I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini per la regia di Alessandro Serra in prima assoluta a Udine

Fernando Marchiori è autore di studi teatrali e opere di narrativa e poesia. Insegna Multimedialità nelle arti performative all’Università di Padova. Il suo ultimo romanzo è La riconoscenza (Casadei Libri 2024).
Categorie: 215_2026/3Tags: , , , , Pubblicato il: 23/09/2026Aggiornato il: 01/10/2026

Nel 1944 Pier Paolo Pasolini ha ventidue anni e si è da poco trasferito con la madre e il fratello Guido a Casarsa della Delizia, poi nella frazione di Versuta, lasciando Bologna per sfuggire ai pericoli della guerra. Mentre l’occupazione tedesca diventa sempre più feroce in un Friuli annesso al Terzo Reich all’interno della cosiddetta Zona d’operazioni del Litorale adriatico, il giovane poeta è impegnato in un visionario disegno di costruzione di nuovi modelli espressivi per la cultura friulana che porti la comunità alla consapevolezza della propria storia e delle proprie tradizioni. Un progetto che passa necessariamente per l’affermazione del friulano come lingua. Da quella mattina d’estate del 1941, quando aveva sentito risuonare la parola “Rosada” (rugiada) pronunciata dal figlio dei vicini e aveva scritto di slancio dei versi «in quella parlata friulana della destra del Tagliamento che fino a quel momento era stata solo un insieme di suoni» perché non era mai stata scritta (lo racconta in una famosa, toccante pagina di Empirismo eretico), la potenza del friulano lo aveva rapito. Una lingua che per Pasolini non era un “dialetto dell’italiano”, ma una lingua romanza a tutti gli effetti, che poteva assurgere alla dignità letteraria del provenzale o del catalano. Ne erano nate le Poesie a Casarsa (1942), il suo esordio umile e folgorante. Nel 1945 fonderà l’Academiuta de Lenga Furlana, ma intanto decide di confrontarsi con il teatro. Prende come modello il teatro greco, anzi la tragedia più antica a noi pervenuta integralmente, ovvero I Persiani di Eschilo. Ma il suo livre de chevet in quel periodo (lo ricorda Stefano Casi citando Enzo Siciliano in Pasolini. Un’idea di teatro, Campanotto, p. 49) è la raccolta di Canti del popolo greco di Niccolò Tommaseo, molti dei quali sono «canti cleftici riferiti all’aspra guerriglia dei “banditi” greci contro i Turchi invasori». In questo orizzonte prende forma I Turcs tal Friùl. Per parlare dell’invasione nazista, Pasolini rievoca l’incursione dei Turchi avvenuta nel 1499 e ricordata in una lapide votiva del 1529 murata nella chiesa di Santa Croce a Casarsa che Pasolini doveva conoscere bene.

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

La vicenda è ambientata nella stessa Casarsa, in subbuglio di fronte all’avanzata delle soldataglie ottomane, che già altre volte hanno devastato, razziato, incendiato interi villaggi. Gli abitanti, terrorizzati, si dividono: chi vuole scappare, chi rifugiarsi in chiesa chiedendo protezione alla Madonna, chi invece vorrebbe prendere le armi e difendere la propria terra. Tra coloro che si affidano alla preghiera c’è Pauli, mentre suo fratello minore, Meni, incarna l’impulso ribelle e decide di combattere insieme ad altri giovani. Morirà eroicamente in battaglia, vittima sacrificale in un’opera che tiene insieme l’essenza della tragedia greca e la struttura di una sacra rappresentazione, perché è per una miracolosa tempesta di vento che i Turchi deviano all’ultimo risparmiando il paese.

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

Il sollievo e la riconoscenza alla Vergine si mischiano alla disperazione per la morte di Meni e il finale resta aperto, irrisolto, inquietante. Sono evidenti fin dai nomi i riferimenti autobiografici: Pauli è l’autore e Meni (secondo Giorgio Cadorini prima persona singolare del presente indicativo del verbo friulano menâ, guidare, e dunque “io guido”) il fratello Guido. A chiudere la struttura drammatica e il rimando familiare è la figura della madre, cui Pasolini dà il nome di Lussia Colùs (Colussi era il cognome di sua madre), un po’ Ecuba e un po’ Mater Dolorosa.

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

Un testo profetico, sia perché tocca temi e interrogativi che caratterizzeranno l’opera matura di Pasolini; sia per l’intuizione di una scena che doveva nascere da quello che solo vent’anni più tardi si definirà come teatro di poesia; sia per l’anticipazione di quanto sarebbe accaduto pochi mesi dopo alla famiglia Pasolini: Guido che aderisce alla Resistenza (a differenza di Pier Paolo) e muore nell’eccidio di Porzûs (febbraio 1945), dove alcuni partigiani filo-titini della Brigata Garibaldi uccidono 17 partigiani della Osoppo. La tragedia rimarrà però nel cassetto, forse proprio per l’inopportunità, una volta finita la guerra, di pubblicare un lavoro che poteva far discutere di uno degli episodi più oscuri della Resistenza nel complicato quadro della definizione dei confini orientali dell’Italia. Solo dopo l’assassinio di Pasolini fu scoperto, in un cassetto della sua scrivania, un manoscritto de I Turcs. Cominciava con queste parole:

Crist piètat dal nustri paìs.

Pochi mesi dopo, il 6 maggio 1976, il devastante terremoto in Friuli: oltre mille morti, centomila sfollati. Così, quando la Biennale di Venezia pensò di organizzare una raccolta di fondi per i terremotati, il testo fu messo in scena da Rodolfo Castiglione, con le musiche di Luigi Nono, il coro del Teatro La Fenice, le scenografie di Luciano Ceschia. La preghiera iniziale era letta da padre David Maria Turoldo. Lo spettacolo debuttò nella chiesa di San Lorenzo nella città lagunare, fu portato nel duomo di San Giovanni a Casarsa, per poi girare il Friuli in una lunga tournée. L’opera ha poi conosciuto numerosi allestimenti, tra cui quello con la regia di Elio De Capitani e le musiche di Giovanna Marini (produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatro dell’Elfo), andato in scena ancora alla Biennale di Venezia nel 1996 e poi in una memorabile replica ai Colonos di Villacaccia di Lestizza (Udine).

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

Per i cinquant’anni dal terremoto e dalla prima messa in scena dell’opera pasoliniana, un ampio progetto di Cinemazero di Pordenone, curato da Luca Giuliani e Roberto Calabretto, ha reso possibile un nuovo allestimento prodotto dal CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli-Venezia Giulia e affidato alla regia di Alessandro Serra. Preceduto nel maggio scorso da un convegno internazionale dal titolo Pier Paolo Pasolini. I Turcs tal Friùl. 50 anni di storia, teatro, musica, lingua, i cui atti sono raccolti in un ricco volume di Dario Morelli Editore, lo spettacolo ha debuttato al Teatro Nuovo Giovanni da Udine accolto da lunghi, calorosi applausi. A dimostrazione che le parole di Pasolini sono diventate la lingua di una comunità. Non più un’opera sminuita in quanto giovanile o, al contrario, mitizzata per la sua carica profetica ma, come afferma Giuliani, uno dei testi fondativi della cultura friulana e un dispositivo culturale che negli anni ha generato riflessioni, confronti, arte, identità, coscienza collettiva, al di là dei confini locali. Da tempo Serra è impegnato in una ricerca che si propone di «riconsegnare al suono i sensi intrappolati nelle parole». Per farlo, nelle sue ultime opere ha rifiutato l’italiano, che definisce una lingua “non fonetica”. In realtà, in linguistica non esistono lingue non fonetiche, a parte la lingua dei segni, ma quello che il regista intende è che nell’italiano (come del resto in tutte le lingue ufficiali standardizzate) la voce è soggiogata al significato, è strumento per la trasmissione di contenuti e non phonè nell’accezione di Carmelo Bene. Di qui la scelta di lavorare con lingue minoritarie (o “minorizzate”) che consentirebbero di restituire al teatro la sua natura corporea e musicale. Nel Macbettu era il sardo, in Tragùdia era il grecanico, ne I Turcs il friulano.

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

In questo caso, a favorire il lavoro di Serra, che è sempre lavoro di scrittura di scena, sono proprio le mancanze del testo pasoliniano, il quale non offre indicazioni di spazio che determinino la scena né indicazioni musicali, prossemiche, coreografiche. Insomma, «I Turcs è un’opera letteraria che imita il teatro», ma proprio per questo lascia ampia libertà di composizione scenica a partire dalla purezza poetica delle sue parole. Le linee drammaturgiche ricavate da Serra conducono alle forme di una sacra rappresentazione – probabilmente Pasolini pensava a un oratorio – che distilla la sostanza testuale risvegliando nel profondo dello spettatore la possibilità di un atto immaginativo, esercizio di conoscenza di sé e insieme sogno di un mondo. Ciò avviene attraverso la costruzione sulla scena di immagini di tale nitidezza da sembrare incise sullo sfondo dorato e screziato che talvolta si apre come le porte di una chiesa. Plasmate nella materia luminosa che cesella lo spazio e lo fa vibrare, sono scene che si producono dal suono stesso delle parole e che in esse ritornano, senza dare luogo a vere e proprie azioni.
I tredici attori in scena, con costumi che rasentano il folklorico, sono figure rituali, elementi plastici, sagome, ombre. Tutto è evocato, sospeso, incombente. Tutto decanta in simboli ed evapora in suoni. I canti, in friulano e in latino, diventano architetture sonore (voci e canti sono a cura di Bruno de Franceschi). Le parole diventano fiato, vibrazioni, sussurri e grida, flusso di energia, con una densità che cresce fino a farsi bestemmia nel finale per bocca del devoto Pauli, straziato dal dolore per la morte del fratello:

Ti vevis razòn, fradi, di blestemà il Signour, di sacramentà la Verzin!»

Avevi ragione, fratello, di bestemmiare il Signore, di imprecare contro la Vergine!

Non è una catarsi, ma una lacerazione insanabile che, mentre contraddice i canoni della tragedia (ma Pasolini forse aveva in mente i modelli arcaici, pre-aristotelici, in cui la purificazione non esiste, secondo una visione del mondo in cui l’uomo non è al centro dell’universo, ma è schiacciato da forze cosmiche inconoscibili e ingovernabili), lascia lo spettatore sospeso nel vuoto, e poi sbalzato via, insieme alla minaccia turca, dal fiato degli attori: la “sacrosanta bestemmia” è diventata un vento rabbioso. Lo stesso che cinquant’anni fa ha spinto un intero popolo a reagire alla catastrofe del terremoto.

<em>I Turcs tal Friùl</em> di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

I Turcs tal Friùl di Pier Paolo Pasolini, regia di Alessandro Serra, ph. Alessandro Serra

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