Poetica, competenze, finanziamenti nei progetti del Social Community Theater Center

L'intervento al convegno "Le politiche culturali nei territori. Interventi diretti e indiretti per lo spettacolo dal vivo" (Venezia, 2 maggio 2022)

Qui di seguito, l’intervento di Alberto Pagliarino (Social Community Theater Center) all’incontro “Le politiche culturali nei territori. Interventi diretti e indiretti per lo spettacolo dal vivo” (Università di Venezia Cà Foscari, Venezia, 2 maggio 2022).

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Alberto Pagliarino, Blue Revolution

Questo intervento è nato con naturalezza rispetto al tema della giornata, perché come SCT Centre nel corso dei nostri vent’anni di storia abbiamo realizzato un gran numero di attività artistiche spesso al di fuori dei luoghi del teatro, con interlocutori istituzionali, sia pubblici sia privati, estranei al settore culturale: sanità, servizi sociali, turismo, ambiente, cooperazione e sviluppo e così via.
Il tema che ci siamo posti fin dall’inizio, a partire dal primo grande progetto che abbiamo sviluppato – il Progetto speciale San Giovanni Antica Sede, realizzato con l’ospedale oncologico di Torino – è stato come questo contesto e questa diversa committenza potessero nutrire una nostra via di qualità artistica, su diversi piani.
Il piano della poetica: penso al livello di libertà necessario nello sviluppare i percorsi di creazione artistica, la possibilità di sperimentare e innovare, la possibilità di avere tempi lunghi per “stare ed esplorare il contesto” con uno sguardo poetico.
Il piano delle competenze: affinare strumenti e linguaggi per lavorare con arte in contesti non convenzionali.
Infine il piano dei finanziamenti: l’importanza di far capire il costo di un processo artistico e il costo del lavoro degli artisti su tempi medio-lunghi a un committente che non ha mai avuto a che fare con il mondo del teatro.
Credo che alla fine il grande tema del fare teatro e arte al di fuori dei contesti squisitamente culturali abbia due volti:
# da una parte l’idea che ha del teatro chi non si occupa di teatro e che in questi casi rappresenta la nostra committenza;
# dall’altra gli strumenti e le competenze necessari per fare arte con qualità al di fuori di spazi, di contesti e di obiettivi ai quali noi artisti non siamo abituati.
Se, da una parte, bisogna prendersi lo spazio e il tempo per spiegare e accompagnare l’interlocutore non teatrale nella comprensione del nostro punto di vista, dall’altra – per l’esperienza che ho potuto maturare in questi fortunati vent’anni di lavoro – fare teatro con qualità al di fuori dei contesti teatrali richiede alte competenze e qualità che normalmente però nelle accademie, nei workshop e in genere nei contesti in cui ci siamo formati come registi, attori o drammaturghi, raramente ci vengono insegnate. Credo, in sintesi, che fare l’attore o il regista per una committenza non culturale che mette in campo fini non culturali ci possa rendere artisti migliori e, se riusciamo a essere all’altezza del compito, ci dà la possibilità di realizzare opere di grande qualità artistica e umana.
Il primo ambito che abbiamo esplorato in questa direzione come Social Community Theatre Centre è stato quello sanitario, con il progetto triennale San Giovanni Antica Sede. Nel 2006 Rossana Becarelli – illuminata direttrice sanitaria dell’ospedale Oncologico San Giovanni – chiede ad Alessandra Rossi Ghiglione – regista, dramaturg e fondatrice di SCT – di realizzare un’attività artistica per parlare del tema della morte e della malattia alla cittadinanza: il cancro 20 anni fa – forse ancora oggi –  era un tabù, non si parlava di cancro, ma di “un brutto male”, si faceva fatica persino a nominarlo.

Luca Mazzone condivide la relaziona di Alberto Pagliarino, che non ha potuto partecipare all’incontro

La prima cosa che Alessandra chiede è di avere un po’ di tempo per attraversare l’ospedale. E lo fa indossando un camice, accompagnata dall’assistente sociale sanitario, provando a usare uno sguardo poetico, per capire i temi artistici che emergevano nelle dinamiche tra le persone, nell’attraversamento degli spazi, nell’incontro con i pazienti, i medici, i parenti. Per scoprire quindi che nell’ospedale vivono anche OS, parenti, custodi, cuochi, personale addetto alle pulizie, rappresentanti di diverse confessioni spirituali, addetti alle camere mortuarie. E che dentro all’ospedale c’è una grande vitalità, proprio un senso della vita diverso, intenso, c’è uno sguardo da raccontare sulla vita vista da quel luogo. Per esempio dalla terrazza del terzo piano dove i pazienti ricoverati guardano i bambini della scuola elementare giocare nel giardino di fronte.
Quello che possiamo fare noi artisti è da subito mettere a disposizione il nostro sguardo interpretativo sulle cose. Così, dopo un confronto con Rossana Becarelli, il tema diventa non più “la morte e la malattia”, ma “la vita osservata dal punto di vista di chi vive la malattia”. Chi fa teatro può subito comprendere che questo passaggio non è da poco, è anzi un passaggio determinante e drammaturgicamente molto generativo. Il progetto si chiamerà Sotto il Segno del Cancro. Verrà sostenuto dall’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte e dalla Rete Oncologica del Piemonte e Valle d’Aosta.
Le attività fatte dentro al San Giovanni sono state molte, realizzate da professionisti del teatro: workshop con studenti, formazioni per il personale sanitario, brevi interventi teatrali nelle sale di attesa del day hospital, un documentario video, molte visite teatrali per le scuole dentro l’ospedale, interviste al personale. In particolare ne cito qui due che sono state le attività più “da palco”. Una performance itinerante site specific, Porte Soglie e Passaggi, realizzata da attori professionisti lungo i luoghi dell’ospedale – il cortile delle magnolie, la terrazza del terzo piano, la sala del day hospital, la cappela centrale, la sacrestia – e realizzata nel contesto del Festival Torino Spiritualità. E poi uno spettacolo teatrale, Passioni Cabaret Concerto, nato dalle interviste a pazienti, parenti e operatori e portato in scena dentro l’ospedale e poi al Teatro Gobetti in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino e in tournée in diversi contesti non teatrali e teatrali.

Il progetto è stato un successo artistico e insieme sociale, ha raggiunto migliaia di persone, studenti, scuole, negozianti, cittadini, pubblici di ogni genere, rappresentanti delle istituzioni, associazioni e organizzazioni di diverse provenienze e così via. Soprattutto ci ha permesso di realizzare un percorso artistico di qualità. Ritorno così ai miei due temi di partenza: la fiducia e le competenze. La libertà artistica che ha portato al successo del progetto San Giovanni è nata sicuramente dal rapporto di fiducia reciproca instaurato con Rossana Becarelli, direttrice dell’ospedale, persona già molto attenta, che ha lavorato con Alessandra Rossi Ghiglione fianco a fianco in ogni passaggio, ognuna secondo le rispettive competenze, con frequenti scambi di idee, prospettive, confronti e verifiche. Ci si è dato tempo e spazio. La seconda invece è forse una delle difficoltà principali e cioè trovare (o diventare) professionisti/artisti che abbiano le competenze necessarie a lavorare in questi contesti. Non mi riferisco solamente a una componente di umanità e solidità personale che sono doti sicuramente necessarie, ma insieme a una qualità di presenza artistica e di sguardo. Molto concretamente intendo: dramaturg che sappiano condurre un’intervista a un paziente, a un medico, a un infermiere, eccetera. in modo che produca materiale teatralizzabile, che parli del tema scelto e insieme che per quella persona intervistata sia un’occasione per dire qualcosa che sente come importante, che la porti dentro un processo artistico, a comprenderlo e a giovarsene. Drammaturghi che sappiano costruire una scrittura a partire dal “materiale” vivo e umano che abita i luoghi della cura, sappiano leggerne i temi, facendo diventare il particolare universale. Registe e registi che sappiano leggere gli spazi non convenzionali e non deputati per la loro possibilità di diventare parola essi stessi e parte della drammaturgia, che sappiano condurre gli attori e attrici nell’interpretazione di testi non semplici. Attori e attrici capaci di interpretare quei testi modulando la propria energia e qualità di presenza a seconda che lo spazio della rappresentazione sia una sala teatrale o un corridoio dell’Ospedale o un cortile, saper dire quelle parole con verità davanti alle persone da cui quelle parole sono nate, comprendendone il peso e la portata.

Il tavolo “Casi ed esperienze di politiche culturali indirette”

Come attore ho trovato queste esperienze estremamente arricchenti per la mia professionalità tout court. Una delle sfide più importanti che ho dovuto affrontare, al di là di tutti i dati tecnici che ho appena elencato, è stata quella della “misura”. Trovare ogni volta una giusta misura per dire ciò che avevo da recitare nel contesto in cui mi trovavo, di fronte alle persone che avevo davanti. Una esperienza che trovo particolarmente rappresentativa  è stata qualche anno fa, in Svizzera, quando ho interpretato il padre di due ragazzi disabili, padre che stava di fronte a me tra il pubblico. Nello spettacolo, in un monologo, a un certo punto lui dice:

Essere genitori di un figlio disabile è come se ti strappassero il cuore ogni giorno, tu vedi tuo figlio ed è come se ti strappassero il cuore. Io almeno il dolore ritengo che sia così. Però ecco che il fatto di avere un figlio disabile…si può dar di testa. Perché cosa ti hanno detto gli altri genitori? Che è arricchente…? Certo è molto arricchente, sì. Sotto il profilo personale, accademicamente parlando, è una grande lezione di umanità, te l’ho detto… Però ti assicuro che sarei stato volentieri più povero sotto questo aspetto.

Tutto il monologo, basato sulla sua intervista, è molto bello, pieno di contraddizioni, amore, speranza e sofferenza: per un attore è una grande prova. Ma con che misura lo porti di fronte a lui? E di fronte a un pubblico che è lì con lui e non lo ha mai conosciuto? Oppure che lo conosce. Il volume, le pause, l’energia che ci metti, ogni intonazione e sguardo in quel contesto fanno la differenza. Questo ti insegna molto. Da giovane ti insegna a dimenticarti il narcisismo e crescendo ti insegna uno stile che non è mai uguale a se stesso e che ti rende capace di connetterti con maggiore confidenza anche ai testi più canonici della letteratura teatrale.
Da un punto di vista registico e drammaturgico, intervenire in questi contesti ti fa lavorare sulla parola teatrale, perché qui trovi la parola “incarnata” e non “letteraria”. Usi in scena le parole che si usano per vivere, traendole dalle parole che nell’intervista usiamo per raccontare le nostre vite. Questo linguaggio verbale è appunto un linguaggio fortemente incarnato e ti obbliga a fare  un esercizio di scrittura teatrale molto interessante in termini di ricerca sul linguaggio.
Spesso il mondo che troviamo ha dell’indicibile e per poterlo dire e rappresentare esplori anche possibilità di linguaggi altri e lavori con professionalità artistiche diverse: musicisti, fotografi, artisti visivi. I linguaggi si concretizzano in generi diversi, a seconda del contesto negli anni abbiamo attraversato il cabaret espressionista, la più classica narrazione, le performance site specific, concerti-teatro, solo per citarne alcuni.
Dopo l’esperienza del San Giovanni, abbiamo continuato a fare teatro e spettacoli in contesti non deputati in ambito sanitario (e non solo) sostenuti da istituzioni pubbliche e private con finanziamenti provenienti da Enti regionali in ambito sanitario, bandi europei o regionali con finalità sociali, la Fondazione Otaf per l’assistenza ai bambini con disabilità di Lugano; l’Atelier Culture Project di Malta e il Mater Dei Hospital – Malta Arts Council; La Fondazione Molo di sostegno a persone con afasia, numerose asl del Piemonte, DoRS – Centro di documentazione per la promozione della salute, il ministero degli affari Esteri. Abbiamo realizzato produzioni in collaborazione con partner artistici internazionali come il Teatro Nazionale di Nizza e l’Odin Teatret.
Abbiamo infine aperto una scuola Nazionale di Drammaturgia e Regia finalizzata a formare a questi contesti di azione anche professionisti dello spettacolo insieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore – Centro Studi Mario Apollonio, in collaborazione con l’Università di Torino e ATeatro.
Una delle ultime esperienze in ordine cronologico è stata nel 2021 in collaborazione con i corsi di laurea di Infermieristica di Torino, Asti, Cuneo, Ivrea, Orbassano, che ci ha chiesto di produrre uno spettacolo per la formazione dei futuri infermieri e infermiere in occasione del centenario della morte di Florence Nightingale, donna straordinaria e fondatrice della professione. Come per l’esperienza del San Giovanni, si è instaurato un fitto dialogo con la committenza, in particolare il Professor Valerio Dimonte, presidente del Corso di Laurea e ideatore insieme ad Alessandra Rossi Ghiglione del progetto. Si è capito, insieme, che l’occasione di ricordare una figura storica e contro corrente come Florence Nightigale era anche l’occasione di parlare ed elaborare gli ultimi due anni di intensa battaglia contro il Covid 2019.
Ne è nato un percorso lungo un anno di ricerca storica e insieme un percorso di raccolta di testimonianze in collaborazione con la Facoltà di Infermieristica stessa e l’Ospedale Mauriziano di Torino a operatori sanitari che avevano vissuto il Covid in prima linea, nei reparti specializzati. Da qui è nata la produzione L’Arte Bella e la scelta di andare in scena con un’attrice professionista di grande esperienza e sensibilità – Antonella Enrietto, che interpreta Florence Nightingale – e una professionista della sanità – Teresa Siena nei panni di sé stessa e dei tanti testimoni incontrati. La scelta di portare in scena una non professionista, che comunque aveva una certa dimestichezza col teatro per sue proprie esperienze passate, è stata presa dalla regista Alessandra Rossi Ghiglione per la qualità unica che Teresa ha saputo portare in scena anche grazie all’esperienza diretta di mesi di servizio in un reparto Covid durante una delle ondate più severe della pandemia, un’esperienza così unica e certamente traumatica, ma insieme intensamente a contatto con la vita.
Lo spettacolo è stata un’occasione di formazione per centinaia di futuri infermieri e infermiere e ha realizzato un primo debutto di 10 repliche a Torino nel 2021 e tra maggio e dicembre di quest’anno si sta preparando a una tourneé, sia nei contesti sanitari sia in contesti diffusi, civili.
La realizzazione di un percorso che metta insieme la responsabilità umana, sociale e relazionale con la qualità artistica è una sfida alta e difficile. Credo che la ragione per cui noi artisti tendiamo a sottovalutare questo tipo di ingaggi sia perché le performance che ne nascono spesso rimangono al di fuori dei circuiti teatrali (come è naturale che sia) e quindi colleghi e critici normalmente non vengono a vederli (a parte alcuni), e non si crea la possibilità di discutere e di confrontarsi rispetto alla possibilità che queste esperienze danno a noi artisti di incarnare una prospettiva sul mondo, esplorare e far esplorare a chi ci accompagna territori mai incontrati prima.
Credo che questa peculiarità che è nostra, di chi fa teatro, dobbiamo portarla oggi al di fuori dei nostri spazi consuetudinari e delle nostre zone di comfort. Ci sono ambienti che ci stanno lanciando una sfida e insieme ci stanno dando la possibilità di mostrare come il teatro sia cosa viva e contemporanea e necessaria al vivere di ciascuno.

Il video della giornata del 2 maggio 2022




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