Scadenza 16 ottobre 2026

Categorie: 207 | AnnoZero, copertinaTags: , Pubblicato il: 18/09/2026Aggiornato il: 30/09/2026

Il Ministero della Cultura – Direzione generale Spettacolo ha aperto le manifestazioni di interesse per la nomina dei nuovi componenti delle Commissioni consultive per lo Spettacolo dal Vivo.

Tradotto: si cercano coloro che nei prossimi anni saranno chiamati a sedersi su alcune delle poltrone più delicate dello spettacolo italiano, valutando progetti, qualità artistica e, indirettamente, una parte importante degli equilibri del finanziamento pubblico al settore.

Il mandato in corso, almeno sul fronte del Teatro, è stato tutt’altro che ordinaria amministrazione.
Nel giugno 2025 arrivarono le dimissioni contemporanee di tre dei sette componenti della Commissione consultiva Teatro, quelli designati dalla Conferenza Unificata. Una frattura avvenuta mentre infuriava il caso del Teatro della Toscana, poi declassato e privato dello status di Teatro Nazionale, con conseguenze sui finanziamenti e uno scontro che dal settore teatrale arrivò rapidamente sul terreno politico e istituzionale.
A quel punto la discussione non riguardava più soltanto chi prendeva più o meno punti: sul tavolo finirono metodi di valutazione, autonomia delle Commissioni, trasparenza e rappresentanza istituzionale
Il Ministero respinse le accuse di interferenze, ribadendo pubblicamente l’autonomia tecnico-discrezionale delle Commissioni. Dall’altra parte, esponenti delle Regioni e del mondo dello spettacolo contestarono duramente modalità ed effetti delle valutazioni.

Ora si riparte.

Gli avvisi pubblicati il 17 settembre 2026 riguardano le Commissioni di Teatro, Musica, Danza, Circhi e Spettacolo viaggiante e raccolgono le manifestazioni di interesse per i componenti di nomina ministeriale.

Scadenza: 16 ottobre 2026, ore 16:00

Le candidature dovranno essere presentate secondo le modalità previste dagli avvisi della Direzione generale Spettacolo.

Curriculum alla mano, dunque.
E guardando a ciò che è accaduto durante il mandato che si avvia alla conclusione, per sedersi nelle prossime Commissioni potrebbe essere utile aggiungere al curriculum anche una discreta resistenza alle polemiche.

Per capire la delicatezza del ruolo dei commissari, può essere utile rileggere l’intervista di Anna Bandettini a Marco Lepre, componente della Commissione prosa (e presidente della Commissione multidisciplinare) che si era polemicamente dimesso nel luglio 2026, poco prima della scadenza del mandato.

Un bastardo che fa il suo dovere

“Il ruolo del commissario è storicamente ingrato: se non finanzi qualcuno sei un ‘bastardo’, se lo finanzi hai solo fatto il tuo dovere. Ma per valutare la qualità non basta scorrere i moduli da dietro una scrivania, bisogna studiare, frequentare le sale. Ho passato tre anni pensanti, leggendo ogni singolo bilancio, andando a teatro anche cinque o sei volte a settimana, convinto che la qualità si misuri anche attraverso i dati analitici. Oggi, dimettendomi posso finalmente parlare, dire le cose come stanno senza i laccioli del ruolo istituzionale”.

La volatilità e l’ingerenza della politica

“Sono cambiati ministri e sottosegretari, i vecchi punti di riferimento non ci sono più. Con le mie dimissioni ho chiesto un incontro franco al Ministro. Se la politica ritiene di aver bisogno della nostra esperienza tecnica per scrivere le nuove regole, sa dove trovarmi. Ma non potevo accettare l’idea di arrivare a settembre, magari ritrovandoci davanti a regole già scritte senza il minimo confronto con chi quelle dinamiche le ha analizzate sul campo per anni”.
(…)
“Le nomine sono sempre espressione della politica, lo sono state anche in passato, quando la commissione precedente era strettamente legata ad ambienti del PD e nessuno eccepiva. Questa Commissione ha lavorato con un rigore analitico mai visto prima. Personalmente, da presidente, ho messo a verbale persino le votazioni che ho perso, a dimostrazione di una democrazia interna assoluta. Quanto all’accusa di decidere i destini finanziari: è un errore di percezione. La Commissione esprime un giudizio puramente qualitativo. Non siamo noi a stabilire le cifre; quelle dipendono dall’algoritmo e dalle decisioni della Direzione Generale e del Ministro. Spesso l’opinione pubblica se la prende con la Commissione perché è più facile umanizzare la polemica piuttosto che prendersela con un algoritmo».

L’algoritmo senza il Codice dello Spettacolo

“Il sistema attuale si basa su un algoritmo quantitativo incomprensibile ai più: conta quanti biglietti stacchi, quanti oneri sociali versi, quanti soldi incassi. Questo meccanismo, nato forse per una logica di protezione post-Covid, oggi produce distorsioni macroscopiche. Nell’ultimo triennio sono entrati nel sistema dei finanziamenti colossi del teatro musicale, del musical commerciale e decine di monologhi. Realtà che fanno numeri giganteschi, incassando 15 o 16 milioni di euro l’anno contro i 100.000 euro di una compagnia di tradizione.
Se non si interviene subito, questi colossi occuperanno tutti i cluster principali del prossimo algoritmo, mangiandosi vivi i finanziamenti destinati al teatro di prosa e di ricerca».
(…)
“I teatri stanno programmando le stagioni adesso, e non si può progettare il futuro senza conoscere le regole del gioco. Il precedente decreto aveva introdotto elementi innovativi e lodevoli: trasparenza, indici per difendere i compensi degli artisti, premialità per gli under 35 e parità di genere. Ma oggi siamo di fronte a emergenze del tutto nuove, che non derivano dall’ultima gestione ma che ci portiamo dietro come eredità strutturale dei governi precedenti, a partire dalla gestione Franceschini”.

L’iperproduzione e l’epidemia dei monologhi

“Assistiamo a un numero mostruoso di produzioni a fronte di teniture ridicole, spesso di tre o quattro giorni appena. Il nuovo DM dovrebbe invertire la rotta: premiare chi allunga le teniture e scoraggiare l’iperproduzione fine a se stessa. E poi c’è la questione dei festival: in Italia ci sono sessanta domande di finanziamento per festival che a volte fanno trecento spettatori in tutto. Ha senso che lo Stato finanzi realtà così microscopiche? Eventi del genere dovrebbero essere sostenuti dai municipi, dalle regioni, dalla politica locale. Il Fondo Nazionale dello Spettacolo deve tutelare le grandi e medie realtà che lavorano bene, altrimenti la torta viene divisa in duemila fette minuscole e il denaro pubblico si disperde in mille rivoli inutili”.
(…)
“Appunto. Per me un ‘monologo a leggio’ – che a farlo sia un grande attore, un direttore di giornale, un giornalista televisivo o un ragazzo uscito da un talent – non è teatro nel senso pieno del termine. Il teatro richiede scene, costumi, e che il testo sia quantomeno mandato a memoria. Spettacoli di questo tipo, invece, riempiono sale da 1.500 posti e stanno in piedi da soli sul mercato; è assurdo che vadano a computarsi nel calcolo dei finanziamenti ministeriali. Bisognerebbe creare un articolo a parte per il teatro musicale e stralciare i monologhi di giornalisti, direttori di giornale o semplicemente letture dai criteri di finanziamento ordinari”.

Ateatro, come sempre, seguirà gli aggiornamenti relativi alla procedura e alle successive nomine.

Tutte le info sul sito del Ministero a questo link

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