La festa e l’utopia

Diario dal Festival d'Avignon (parte prima)

Pubblicato il 23/09/2004 / di / ateatro n. 073 / 0 commenti /
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Il mio soggiorno al Festival di Avignone 2004 è purtroppo stato breve (dal 16 al 19 luglio), ma molto frenetico e intenso. Di quelle giornate ho il piacere di raccontarvi ciò che di più significativo sono riuscita a vedere, ma anche le delusioni e défaillances organizzative, con l’intenzione più di trasmettervi l’’atmosfera eccezionale respirata nella cittadina francese che di offrirvi una cronaca “professionale”.

Venerdì 16 luglio:
Primo impatto con una città in festa

Vent’’anni fa un critico affermò che ad Avignone “non è più una città che ha un festival, ma un festival che ha una città”: oggi è questa l’’impressione che si avverte avvicinandosi alle mura medievali che raccolgono il centro storico. Su qualsiasi supporto possibile, su lampioni, ringhiere, semafori, sono appese le locandine degli spettacoli che non fanno parte della manifestazione fondata da Jean Vilar nel 1947, ma del Festival Avignon Public-Off, istituito nel 1982, per consacrare ufficialmente la proliferazione di rappresentazioni ai margini del Festival iniziata alla fine degli anni ’60. Nei numerosissimi luoghi teatrali della città si assiepano compagnie di prosa, danza, circo, che, stipulando convenzioni di produzione con i teatri locali, o semplicemente affittando una sala, si presentano al pubblico con la speranza di raggiungere un grande numero di spettatori e di essere notati dalla critica.
Quest’anno, nonostante le disastrose conseguenze dello sciopero degli intermittenti, che portò all’annullamento di entrambi i festival della scorsa edizione, i gruppi presenti sono 539, per un totale di 667 spettacoli accolti in 114 luoghi distribuiti nel territorio urbano ed in alcuni paesi dei dintorni. Entrando in città le locandine si moltiplicano e mescolano i loro colori variopinti a quelli dei tanti passanti che affollano le strade, delle compagnie in parata, degli imbonitori in costume impegnati a distribuire volantini e a procacciarsi spettatori, degli artisti da strada con i loro numeri, nella confusione festiva di una situazione completamente al di fuori della normalità quotidiana. Colpisce immediatamente l’estrema varietà di estetiche e generi teatrali che sono proposti: sembra ci sia spazio per tutti, dal teatro comico da boulevard ai grandi classici, dalla sperimentazione del teatro-danza e del nouveau cirque al teatro di poesia. Una delle mie compagne di viaggio, spettatrice avveduta delle scene parigine, storce il naso di fronte a questa accozzaglia…e in effetti alcuni titoli e alcune scelte grafiche suscitano una certa perplessità (ad esempio: Les 4 Deneuve nell’ambito del The moeufs show…dove “moeufs” indica in un argot non molto delicato le donne, o Pendaison ou cremaillère gioco di parole fra impiccagione ed inaugurazione della casa…). Dopo un momento di riflessione, però, il fenomeno rivela anche un volto positivo: eterogeneità dei “teatri” significa anche eterogeneità e molteplicità dei “pubblici”, che, in questo particolare contesto, hanno l’opportunità di incrociare i loro passi, di incontrarsi e di condividere un evento di portata collettiva in cui il passaparola e lo scambio di opinione costituiscono una componente fondamentale.
Attraverso le vie affollate raggiungiamo il Cloître Saint-Louis, il quartier generale del Festival In, dove si trovano l’ufficio informazioni, la biglietteria e un gradevole spazio all’aperto all’ombra dei platani, adibito ad ospitare incontri e conferenze stampa. Recuperiamo la consistente brochure del programma e l’indispensabile “Guide du Spectateur”, dove sono indicati giorno per giorno i luoghi e gli orari delle diverse manifestazioni.
Il programma dell’In è ampio e vario, e offre una panoramica privilegiata sulle tendenze contemporanee del teatro europeo nelle sue diverse forme: i nuovi e giovani direttori – Vincent Baudriller e Hortense Archambault, cresciuti sotto l’ala di Bernard Faivre d’Arcier – hanno puntato, dopo l’interruzione dell’anno passato, ad una rifondazione del Festival. Hanno voluto che si trasformasse in un’occasione di scambio e di confronto fra gli artisti, e hanno scelto di raccogliere “degli universi artistici forti e ben individualizzati, fra i quali ciascuno è libero tracciarsi il proprio percorso di spettatore” (Stralci delle dichiarazioni di Vincent Baudriller e Hortense Archambault in SALINO B., Nouveaux passeurs, numero speciale di “Le Monde” distribuito al Festival.). Istituita per ripensare il ruolo dell’artista “non limitandosi a mostrarne degli spettacoli, ma declinandone il lavoro e l’intera opera, dandogli un maggiore spazio di respirazione e di desiderio” è l’altra importante novità che si inaugura con l’edizione 2004: ogni anno la direzione è affiancata da un regista o coreografo, che oltre a presentare un numero consistente dei propri spettacoli, indirizza le scelte della programmazione (Gli artisti associati delle prossime edizioni saranno Jan Fabre per il 2005, Josef Nadj per il 2006 e Frédéric Fisbach per il 2007).
Thomas Ostermeier, è stato l’ “associato” di questa edizione: il trentacinquenne direttore della Schaubühne a Berlino dal 1999 è una delle punte della ricerca teatrale della Germania riunificata. Dall’inizio della sua attività nel 1996 in un insieme di edifici prefabbricati recuperati dal Deutsches Theater, la cosiddetta “Baracke”, Ostermeier si è distinto per un atteggiamento nello stesso tempo attento al passato e radicato nel presente. Ostermeier è infatti da un lato un regista colto che riconosce l’importanza della tradizione europea novecentesca, ispirandosi all’insegnamento di Brecht e soprattutto di Mejerchol’d, e non disdegna la messa in scena dei classici; dall’altro si dedica alla realizzazione scenica di opere forti e provocatorie di alcuni autori viventi e alla sperimentazione di nuove forme teatrali che sappiano coinvolgere anche un pubblico giovane. Per Ostermeier il teatro è un’arte dell’impegno, capace di giocare un ruolo importante nella società agendo sulle corde intime dei singoli: “Bisogna svegliare il corpo dell’animale fantastico che è il teatro con delle messe in scena stupefacenti, capaci di entrare nell’intimità sociale di ogni individuo. Perché il teatro che noi amiamo consiste nel riunire, proprio mentre il mondo di oggi – in cui si oppongono ricchi e poveri, est e ovest, nord e sud, ecc. – porta a separare”, questa la dichiarazione che sigilla la sua collaborazione al Festival.
La programmazione è caratterizzata da un interesse privilegiato alla scena contemporanea di area tedesca: oltre ad Ostermeier, che ha presentato Woyzeck di Büchner (nella Cour d’Honneur del Palazzo dei Papi), Nora (Maison de poupée) di Ibsen, Concert à la carte di Franz Xaver Kroetz e Disco Pigs di Enda Walsh, calcano le scene avignonesi Frank Castorf, René Pollesch, Christoph Marthaler. Ma sono presenti anche personalità francesi con regie più o meno “classiche” (Frédéric Fisbach con L’illusion comique di Corneille, Bernard Sobel con Un homme est un homme, Patrick Pineau con Peer Gynt), sodalizi autore-regista (Olivier Cadiot – Ludovic Lagarde e François Bon-Charles Tordjman), i tendoni da circo di Claire Lasne e Johann Le Guillerm, Rodrigo Garcia, Pippo Delbono, l’olandese Johan Simons e il belga Luk Perceval, una vasta gamma di coreografi come Sidi Larbi Cherkaoui, Costanza Macras, Sasha Waltz, Meg Stuart solo per citarne alcuni. Iniziamo a studiare la brochure, cercando di stabilire un programma di massima e sospirando al pensiero degli spettacoli che non riusciremo a vedere per incompatibilità cronologiche. Ci dirigiamo fiduciose alla biglietteria, dove, dopo una lunga coda, scopriamo che quasi tutti gli spettacoli dell’In sono al completo. Il teatro è dunque ancora capace di coinvolgere una grande quantità di persone, di essere un evento, un richiamo… viene da chiedermi se, oltre a decenni di politica culturale che sicuramente fanno la differenza, la forza del sistema teatrale francese non consista anche nella capacità di rispettare e potenziare il carattere composito ed eterogeneo del panorama teatrale contemporaneo, senza apporre etichette, senza erigere le barriere linguistiche e metodologiche che mi sembra imperino al contrario in Italia. Mi pare che l’assenza di definizioni perentorie come “teatro di regia”, “teatro di ricerca”, “teatro di prosa” nelle espressioni francesi correnti del pubblico e degli addetti ai lavori, sia un ulteriore sintomo di un atteggiamento di grande apertura verso il nuovo e di valorizzazione della tradizione.

Tornando al nostro trauma in biglietteria, usciamo maledicendoci per non esserci meglio organizzate e per non avere prenotato prima. Ma non ci lasciamo scoraggiare e appendiamo un annuncio con una richiesta di posti su un grande pannello a cui molti spettatori si sono rivolti per acquistare e vendere i biglietti. Intanto, dopo un attento esame delle manifestazioni parallele, decidiamo di aprire la giornata con la visione del film di Pippo Delbono Guerra… ma quando con quello che per noi sarebbe un largo anticipo arriviamo al cinema la sala è già piena… Ci premuriamo allora di prenotare i biglietti per scoprire un promettente e giovanissimo (classe 1979) artista, Jean-Baptiste André, che presenta la sua creazione nel circuito dell’Off alla Caserne des Pompiers (per la cronaca, era passato poco prima dal Festival Internazionale del circo di Brescia).

Intérieur nuit_ Ideazione, regia e interpretazione di Jean-Baptiste André: il circo e le nuove tecnologie nell’esplorazione dello spazio.

André, diplomato al Centro Nazionale di Arti del Circo, dove si specializza in equilibrismo sulle mani e in tecniche clown, fonda nel 2002 l’associazione [W], con lo scopo di produrre creazioni che contaminino il circo, il teatro e le nuove tecnologie. Intérieur nuit_ è il suo primo spettacolo, e, sebbene alcuni aspetti risultino ancora acerbi, soprattutto per quanto riguarda la struttura dell’azione, è piuttosto riuscito ed interessante per la declinazione delle relazione fra corpo, spazio reale e spazio virtuale.

Il piccolo palcoscenico è chiuso da tre alte pareti di legno: questo è l’interno notturno in cui penetriamo, dove il performer agisce la sua solitudine da insonne in una serie di sequenze frammentarie e incatenate fra loro da elementi sonori, visivi.

Sulla scena ci sono solo degli abiti, prima riposti ordinatamente sul proscenio, poi indossati l’uno sopra l’altro, infine sparpagliati un po’ ovunque, ed una piccola camera digitale posta su un cavalletto. André esplora lo spazio, misura con il corpo le pareti, con grande virtuosismo fisico vi si appende e vi compie acrobazie.

Per alcune azioni la videocamera viene accesa ed utilizzata invertendo l’orizzontalità e la verticalità. Le immagini sono proiettate in diretta sulla parete di fondo, e gli spettatori di fronte il performer reale disteso per terra ed il performer elettronico in piedi di fronte al muro, in uno sbandamento della visione gestito da André con leggerezza ed ironia. In altri momenti il video serve ad isolare dei dettagli del corpo, che ingranditi nella proiezione, diventano attori di divertenti coreografie.

Lo sguardo di André si divide fra l’osservazione stupita del proprio corpo, del suo doppio e del pubblico, di cui cerca la complicità nel gioco percettivo e nel continuo straniamento provocato dalla sua abilità di circense e dalla tecnologia.

Usciamo di fretta dalla performance di André, perché dobbiamo ci aspetta Joyeux anniversaire di Claire Lasne, l’unico spettacolo dell’In di cui rimanesse qualche biglietto, probabilmente a causa della scoraggiante collocazione: 40 chilometri da Avignone, a Rasteau, un villaggio sperduto nella campagna della Vaucluse.
L’impeccabile organizzazione del Festival offre però agli spettatori una navetta gratuita, che in un’ora ci porta in un luogo delizioso: un tendone da circo posto in mezzo ad ondulate distese di vigne. Ci godiamo i colori del tramonto mangiando ai tavoli all’aperto decorati da ghirlande di lampadine colorate, e, dopo esserci rifocillate ci incamminiamo verso il tendone.

Joyeux Anniversaire, concezione e regia di Claire Lasne: l’utopia di un teatro popolare

Da diversi anni, come direttore del Centro Drammatico di Poitou-Charentes, Claire Lasne conduce un progetto vicino al tentativo di teatro nazionale ambulante sperimentato da Firmin Gemier a inizio novecento: invece di presentare i suoi spettacoli nello spazio del Centro, ha scelto un tendone itinerante per raggiungere il luoghi delle campagne da cui il teatro sembra essersi ormai ritirato. Unendo la tradizione delle compagnie di giro alle abitudini e agli spazi dei circensi, Claire Lasne, cerca di reinventare un teatro popolare, semplice, divertente, ma intelligente ed esigente dal punto di vista estetico e artistico.

Joyeux Anniversaire racconta la storia di una famiglia strampalata alla Pennac, immersa in un universo surreale ispirato ai disegni di Sempé: gli amori, le amicizie, i lutti e le alterne vicissitudini del vivere famigliare di Paul e dei suoi fratelli si intrecciano alla storia degli ultimi trent’anni. Nella pista sono collocati un ampio tavolo rotondo, con tanti sgabelli colorati, una cucina, con tutti i suoi utensili, delle valigie, un albero di Natale ed una radio: attraverso questo apparecchio il mondo esterno entra nell’intimità della casa e lega la dimensione domestica a quella pubblica: l’azione scenica è infatti intercalata dall’irrompere di brandelli sonori documentari, che sollecitano la memoria personale e collettiva degli spettatori, e collocano la vicenda dei personaggi nel fluire della storia.

L’inizio dello spettacolo è sorprendente: si accendono delle lampadine e dalla radio arriva il ritmico slogan di protesta del maggio ’68 “poursuivons le combat“, da un trampolino a terra salta in pista un giovane con una buffa maglietta a righe, Paul, che corre intorno per salutare il pubblico; le grida si sono impercettibilmente trasformate nella voce del Generale De Gaulle, quando lo strano personaggio ci presenta suo padre: dal trampolino entra un attore travestito da orso, che subito si dirige in cucina ed indossa un grembiulino.

Poi, intercalati dal altri suoni dell’epoca, come la cronaca dello sbarco sulla luna, entrano anche i fratelli, anch’essi travestiti da orsi. Riunita la famiglia, tutti si siedono al tavolo ed avviano una ritmica catena di montaggio per spellare con le grosse zampe le patate, in un’immagine teatrale comica e perturbante allo stesso tempo. A poco a poco la situazione surreale ci viene spiegata dal narratore Paul: è Natale, il giorno del suo compleanno, che per il capriccio infantile di uno dei fratelli è ormai tradizione festeggiare travestendosi da orsi come se fosse carnevale. La storia comincia in un continuo décalage fra il presente scenico e il passato del racconto. Altri personaggi, disegnati con tratti netti e con tinte forti, ma mai caricaturali, entrano da un telo bianco posto su una porzione del tendone, dove, ad ogni entrata sono accompagnate da proiezioni video che completano con delle suggestioni visive le parole di presentazione di Paul. Canti, coreografie, gesti sostituiscono quasi completamente il dialogo, in una sarabanda di situazioni comiche e di immagini poetiche che con delicatezza toccano alcuni problemi della società contemporanea.

“Le persone cenano, non fanno che cenare, e durante questo tempo si costruisce il loro destino”: come sottolinea il programma di sala, lo spettacolo ruota intorno a questa frase di Čechov. Compleanno dopo compleanno arriviamo alla fine, quando i personaggi abbandonano la casa della famiglia originaria per seguire ognuno il filo dello propria vita: il grande tavolo viene diviso in tante tavole più piccole, sulle quali gli attori issano delle vele e, a piccoli gruppi iniziano a navigare in una proiezione di onde marine che invade l’intero spazio del tendone. Le luci si abbassano e gli spettatori accolgono con lunghi ed entusiasti applausi gli artisti che per un’ora e mezza li hanno trasportati in un universo di sogno e di ricordo.

Riprendiamo la navetta, che ci porta proprio davanti al nostro ostello. Dormire, dormire… per affrontare un’altra intensissima giornata teatrale!

Sabato 17 luglio:
Non solo teatro!

In mattinata torniamo al Cloître Saint-Louis, per la conferenza stampa di Sidi Larbi Cherkaoui, Luk Perceval, Johan Simons e Meg Stuart. Purtroppo bisogna ammettere che il giornalista cui è affidata l’animazione dell’incontro non dà l’impressione di essere molto preparato e d’altra parte gli artisti anticipano lavori che non sono ancora stati presentati al festival, quindi anche il pubblico è poco reattivo e non pone domande. La situazione è un po’ sonnolenta e ci pentiamo di non avere scelto la contemporanea mise en espace di Oskaras Koršunovas de La Réserve dello scrittore lituano Gintaras Grajauskas.

Abbandoniamo quindi il Cloître Saint-Louis, e ci spostiamo alla palestra del Lycée Saint-Joseph. Collocato in una zona animatissima della città, gremita di locali con tavolini all’aperto disposti lungo un canale, l’edificio scolastico si affaccia su un ampio cortile chiuso da mura: qui, per particolare desiderio di Ostermeier e Pollesch è stato predisposto luogo d’incontro con bar, in un ambiente tendenza di canne di bambù, bidoni di latta colorati, poltroncine di plastica e illuminazione ai neon colorati, dove la sera si ritrovano gli artisti. Nella palestra si svolgono letture, alcuni spettacoli e soprattutto delle conferenze e dei dibattiti, cui sono chiamati a prendere parte scrittori, filosofi, sociologi: è “Le Théatre des idées”, concepito per affiancare ai progetti artistici una riflessione sul mondo contemporaneo.

Fra gli invitati, Jacques Derrida, Gianni Vattimo, Christian Salmon e tanti altri, per pensare insieme a temi scottanti come il ruolo dell’Europa nell’attuale situazione internazionale, le implicazione dell’evoluzione capitalista, il rapporto tra Oriente e Occidente. In questa giornata è presente Svetlana Aleksievič, scrittrice e giornalista bielorussa, che qualche settimana prima avevo avuto modo di conoscere in occasione dello spettacolo Reportage Chernobyl di Simona Gonella, tratto da un suo libro. Con grande curiosità entro nella palestra, dove sono pronti a iniziare l’incontro la scrittrice, Nicolas Truong, coordinatore dell’iniziativa, Victor Loupan, direttore letterario delle edizioni Presses de la Renaissance.

La parole des sans-voix: incontro con Svetlana Aleksievič

L’aspirazione di Svetlana Aleksievič è dare con i suoi libri la parola a coloro che non ce l’hanno e trasformarla in un testo che possa esprimere l’umano tanto quanto un grande testo letterario. In un russo pacato e melodico la scrittrice descrive l’origine della sua vocazione, che risale al rapporto con la nonna, una contadina ucraina. Dopo aver ascoltato la nonna raccontare di quella volta, durante una delle tante guerre passate per l’Est dell’Europa, che dopo la battaglia, lei e le altre donne del villaggio avevano trascorso una settimana a seppellire i cadaveri, la Aleksievič avvertì che il sapere libresco non è sufficiente a capire gli uomini e scelse di rivolgere il suo mestiere di giornalista a scoprire i sentimenti delle persone travolte dalla grande storia, ed in particolare nella guerra. La guerra, come afferma la scrittrice, è, come la morte, un fatto permanente in Russia, trattato con il linguaggio metallico ed eroico del regime comunista (con residui nell’attuale presente “democratico”…): nasce così il suo primo libro, La guerra non ha un volto di donna (non ancora tradotto in italiano) che esplora il vissuto delle donne che si trovarono costrette a prendere parte al conflitto mondiale e che in seguito furono spossessate delle loro vicende, non conformi alla retorica della vittoria. E sempre incentrati sul valore dell’esperienza del singolo nella storia come percorso di conoscenza sono anche i successivi I ragazzi di zinco (edizioni c/o, Roma, 2003) e Preghiera per Chernobyl (edizioni c/o, Roma, 2002) che raccolgono testimonianze della guerra sovietica in Afghanistan e del disastro nucleare della cittadina ucraina. La forza di questi mosaici di storie individuali sono tristemente confermati dall’esilio della Aleksievič, invisa all’attuale regime bielorusso di Aleksander Lukaschenko e rifugiata a Parigi, dove sta attualmente lavorando ad un libro sull’amore in Russia. La vividezza e la verità umana delle testimonianze ascoltate e rielaborate dalla scrittrice traboccano dalle pagine del libro per tornare spesso alla vita sul palcoscenico: molti infatti sono gli adattamenti teatrali delle sue opere realizzati in diversi paesi europei (Italia, Francia, Svezia, Svizzera, Russia), che rientrano certamente in quel territorio di teatro impegnato che quest’edizione del Festival di Avignone intende promuovere.

Purtroppo dobbiamo lasciare la voce calma e melanconica della Aleksievič all’inizio del dibattito, per raggiungere il Jardin de la Vierge, dove assisteremo a due performance promosse dall’iniziativa “Sujet à vif”. Si tratta di una coproduzione del Festival di Avignone e della SADC (Société des auteurs et compositeurs dramatiques), finalizzata a incentivare gli incontri fra coreografi, danzatori e artisti appartenenti agli ambiti più differenti, all’insegna dell’ibridazione e dell’impurità della danza contemporanea. Mentre corriamo per arrivare puntuali, riceviamo una telefonata in cui non speravamo quasi più: un tale Serge ha un biglietto per Nora la sera stessa! Prendiamo accordi per lo scambio, e, sempre più persuase che la fortuna aiuta gli audaci, decidiamo che per recuperare quello che ci manca (siamo in 2), ci presenteremo con larghissimo anticipo al teatro per metterci in lista d’attesa per i posti dell’ultimo minuto. Intanto arriviamo giusto in tempo al Jardin de la Vierge, un po’ affannate prendiamo posto su una gradinata posta in un piccolo cortile interno chiuso dalle belle facciate di un palazzo settecentesco (credo!).

Tourlourou, testo e coreografia di Carlotta Sagna, interpretati da Jone San Martin

Erase – E(X), creazione della compagnia Joij Inc., coreografia del Wooster Group, interpretata da Johanne Saunier

Al ritmo di una marcia militare, entra la danzatrice, con il tutù e le scarpette a punta classiche, ma in fantasia mimetica militare. Si posiziona al centro di un bersaglio tracciato su una piattaforma, e nel silenzio, si rivolge al pubblico: “sai che devi morire il giorno dopo, cosa fai?”. Inizia così il gioco scenico: l’interprete si presta a diventare una ballerina-kamikaze, prigioniera del bersaglio. Il movimento è netto, preciso, sincopato, ed evidenziato dall’amplificazione sonora del rumore del corpo sulla pedana. Le posture classiche sono straniate e interrotte da gesti naturali e dal dialogo ironico con il pubblico. Resto affascinata dal rumore dell’attrito del corpo sul legno, dalla luce solare che disegna ogni singolo muscolo della danzatrice, dalla brezza che muove il tulle del tutù e le scompiglia i capelli.
Il lavoro successivo mi si rivela più ostico: ispirato al quadro erased De Kooning drawing, in cui Robert Rauschenberg si appropria, cancellandola, di un’opera di Willem De Kooning. Si tratta nella performance di cancellare un brano coreografico di Anne Teresa De Keermaeker, sovrapponendole il sonoro de Il disprezzo e trasformando progressivamente la danzatrice nella donna moderna che Godard tratteggia nel film. Nella prima parte la frase viene eseguita in silenzio, poi la danzatrice indossa un abito rosa e, reagendo ai segnali luminosi di tre lampadine colorate sincronizzate con brandelli di musica e di dialoghi del film, ripete, decostruisce e modifica la partitura originaria fino a consumarla integralmente.

Dal Jardin de la Vierge ci portiamo sulla scalinata del Théâtre Municipal, dove viene rappresentato Nora di Ostermeier. Sono le 19:00, lo spettacolo comincia alle 21:00 è già c’è qualcuno in fila. Siamo al sesto posto nella lista. Iniziamo a chiacchierare con i compagni di attesa, gente sulla cinquantina, veterani del festival che si divertono a raccontare le loro precedenti esperienze e a scambiarsi pareri sugli spettacoli in corso. Il chiacchiericcio è interrotto da alcuni strilloni con il nuovo numero di “Le Monde”, in cui c’è la critica di Brigitte Salino al Peer Gynt di Patrick Pineau, l’altro spettacolo in programma alla Cour d’Honneur. Tutti si affrettano a comprarlo, mi unisco anch’io: Pineau era il protagonista de La mort de Danton realizzata da Georges Lavaudant nel 2002, di cui avevo seguito le prove, e sono molto curiosa di conoscere i risultati della sua attività registica… Il tempo passa lentamente, cominciamo ad entrare in ansia: ce la faremo a vedere lo spettacolo di Ostermeier?

La risposta nel prossimo numero!

Erica_Magris

2004-09-23T00:00:00

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