Le recensioni di “ateatro”: In exitu

di Giovanni Testori, regia di Giovanni Testori

Pubblicato il 10/04/2003 / di / ateatro n. 051

Con In Exitu Giovanni Testori ha aggiunto un altro tassello al suo percorso teatrale e di scrittura: sulla scia di Confiteor, protagonista è anche questa volta un giovane “deviante” giunto al limite estremo dell’esistenza. Il ruolo di protagonista tocca ancora a Franco Branciaroli: è “Riboldi Gino”, omosessuale e eroinomane, agonizzante sui gradini della Stazione Centrale di Milano in una nebbiosa a rabbiosa notte milanese.
Proprio in uno dei giganteschi androni della stazione lo spettacolo ha debuttato a Milano: dopo l’esrodio spoletino, le burrascose repliche alla Pergola di Firenze, con la scandalizzata reazione del pubblico “bene”, e prima di trasferirsi all’Out Off.
Attraverso In exitu Testori ha lasciato affiorare, ancora una volta (prima nel romanzo edito da Garzanti, e ora in versione teatrale), la sua personale mitologia poetica. Vi si sovrappongono radici e reminiscenza cattoliche, un angosciato anelito alla fede religiosa, un profondo disgusto per le volgarità della nostra vita sociale, una generosa capacità di immedesimarsi nei reietti, nei rifiutati della società: anche se con qualche compiacimento che i benpensanti possono facilmente etichettare come morboso.
Questa volta, al centro del personalissimo rituale di cui Riboldi Gino, solitario protagonista di In exitu, è insieme sacerdote e vittima, troviamo una sorta di degenerato sacramento in cui il ricordo identifica, al termine d’una vita illuminata solo dal rifiuto di se stesso e della società, la comunione, il pompino e il buco, in un crescente accanimento autodistruttivo. Il tutto in un linguaggio ossessivamente frantumato, spezzato, in cui la lingua si ritrova nel dialetto, dove innesti di un inglese “moderno” e pervasivo incontrano i relitti solenni del latino, una parlata che cerca di spezzare le catene dell’ovvio e del luogo comune. Non siamo lontani da alcuni aspetti di Genet o Pasolini, resi tuttavia nel fondo più tragicamente ossessivi dal rigurgito dei sensi di colpa che sembrano affondare le loro radici in una visione controriformistica.
Eppure, in questo incubo realistico e visionario, risuonano corde di disperata attualità. Il desolato personaggio di In exitu sembra infatti parente di troppi eroi contemporanei, spinti a cercare la propria identità nella diversità e nella trasgressione: un percorso che rischia da un lato di essere periodicamente riassorbito dai meccanismi del consumo e della moda; o, dall’altro, insistendo nella propria radicalità, finisce per approdare inevitabilmente all’autodistruzione. Proprio quest’ultima è la via parallela a quella tracciata da Testori: solo attraverso la trasgressione – nel “peccato” – è possibile affermare la libertà dell’uomo. E tanto più assoluta è la trasgressione, tanto più scandalosa è la bestemmia, tanto maggiore sarà la libertà (di peccare, ma non dal peccato, aggiungerebbe un teologo).
In exitu ripercorre questa esperienza esistenziale in un unico flashback: abbandonato ai piedi d’una colonna, sul pavimento di marmo, Franco Branciaroli urla la storia e la disperazione di Riboldi Gino, proiettando sul pubblico esplosioni di energia, schegge di frasi e parole che sembrano puntare – più che a risvegliare la propria interiorità ormai devastata – a smuovere l’indifferenza degli spettatori. Accanto a lui, teso ma quasi immobile, intervenendo con brevi incisi didascalici, l’autore. Senza limitarsi al ruolo di semplice testimone, sembra prestare al suo personaggio il proprio furore, una rabbia lacerata e oscura: il rantolo diventa grido – anche negli echi che riverberano sulle altissime pareti. E’ ancora Testori a lanciare il grido strozzato, quasi disumano della madre: “Gino!….”. Ed è sempre lui, dopo che il suo sventurato alter ego si è afflosciato con l’ultima siringa nella tazza d’un cesso della stazione, tra il vomito e la merda, a descrivere l’ultimo viaggio; su una barella e coperto da un lenzuolo-sudario, ma come illuminato da una paradossale santità, a suggellare questa inconsapevole Passione.
Dopo gli applausi di rito (ovviamente numerosi i ciellini presenti, felici e commossi dalla provocazione), in un’altra sala della stazione, proprio lì accanto, un barbone dorme sdraiato sui cartoni. Fuori, nella nebbia, un tossico: “Ce l’hai cento lire?”.

Pubblicato originariamente sul “manifesto” il 21 dicembre 1988.

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