La malattia di chi non ha amici poveri

Federica Fracassi protagonista della Febbre di Wallace Shawn con la regia di Veronica Cruciani

Pubblicato il 12/12/2021 / di / ateatro n. 180

Federica Fracassi, La febbre di Wallace Shawn, regia di Veronica Cruciani | Foto di Laila Pozzo

L’imponente scenografia attira subito l’attenzione del pubblico: un grande bagno nero e grigio – quasi il negativo di una toilette -, composto da gradoni in pendenza che vanno a comporre una sagoma piramidale che racchiude, al centro, una vasca. La sensazione alienante è di trovarsi un luogo intimo ma tutt’altro che familiare: il paesaggio è semibuio, insidioso. A coronare la piramide di piastrelle scure vi è un grande schermo. È proprio partendo dalla contemplazione della scenografia disabitata che Federica Fracassi inizia a stabilire la relazione con il pubblico e, dietro una conversazione informale in apparenza innocua, per “rompere il ghiaccio”, si avvia lo spietato monologo, introdotto da una delle prime domande che scatta come una trappola: «Voi avete amici poveri?».
Protagonista della Febbre dell’americano Wallace Shawn, testo del 1990 già portato in scena in una versione al maschile da Giuseppe Cederna, è una borghese innominata, che si trova febbricitante nel lussuoso bagno di hotel in un paese straniero, dove infuria la guerra civile.

Foto di Laila Pozzo

La faticosa, infervorata ricostruzione delle motivazioni che l’hanno portata in questo bagno si srotola in un percorso che la obbliga a guardarsi, a realizzare che il suo benessere di persona privilegiata e istruita poggia sulla miseria di innumerevoli altri, su guerre sanguinose, su pile di cadaveri e crimini atroci. È il delirio del malessere fisico a portare alla luce il malessere morale di chi, alla nascita, ha trovato “impilate” proprietà, ricchezza e potere, accumulate da generazioni di oppressori.Nello spettacolo diretto da Veronica Cruciani (dal 23 al 28 novembre 2021 al Teatro India, traduzione di Monica Capuani),

Foto di Laila Pozzo

Fracassi si trascina, scala la piramide per arrivare a vomitare nella tazza, poi si rannicchia nella vasca, nell’inutile tentativo di mondarsi; e allora l’acqua diviene sangue, rosso intenso, lo stesso rosso della copertina del Capitale di Karl Marx che la perseguita e che ha dato origine al tarlo morale che la consuma. Cosa le ha impedito di dare tutti i suoi soldi alla mendicante che elemosinava sul ciglio della strada? Perché in un’ora è in grado di guardagnare moltissimo mentre altri, nella stessa ora di lavoro, guadagnano pochissimo?
Lo schermo, come un grande specchio, rimanda lente e ipnotiche immagini della protagonista, concentrandosi sul dettaglio o mostrandola in numerose sovrapposizioni. All’interpretazione di Fracassi, concreta e serratissima, si accompagna una partitura musicale densa di bassi che immerge in un’atmosfera cupamente onirica.
In uno spettacolo che ci pone le domande che accuratamente cerchiamo di evitare ogni giorno, riconosciamo la febbre del capitalismo, quella febbre che lascia i poveri a nutrirsi di rabbia. L’opera nega volutamente qualsiasi tipo di redenzione finale, di catarsi, di giustificazione alle contraddizioni che avvelenano il nostro tempo.

Foto di Laila Pozzo

La febbre
di Wallace Shawn
traduzione Monica Capuani
regia Veronica Cruciani
con Federica Fracassi
scene Paola Villani
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
luci Omar Scala
drammaturgia sonora John Cascone
collaborazione luci Gianni Staropoli
assistente alla regia Virginia Landi
management Vittorio Stasi
Produzione Teatro e Società e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
con la collaborazione di Amat e Comune di Pesaro




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