A teatro nessuno è straniero | Uno spettacolo sulla crisi climatica per discutere con spettatori e spettatrici di 5 continenti

Inizia con Mulinobianco di Babilonia Teatri all'Elfo-Puccini il nuovo progetto di Ateatro e della Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio

Pubblicato il 24/12/2023 / di / ateatro n. 194 | A teatro nessuno è straniero

A teatro nessuno è straniero è un progetto per “scoprire il teatro, viverlo e raccontarlo” a cura di Associazione Culturale Ateatro e della Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio.
Coinvolge un gruppo di persone con origini, storie, percorsi molto diversi, ma anche operatori, artisti e professionisti: è un percorso che prevede la visione di una serie di spettacoli e approfondimenti che offrono uno sguardo diverso – certamente più ricco ma anche problematico – sul teatro contemporaneo. Il progetto A teatro nessuno è straniero rilancia e approfondisce la riflessione che Ateatro conduce da diversi anni sul tema Il teatro è solo bianco?
Questa è la prima di una serie di testimonianze, a cura di Giulia Tollis, drammaturga e docente di scrittura teatrale alla Civica Scuola “Paolo Grassi”, qui in veste di organizzatrice delle uscite a teatro e di occhio interno curioso. Come “diarista dell’esperienza”, Giulia Tollis segue il progetto, per raccontare l’esperienza del gruppo, e soprattutto le scoperte e gli interrogativi che questo percorso farà affiorare, spettacolo dopo spettacolo, incontro dopo incontro.

Chi incontriamo a teatro?

Quando vado a teatro fuori dai confini dell’Italia, mi piace guardare le platee dei teatri. Per me l’esperienza inizia dalla sala e dalla comunità che la abita.
In Francia, in Germania, in Svizzera, in Inghilterra, in Canada, nei maggiori teatri delle capitali vedo platee multiculturali, dove persone con identità linguistiche, background migratori, nazionalità diverse siedono una accanto all’altra per partecipare al rito del teatro.
Ogni volta che torno in Italia constato che sulle scene il numero di persone straniere o con background migratorio è ancora bassissimo, e anche in platea manca una pluralità di identità, voci, lingue, esperienze culturali.

Il progetto A teatro nessuno è straniero

Con l’autunno, è arrivata anche per me l’opportunità di partecipare a un progetto che ha tra i suoi obiettivi quello di rendere le platee dei teatri milanesi dei luoghi più aperti, accessibili, desiderabili, per un numero sempre maggiore di persone con un background migratorio, straniere e italofone curiose di scoprire l’offerta culturale della città e di affrontare riflessioni su temi sociali, civili e di attualità attraverso il teatro.
Il progetto A teatro nessuno è straniero nasce dall’idea di Mimma Gallina, Lanfranco Li Cauli e Marzia Pontone di coinvolgere la Classe di cultura e cittadinanza della Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio e altre persone esterne, accomunate dall’esperienza dell’apprendimento della lingua italiana, in un percorso di visione di spettacoli teatrali, di scoperta dei teatri della città e dei linguaggi dello spettacolo dal vivo, di incontro dei protagonisti e delle protagoniste della scena teatrale nazionale e internazionale contemporanea.
Il progetto si inserisce nella pluralità di attività e proposte di educazione alla cittadinanza attiva offerte dalla Comunità di Sant’Egidio nella Classe di cultura e cittadinanza condotta da Marzia Pontone: un impegno pluriennale nell’accompagnamento delle comunità migranti verso una crescita culturale e sociale consapevole nel contesto cittadino in cui sono inserite le persone che la frequentano.
Il progetto prevede diverse uscite (anche più di una al mese da novembre a maggio), in cui il gruppo assiste a uno spettacolo scelto tra le proposte di prosa, danza, opera, performance della stagione 2023-24. Ogni uscita a teatro è accompagnata da un appuntamento di approfondimento che prepara o completa l’esperienza di visione (incontri con compagnie, autori, autrici, interpreti; momenti di approfondimento con personalità che si occupano di critica e giornalismo teatrale, mostre inerenti il progetto di spettacolo o il teatro ospitante, visite alle strutture) e da un appuntamento di confronto e restituzione condiviso sull’esperienza vissuta. Questo incontro prevede uno scambio di suggestioni, pareri e visioni sullo spettacolo, con considerazioni sugli aspetti formali e soprattutto sui contenuti e sul senso di ogni creazione.
La visione di ogni spettacolo genera punti di vista e reazioni differenti, che trovano nel gruppo un libero spazio di espressione e diventano materia di rielaborazione personale e collettiva di temi caldi del nostro presente. Questa rielaborazione, che sviluppa consapevolezza e senso critico, avviene anche attraverso la stesura di resoconti dell’esperienza, racconti personali e pagine critiche, redatte dalle partecipanti e dai partecipanti e condivise con il gruppo.
L’idea è andare a teatro non solo per condividere un momento culturale e di svago comune e consolidare e ampliare competenze linguistiche e culturali, ma anche per incontrare e imparare a conoscere generi, forme e linguaggi dello spettacolo dal vivo e sviluppare consapevolezza, senso critico e spazio di espressione in relazione all’esperienza vissuta come pubblico.
Gli appuntamenti di visione dello spettacolo si svolgono nelle serate di sabato, presso diversi teatri milanesi.
Gli appuntamenti di preparazione, approfondimento, discussione ed elaborazione scritta dell’esperienza si svolgono la domenica pomeriggio dalle 16:00 alle 18:00 presso la sede della Scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio, in via Olivetani 3.
Per le persone che partecipano all’iniziativa il contributo per il biglietto di ogni spettacolo è di 5 euro e tutte le altre attività sono gratuite. Il progetto è sostenuto anche economicamente dall’Associazione Culturale Ateatro che, grazie a un lavoro di relazione storico e continuativo con i teatri e i luoghi della cultura della città di Milano, garantisce all’esperienza un carattere accessibile per una proposta culturale professionale e di qualità.

Il primo appuntamento
Dell’andare insieme a teatro (anche per la prima volta), di un bambino in scena e delle responsabilità degli adulti nei confronti del pianeta

Il primo appuntamento alla Scuola della Comunità di Sant’Egidio è il 5 novembre.
L’aula della Classe di Cultura e Cittadinanza è piccola e le persone tante, una trentina, tra chi frequenta la classe da anni e le persone esterne che sono qui per la presentazione del progetto. Vengono disribuiti questionari per raccogliere alcuni dati biografici, ma anche per conoscere quali sono state e quali sono le esperienze teatrali e culturali delle persone che hanno scelto di fare parte del gruppo.
Persone straniere e persone italiane: persone che in Italia sono nate e cresciute, persone che si sono trasferite da anni, altre da poco, per lavoro, per studio, per ricongiungersi ai familiari, per iniziare una nuova vita dopo un’esperienza di migrazione. Un gruppo intergenerazionale che va dai venti agli ottant’anni. Arrivano da cinque continenti, le lingue parlate sono più di venti, l’italiano è la lingua comune a tutto il gruppo. Un gruppo di lettrici e lettori e di persone curiose che scelgono di dedicare un tempo al teatro e alla discussione intorno su temi come il cambiamento climatico, il rapporto con la memoria e con la Storia, l’influenza dei media, i rapporti di genere, la migrazione…
Per alcune persone del gruppo, la maggioranza, questo progetto è la prima occasione concreta di prendere parte a degli spettacoli teatrali a Milano. La curiosità e l’entusiasmo è palpabile nell’attenzione con cui il gruppo accoglie le parole di Mimma Gallina e di Oliviero Ponte di Pino che raccontano cos’è stata e che cos’è oggi l’esperienza del teatro in Italia e in Europa. Senza nessuna pretesa di essere esaustivi o storiografici, ma cercando le parole chiave per presentare un’esperienza che diventa concreta solo se vissuta.

A teatro nessuno è straniero: il primo incontro a Sant’Egidio

Il teatro come spazio per l’immaginazione, come orizzonte per immaginare un mondo nuovo, come esperienza che muta nel tempo e nelle epoche, ma dove l’incontro con il corpo dell’altro, il corpo dello spettatore con quello vivo, in carne e ossa, pulsante dell’attore, è centrale. Di uno stesso spettacolo non ci saranno mai due repliche uguali perché il pubblico cambia e con il respiro del pubblico in sala cambia e si muove anche il respiro delle interpreti e degli interpreti in scena. Il rito del teatro, il gioco del teatro, il teatro che porge uno specchio alla natura per mostrare alla virtù il suo vero aspetto e al vizio la sua immagine… Il teatro come servizio aperto e pubblico dove riconoscere l’Altro, anche il diverso, il lontano, come essere umano. Quel teatro che da voce a chi spesso nella società non ha spazio di parola e che chiede di mettersi in ascolto, come singoli e come comunità, delle domande del tempo, limitando il nostro diritto di parola sì, ma per chiederci, ogni giorno, che senso ha se solo tu ti salvi?
Oliviero cita le esemplari tragedie civili dell’antica Atene: Antigone nel testo di Sofocle vuole seppellire il cadavere del fratello Polinice, che in quanto reo e traditore non ha diritto, per le leggi dello Stato del re Creonte, a una dignitosa sepoltura; nei Persiani Eschilo racconta la guerra tra i Greci e i Persiani dal punto di vista del nemico sconfittto nella battaglia di Salamina, per mostrare al popolo di Atene che la tracotanza, la hybris di Serse, re di Persia, condanna un esercito e un popolo al castigo. Un monito per i suoi concittadini a rispettare l’etica del limite perché, andare oltre la misura, provoca conseguenze inevitabili e tremende.
E dalla Grecia si ritorna a Milano, alla presentazione del primo spettacolo di questa stagione trasversale.

La scelta del primo spettacolo che vedremo insieme

Il primo appuntamento sarà al Teatro Elfo-Puccini, che ospita una compagnia che ha base in Veneto. Queste prime informazioni destano già alcune domande e una precisazione. In questo percorso vedremo spettacoli prodotti dai teatri, dove una compagnia stabile di attrici e attori lavora con la regista o il regista del teatro per creare lo spettacolo “su piazza”, in città, in casa insomma, oppure vedremo spettacoli che nascono altrove (come nel caso di Mulinobianco. Back to the green future di Babilonia Teatri) e approdano a Milano, ospiti di una struttura che gli apre le porte di una sala. Una perché, come nel caso del Teatro dell’Elfo, che sta festeggiado i cinquant’anni le sale sono ben tre. Questa precisazione permette di parlare delle sale teatrali e di raccontare anche il sistema di produzione in cui si collocano gli spettacoli che andiamo a vedere.

A teatro!!!

Arriva una domanda che si riferisce alla lingua dello spettacolo: “Ma sarà in veneto?” Qualcuno nel gruppo il dialetto veneto lo conosce, cita qualche espressione, si ride. Perché i dialetti servono anche a questo, a fare ironia, a chiamare la risata. Questo aspetto della “lingua” dello spettacolo consente a Oliviero di presentare la compagnia, il lavoro di ricerca di osservazione della realtà, il rapporto con il paesaggio fisico e umano su cui Babilonia Teatri, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, hanno costruito un percorso artistico iniziato nel 2005 e che li ha portati al prestigioso Leone d’Argento della Biennale di Venezia nel 2016.
Mulinobianco è uno spettacolo di teatro contemporaneo che nasce da una scrittura originale. In scena ci sono due bambini, i figli di Enrico e Valeria. Parlano a una platea di adulti e raccontano dal loro punto di vista il futuro del Pianeta, a quanto pare l’unico abitabile – peccato! – dell’intero universo. Abbiamo scelto lo spettacolo perché ci interroga sui nostri stili di vita, su quanto consumiamo e cosa consumiamo, sull’impatto che le nostre scelte e i nostri bisogni hanno sull’ambiente in cui viviamo, temi su cui la classe aveva già approfondito in passato. L’abbiamo scelto perché ci interpella chiedendoci: qual è la responsabilità individuale e collettiva che pesa sul futuro delle nuove generazioni?

Mulinobianco di Babilonia Teatri al Teatro dell’Elfo

Per approfondire questa domanda ci diamo appuntamento in corso Buenos Aires 33, il sabato successivo, l’11 novembre.
Uno dopo l’altra arriviamo tutte e tutti, saluti, presentazioni – perché siamo in tanti e non ci ricordiamo ancora i nomi di tutte le persone che compongono il gruppo. E ci sono anche amici e amiche: siamo in tutto più di quaranta persone. Consegna dei biglietti, scelta dei posti, scambio di biglietti e di posti per permettere agli amici di sedere vicini. Si entra: per alcune persone è la prima volta a teatro.
Nei testi che abbiamo raccolto su questa prima esperienza colpisce l’attenzione alla puntualità, per non incorrere in ritardi e rischiare di non entrare in sala, e la cura nel scegliere un abbigliamento consono e dedicato a una serata speciale. Poi, la ricerca del posto in sala, i suggerimenti della maschera, i saluti da una parte all’altra della platea che si riempie fino a che le porte d’ingresso della Sala Fassbinder si chiudono.
Il pubblico è pronto per la rappresentazione quando Enrico Castellani, autore e regista, prima che le luci lentamente si spengano, prende la parola. Un imprevisto: uno dei due giovanissimi interpreti è malato, non potrà recitare. Allora l’alro figlio, Ettore, coadiuvato da lui, farà, per la prima volta da solo, lo spettacolo, in una replica specialissima e inimitabile. Il gruppo sperimenta subito che cosa vuol dire “spettacolo dal vivo”: uno spettacolo dove si fa fronte alle complessità della vita e si è pronti a fare con quello che c’è. Con questa premessa e un adulto e un bambino che giocano in proscenio a carta, forbice e sasso per decidere chi deve cominciare, inizia Mulinobianco. Back to the green future.
Sullo spettacolo, che ha debuttato nel 2021, si trovano diversi articoli e recensioni. Per me è stata molto interessante la discussione del gruppo nel confronto di domenica 19 novembre. Lanfranco Li Cauli media la conversazione a partire dalle considerazioni delle partecipanti e dei partecipanti su quello che hanno visto, sentito, compreso, interpretato.
Le immagini che sono rimaste più vivide. Un bambino che invecchia e, invecchiando, si prende cura del mondo. Una mucca, simbolo positivo di nutrimento (del suo latte si nutrono i cuccioli del mondo) su cui è dipinta la bandiera americana. Non bruca l’erba accanto a un mulino incantato sulle rive di un ruscello incontaminato, ma gioca a basket. Forse è l’unica mucca rimasta al mondo? È l’idolo di una grande madre e insieme la signora di Wall Street, dove campeggia la statua del toro simbolo del capitalismo, proprio nella piazza della Borsa più acclamata del mondo. È da questa statua che il bambino, vestito di un abito bianco – il colore dei quell’abito, forse da chierichetto, e la sua funzione anima il dibattito – si disseta e venera questa divinità di plastica come in un rito arcaico.
La plastica ritorna anche in altre immagini. Un campo di fiori di plastica sboccia sul palco: uno dopo l’altro i fiori innestati sulla punta di una freccetta vengono scagliai verso il pubblico dalla mano del bambino con un’intenzione minacciosa, quasi il risarcimento per un torto subito, o per una sfida.
E ancora, un cimitero di croci cristiane costruite sulla scena con dei mattoncini Lego giganti e abbattute dal protagonista alla guida di una macchinina elettrica. E se l’immagine dei fiori suggerisce ad alcune partecipanti l’invito a piantare alberi e a prendersi cura quotidianamente delle cose del mondo, l’immagine del cimitero di Lego che viene distrutto viene letta da altri come un’azione che punta ad azzerare la memoria degli antenati, del futuro che ci hanno lasciato i nostri nonni, di quello che c’è stato.
E il bambino, che viene definito dalla madre una forza della natura, diventa il simbolo dell’uomo che tutto distrugge.
Un’altra immagine viene restituita dal gruppo: il bambino corre e salta per prendere una mela che scende dalla graticcia a vista del teatro. L’azione si ripete finché il bambino non ha la meglio sulla mela e se la mangia. O meglio, la morde un paio di volte e poi la butta a terra. Il bambino lotta per la mela, ma una volta che l’ha raggiunta e testata, la scarta.

Mulinobianco: se ne discute con Enrico Castellani

Lo spettacolo è davvero interessante dal punto di vista visivo. Il palcoscenico è nudo e, di frammento in frammento, alcuni elementi scenici compongono le immagini e attivano l’attenzione del pubblico. Poi, come accade su una vecchia lavagna nera di scuola, le immagini vengono trasformate, cancellate, e lasciano spazio a una nuova intuizione registica che dialoga con il testo originale: una sorta di poema contemporaneo diviso in capitoli, declamati a gran voce. La scena vuota, scarna, apparecchiata di volta in volta con pochi elementi scenici, potenzia la presenza dell’interprete e riesce a generare nel pubblico una forte emozione. È proprio grazie a essa che il pubblico rielabora contenuti e temi.
Nel gruppo siamo tutti d’accordo: questo spettacolo non vuole suggerirci una risposta alle domande che solleva sulle responsabilità dell’uomo nei confronti della natura e neanche sul rapporto tra generazioni. Piuttosto vuole aprire queste domande e lasciare a noi la possibilità di continuare la riflessione anche dopo l’esperienza a teatro.
Ripensiamo alle parole di Enrico Castellani, che abbiamo avuto l’occasione di incontrare al termine dello spettacolo. Questa produzione nasce durante la pandemia, nel 2020, dal desiderio di Ettore e Orlando di fare uno spettacolo. Così la famiglia di artisti ha iniziato a costruire dei giochi e delle parole per quei giochi che hanno portato alla creazione di Mulinobianco. Enrico sottolinea che né lui né Valeria, coautrice del lavoro, sono studiosi di meccanismi che riguardano il cambiamento climatico, ma il fatto di avere due bambini e due figli in scena li ha spinti ad affrontare questo argomento a partire dalle loro scelte quotidiane: il rapporto con il consumo di carne, la scelta vegetariana, la sovrapproduzione di rifiuti e di scarti, il rapporto con il progresso in un sistema capitalistico dove tutti fin da bambini siamo chiamati a essere consumatori di beni superflui e a farci intrattenere dagli acquisti materiali ed effimeri.
Lo scambio con Enrico è molto generoso, lascia spazio alle domande e alle considerazioni a caldo del gruppo. Risponde con concretezza, raccontando le scelte di drammaturgia e regia dello spettacolo senza mai dare spiegazioni di senso o chiavi di interpretazione, ma raccogliendo dal pubblico le impressioni per costruire un dialogo alla pari.

La riflessione del gruppo

Anche grazie all’approfondimento generato da questo incontro, il gruppo elabora e matura delle riflessioni. Colpisce il desiderio del bambino con cui si apre lo spettacolo: facendo riferimento ai mesi del confinamento forzato e alla natura che si riprende lo spazio sottrattole dall’uomo, elenca una serie di motivi per cui vuole tornare al mondo di prima della pandemia e conclude ogni desiderata con la frase:

“Se questo è il paradiso, ridatemi l’inferno!”.

Questo inizio racconta al gruppo di una generazione cresciuta nella sovrapproduzione di beni di consumo, che non è abituata a vivere con “il poco” dei trisavoli e dove il rapporto con la natura è un’incognita da decifrare, un ambito per cui manca un’educazione pratica e sentimentale. Il tema dell’educazione è molto sentito dal gruppo: “Qual è l’eredità che i genitori lasciano ai figli?” diventa una domanda centrale. Si chiede ai figli e alle figlie del mondo contemporaneo occidentale di farsi carico del futuro del pianeta, di essere pionieri di un ritorno a un futuro green, mentre nella pratica il mondo degli adulti che gestiscono le risorse e i profitti non accenna a prendere decisioni trasformative.
Il gruppo si pone la domanda: “A chi parla lo spettacolo?”
Le posizioni sono diverse, se ne discute:

“Il bambino in scena parla agli adulti per educarli?”

“O mostra agli adulti in sala i tentativi che i genitori e la società fanno nell’educazione dei figli?”

Più di una persona fa notare che, in sala, la sera della rappresentazione, non c’erano solo persone adulte, ma anche persone bambine e giovani. Questo spettacolo si indirizza anche a loro, che sono troppo spesso sottorappresentate o strumentalizzate. In tutta risposta c’è chi afferma che alcuni interrogativi dello spettacolo non sono facilmente decifrabili da un pubblico bambino che può apprezzare le luci, gli oggetti, i colori, ma non ha ancora tutti gli strumenti per comprendere soprattutto alcuni passaggi ironici dello spettacolo o il senso di alcune immagini.

Mulinobianco: se ne discute con Enrico Castellani

Convince tutte e tutti che la capacità interpretativa e la presenza in scena di Ettore, il giovanissimo attore, è potente, sia perché insolita, sia perché viva, vitale. Non recita un personaggio, pur conoscendo benissimo tutte le battute a memoria, le sue e quelle del fratello, ma dà voce e corpo a quelle domande e provoca il pubblico con le sue azioni.
A proposito di provocazioni, una persona nel gruppo chiede spiegazioni su un’immagine: il bambino indossa dei collant da donna per raccontare un episodio narratogli dallo zio che lavora nei cimiteri. Le stesse calze poi finiranno sul viso del bambino, una maschera che gli impedisce di respirare e allo stesso tempo lo nasconde. Nel racconto si evoca l’immagine di un corpo di donna che si decompone nel tempo, per tornare polvere e di un paio di collant di plastica che resistono alla morte.
L’immagine in una delle partecipanti apre la domanda: “Cosa succederebbe se io dovessi andare via?”. La domanda apre la riflessione sul dopo di noi, sul nostro lascito a chi resta. Chiedere ai bambini di prevedere le catastrofi, di trovare delle strategie per la salvaguardia e la salvezza del pianeta sembra troppo, tutto il gruppo è d’accordo.
E allora cosa possiamo fare?

“Cambiare le nostre abitudini quotidiane.”

“Moltiplicare le cose piccole e grandi che possiamo fare ogni giorno lottando anche contro il disinteresse di chi non vede il problema.”

“Adottare da genitori comportamenti positivi nel consumo, nella lotta allo spreco, nell’abitudine al riuso e alla cura”, “investire come società in un’educazione alla sostenibilità ambientale.”

“Ridurre l’impatto del consumo nelle nostre vite, fabbriche, ospedali, scuole…”

E, secondo un’altra partecipante:

“Offrire ai bambine e alle bambine un mondo alternativo a quello dei supermercati, dei negozi, dei giocattoli elettronici, dove tutto viene usato e poi sostituito”.

Un orizzonte nuovo che si basi su dei valori che conosciamo ma dimentichiamo velocemente, perché abbiamo altro a cui pensare.

“L’uomo di oggi dovrebbe essere molto gentile per creare un mondo verde in futuro.”

Le ultime considerazioni del gruppo sono ancora sull’interprete, sulle sue capacità attoriali e sulla sua generosità. Come scrive un’altra partecipante

“Un interprete che pur essendo da solo sul palco, ha potuto trasmettere tanti messaggi per tutti noi”.




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