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Il processo creativo di Storie Mandaliche si è costantemente e volontariamente nutrito del contatto con gli spettatori: lo spettacolo è stato presentato in case private, in laboratori e prove aperte al pubblico. Giacomo Verde e i suoi collaboratori ha portato le loro storie davanti a tanti pubblici differenti per età, per quantità, in luoghi e contesti altrettanto differenti, tessendo una rete di incontri e di esperienze che ha profondamente influenzato lo sviluppo della creazione.
Le ragioni alla base di questa attitudine sperimentale risiedono nella concezione e nella strutturazione di fondo dello spettacolo. Storie Mandaliche è infatti una narrazione: questa forma teatrale, come mostrano anche le strade seguite dai racconti di Marco Paolini prima di approdare al teatro, esige la presenza di un ascoltatore. La narrazione si fonda su un rapporto teatrale primigenio fra chi parla e chi ascolta, in una condivisione dell’esperienza che si attua senza la mediazione della finzione drammatica (Sul valore e sulle caratteristiche della narrazione ricordo il saggio di Walter Benjamin Il narratore, in ID., Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1962 [1955 fusion_global=”927″], pp. 235-260 ed il testo di Bertolt Brecht La scena di strada. Modello-base per una scena di teatro epico, in ID., Scritti teatrali, Torino, Einaudi, 1962 [1957], pp. 84-95) .
Inoltre, Storie Mandaliche possiede una dimensione ludica, per la quale gli spettatori diventano “giocatori” della narrazione: sono infatti chiamati ad intervenire per tracciare insieme al narratore il percorso del racconto. L’utilizzazione della tecnologia digitale, e in particolare il riferimento all’interattività e all’ipertestualità associate all’archetipo del mandala, pongono ulteriormente in evidenza il problema della relazione fra scena e sala nell’evento teatrale.
A partire da queste osservazioni, tenteremo di riflettere sulla posizione del pubblico, prendendo in considerazione sia le strategie drammaturgiche e performative dei creatori sia le reazioni di tre tipologie differenti di pubblico: adulti in contesto privato, adulti in contesto teatrale, bambini in contesto pubblico (In particolare si farà riferimento alle presentazioni svoltesi il 6 novembre in un’abitazione privata con una decina di spettatori, il 2 dicembre 2003 al castello Pasquini di Castiglioncello in occasione delle Giornate dell’etica – Teatro Scuola Tecnologia con un pubblico composto da alcune classi di III e IV elementare, il 7 febbraio 2004 al Teatro Fabbrichino di Prato) .

incipit di Storie Mandaliche è costituito da una serie di interrogativi che Giacomo Verde, con fare amichevole e sorridente, rivolge agli spettatori:

possiamo cominciare? […] prima di tutto ho bisogno di sapere che ore sono … non è uno scherzo … veramente … poi capirete perché … lei ha l’orologio? Che ore sono? […] Allora: … Storie Mandaliche!….. Ma che cos’è un mandala? (Le citazioni, se non indicato diversamente, sono tratte dal testo di Andrea Balzola. I corsivi sono miei).

Da subito il narratore stabilisce con il pubblico un rapporto dialogico, che gli permette anche di tastarne il temperamento. Attraverso la variazione dei pronomi personali, egli fornisce inoltre in maniera implicita, le chiavi relazionali della situazione teatrale: il “noi” indica che lo spettacolo è un evento vissuto insieme dall’attore e dagli spettatori, mentre il “voi” successivo determina una netta distinzione di ruoli all’interno dei partecipanti all’evento; il “lei” suggerisce l’importanza del singolo nell’insieme del pubblico.
La domanda che conclude la serie si differenzia dalla precedenti perché lo spettatore non è chiamato a tentare di rispondere. La risposta spetta in realtà al narratore, che inizia a esporre le caratteristiche e il significato del mandala: la spiegazione assume talvolta un tono didattico ed è estremamente ricca di contenuti informativi; le affermazioni sono sostenute da riproduzioni di immagini mandaliche appartenenti ad epoche e culture diverse, che accompagnano alla visualizzazione del mandala delle storie. Agli spettatori vengono allora presentati i personaggi e vengono forniti le indicazioni necessarie a comprendere il successivo svolgimento della narrazione.
L’introduzione, così come è stata scritta da Andrea Balzola, è dunque la fondamentale soglia di accesso all’universo dello spettacolo: in essa il narratore detta al pubblico le regole per partecipare al gioco teatrale, inducendo ad un progressivo distacco dal mondo dell’esperienza quotidiana. Come afferma Eugen Fink, “il gioco “interrompe” la continuità e concatenazione del nostro processo vitale, determinata da uno scopo vitale; esso emerge propriamente dall’altro modo di vivere, esso è in distanza” (Eugen Fink, L’oasi della gioia. Idee per una ontologia del gioco, Salerno, Rumma, 1969 [1957], p.53) e nella determinazione dell’alterità del gioco è “essenziale il momento della regola del gioco” (Ivi, p. 61) . Secondo il filosofo “il giocatore è retto e costituito da un vincolo, limitato nell’arbitrario variare di azioni a piacimento, non è sconfinatamente libero” ( Ibidem ) . Lo spettatore di Storie Mandaliche deve in primo luogo accettare la specifica idea di mandala che si trova al centro dello spettacolo, al di là delle sue personali conoscenze in proposito; inoltre, deve essere disposto, per comprendere quanto gli viene proposto, a esercitare una forte attenzione e ad abbandonarsi alla logica “altra” della narrazione; infine deve accettare di essere coinvolto individualmente e attivamente nel contesto collettivo del gioco teatrale.

L’insieme delle storie è visualizzato come un mandala ed è considerato come un “luogo” da percorrere attraverso la narrazione: è un labirinto in cui i diversi racconti sono linee che si incrociano e convergono nel centro, dove si trova il racconto finale che sigilla il senso del percorso. Verde spiega e mostra agli spettatori che le sei storie sono collocate ai punti cardinali di questo luogo, e che ognuna è contrassegnata da un colore e da un logo del protagonista. Una volta entrato nel mandala, il pubblico deve essere attento a non perdere l’orientamento e a seguire il progressivo costruirsi della narrazione per salti, incroci, variazioni, imparando a cogliere le connessioni fra parole e immagini che, in virtù del digitale, vengono istituite in tempo reale con il click del mouse dal narratore.
Le immagini in FlashMX ideate per Storie Mandaliche da Lucia Paolini non sono descrittive o illustrative, ma sono un insieme di indicazioni simboliche, che, con le loro caratteristiche grafiche e con il loro movimento, provocano l’immaginazione e l’intelligenza del pubblico. Inoltre, esse assumono la funzione di icona nella sua accezione informatica (immagine che indica un programma, un comando, o un file) e permettono non solo il passaggio da una storia all’altra, ma anche la progressione all’interno della medesima traccia narrativa. Lo spettacolo può essere letto in questo senso come una sorta di esercizio mentale, che rielabora in maniera ludica e reinventa alla luce della contemporaneità l’antica tradizione dell’arte della memoria, cui la forma mandalica è riconducibile. Infatti, sia nella tradizione orienrale che in quella occidentelae, il cerchio, rappresentando l’unione di microcosmo e di macrocosmo, costituisce una forma di organizzazione del pensiero e della conoscenza.
Semplificando una problematica assai complessa e affascinante, possiamo affermare con le parole di Frances Yates che l’arte della memoria “cerca di fissare i ricordi attraverso la tecnica di imprimere nella memoria luoghi e immagini” (Frances Yates, L’arte della memoria, Torino, Einaudi, 2001 [1966], p. XXVII) : dai greci Simonide e Aristotele, fino ai neoplatonici rinascimentali, il suo esercizio è quindi legato alla percezione ed in particolare alla visione come attività creativa, e, in quanto forma del pensare, è strettamente legata ai modi e alle intenzioni del fare artistico. Il digitale rilancia le problematiche antiche connesse a quest’arte, perché induce nuove abitudini e nuove possibilità percettive.
Nel caso di Storie Mandaliche, la struttura ipertestuale e il dialogo in tempo reale con il computer realizzano un rincorrersi di connessioni, situazioni, luoghi e personaggi, che si esplicano ad un triplice livello: testuale, visivo e sonoro.
Nell’intreccio ipertestuale congegnato da Balzola le vicende dei personaggi possiedono molteplici punti di incontro, che si realizzano su piani temporali multipli. Quando due storie si intersecano, gli spettatori possono scegliere di scoprire il passato del nuovo personaggio o di guardare al presente del racconto dal suo punto di vista, con balzi in tempi e luoghi differenti. La struttura spazio-temporale dei racconti è resa ancor più complessa da anticipazioni e riconoscimenti; in particolare il sogno apre uno squarcio sul futuro e fornisce elementi che saranno necessari al personaggio per capire poi la direzione da intraprendere nel suo percorso. Karl bambino vede la bellissima bambina nera in cui si imbatterà nove anni dopo, il cane Lola sogna di entrare nella Pietra e di incontrarvi un uomo dal profumo di mirra che le promette di ripresentarsi e di farsi riconoscere dall’odore e che tornerà sotto le spoglie di Riza, la principessa del Sud.
Come per i personaggi il ricordo è fondamentale nel determinare le loro azioni, così per lo spettatore l’atto del riconoscimento, oltre a costituire un momento di piacere ludico, è necessario a seguire gli sviluppi delle storie: la drammaturgia mandalica implica la coincidenza fra i comportamenti dei personaggi nelle loro vicende di trasformazione e l’attotudine degli spettatori nel partecipare all’evento teatrale. La memoria del pubblico è sollecitata anche dai numerosi riferimenti culturali che costellano l’universo mandalico: nell’unione di antichissime tradizioni mitologiche e di elementi tratti dal mondo contemporaneo, nell’accostamento imprevedibile di toni ironici e momenti drammatici, di situazioni favolistiche e di particolari crudi e realistici, lo spettatore è chiamato a viaggiare liberamente attivando la propria fantasia e il proprio patrimonio di esperienze. Le immagini di Lucia Paolini che prevedono la differenziazione dell’impianto grafico di ogni storia e le atmosfere sonore di Mauro Lupone, che associaziono ad ogni personaggio dei suoni specifici e che entrano in maniera sottile e inconsapevole nelle orecchie del pubblico, contribuiscono a tessere la rete del sistema mnemonico in cui lo spettatore è invitato ad addentrarsi.
Il narratore, nella sua posizione, che come sottolineato da Anna Maria Monteverdi e da Alfonso Iacono, è oscillante tra il “dentro” e il “fuori” dell’universo narrato, è il demiurgo che con il mouse conduce il percorso e che vivifica nell’incontro con il pubblico le strategie di implicazione dello spettatore predisposte dagli autori di questo impianto teatrale. Il narratore si trova innanzitutto a sollecitare l’attenzione dello spettatore, per far sì che non si perda nell’universo mandalico. In alcuni momenti finge di perdersi, di non trovare più il link che gli serve, di sbagliare e di condurre il pubblico in un’altra direzione: in questo modo, l’organizzazione e il funzionamento della cybernarrazione vengono smascherati e lo spettatore viene reso partecipe e complice cosciente del narratore.
In altri momenti Verde gioca sul rapporto tra quanto viene detto e quanto viene mostrato. L’immagine infatti può anticipare la parola nel fornire un’informazione narrativa: nel breve intervallo silenzioso il narratore offre allo spettatore la possibilità comprendere da solo quanto sta accadendo attraverso la rielaborazione del dato visivo. La storia del Cane, inizia con la fuga del protagonista, Lola, dal laboratorio genetico in cui era stato concepito, per arrivare

(…) in uno strano posto, tutto recintato, dov’erano rinchiusi migliaia di animali, mucche, agnelli, conigli, galline, erano recintati in pochissimo spazio e avevano l’aria parecchio triste. Lola non sapeva che era un allevamento industriale per la produzione di carne in scatola, ma d’istinto quel posto non gli piaceva, perciò salutò le pecore e nottetempo proseguì per una strada sconosciuta.

Durante lo spettacolo, Verde, prima di dire cosa Lola non sapesse, clicca sul mouse e trasforma l’immagine dell’allevamento in una serie di scatole in fila, ispirata ai quadri realizzati da Andy Warhol a partire dalle confezioni di zuppa Campbell, e con una domanda del tipo: “Ma dove era finita Lola?” lascia allo spettatore l’opportunità di prevenire la risposta: “In un allevamento per la produzione di carne in scatola”. In altri casi l’immagine completa l’informazione verbale del narratore, che pur vedendo insieme agli spettatori quanto accade sullo schermo sceglie di non raccontarlo interamente. Nella storia del Corvo, Verde introduce gli spettatori nella Praga del sedicesimo secolo, dove opera l’alchimista Althuss, chiuso in una torre per cercare la pietra filosofale. Racconta che non ricevendo più segni di vita

i discepoli forzarono la porta ed entrarono nel laboratorio. Appena aprirono furono investiti da un fitto fumo nero e quando spalancarono le finestre si sentì nell’aria uno strano rumore, come il battito d’ali di un grosso uccello che volava via,

mentre le immagini mostrano il logo del corvo uscire dalla torre fumante ed allontanarsene. In queste situazioni, il pubblico infantile si mostra molto più rapido e perspicace nel riconoscere le immagine e nel manifestarlo, mentre gli adulti raramente si espongono, dando l’impressione di restare chiusi in un’elaborazione intellettuale personale. È significativo che nella discussione che ha seguito una presentazione privata, una delle osservazioni critiche di uno spettatore riguardava la ridondanza delle immagini rispetto alla parola. L’effetto di ripetizione e di sovrapposizione fra i due codici, che talvolta si produceva, era provocato dal fatto che nessuno esternava la propria comprensione dei dati visivi, inducendo il narratore ad aggiungere una spiegazione verbale. Nel caso dei bambini, al contrario, doveva dialogare con i piccoli spettatori, per riportare nell’universo della narrazione mandalica le loro fantasiose interpretazioni delle immagini. I bambini infatti, pur dimostrando di appropriarsi spontaneamente del piacere del riconoscimento, non riescono ad afferrare la complessità della struttura narrativa ed il senso della trasformazione, ma associano i personaggi e le situazioni in cui si trovano alla quotidianità o a sogni e paure della loro intima esperienza. Il pubblico adulto resta più distante da quento viene raccontato, e faticosamente accetta la veste fiabesca e l’aspetto ludico dello spettacolo, mostrando quanto sia difficile per la mentalità attuale unire la semplicità alla profondità, l’archetipico all’attualità, il gioco alla conoscenza.

Una delle regole di Storie Mandaliche è che viene negata la possibilità di abbracciare la totalità del contenuto del mandala: ogni spettacolo è l’esplorazione di una delle numerose regioni possibili dell’universo mandalico. Il percorso è inizialmente determinato dal caso, e nel corso della narrazione dalla scelta degli spettatori, che raggiunti i link fra una storia e l’altra sono chiamati a decidere dove andare. Lo spettatore come giocatore può intervenire in prima persona e discutere con gli altri sulla direzione da prendere. Come osserva Fink “il giocare è una possibilità fondamentale dell’esistenza sociale. Giocare è gioco in comune, è giocare assieme, una forma intima della comunità umana” (Eugen Fink, L’oasi della gioia. Idee per una ontologia del gioco, cit., p. 60).
Durante lo spettacolo il pubblico è indotto gli spettatori a costituirsi in comunità di gioco, in cui tutti gli individui siano chiamati a partecipare. Il rapporto fra individuo e collettività, fra intimità e condivisione è centrale anche nel teatro e costituisce la specificità fondamentale del pubblico teatrale rispetto agli spettatori di eventi di diversa natura (la relazione fra scena e sala nell’evento teatrale è studiata dalla ricercatrice del CNRS francese Marie-Madeleine Mervant-Roux, su ispirazione dei precendti studi di Denis Bablet, Elie Konigson e Bernard Dort. L’opera in cui sono concentrati i maggiori risultati delle sue ricerche è M.M. Mervant-Roux, L’assise du théâtre. Pour une étude du spectateur, Paris, CNRS, 1998): attraverso l’ “occhio multiplo” del pubblico e “le singole uniche esperienze segnate dalle esperienze altrui” (citazioni di Mervant-Roux tratte dagli appunti del corso di D.E.A. in Teatro dell’Université de Paris III intitolato L’événement théâtral avec spectateurs, A.a. 2002-2003) , durante l’evento teatrale la collettività coglie sulla scena un senso simbolico comune che contribuisce a costruire le fondamenta della società. In Storie mandaliche, la necessaria articolazione teatrale di individuale e collettivo è trattata esplicitamente: la riuscita dello spettacolo si gioca sul filo dell’equilibrio fra questi due poli.
È molto interessante osservare la profonda differenza che esiste fra il comportamento degli adulti e dei bambini: questi ultimi sono a fatica disciplinati dal narratore, non attendono altro che il momento di intervenire e di imporre la propria volontà, tanto che Verde deve escogitare nuove regole divertenti che ne limitino l’irruenza (per esempio una delle regole inventata per la presentazione a Castiglioncello fu che, arrivati a un link, la scelta spettasse a chi indossava dei calzini rossi) . Gli adulti invece, e in maniera piuttosto sorprendente, anche in un contesto privato, intimo e amichevole, esitano a intervenire. Alcune personalità intervengono costantemente e dirigono l’intero spettacolo, le altre solamente dopo un certo tempo iniziano a divertirsi, ad entrare nel loro ruolo e a discutere. In entrambi i casi la costituzione del significato simbolico dello spettacolo è messa a rischio dalle due opposte attitudini: nel pubblico infantile tende a prevalere infatti l’individualità, in una partecipazione attiva che porta ad un’esaltazione dell’elemento ludico a scapito dell’elemento teatrale, e ad una conseguente tendenza alla frantumazione della collettività. Nel pubblico adulto, invece, l’individualità tende a ritrarsi e a non esporsi, in una mancanza di partecipazione che può gelare la costituzione della collettività. Quando si riesce a stabilire l’equilibrio fra individualità e collettività, fra gioco e ascolto, fra comprensione e immaginazione, lo spettacolo diventa una straordinaria esperienza di umanità.

Storie mandaliche è una sfida, che a ogni evento offre la possibilità di vivere collettivamente un’esperienza che metta in discussione i nostri comportamenti quotidiani. Attraverso situazioni teatrali primordiali quali la narrazione e il gioco, coadiuvate dall’utilizzazione della tecnologia multimediale con le sue sollecitazioni sensoriali e le sue opportunità interattive, lo spettacolo pone esplicitamente l’interrogativo di come si costituisce un vero pubblico di teatro nel mondo contemporaneo e, con la sua coerenza fra struttura, contenuti e strategie attoriali, rappresenta l’occasione di partecipare alla costruzione di una comunità. Il percorso nel mandala delle sette storie di trasformazione è allora un percorso di trasformazione vissuto in prima persona dallo spettatore nel suo divenire parte di un pubblico attivo.

Erica_Magris

2005-02-22T00:00:00

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fusion_global=”2685″]p class=”norm”>Bologna, 10 e 11 ottobre
Teatri di Vita

Intervento di Mimma Gallina nel quadro della tavola rotonda
Teatro e Polis: Nuove relazioni fra il teatro e la città
Partecipano: Antonella Agnoli, Mimma Gallina, Roberto Grandi, Enrico Pitozzi, Rodolfo Sacchettini.
Modera Chiara Lagani

La riflessione sulle biblioteche potrebbe essere presa – cambiando qualche termine – e valere per il teatro o meglio gli spazi polivalenti: presidi culturali nati sul territorio, magari con altre caratteristiche.
Per quanto mi riguarda non ho fatto una riflessione così a fondo – così lucida – sul tema che mi è stato lanciato qualche giorno fa, ma cercherò di individuare degli esempi o fare una classificazione di quello che è, appunto, il tema proposto; e cioè che cosa succede di nuovo nel rapporto fra teatro e città. O meglio, non “cosa succede di nuovo” (il nuovo è una parola infida), ma quali sono le tendenze o le evoluzioni che si possono individuare. Perché penso che se è vero, come raccomandava Brecht, che c’è una lotta continua tra nuovo e vecchio e bisogna combatterla, è vero anche che il nuovo non di rado si basa sulla re-interpretazioni dell’antico e infatti, facendo questa riflessione, dietro tutte le novità mi è sembrato di cogliere echi di pratiche profondamente radicate nel teatro.
Vorrei fare un paio di riflessioni a titolo preliminare. La prima è che, secondo me, dobbiamo avere ben chiaro che il tipo di teatro e di organizzazione culturale di cui stiamo parlando probabilmente non corrisponde tutt’ora al teatro e all’organizzazione culturale dominante. Lo dico perché probabilmente tutti noi (i presenti ora, qui), tendiamo ad interessarci a spettacoli che presentano determinate scelte linguistiche, e orientamenti ideali, che si pongono degli obiettivi rispetto alla riflessione e alla trasformazione del mondo e non è sempre così nel teatro, appunto, dominante.
Vorrei collegare a questa considerazione anche un riferimento al Teatro Valle (sinteticamente perché ho sentito che ne avete già parlato): la vicenda del Valle è un buon esempio di come un’area del teatro molto impegnata, generosa, attiva, soprattutto composta da attori, possa riflettere a fondo – e in senso “politico” – proprio sulle trasformazioni e sulle modalità di gestione del teatro. E nello stesso ambiente, magari da parte di una generazione solo un po’ più anziana, si pensa al proprio ruolo nel teatro in termini quasi ottocentesco. Mi spiego con un esempio: qualche sera fa, per caso, su Rai News 24 ho visto l’intervista ad un attore teatrale piuttosto noto (non dirò il nome) su un suo spettacolo in programmazione a Roma. Parlando a un canale molto impegnato anche se generalista, e dopo aver parlato a lungo del suo spettacolo, alla domanda su cosa pensasse delle difficoltà del teatro, delle agitazioni, dei suoi colleghi più giovani, del Valle etc… rispondeva “ah sì, lo spettacolo è andato molto bene, abbiamo avuto un grande successo alla prima, abbiamo dovuto prolungare di due repliche… “. E l’intervistatore, “sì, ma le risorse, come sono i rapporti col Ministero ora..” Risposta: “Il pubblico è sempre molto numeroso… “ etc. Una situazione surreale: questo attore chiamato a riflettere sul teatro in televisione, non riusciva a rispondere se non in termini elogiativi e promozionali del sul spettacolo. E’un atteggiamento in cui possiamo, anzi ci possiamo riconoscere in molti: è una tendenza frequente, ed è una tendenza del mondo del teatro che frena le trasformazioni. Il fenomeno del Valle è stato invece una conferma delle grandi risorse, delle grandi capacità di mobilitazione che sono sempre arrivate dal mondo degli attori. Quasi tutte le grandi trasformazioni del teatro arrivano dagli attori (lo dico anche perchè ci sono parecchi attori in sala e credo che si debba dare atto del ruolo che gli attori come “categoria” riescono ad avere quando riflettono sulla loro responsabilità sociale).
Il tema che ha sollevato il Valle, quello del “bene comune”, che ha appena ricordato anche Antonella Agnoli, è secondo me una delle novità rispetto al tema che stiamo discutendo (“Teatro e Polis: nuove relazioni tra il teatro e la città”), anche se non ha ancora visto una effettiva applicazione è una riflessione importante emersa recentemente rispetto al nostro tema. Non so francamente – avendo letto molto di quello che è pubblicato sul sito del Valle – se questa indicazione, se e quando avrà un’applicazione concreta, corrisponderà alle aspettative che gli occupanti del Valle si danno, ma penso che offra un supporto ulteriore e significativo all’idea del teatro come ambito pubblico e, anche, al concetto di welfare che richiamava l’intervento precedente. Vorrei leggervi a questo proposito tre righe: la definizione di beni comuni che propongono gli occupanti del Valle per applicarla al teatro:

“beni comuni: le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico anche a beneficio delle generazioni future. Titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o private, in ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva nei limiti e secondo le modalità fissate dalla legge

E’ la stessa definizione che abbiamo tutti sentito ricordare a proposito dell’acqua (infatti sapete che tutto l’occupazione Valle è partita dal movimento per il referendum). Mi sembra una indicazione interessante.
Anche oltre il Valle, una delle novità che, secondo me, sono emerse in questi ultimi anni consiste in una ripresa del “movimento”, non solo con riferimento al teatro, ma con collegamenti fra i diversi ambiti culturali o della conoscenza. Sono emerse forme di movimento a vario livello, anche se con tutti i limiti, prevedibili, rispetto ai risultati concreti: si tratta di battaglie forse ancora un po’ confuse.
Nel riflettere sulle diverse aree nel rapporto fra il teatro e la città e su come si stanno trasformando, mi sembra si possano individuare tre possibili ambiti di riflessione:
– uno: il rapporto del teatro con il governo della città;
– due: il rapporto del teatro con il tessuto socio-territoriale della città;
– tre il rapporto del teatro con il pubblico, inteso come collettività ampia (quello che Paolo Grassi e Giorgio Strehler chiamavano “coro tacito e intento”. Anche se anche qui stanno emergendo alcune novità: gli spettatoti, taciti e intenti lo sono sempre meno, coro speriamo di sì (ma con più possibilità di essere protagonista).

Rispetto al rapporto col governo della città, voglio dire soltanto poche cose, c’è chi potrà dire in proposito cose più interessanti. Da un lato mi sembra si sia verificata, negli ultimi dieci quindici anni, un’evoluzione abbastanza sostanziale, una rimeditazione del concetto di accesso. Cito sempre Grassi e Strehler e quel famoso “teatro d’arte per tutti”, perché bene o male quello è il punto fermo su cui, senza teorizzazioni particolarmente innovative successive, si è un po’ fondata tutta la riflessione sul teatro pubblico e anche, più avanti negli anni ‘70/’80, su un’area allargata di teatro pubblico. Il teatro d’arte per tutti: dunque arte, quindi qualità, e per tutti, appunto, un’idea di accesso che negli anni si è trasformata. E una riflessione a fondo su questa trasformazione, probabilmente, va fatta e non è stata fatta del tutto. Da un lato si è verificata un’evoluzione del concetto e della dimensione dell’accesso che sono andate spostandosi – nel corso dei decenni – verso il territorio e verso la trasformazione, l’evoluzione di servizio pubblico in servizio sociale. Questa trasformazione si compie nel corso dei decenni ’70-80, ma negli ultimi dieci anni ha subito un’ulteriore mutamento che va proprio nella direzione di quell’area di teatro politico che avete esaminato, credo, in una delle sessione di ieri, che è il “teatro sociale” (per cui non i dilungo). Definire cosa intendiamo per teatro sociale comporta una riflessione complessa, ma di certo per accesso non ci limitiamo più a pensare prezzi accessibili (anche se – apro e chiudo una parentesi – questo sarebbe un tema da approfondire: chi opera nell’ambito di un teatro non commerciale, o sedicente non commerciale, a mio parere sta applicando spesso prezzi che non sono affatto accessibili, non sono così abbordabili per il grande pubblico). Anche la militanza, leggera ma pur sempre militanza, che era insita nella parola d’ordine di Grassi e Strehler e nella costituzione del Piccolo Teatro non è più all’ordine del giorno. Mi riferisco – conoscete tutti quel manifesto – a quando dicevano “recluteremo i nostri spettatori” (proprio così: “arruolatevi” nel Piccolo Teatro): il manifesto rispecchia il clima del secondo dopo guerra quando la militanza ha un senso preciso, e questo tipo di militanza passava anche attraverso l’abbonamento. Sull’abbonamento si potrebbe fare un convegno ad hoc (beni, mali, squallore e miseria dell’abbonamento), ma bisogna prendere atto che questa modalità di partecipare economicamente, oltre che come adesione ideale al teatro, ha subito evoluzioni sostanziali. Allora, per esempio, nelle trasformazioni recenti e in una situazione di sempre maggiore difficoltà economica, le forme di partecipazione individuale al sostegno delle attività di spettacolo sono un’altra delle novità di questi ultimi anni: forme di partecipazione come l’otto per mille, o le “associazioni degli amici”. Noi pensiamo che l’otto per mille sia irrisorio per il teatro, ma non è del tutto vero (Parma ne ha appena lanciata una), e per alcune fondazioni lirico sinfoniche è fondamentale. E ci sono molte altre possibili strade in questa direzione, non sono risolutive per i problemi economici dello spettacolo, ma hanno un valore al di là di questo aspetto. Intendevo parlare dei rapporti del teatro col governo della città, e invece ho finito per parlare dell’evoluzione del teatro pubblico! perché il tema “è” l’accesso! Una delle componenti del rapporto del teatro col governo della città è in che misura il governo della città attraverso forme organizzative e di sostegno ai teatri garantisce l’accesso. Ma un altro aspetto che si è modificato nei decenni e costituisce un nodo che sta venendo sempre più al pettine delle grandi città (a mio parere anche a seguito della crisi del mercato nazionale, quindi della crisi del teatro di giro), è il perimetro delle responsabilità della pubblica amministrazione, del governo della città, nei confronti del teatro. È un limite flessibile, evidentemente, ma che va individuato, trovando un punto di equilibrio fra la necessità di salvaguardare l’indipendenza degli artisti – che non è una cosa scontata – e la necessità di garantire il servizio, l’accesso, di disegnare, di tenere le fila dell’“hardware”, ovvero di un sistema sale, di punti di riferimento. E arriviamo così alla funzione descritta per le biblioteche: sono necessari, vitali per una città, punti di aggregazione e di vita culturale da collocare sul territorio. Un altro aspetto importante nel rapporto del teatro con il governo della città, riguarda il ruolo attivo e propositivo – che a volte scivola nella direzione artistica, e qualche volta diventa addirittura impresariale – che le città hanno assunto (è una riflessione che possiamo far risalire molto indietro nel tempo, possiamo forse retrodatarla a Nicolini e all’era degli assessori degli anni ’70). Ci sono stati alti e bassi in questa tendenza, che l’evoluzione recente ha portato piuttosto in basso, con l’attrazione per l’evento fine a sé stesso, a volte molto costoso ecc. ma io penso che in questa direzione ci siano stati anche aspetti anche importanti e positivi. Faccio un esempio recente – e se ne potrebbero fare di più antichi, come le capitali europee della cultura – ci sono casi in cui le amministrazioni riescono a lanciare il sistema culturale cittadino dei temi di lavoro, delle parole d’ordine che creano un’aggregazione reale intorno a dei idee forti e riescono a trovare collegamenti, stimolare delle ricerche. L’esempio che dicevo è il 150esimo dell’unità d’Italia che, in alcune città, ma in particolare a Torino, ha rappresentato un’occasione positiva.
Si potrebbe dire molto altro delle modalità di rapporto fra il teatro nel suo complesso, le sue difficili rappresentanze e le città. Io ho partecipatio – a Milano – a due riunioni del mondo teatrale con l’assessore alla cultura della giunta Pisapia, Stefano Boeri che – in coerenza con le linee portate avanti durante tutta la campagna elettorale – intende continuare a perseguire il metodo dell’”ascolto” della città e quindi ha convocato e ascoltato con una pazienza veramente encomiabile, una sessantina di interventi in due serate, con tutto il teatro cittadino (lo stesso ha fatto con la musica, con l’arte etc.). La mia impressione è che quel metodo – non molto diverso dalle consulte di cui han fatto esperienza quasi tutti i territori – abbia un forte rischio di sfociare nella demagogia e vada “tarato” (anche se è certo importante per una città come Milano – che ha ribaltato la sua storia amministrativa ventennale – si cerchi di inaugurare un rapporto diverso fra il teatro e la città).

Il secondo ambito è il rapporto con il tessuto sociale territoriale. Questo aspetto è molto importante e caratterizzante delle novità più recenti, anche se non recentissime, dell’organizzazione del teatro in Italia. Non intendo qui il rapporto con la città nel suo complesso, ma con le diverse comunità che compongono la città e con le diverse aree territoriali. Credo che sul territorio, sulla necessità di creare una mappa non solo geografica, parlerà qualcun altro e quindi glisso su questa parte del mio intervento, anche perché in questa riflessione è in gran parte coincidente con quella sulle biblioteche. Per quanto riguarda le comunità, il punto è che sempre più frequentemente la ricerca, e anche l’interpretazione della funzione del teatro come servizio (che a mio parere è sfaccettata, ma non è superata), è andata nella direzione di percorsi e progetti rivolti a specifiche comunità. Penso alle diverse aree di teatro sociale, così articolate che la definizione suona po’ forzata (ma “da vicino nessuno è normale” appunto). Che si tratti di comunità chiuse o di comunità aperte (che si parli di anziani o di carcere, o di periferia), e che si pratichi attività di laboratorio (col coinvolgimento delle persone in questione), o di produzione di spettacoli veri e propri, (magari commissionati ma rivolti a questa comunità), i metodi sono abbastanza simili tra loro, e sono una delle novità più importanti della recente evoluzione dell’organizzazione del sistema teatrale e credo culturale in genere. In questa linea di riflessione rientra naturalmente la questione dell’interculturalità con tutte le contraddizioni che comporta (personalmente credo che finché non riusciremo a inglobare nella produzione artistica a tutti gli effetti anche le nuove comunità residenti, la dimensione dell’interculturalità rischi di essere un po’ sospetta, un terreno minato (è che non riusciamo ancora a pensare come ad una normalità non alcune lodevoli eccezioni, alla presenza di “stranieri” nelle nostre compagnie).
Tutta questa attività – così profondamente ancorata nella responsabilità sociale del lavoro teatrale – ha una sua precisa dimensione di mercato. Esiste un mercato del teatro sociale (credo che nessuno di voi si scandalizzi se utilizzo la parola mercato per il teatro sociale) ed è una delle condizioni che gli consente di esistere, e delle ragioni per cui può ampliarsi, è anche uno die motivi per cui la ricerca artistica si è spostata su questo terreno. Al di là di questa dimensione professionale, ci sono anche aree antiche, che continuano a esistere che sono molto vaste e he definirei pre-politiche: quelle del teatro amatoriale. La dimensione del teatro amatoriale in alcune nostre regioni è colossale. Si tratta di un’area totalmente estranea alle riflessioni che di solito si fanno negli ambienti teatrali di ricerca. Ma è un’area molto importante in cui la gente partecipa, si esprime, spesso in assenza di riferimenti qualitativi. Pensate al Veneto per esempio: la quantità di teatro amatoriale in Veneto è tale che molti comuni, in presenza di difficoltà economiche, hanno del tutto smesso le stagioni professionali e promuovono soltanto stagioni amatoriali. Va detto anche che gli utenti di questo teatro partecipato dalle comunità, e gli animatori del teatro amatoriale paradossalmente non sono spettatori: è una constatazione che meriterebbe una riflessione che dovremmo fare. Non diventano pubblico: il bisogno è alla partecipazione, all’espressione. Esiste il problema della “intimidazione da soglia” (come lo ha definito la Agnoli) che fa dell’area del teatro normale (diciamo così) e del teatro di comunità, due realtà molto diverse.

Mi avvio velocemente alle conclusioni con la terza area, quella del rapporto con il pubblico vero e proprio. Prima ho parlato della collettività che compongono una città. Ma anche pensando al pubblico come a un’entità composita ma unitaria, si stanno verificando altre trasformazioni, oltre a quelle che elencavo parlando di nuove forme di militanza. La principale, novità consiste nei margini di partecipazione interattiva resi possibile dalle nuove tecnologie. Non mi riferisco ai linguaggi scenici o a forme di spettacolo che sollecitano la partecipazione diretta degli spettatori (ci sono sempre stati e ultimamente stanno rinascendo), quanto alle modalità di comunicazione. Uno spettatore oggi ha più possibilità di dire la sua, può intervenire attraverso blog, social network, altre forme di comunicazione che sono sicuramente minoritarie ma più significative di quanto sembri: penso che queste forme avvicinino il teatro al pubblico e quindi la città alla forma teatrale e vadano analizzate per le implicazioni che comportano.
Ci sarebbero molte altre riflessioni da fare: sul tema del mercato del teatro socialmente orientato (del teatro politico), sugli spazi teatrali su cui questo tipo di teatro può contare, che può attivare: penso per esempio all’esperienza della compagnia di Milano Alma Rosé, che non trovando spazi adeguati nei teatri milanesi si è inventata ormai da anni un suo sistema di circuitazione della città (che chiama appunto Giro della città), scoprendo un mercato del tutto nuovo. Le difficoltà del mercato tradizionale sollecitano l’ingegno. Qui vedo Elena Guerrini: una presenza costante delle Buone Pratiche del Teatro di www.ateatro.org, che -vorrei ricordare- abbiamo organizzato due anni fa all’ITC di San Lazzaro: colgo l’occasione per salutare e ringraziare ancora gli amici dell’ITC che sono presenti. Penso che Elena parlerà della sua esperienza di teatro con i gruppi di acquisto solidale: è un buon esempio, come cambia la politica così come cambia l’organizzazione dei cittadini, e il teatro ha molto da imparare, o da rubare, perché come dice Paolo Rossi, copiare è da coglioni, ma rubare è doveroso.

Mimma_Gallina

2012-05-01T00:00:00

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Euisque cursus metus vitae sedpharetra auctor semy mas interdum
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fusion_global=”921″]p class=”norm”> Siamo un gruppo di autori e scrittori e da un paio di anni lavoriamo a un progetto che si propone di raccogliere e stimolare nuove scritture per raccontare la contemporaneità. Presso il Teatro Out Off abbiamo realizzato la scorsa primavera una prima sperimentale edizione di “Città in condominio”: tre appuntamenti di “reading aperti” sul tema della città e delle diverse scritture per raccontarla. Abbiamo raccolto testi di diciotto scrittori, alcuni esordienti, altri che già lavorano e si sono affermati nel mondo del teatro, del cinema, della letteratura, coinvolgendo più di trenta attori. In seguito a questa esperienza largamente positiva, abbiamo rilanciato la proposta con un “presidio” di dieci appuntamenti che, a partire dal 15 dicembre ’03, hanno coinvolto sino a ora alcune decine di autori. Se all’inizio è stata la guerra il tema portante, questa volta sono i limiti: la città al limite e i limiti della città. L’iniziativa vuole essere “uno spazio libero” dove accogliere testi e sguardi sul nostro presente sganciati dai tempi della produzione teatrale, per arrivare con un’immediatezza altrimenti inimmaginabile verso una pratica di normale condivisione, con il pubblico, della scrittura e del teatro. La forma è molto agile, senza regia: soltanto la cura dell’autore e la supervisione della nostra “redazione” affinché il testo arrivi con la sola forza della parola.

Roberto_Traverso

2004-11-01T00:00:00

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