Pubblicato il: 08/06/2026Aggiornato il: 08/06/2026

La stroncatura non è un tipo di pasta tipica originaria della Piana di Gioia Tauro, nota anche come “struncatura”, che anticamente veniva realizzata con i residui della crusca e le farine raccolte dal pavimento dopo la molitura del grano nei mulini: essendo prodotta con gli scarti e venduta al di fuori dei canali ufficiali, per molto tempo la sua vendita è stata considerata illegale, mentre oggi è diventata una prelibatezza apprezzata per il sapore rustico e la consistenza ruvida.
In ambito critico, la stroncatura è invece

un genere saggistico o giornalistico che consiste nel demolire in modo totale, argomentato e spesso ironico un’opera letteraria, cinematografica, teatrale o artistica ritenuta di pessimo livello.

Una stroncatura efficace non esprime solo il gusto di chi la scrive solo per dire “fa schifo”, ma dimostra come e perché l’opera fallisce, analizzando i suoi difetti, spesso utilizzando l’ironia e il sarcasmo. Ha una funzione educativa, perché vuol mettere in guardia il pubblico da contenuti scadenti oppure ritenuti moralmente e ideologicamente dannosi.
Oggetto di stroncature sono state spesso le opere più innovative, che andavano contro il gusto corrente e dunque venivano rifiutate dai custodi della tradizione e del buon gusto. Buona parte della critica ha stroncato I sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello al debutto romano nel 1921, Aspettando Godot di Samuel Beckett al debutto parigino nel 1953, Ricorda con rabbia di John Osborne al debutto londinese nel 1956. ma va aggiunto che in tutti questi casi, la critica più avveduta seppe cogliere il valore di queste novità.
La stroncatura ha maggior senso se prende di mira gli “intoccabili” e smonta i luoghi comuni del conformismo culturale, i cliché nei quali si rinserrano gli artisti di successo, i fenomeni di massa acriticamente idolatrati.
Artisti e artiste non apprezzano le stroncature, che possono essere anche utilizzate dai critici per affermare il proprio potere (e il proprio ego). Molti registi e attori dichiarano di non leggere le recensioni, anche per evitare l’irritazione che possono generare le critiche. Adriana Asti, grande attrice di fulminante ironia, leggeva con attenzione le recensioni dei suoi spettacoli. Resta celebre la sua reazione a una stroncatura di Ugo Volli, che all’inizio degli anni Ottanta era critico teatrale della “Repubblica”. Appena letto l’articolo, all’alba Adriana Asti telefonò al critico, che rispose ancora assonnato:

“Caro Volli, ho letto la sua recensione. Vede, nella vita si possono mandare due cose a un’attrice: o i fiori o la merda”.

Dopo una pausa, prima che il critico potesse replicare, aggiunse:

“Lei mi ha mandato la merda. Ma almeno poteva pagarsi il francobollo!”

E riagganciò.
Negli ultimi anni, la recensione è pressoché scomparsa dalle testate generaliste, per rifugiarsi in riviste e blog di settore. Ha preso così spazio a una critica militante che, oltre che rischiare di utilizzare gerghi specialistici, tende a sostenere e presentare gli artisti che rientrano in una precisa visione artistica, ideologica e culturale, ignorando quello che esula da questo orizzonte.
Nella “società palliativa” e dei social network, la stroncatura rischia l’estinzione: lascia spazio all’insulto e all’attacco personale. Ma la stroncatura è un gesto di democrazia culturale. Per Walter Benjamin la critica è un “combattimento mortale” per la sopravvivenza delle idee. Una recensione negativa e motivata non deve essere un atto di cattiveria gratuita, ma ha una funzione pubblica, pedagogica. In un mercato culturale dominato dal marketing e dall’amichettismo (e dunque infestato dalle “marchette”), qualunque opera sembra un capolavoro. Il rischio è quello del conformismo.
La stroncatura ha invece l’obiettivo di portare in primo piano una scala di valori, magari discutibile. Se è ben scritta prende il suo bersaglio sul serio e ci insegna a leggere le opere con attenzione e a sviluppare il senso critico.

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