E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ in libreria Una drammaturgia multimediale. Testi teatrali e immagini per una nuova scena di Andrea Balzola, pubblicato da Editoria & Spettacolo Qui di seguito, in anteprima per www.ateatro.it, l’indice del volume e il saggio di Oliviero Ponte di Pino.
L’INDICE
Cronistoria di un viaggio drammaturgico sulle frontiere fra scena teatrale e scena virtuale di Andrea Balzola
Il tecno-teatro impuro di Andrea di Nico Garrone
La parola rimediata di Oliviero Ponte di Pino
La creazione di una nuova (bio)drammaturgia di Anna Maria Monteverdi
Testi e immagini
Con tatto 1990
Democrazia (Lia e Rachele) 1995
La fattoria degli anormali 2005
I racconti del Mandala 1998-2007
Galileo allÂ’Inferno 2006-2008
Schede dei testi teatrali non pubblicati (con immagini)
La stanza delle stanze sulla nave di pietra 1989
Il dolore (da Marguerite Duras) 1997
Mitomania 1999-2004
L’isola che c’è. Viaggio dentro casa. 2007
Le voci del vulcano (la torre di Hoelderlin) 2007
Cronologia rappresentazioni, segnalazioni, premi
Ci sono vari modi per affrontare la lettura della “drammaturgia multimediale” di Andrea Balzola. Una sola chiave di interpretazione non basta, perché sono testi assai diversi per tono taglio e stile, ma anche per commissioni e destinatari.
Per cominciare, le commissioni. Il lavoro sul Dolore di Marguerite Duras nasce su richiesta di un’attrice come Marisa Fabbri. Con tatto per accompagnare le coreografie di Natalia Casorati. Galileo viene realizzato con Studio Azzurro in vista di uno spettacolo di teatro-danza in Germania. I viaggi di Gulliver e L’Isola che c’è sono frutto dei laboratori gestiti dalla regista Alessandra Panelli con i pazienti del Centro di Salute Mentale di un’ASL romana.
Questa varietà di committenti implica una disponibilità e una versatilità , che si traducono nella forma stessa dei testi, che possono assumere la struttura del dramma tradizionale, oppure ridursi al dialogo o al monologo, ma spesso si spingono verso altre direzioni: il collage di frammenti, l’ipertesto, ma anche forme sperimentali di multimedialità e intermedialità (con inserti di sceneggiature video e la possibilità di trasposizione in fumetto e cartone animato), la pièce didattica, il racconto biografico. Da questo punto di vista, quella di Balzola è una scrittura di servizio, che risponde a specifiche esigenze produttive e spettacolari, in base alle circostanze (e naturalmente questo rende più difficile l’identificazione di una poetica). La libertà e la varietà formale di questi testi è dunque il frutto di una necessità , determinata di volta in volta anche nel lavoro di palcoscenico. Al tempo stesso è il frutto di una situazione che privilegia l’evento teatrale rispetto alla scrittura, la creazione collettiva rispetto alla creatività individuale.
Una seconda lettura potrebbe concentrarsi sui contenuti: quello che questi testi ci raccontano e ci vogliono dire. Spesso sono nati come reazione all’attualità , tra cronaca e politica. La stanza delle stanze sulla nave di pietra nasce nel 1989 sull’onda dell’indignazione per “il primo africano ucciso in Italia per razzismo”. Democrazia, “metafora delle vicissitudini e della contraddizioni della storia della democrazia italiana”, viene scritto nel 1995 come una nota in margine alla riflessione di Bobbio. La fattoria degli anormali (2005) affronta il tema delle manipolazioni genetiche. Ma ci si avvicina anche alla divulgazione, per esplorare e raccontare figure come Galileo (2006) oppure Hölderlin (2007).
E qui si nasconde un doppio paradosso. Perché questa vocazione civile e pedagogica presuppone ovviamente una totale fiducia nella parola e nella capacità e volontà di comprensione del pubblico, che pare contrastare con la natura “servile” di questi testi. Oltretutto – secondo paradosso – questi testi sembrano trovare le loro motivazioni più profonde fuori dalla scrittura: nella politica o nell’etica (andrebbe anche notato che è dunque un teatro più di idee che di affetti e sentimenti.)
La terza potrebbe essere una chiave interpretativa sociologico-antropologica. Si tratta di concentrare la lettura sulla presenza in scena delle nuove tecnologie della comunicazione e dei loro strumenti: la tv, il video, i telefonini, le chat line erotiche, eccetera. Scritti nella fase in cui questi nuovi organi elettronici si affacciavano alla scena del reale, questi testi ne hanno registrato la presenza nel nostro paesaggio quotidiano, ne hanno mappato lÂ’uso, ne hanno sperimentato le potenzialità di personaggio e di maschera: esemplare in questo senso il duetto di Democrazia, con unÂ’attrice in carne e ossa che dialoga con il suo doppio in video. Perché queste “protesi elettroniche” fanno ormai parte delle mediazioni e delle maschere con cui noi stessi ci offriamo agli altri nella nostra quotidianità – nel reality show della nostra esistenza – e con frequenza sempre maggiore.
Un’ulteriore modalità di lettura, legata a questa, potrebbe invece dedicarsi a immaginare gli spettacoli che questi testi possono generare. Perché, va sottolineato, nei testi di Balzola i nuovi media non sono una mera presenza scenografica (come i fondali video che spesso compaiono in scena quasi a sostituire gli antichi fondali dipinti), ma assumono una precisa funzione drammaturgica, in dialettica con gli interpreti e con il pubblico, fino a esplorare varie forme di interattività e diventando essi stessi personaggi. In particolare, si tratterebbe di leggere immaginando e inventando i possibili allestimenti che possono utilizzare i nuovi media evocati nelle didascalie. Perché il margine di libertà è assai ampio. Basti pensare a Storie mandaliche/I racconti del Mandala. Nella prima versione di Storie mandaliche (protagonista il cybernarratore Giacomo Verde), il testo di Andrea Balzola era in effetti un ipertesto, con una serie di trame intrecciate, parallele, biforcate. Lo spettacolo era costruito in forma di narrazione proprio partendo da questa caratteristica: ai successivi bivi drammaturgici, il narratore poteva scegliere di imboccare uno dei diversi cammini possibili; a scegliere la strada poteva essere a volte anche il pubblico, opportunamente interpellato. In una seconda versione (protagonista Francesca Della Monica), I racconti del Mandala, il testo si riduceva invece alla sua essenza di favola iniziatica, ricca di risonanze mitiche che attingono la loro energia archetipica dalla psicologia del profondo. In questa seconda versione l’andamento della fabula (una tra le infinite possibili storie dell’ipertesto originario) era assai più lineare, centrato sulla più classica delle storie d’amore. Attingendo a queste due strutture drammaturgiche, si sono condensati due spettacoli molto diversi, seppur accomunati dalla presenza di un unico interprete sulla scena e dalla presenza di uno schermo (e su quello schermi di immagini in diverso modo gestite dall’interprete): nel primo caso, per esempio, lo spazio sembrava tendere al ring, o alla pista da circo; nel secondo l’impatto era necessariamente frontale.
Sappiamo da sempre che partendo dallo stesso testo possono essere ricavati spettacoli assai diversi tra loro, con enormi margini di libertà . Ed è altrettanto banale notare che il rapporto tra testo e spettacolo, tra la parola e il gesto, è uno degli elementi più complessi della pratica teatrale (e dunque anche della storia del teatro). A renderlo ancora più ricco di implicazioni è l’uso della maschera, il primo accessorio dell’attore. Come prevedibile, l’impatto delle tecnologie digitali può aprire a nuovi ordini di complessità , e arricchire il termine stesso di maschera con ulteriori significati.
Nei Racconti del Mandala, l’attrice con il movimento delle dita, della mano e del braccio gestisce per esempio, in alcuni momenti, le manipolazioni elettroniche della voce, lo zoom dell’immagine (il coccodrillo sullo schermo che s’avvicina e s’allontana) o il movimento del personaggio (lo schermo ci porta nelle complessità di un labirinto da videogame: in quella scena lo spettatore assume il punto di vista del personaggio). Non si tratta di un comando on-off (che fa comparire e scomparire un effetto un’immagine, un suono), ma di un meccanismo in grado di gestire anche dissolvenze e assolvenze incrociate. Grazie a questi comandi, l’intera scena diventa una sorta di maschera per l’attrice: inutile ricordare che uno dei primi effetti della maschera è una diversa sonorità della voce, e dunque permette di gestire lo spazio attraverso il suono; inoltre, limitando alcune possibilità espressive dell’attore, ne amplifica inevitabilmente altre. La scena nel suo insieme spaziale e sonoro diventa dunque una sorta di prolungamento del corpo, e lo spettacolo un’opera d’arte totale dove gesto, suono e spazio-tempo vengono gestiti unitariamente dall’attore.
Il gesto attoriale assume dunque al tempo stesso un valore fisico (la danza del corpo nello spazio); un valore psicologico (l’espressione di un sentimento); un valore di didascalia; un valore registico, con effetto immediato e “reale” (la gestione dello spazio e dei segni visivi e sonori che lo abitano); un valore di segno (il codice che si crea mentre l’attore gestisce l’apparato). Dal punto di vista pratico, artifici di questo genere hanno l’effetto di dare maggiore liveness a materiali visivi e sonori preregistrati: se il teatro è il “qui e ora”, questo porta a una maggiore teatralizzazione di materiali tecnicamente mediati. Si attenua così l’ormai classica discrasia tra i due tempi, quello flessibile e interattivo dell’evento spettacolare dal vivo, e quello rigidamente predeterminato del materiale audio e video preregistrato.
E’ anche ovvio che questo apparato richiede una superiore abilità (e un gigantesco sforzo d’attenzione) da parte dell’interprete, e al tempo stesso gli affida responsabilità ancora maggiori: non gestisce più solo e soltanto il proprio corpo e la propria voce (e i pochi oggetti con cui entra in contatto), ma l’intero spazio fisico e sonoro.
Per un drammaturgo, per un attore, per un regista, sono sfide affascinanti, che obbligano a muoversi in terreni inesplorati. In questo, il lavoro di Balzola rientra appieno nell’area della sperimentazione, meglio in quell’aspetto della sperimentazione che consiste nell’esplorare le potenzialità linguistiche ed estetiche delle nuove tecnologie. Oltretutto la crescente familiarità con le nuove tecnologie rende lo spettatore sempre più simile al “tecnoattore”, e rende così praticabili nuove forme di interattività e coinvolgimento.
Una quinta – e per ora ultima – lettura dei testi di Andrea Balzola dovrebbe concentrarsi sul ruolo della parola. O meglio, sulla fede nella parola che è il paradossale presupposto di tutto questo lavoro. In un’era che pare irresistibilmente dominata dal visuale e soprattutto da un visuale virtuale, mediatizzato da schermi video e di computer, Andrea Balzola ha continuato a tessere le sue trame verbali.
L’uso di macchine sceniche complesse evoca il deus ex machina del teatro antico e l’enkuklema: l’apparato che, quanto l’intrico della tragedia pareva ormai avviata verso l’inevitabile catastrofe, permetteva l’apparizione magica della divinità che salvava l’eroe. Nella vita contemporanea si sprecano le macchine che offrono il miracolo della comunicazione “qui e ora” “tutto intorno a te”: e tuttavia non è da lì – da queste attrezzerie – che possiamo attenderci di ritrovare la pienezza del senso. Che può arrivare, sembra suggerire l’attività di Balzola, solo dalla parola. Da quella parola che questi testi ostinatamente tessono, spesso su richiesta altrui e destinate a contesti dove la parola non parrebbe centrale, come spettacoli di danza, laboratori di teatro sociale o a limite videoinstallazioni.
In un certo senso, questi testi si pongono al centro di una serie di sfide: tra la parola e lÂ’immagine tra la parola e il corpo, tra la presenza reale e la presenza mediata, tra la parola incarnata e la parola disincarnata… Fino a giocare – estremo paradosso – sulla precisione assoluta (e in realtà impossibile) della parola scientifica (evocata dalla figura di Galileo) e sullÂ’indicibile, sullÂ’impossibilità di esaurirne il senso, sullÂ’eccesso di significati che si ribalta nel vuoto della follia (evocata attraverso Hölderlin e i suoi deliri).
Dunque quella che avrebbe potuto apparire una funzione di servizio, una scrittura che nasce quasi per riempire i vuoti della comunicazione multimediale, assume un ruolo centrale di sfida e di testimonianza: per testimoniare la fiducia nella possibilità di trasmettere un messaggio e la necessità del dialogo. Tra gli esseri umani, naturalmente, ma anche tra le diverse forme di espressione e comunicazione. In questo la scena teatrale, con la sua possibilità di appropriarsi di contenuti, idee, esperienze, strumenti, arti, media, e di metterli in rapporto con un pubblico “vivo”, offre una insostituibile arena di sperimentazione e di verifica. Ecco, questi testi rappresentano altrettante riprese – sul ring teatrale – di uno scontro che ricomincia ogni volta daccapo ma che trova profonde radici nel passato. Che proprio nell’apparente debolezza della parola cerca la sua forza.
Oliviero_Ponte_di_Pino
2009-03-12T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00
E’ il regista-musicista stesso a spiegarci la genesi del nuovo spettacolo Animalie presentato al Teatro Petrella di Longiano: “Animalie è nato ad Atene nell’ottobre 2002 come risultato di una complessa coproduzione tra Belgio, Italia, Grecia, Estonia ed è pensato come commentario scenico al testo L’aperto, l’uomo e l’animale del filosofo Giorgio Agamben (con cui collaboro da più di dieci anni).

Foto Chico De Luigi.
La drammaturgia di questo pezzo si riferisce al testo di Agamben come glossa o contrappunto e nello spettacolo si può sentire la sua voce registrata elaborata elettronicamente in modo tale da avvicinarla – nella concretezza del suono stesso – alle voci degli animali da lui evocati nel testo fino a far scomparire il testo nel puro suono. Nello spettacolo sono usate le abituali tecnologie audio/video e motion capture per catturare ed elaborare alcune delle immagini riprese in tempo reale. Lo spettacolo ruota a un concetto molto chiaro e ben espresso da Agamben citando Uexküll: “Questa illusione riposa sulla credenza in un mondo unico in cui si situerebbero tutti gli esseri viventi. Uexküll mostra che un tale mondo unitario non esiste, così come non esistono un tempo e uno spazio uguali per tutti i viventi. L’ape, la libellula o la mosca che osserviamo volare accanto a noi in una giornata di sole, non si muovono nello stesso mondo in cui noi li osserviamo né condividono con noi – o fra di loro – lo stesso tempo e lo stesso spazio”

Foto Chico De Luigi.
Approdato in Italia, lo spettacolo ha avuto come protagonista la danzatrice/performer Azzurra Migani, la cui bravura ha convinto Roberto Paci Dalò ad applicarsi alla creazione di un vero e proprio spettacolo teatrale, mantenendo intatta sia l’ispirazione al testo del filosofo che la forma tipica del suo teatro tecno-musicale, quella di un “concerto scenico” e di uno spazio di sensorialità , come lui stesso lo chiama: un ambiente acusticamente e visivamente avvolgente e risonante che privilegia un uso sofisticato e minimale del suono live e della musica elettronica e un’esplorazione digitale dentro le pieghe dell’infinitamente piccolo. Le architetture di luci ritagliano forme geometriche che seguono il ritmo musicale, come nei film astratti di Hans Richter.

Il testo di Agamben viene proposto attraverso una curiosa corrispondenza della performer con gli animali evocati: una prova fisica quella che la porta a creare microcoreografie “a loop” a turno con piccoli gesti della mano, come un linguaggio muto, o come un typewriting; e ancora con la testa, con il busto e con i piedi. Uno specchio rimanda la sua immagine, incorniciandola e facendola sobbalzare dal nero della scena. Davanti a lei una garza che accoglie immagini in proiezione e dettagli del suo volto catturate in video fuori scena. Di grande forza visiva e in un contrasto deciso bianco e nero, i bellissimi disegni di Oreste Zevola, dal gusto primitivo, la cui grafia impronta – anche che nel senso originario e etimologico del termine: incisione – l’intero spettacolo, composto appunto, da molte scritture. Da molte grafie.

Foto Chico De Luigi.
Animalie
di Roberto Paci Dalò
Longiano, Teatro Petrella, 14 febbraio 2004
INTERVISTA
A.M.M. La tua attività è straordinariamente ricca di progetti e opere che spaziano dalle installazioni-performance video-sonore interattive alle performance via web e via radio. Quale è il denominatore comune? E quale la funzione delle tecnologie oggi: può a tuo avviso, una scena – anche tecnologica – attivare socialmente il pubblico, come diceva Brecht nella Teoria della radio?
R.P.D. Le tecnologie non sono un fine nei miei lavori. Però sono molto utili per poter vedere il mondo “analogico” in maniera diversa. Mi piace lavorare con il digitale per amplificare ed elaborare suoni altrimenti inaudibili e spostare il rapporto col testo dal significato alla sua presenza acustica e corporea. Il suono è per me il veicolo principale dell’elaborazione drammaturgica ed è grazie all’elettronica e al campionamento che posso creare l'”architettura invisibile” degli spettacoli. Le mie opere sono create all’insegna di un incontro di tutte le arti e per la definizione di spazi di sensorialità . Penso che il teatro possa agire a livello sociale in maniera profonda e Brecht (e successivamente Heiner Müller) è fondamentale ancor oggi. Per completare la triade aggiungerei anche Walter Benjamin.
A.M.M. Il gruppo giapponese Dumb Type parla della nascita di una nuova narrazione che in epoca tecnologica ha superato la parola per produrre ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti, fatti di flussi di immagini ad alta definizione e sonorità granulari a formare una sorta di spazio ritmico-visivo attivato dai corpi del performer e che arriva al pubblico per risonanza percettiva ed emotiva. Ti riconosci in questa sorta di aggiornamento del concetto di opera d’arte totale, di nuova “composizione scenica”, per ricordare Kandinskij?
R.P.D. Si, mi ci riconosco e il lavoro di Dumb Type mi piace molto fin dalla prima volta che li ho visti ad Ars Electronica diversi anni fa. Anche se per me la parola resta importante al di là della sua presenza riconoscibile all’interno di un’opera. Molti dei miei lavori hanno riferimenti letterari ed è molto forte il mio rapporto con scrittori come Gabriele Frasca (il curatore delle opere di Beckett per Einaudi e autore di un testo teatrale straordinario come Tele, Cronopio ed.), Predrag Matvejevic’ e Giorgio Agamben. Un aspetto che mi interessa particolarmente è quello di partire dalla parola proprio per creare territori come quelli evocati nella domanda: “ambienti acusticamente e visivamente avvolgenti…” (d’ora in poi userò questa descrizione per i miei spettacoli!) Non è un caso che il lavoro sulla “trance” sia una costante fin dai primissimi pezzi negli anni Ottanta. Una trance che lavora sui grandi numeri (come nel rave & theatre TRANCE BAKXAI presentato in grandi spazi e archeologie industriali) a micro azioni legate a una percezione sottile.Tutti i miei spettacoli sono lavori di cosidetto “teatro-musica” anche se solitamente sfuggono a questa etichetta. E’ per me importantissima la struttura compositiva di un’opera. Qualunque sia la sua forma e linguaggio e anche al di là dell’utilizzo di musica. Volendo pensare al cinema, struttura compositiva significa per me non tanto la colonna sonora quanto piuttosto il montaggio.

Blue Stories.
A.M.M. Il live cinema e il “cinema cinema”
R.P.D. “Il cinema mi interessa molto e mi interessa su più livelli in una scala che va dal “live cinema” al “cinema-cinema”. Live cinema è uno sviluppo a partire dalla ricerca del montatore e regista sovietico Dziga Vertov col suo Kinoglaz. Con Blue Stories ho voluto creare un road-movie girato, montato e presentato in performance (anche il suono è dal vivo) il giorno stesso. Ma non ho voluto mischiare la comunicazione per cui Blue Stories è presentato come film tout-court (e non come performance o concerto). I suoi riferimenti sono tutti cinematografici e le sue modalità percettive sono tutte cinematografiche. E’ per questo che fa parte dei programmi di festival di cinema (notoriamente non molto aperti a linguaggi “altri”). Cinema-cinema sono le opere esclusivamente pensate per la proiezione. Tengo a sottolineare che non amo molto i televisori per cui chiedo sempre che i miei lavori (tutti video) siano visti in proiezione. Il cinema è per me creazione di spazio“.
A.M.M. Qualcosa sulle tue collaborazioni: con Mario Martone, con Studio Azzurro, con Jaromil, con Luca Ruzza: un regista teatrale e cinematografico, un ambito di ricerca specializzato nelle installazioni interattive e che spesso ha sconfinato nel teatro, uno scenografo che utilizza sistemi di realtà virtuale, un net artist di culto…
R.P.D. Martone mi ha invitato a lavorare con lui sul progetto del Teatro di Roma. Li’ ho creato nel 1999 Itaca – il palcoscenico elettronico del Teatro di Roma. Itaca e’ stato considerato, durante il brevissimo periodo di presenza di Mario alla guida di questa istituzione, uno dei palcoscenici del Teatro di Roma. Mi è sembrato molto bello dare questa importanza a un palcoscenico elettronico all’interno di un mondo in fondo così conservatore come è quello dei teatri più o meno stabili.
Ho conosciuto Jaromil come mio studente all’università di Siena dove ho insegnato per diversi anni “Drammaturgia dei media”, uno strano corso basato sul lavoro di Giardini Pensili. Per uno dei miei progetti ho portato Jaromil a Ars Electronica e lì è rimasto. Continuiamo a lavorare insieme cercando di far coincidere i calendari!
Con Paolo Rosa di Studio Azzurro c’è un’amicizia che ci lega da tanti anni. Paolo è nato a Rimini e, anche se cresciuto a Milano, è legatissimo a questa città dove ha una casa ed è lì che generalmente ci incontriamo. Da anni volevamo lavorare insieme e ora abbiamo finalmente avviato due progetti: un workshop all’Accademia di Brera dove lavorerò con i suoi studenti in una sezione del nostro progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini” (spettacoli e installazioni in piu’ sezioni sparse tra Europa e Messico) e nell’installazione suono/video interattiva che creeremo a Bolzano all’interno di en:trance un progetto dedicato alla “trance” curato da Anomos e Giardini Pensili.
Con Luca Ruzza abbiamo realizzato un primo progetto a Copenhagen (al museo d’arte contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall http://www.disturbances.org) lo scorso anno e ora stiamo lavorando su più cose. Ci troviamo fin dal nostro primissimo incontro – via mail – in una sintonia quasi soprannaturale anche grazie alla sua formazione scandinava che mi fa impazzire! Devo dire che ho un’ossessione giudaica per il cosmopolitismo per cui mi trovo piu’ a mio agio in luoghi dove si debbano usare almeno 3 lingue contemporaneamente (cosa che spesso provoca il blackout piu’ totale… ma questa e’ un’altra storia) per cui il “profondo nord” europeo e’ uno dei luoghi perfetti per esercitare questo multi-tasking linguistico.
A.M.M. Perché le performance tecnologiche stentano in Italia ad avere il giusto riconoscimento e spazi adeguati mentre all’estero si moltiplicano strutture polivalenti atte proprio ad accogliere questo genere ibrido che ormai ha già una lunga storia?
R.P.D. Ancora non l’ho capito. Vero è che l’Italia ha questa necessità tutta sua di codificare/incasellare (spesso non certo per ragioni artistiche) ogni tipo di esperienza artistica e le performing arts non sfuggono a questo. Credo che in Italia un uso talvolta smodato di alcune parole-slogan (multimediale, interattivo, nuove tecnologie, etcetera) in particolare da parte delle istituzioni che lavorano sullo spettacolo dal vivo, non corrisponda in realtà a una vera comprensione del significato – e di conseguenza delle possibilità ! – di queste che non sono solo parole ma anche modalità di azione che modificano profondamente la creazione; in tutti i suoi aspetti. C’e’ ancora molto da fare.

Roberto Paci Dalò, fondatore della compagnia Giardini Pensili con una lunga attività estesa a tutti gli ambiti tecnoperformativi (installazioni video/sonore, film, musica elettronica e cinema live, radio works, progetti di web theatre, spettacoli che utilizzano il sistema di motion capture) è forse l’artista italiano che vanta maggiori collaborazioni con strutture e formazioni internazionali. Tra gli altri, Ars Electronica, Locarno Film Festival, Transcultures; Art Zoyde, David Moss, Scanner, Olga Neuwirth, Kronos Quartet, Hebbel-Theater Berlino. Tra i suoi lavori ricordiamo il progetto Blue Stories (live cinema o cinema performativo) dedicato a Jarman e Klein, dal libro di Ingeborg Bachmann Il libro del deserto: immagini della città girate la sera prima e poi sonorizzate live a restituirgli respiro, tempo, pause. A (ri)costruirgli intorno una memoria. E ancora gli spettacoli multimedia: Metamorfosi (con A. Bonaiuto) e Stelle della sera (scritto con Gabriele Frasca) e le opere radiofoniche (Transfert).
Con lo scenografo Luca Ruzza ha recentemente realizzato un progetto a Copenhagen per il Museo d’Arte Contemporanea Charlottenborg Exhibition Hall mentre è in corso il progetto Gramsci/Leopardi/Pasolini all’interno del quale si presenteranno tra gli altri: Petrolio/México on-site/on-line/on-air (Mexico City e Vienna), Filmnero (performance/installazione, net/ radio works) per la Galleria d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova, gli spettacoli Schwarzfilm (Le Manège, Mons) e Italia anno zero (Wien Modern). L’installazione videosonora Beck/ett -omaggio a Julian Beck, realizzata per la mostra internazionale dedicata al Living Theatre Labirinti dell’immaginario (Napoli, Castel S. Elmo), sarà riproposta per Riccione TTV 2004 in un particolare allestimento site specific tra spazi interni ed esterni. Wax and Time (titolo di lavoro) – installazione interattiva audio video e performance in collaborazione con Paolo Rosa/Studio Azzurro (Bolzano, maggio 2004). Per uno sguardo ai lavori passati e in corso: http://giardini.sm/
Anna_Maria_Monteverdi
2004-02-19T00:00:00











