selezione di libri di Nero Editions, casa editrice da tempo attenta al pensiero critico e femminista contemporaneo, e di classici della critical theory, da Guy Debord a Gramsci a Michel Foucault, solo per citare i più incendiari. Da citare anche un’ottima selezione di libri illustrati per bambine che esplorano in modo semplice ma preciso temi come l’anatomia del corpo umano o la storia dell’arte. L’edicola ospita anche la stazione radio del festival, in cui si susseguono chiacchierate sull’attualità politica, sulla cultura pop, e soprattutto sull’intersezione tra le due: si parla, per esempio, dell’ “americanizzazione” dei mondiali di calcio, particolarmente evidente proprio durante la finale, quando alla fine del primo tempo l’organizzazione dell’halftime show ha imposto il format tipico dell’americanissimo Super Bowl su un evento di partecipazione internazionale.
La memeficazione del reale e la pastasciutta antifascita
E a proposito di imposizione di una certa idea di identità e la sua manifestazione a livello culturale, durante il talk LOL. AI e memeficazione del reale Massimo Airoldi, professore di sociologia all’Università Statale di Milano e relatore dell’incontro insieme all’autore Alessandro Lolli, racconta un aneddoto calzante.

Talk, LOL. AI e memeficazione del reale, Diluvio Festival, ph. Carolina Cominelli
Alla fine del XIX secolo iniziano a essere prodotte le prime biciclette “da donna”, grazie all’invenzione di un design che accomodasse le lunghe gonne che le donne portavano all’epoca e non ne scoprisse le gambe nell’atto di pedalare. Airoldi si sofferma non tanto sul progresso della tecnologia, ma sulla sua matrice patriarcale: “È sembrato più facile inventare un nuovo mezzo invece che pensare che anche le donne potessero portare i pantaloni”. Allo stesso modo, prosegue il professore, avviene lo sviluppo di qualsiasi forma di tecnologia, anche dell’intelligenza artificiale, che ne eredita i pregiudizi e le infrastrutture intellettuali, così come le logiche di potere che informano la società. Al contrario, ne è uno specchio.
Tra le pratiche di resistenza messe in atto dal festival, come il mercatino dell’usato o i laboratori focalizzati sulla trasmissione e la condivisione di capacità tecniche per creare oggetti anziché acquistarli, ce n’è una che mette al centro le vicende storiche da cui questo impegno nasce: la Pastasciuttata Antifascista, promossa dal Comitato Unitario Antifascista e ospitata da Diluvio sabato 25 luglio, data in cui ricorre la deposizione di Benito Mussolini. La Pastasciutta è stata anche occasione di un incontro tenuto dall’attivista Fernando Scarlata per discutere di “crimini e misfatti del fascismo” e per smontare, uno per uno, i luoghi comuni e i falsi storici che ancora oggi circolano attorno al ventennio. Una lezione di storia – e un appello a studiare la materia approfonditamente – che, senza essere pacificante o in qualche modo conclusiva, sottolinea l’eredità ancora viva del passato e problematizza un presente in cui la nostalgia del fascismo è alimentata soprattutto dall’ignoranza dei dati storici.
Musica da ascoltare e ballare insieme
La direzione artistica di Diluvio si articola su due palchi: Luna, il più grande e destinato ai nomi affermati della scena indipendente (qui troviamo per esempio le cantanti Altea e Rareș) e Narvalo, che ospita i progetti musicali più sperimentali.

Rareș, Diluvio Festival, ph. Carolina Cominelli
La suddivisione e l’alternanza tra i due soddisfa sia una necessità organizzativa, quella di mettere a disposizione di ogni band un lungo tempo per l’esibizione mantenendo un programma affollato, sia la volontà di fornire a ogni band uno spazio scenico adeguato alla propria proposta. Il palco Narvalo, costruito a livello del terreno e senza transenne che tengano a distanza il pubblico, permette una fruizione più intima e un grado di interazione maggiore tra gli artisti e i fan. L’hanno capito e sfruttato a pieno la cantante Zoe e il duo Eyes, Be Quiet, che in più occasioni durante le esibizioni hanno cantato sedute per terra e invitato gli spettatori a stringersi in cerchio attorno a loro.

Eyes, Be Quiet, Diluvio Festival, ph. Carolina Cominelli
Con modalità decisamente più punk questa prossimità è stata adoperata anche da Pan Dan, nelle numerose discese dal palco per ballare insieme al pubblico e nella chiusura del concerto con una distribuzione di regali che ha trasformato la performance in un gioco collettivo. Oltre che per l’originale impiego di strofe da filastrocca arrangiate in chiave elettro-pop, dell’intenso live di Pan Dan bisogna parlare anche per due aspetti comuni a molti degli artisti invitati: il primo riguarda il desiderio di ridurre il divario tra chi suona e chi ascolta; il secondo concerne l’esplicito dissenso verso lo status quo, che nel caso specifico di questa artista emerge in un brano di denuncia sulla normalizzazione delle molestie.
Dialogo incessante con il presente, rifiuto della neutralità e consapevolezza degli squilibri di potere fanno sì che siano diversi gli artisti che scelgono di innestare la politica nelle loro esibizioni: Irossa affrontano frontalmente l’omicidio di Abderrahim Fakir e ricordano i fatti del G8 di Genova segnalandoli come episodi distanti ma parte di un’unica storia di violenza e soprusi; nelle melodie ipnotiche dei pezzi di Banadisa viene inserito uno slogan esplicito sulla legittimità della Palestina come territorio “dal fiume al mare”, i Tre Allegri Ragazzi Morti rileggono Bella Ciao in chiave reggae, unendo la tradizione partigiana alle lotte di resistenza dei popoli afrodiscendenti.

Tre allegri ragazzi morti, Diluvio festival, ph. Carolina Cominelli
I “Treallegri”, come sono soprannominati dai fan più affezionati, usano il ribaltamento delle dinamiche di potere come strumento di relazione con la folla, che, secondo un rituale consolidato negli anni di attività della band, urla in coro dei sonori “vaffanculo” in risposta all’annuncio della fine del concerto. Per i neofiti, questa bizzarra dinamica viene spiegata subito dopo l’ultimo round di insulti:
Noi vogliamo che il pubblico si senta di poter rispondere a quello che succede sul palcoscenico, che si senta di poterlo contrastare se è necessario. Uno con un microfono e una piattaforma può dire qualsiasi cosa senza essere contraddetto, se è l’unico ad avere il potere di parlare. Per noi è importante ricordare che chi sta dall’altra parte non è solo un ascoltatore passivo.
In risposta alle liturgiche proteste del pubblico, il concerto prosegue.
Lo scardinamento dei ruoli di ascoltate e ascoltatrici è un comportamento adottato spontaneamente da tutte le artiste, che finiti i loro set si uniscono alla platea con sollievo festoso per ascoltare le band successive, in un’atmosfera di celebrazione condivisa e comunitaria.
I primi corti
In un festival che si è fatto negli anni avamposto della musica indipendente italiana e che rimane sensibile alla scoperta degli artisti emergenti, non sorprende trovare anche una sezione dedicata ai primi cortometraggi di registi oggi celebri. Al “cinediluvio” viene proiettata la rassegna I primi corti, una preziosa carrellata di curiosità cinefile che prende il via con Scorsese, che nel ’67 con The Big Shave trasforma un’abitudine quotidiana come radersi in una discesa nell’autolesionismo, con la stessa ostinazione visiva che ritroveremo decenni dopo nei suoi protagonisti più violenti e più soli; si prosegue con Bong Joon-ho, che già nel ’94, con Incoherence, smonta l’ipocrisia del perbenismo, anticipando di un quarto di secolo le tematiche di Parasite. C’è poi un Lanthimos che in novanta secondi, per il progetto Venezia 70, riesce già a dire tutto quello che dirà nei vent’anni successivi sulla crudeltà rituale dei rapporti umani, e c’è un Ari Aster che, prima di Hereditary e Midsommar, si diverte a sezionare l’egocentrismo di un’aspirante attrice losangelina con la stessa cattiveria chirurgica che userà più tardi sulle famiglie disfunzionali.
Guardati oggi, questi corti sembrano a tutti gli effetti delle prove generali per il futuro. Nel mostrare registi che, ancora prima di avere a disposizione un budget, avevano già individuato le proprie ossessioni e la lente sociologica attraverso cui inquadrarle, si riflette l’operato di Diluvio, che ha mostrato fin dalla sua origine una forte coerenza interna attorno a cui ha sviluppato la propria curatela.
Dal manifesto di Diluvio emerge un’idea di festival come di un esperimento in cui si allena “un’idea di umanità sognatrice e relazionale, trasformativa e solidale”: ed è proprio attorno a questi principi, più che a un genere musicale preciso, che si sviluppa la direzione di questa undicesima edizione. Gli spazi costruiti per creare momenti di confronto sull’attualità, una diversa concezione del concerto come rito partecipato e la desacralizzazione della celebrità in favore di “un gioco […] felice e sovversivo”, sono tutti elementi che concretizzano la promessa del festival di essere un laboratorio in cui le convenzioni e i doveri vengono messi in questione e dove l’arte e la musica si fanno promotrici di forze rivoluzionarie.
Festival osservato: Diluvio Festival
Progetto TourFest 2026
A cura di Associazione TrovaFestival in collaborazione con Ateatro ETS
Con il sostegno di Fondazione Cariplo
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