Under Surveillance

Il teatro del controllo elettronico

Pubblicato il 30/01/2007 / di / ateatro n. 106

Qualcuno ricorderà il film Nemico pubblico di William Wellman con Will Smith e Gene Hackman, inquietante storia di un uomo tracciato da videocamere, rilevatori di frequenze radio, cimici elettroniche, registratori satellitari, microfoni ad alta sensibilità che lo inseguivano in ogni suo spostamento. Pellicola che si aggiunge ad altre che hanno trattato la questione del controllo, delle intercettazioni, della sicurezza dei dati e dello spionaggio satellitare: La conversazione di Coppola, Crimini invisibili di Wenders, In ascolto di Giacomo Martelli.
In teatro se ne è occupato recentemente una compagnia statunitense, The Builders Association diretta da Marianne Weems specializzata in allestimenti teatrali riccamente dotati di tecnologia digitale e schermi panoramici e che nel 2003 ha portato a RomaEuropa il pluripremiato Alladeen, storia non così fiabesca di dipendenti di un call center di Bangalore, vincitore anche di un Obie Award.

Supervision è la loro ultima produzione che ha avuto una prima tournée tra l’Inghilterra, l’Australia e gli Stati Uniti. Sono tre storie che parlano della violazione della privacy e del controllo e monitoraggio in tempo reale di liberi cittadini senza la loro autorizzazione: vite che diventano trasparenti a cominciare dalle transazioni economiche e dagli spostamenti da loro effettuati, dallo stipendio che arriva loro in banca, dalla spesa quotidiana, dai loro incontri negli spazi pubblici sorvegliati. Marianne Weems mette in scena storie di ordinario pirataggio dati in epoca post-privata, legate al filo (o file…) comune della propria identità personale diventata informazione ramificata, incontrollabile, separata dal corpo fisico e che viaggia dentro migliaia di processori in uno spazio-dati invisibile.
Persone che vivono nel white noise della costante connessione remota, viaggiatori bloccati alla frontiera a causa di controlli che incrociano informazioni strettamente personali con quelle dell’AIDC (Automatic Identification and Data Capture). Marianne Weems (che ha lavorato come dramaturg e assistente alla regia di Elizabeth LeCompte e Richard Foreman) ha dato visibilità e concretezza palpabile a questi databodies, a questa infosfera immateriale attraverso un’imponente architettura fatta di uno schermo panoramico, proiezioni video multiple real time, animazioni computerizzate e un sistema di motion capture.
E’ ormai prassi ricevere telefonate al nostro cellulare da parte di ditte in possesso del nostro numero che non fanno mistero di sapere a quale gestore telefonico siamo abbonati e quali siano i nostri costi, e che si dimostrano pronti a offrirci un miglior abbonamento.
Le carte di credito, i telepass personali, le tessere magnetiche, le schede SIM dei cellulari, le e-mail, la navigazione su Internet, la frequentazioni di siti web: la prima schedatura personale comincia da qua, attraverso programmi studiati per carpirci password, login, ID, codici di accesso.
Telecamere di sorveglianza, cimici web (sorta di invisibili cookies usati dalle aziende pubblicitarie per tenere traccia degli spostamenti dei visitatori, analizzarne le abitudini, e rivendere le informazioni a società commerciali), tecniche biometriche che consentono il riconoscimento dell’individuo attraverso l’identificazione di particolari caratteristiche del corpo, tecnologia RFID (Identificazione a Radio Frequenza) per il tracciamento di oggetti e persone attraverso un microchip.

Oggi esistono rilevatori delle dimensioni di un chicco di riso, tali da poter essere inseriti sotto pelle e da farci diventare dei localizzatori viventi. Clamorosa fu la campagna negli Stati Uniti di boicottaggio contro la Benetton che aveva annunciato l’introduzione dei TAG RFID nei capi d’abbigliamento per finalità di logistica e per nuove strategie di marketing (la qual cosa avrebbe avuto come conseguenza il tracciamento indesiderato non solo dei golfini United Colors ma anche di chi li indossava…).
Tra gli artisti che lavorano sui sistemi telematici di sorveglianza vanno ricordati i Preemptive Media, gruppo di media artist statunitensi cui si è aggiunta recentemente Beatriz De Costa, fuoriuscita dai Critical Art Ensemble.

In Zapped! promuovono workshop specifici per conoscere la tecnologia RFID e imparare a costruirsi il proprio detector artigianale visivo o sonoro (in forma di portachiave o braccialetto) per individuare la presenza di TAG. Infine i Surveillance Camera Player: sin dal 1996 realizzano un teatro contestativo fatto di performance silenziose con cartelli-slogan e azioni davanti a videocamere di sorveglianza dislocate nelle diverse città, per smascherarne la presenza e denunciare la realtà del controllo sociale.
Il gruppo ha redatto una vera e propria mappa regolarmente aggiornata e pubblicata su Internet e ha creato un applicativo web I-see, che permette a chiunque di calcolare i propri percorsi evitando l’occhio vigile del video. Osserva Marco Deseriis:

Che cosa ci fa un uomo che indossa una maschera della morte davanti a una telecamera di sorveglianza? Recita, ovviamente. Con la differenza che lui sa di essere un attore, mentre i passanti sono solo comparse involontarie. Se è vero che ogni telecamera dà vita a un potenziale set, l’estensione della video-sorveglianza moltiplica anche gli spazi urbani dell’azione… Usando come palcoscenico le stazioni della metropolitana o gli spazi di Manhattan più transitati, le performance dei SCP si rivolgono a due pubblici diversi: da una parte, i passanti, “controllati”, monitorati dall’estesa rete di videosorveglianza; dall’altra i “controllori” i soli beneficiari dello spettacolo su schermo. In alcuni casi i monitor hanno anche output pubblico e quindi gli attivisti dei SCP possono riprenderli a loro volta per poi mettere a confronto la soggettiva del controllore e quella del controllato.

(M. Deseriis e G.Marano, Net art. L’arte della connessione, Milano, Shake, 2003)

Anna_Maria_Monteverdi

2007-01-30T00:00:00




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