I tagli al FUS e la capacità gestionale dei teatranti italiani

A proposito di un intervento di Salvatore Carrubba su“Il Sole-24 Ore”

Pubblicato il 04/02/2009 / di / ateatro n. 120 / 0 commenti /
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Sul maggior quotidiano economico, “Il Sole-24 Ore”, Salvatore Carrubba interviene con un fondo in prima pagina di straordinaria chiarezza sui tagli del FUS. A sentire “radio cantinella” (i commenti non ufficiali dei teatranti) sembra che lo scritto di Carrubba rischi di destabilizzare il teatro italiano, di attentare alla libertà, di essere foriero di ingiustizie e discriminazioni di tipo aziendalistico. Ma cosa ha scritto di così stravolgente Carrubba? Che l’’emergenza finanziaria e i tagli al FUS nella finanziaria 2009 dovrebbero indurre legislatori, responsabili ministeriali e operatori a

“favorire un’’iniezione di maggiori competenze gestionali in un mondo che è opinione diffusa resti ancora estraneo a quella cultura”.

E allora? Dov’’è l’’attentato alla libertà? Nel chiedere un utilizzo trasparente ed efficace dei finanziamenti pubblici allo spettacolo? Nel pretendere che sovvenzioni e contributi pubblici siano utilizzati interamente per la creazione artistica e per offrire occasioni culturali ai cittadini-contribuenti-spettatori?
L’’articolo continua sottolineando che

“c’’è modo e modo di utilizzare le risorse statali. Un primo errore che si potrebbe fare è quello di adagiarsi nella contemplazione del passato, e dunque limitarsi ad adottare la livella per ridurre il finanziamento a ogni singola realtà della stessa quota (circa il 17%) di cui si è ridotto il FUS rispetto al 2008”.

Attentato alla storicità!, si grida da diverse parti. Ma è allora più giusto arroccarsi su vecchie e a volte ingiustificate rendite di posizione (guadagnate negli anni delle “vacche grasse” del bilancio statale) o pretendere tutti insieme verifiche sulle funzioni svolte, che aprano, in entrata ed in uscita, il sistema dei finanziamenti, affinché sia più rispondente alla realtà dei teatri e dei pubblici di oggi? A volte ho la sensazione che i tanti virtuosi fra noi teatranti ricevano sovvenzioni sulla base di quanto hanno fatto dieci anni fa e li utilizzino per innovare i modelli produttivi ed il rapporto con il pubblico, con il territorio, con le nuove generazioni teatrali. Tutte attività ignorate o umiliate dalle normative vigenti. I tanti virtuosi, insomma, stanno da anni ridisegnando la mappa delle pratiche teatrali, senza riuscire a ridefinire la mappa dei finanziamenti statali.
Non si vuole mettere in alcun modo in discussione il valore della storicità dei finanziamenti alle stabilità, alle compagnie, ai circuiti, solo chiedere che, dopo oltre un decennio, si proceda a verificare le funzioni svolte da ciascun soggetto e a valutare ciò che oggi fanno sulla base di criteri trasparenti: hai ricevuto un finanziamento per svolgere questo tipo di servizio artistico-culturale verso i tuoi cittadini-spettatori, come lo hai svolto? Come rimarca Carrubba, è tempo di

“fare scelte… non trattare tutti allo stesso modo… [poiché] il risultato fatalmente conseguente sarebbe quello di costringere a una vita asfittica tutti, anche quei soggetti che meriterebbero di più”.

Cosa che peraltro sta accadendo da tempo…
Questo ragionamento lo stiamo facendo da anni, su www.ateatro.it e altrove, ma non ha mai superato le resistenze delle categorie del teatro italiano, né la “neutralità” delle scelte della politica. Eppure non vi è più scorciatoia che tenga, se si vuole riconoscere la funzione determinante del teatro nella qualità di vita delle comunità, dal momento che

“finanziare tutto e tutti è non solo impossibile, ma anche ingiustificabile e controproducente. Occorre dunque scegliere, selezionare, indicare alcuni criteri, verificare i livelli di capacità gestionale”.

Tutto ciò è destabilizzante? O soltanto ragionevole, giusto e democratico?
Allora lo Stato e le Regioni assumano la “eccezionalità culturale” del teatro e definiscano, confrontandosi con il teatro italiano senza subirne i corporativismi, i criteri di finanziamento e la ripartizione delle rispettive competenze. I soggetti teatrali del nostro Paese accettino serenamente la verifica delle proprie funzioni ed il ridimensionamento della “storicità delle sovvenzioni” in favore di una maggiore attenzione per ciò che ciascuno oggi fa e per come lo fa. La maggioranza di noi teatranti non ha problemi a farlo, anzi. Quella parte minoritaria di noi che si nasconde dietro il proprio passato valoroso, si rimetta in discussione o lasci spazio e finanziamenti a chi è stato specie in questi ultimi anni sacrificato allo status quo.
febbraio 2009

Franco_D’’Ippolito

2009-02-04T00:00:00

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