(Augusta, 1898 – Berlino Est, 1956)
Il recupero di Brecht è non la conoscenza critica delle sue opere e delle ragioni del loro apparire ma la riscoperta acritica di un repertorio che, quando non è stato usato in chiave populista, è diventato mero appannaggio di una certa zona teatrale: banco di prova delle evoluzioni registiche o dell’opulenza di Teatri e della efficacia emozionale su pubblici plaudenti per la propria soddisfazione estetica e per il proprio risanamento morale Un cabaret straniato
Poeta e drammaturgo formatosi nel clima dell’espressionismo e nei giochi paradossali del dadaismo, si distingue fin dai primi lavori per un’idea disincantata e al tempo stesso ricca di un’umana curiosità nei confronti del mondo e delle cose. Con la sua arte smonta completamente i valori più tradizionali della borghesia tedesca concentrando la propria poetica su una prospettiva sociologica. Le opere di Brecht sono spesso ambientate in contesti di povertà, miseria e degrado; è in questa poetica che l’autore esprime una profonda compassione per le vittime, i poveri e gli emarginati, oscillando tra espressionismo e realismo, ispirandosi alle teorie di Marx e rivitalizzando la tradizione della ballata con uno stile più diretto e accessibile.
La risposta di Brecht, che ci arriva in modo poetico, più che politica è etica. Non c’è solo il bianco o solo il nero, essere buoni o essere cattivi. Brecht ci dice che per difenderci è inutile chiedere consiglio agli dei, a chi ci governa, che dobbiamo alzarci noi, abitanti di questo piccolo universo che non fa che girare su se stesso» (G. Strehler) Per un teatro politico? di Oliviero Ponte di Pino
Ateatro su Bertolt Brecht:
Un cabaret straniato
Per un teatro politico? di Oliviero Ponte di Pino
Dialettica dell’immagine fotografica di Bertolt Brecht di Daniela Sacco
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ph. Jörg Kolbe




