Il confronto tra dinamiche creative al festival Sguardi

Un nuovo festival a Padova

Pubblicato il 03/10/2010 / di / ateatro n. 127 / 0 commenti /
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Si è da poco concluso Sguardi, Festival del teatro contemporaneo veneto, numero zero, svoltosi a Padova dal 16 al 18 settembre e promosso dal PPTTV, il consorzio di Produttori Professionali Veneti che riunisce il Tam Teatromusica di Padova, il Tib Teatro di Belluno, il Teatro del Lemming di Rovigo, Pantakin di Venezia, il Teatro Scientifico di Verona, Viva Opera Circus di Vallese Oppeano (Verona) ed Ensemble Vicenza di Sovizzo (Vicenza).
Il direttore artistico del Festival Labros Mangheras ha voluto promuovere un confronto tra le realtà produttive del territorio veneto e gli operatori culturali, i critici, i teatri, gli artisti delle altre regioni italiane. La manifestazione si compone come una vetrina in cui è possibile vedere le produzioni per donare nuovi sguardi alle strutture teatrali della regione: una cultura che nasce da un tessuto in cui il teatro è espressione di tradizioni performative, ma è anche una realtà in movimento, come ha spiegato il coordinatore artistico del Festival Andrea Porcheddu, che ha coinvolto un comitato artistico per selezionare le diverse proposte. Il logo del Festival è un codice a barre da cui emergono in sovrimpressione due occhi: il codice rimanda alla molteplicità e alla pluralità delle linee in cui si è costituito un movimento che cerca il confronto con il territorio, esprimendo anche l’imprenditorialità delle compagnie, e fa da sfondo allo sguardo dello spettatore.

La Tempesta di Anagoor.

La manifestazione è sfaccettata per stili: una complexio oppositorum, come l’ha definita Porcheddu, che ha spaziato dal teatro dalla performance concettuale astratta di Silvia Costa al teatro rap dei Babilonia; dal teatro circo di Pantakin alla commedia dell’arte rivisitata in stile balcanico dalla Piccionaia; dal lavoro d’attore di VeneziaInscena al teatro di poesia di Vasco Mirandola, dalla regia critica di Daniela Nicosia al lavoro di teatro e carcere del Tam. Nella sezione “Prove di drammaturgia” si è data lettura di alcuni testi teatrali di autori veneti sia giovani sia affermati: dalla giovane Maria Conte a uno scrittore che ha incontrato il teatro come Tiziano Scarpa, passando per il teatro di parola di Paolo Puppa.
Nella prima giornata della kermesse si è esibito in matinée al Teatro Studio Juri Roverato, danzatore e docente di Danceability a bambini e adulti, che dal 2008 al 2009 ha lavorato con la Socìetas Raffaello Sanzio in Divina Commedia – Purgatorio. Con Sogno creativo la sua ricerca coreografica attraverso la disabilità si focalizza sul tema della Creazione, partendo dallo studio di vari miti di popoli diversi. La consapevolezza di esistere nasce da un rapporto stretto con la terra: è la base per comprendere con il proprio corpo le diverse spiegazioni religiose tramandate sulla nostra origine, per esperire faticosamente un cammino all’interno di una tradizione mitica, in cui testi sul Caos in greco, cirillico, latino, italiano, rivivono come geroglifici proiettati su un corpo segnato dal dolore. Il secondo appuntamento ha coinvolto VeneziaInscena e Questa Nave: le due compagnie, nate negli anni Novanta e co-fondatrici nel 2007 dell’Accademia Teatrale Veneta, hanno prodotto Il ragazzo dell’ultimo banco di Juan Mayorga, per la regia di Adriano Iurissevich. Lo studio del personaggio è stato fondamentale per un testo di critica sociale, costruito sul rapporto tra un professore di letteratura e Claudio, liceale dell’“ultimo banco” molto portato per la scrittura, e su quello tra Claudio e il compagno di classe Massimiliano, che conduce una vita alto-borghese. Nei temi che gli vengono assegnati in classe, Claudio descrive le sue visite a casa dell’amico; i suoi scritti vengono letti dal professore insieme alla moglie (una spigliata e saggia gallerista d’arte, interpretata con accenti di introspezione psicologica da Francesca D’Este) e mettono in crisi le relazioni tra i diversi personaggi quando il giovane rivela la sua attrazione morbosa per la madre di Massimiliano. I due giovani attori (il volto squadrato di Giulio Canestrelli nella parte di Claudio e Alessio Bobbo come impavido deuteragonista) trasmettono verità di sentimenti a una messinscena di preciso realismo psicologico, nello spazio che si stende tra le aree contrapposte in cui sono collocati la scrivania della coppia e il soggiorno della famiglia di Massimiliano. Puntate sui volti dei personaggi, a rilevare il personale cerchio d’attenzione degli attori, le luci di Alessandro Scarpa danno forma al chiaroscuro del testo di Mayorga (premio Ubu 2007 come migliore autore straniero), maestro nel rivelare attraverso i dialoghi una condotta quotidiana divisa tra una linea esteriore che porta a imitare lo spirito sportivo e una linea interiore adagiata sui propri complessi sociali.
“La letteratura ci rende migliori”, afferma il professore nel testo di Mayorga: la frase pare trovare un’eco nel libero adattamento che la drammaturga e regista Ketti Grunchi della Piccionaia ha operato sul Cyrano de Bergerac. La compagnia, che ha sede a Vicenza, sviluppa i propri progetti, in particolare quelli rivolti alle giovani generazioni, in diversi teatri del Veneto, mantenendo costante il lavoro di artigianato artistico basato sul recupero di un teatro popolare. Nello spettacolo, il Cinema Teatro MPX è diventato il camerino di una compagnia di commedianti balcanici che porta in scena la commedia di Edmond de Rostand: quel teatrino, in cui si esibiscono cinque clown intercalando al testo mirabili gag, diventa un involucro in cui decantare la tragicomica poesia d’amore di Cyrano, interpretato da un giovane Mirco Artusi, che ha divertito il pubblico nel ridefinire gli attributi del suo naso, accerchiato in un meccanismo di divertenti giochi mimici dagli sketch corali degli altri attori. La colonna sonora ha sostenuto, attraverso sonorità bandistiche e canzoni, la compattezza dell’ensemble, sensibile alla creazione di partiture poetiche come nella scena del bacio tra Cristiano e Rossana, in equilibrio sopra una scala da imbianchino, e quella della guerra con il simbolico lancio di palle di gomma.
Nel gioco del “teatro nel teatro”, Cyrano dichiara di battersi per essere libero: un desiderio che emerge anche nel monologo Giulietta di Monica Ceccardi e Lorenzo Bassotto della Fondazione Aida di Verona. La compagnia è nata nella città scaligera nel 1983 dal 1996 è stata riconosciuta la sua funzione di stabile d’innovazione per ragazzi. Nel 2000 ha inaugurato un Centro di Scrittura Drammaturgica e il Festival della Fotografia di Spettacolo “Occhi di scena”: è inoltre partner italiano nel progetto internazionale “ReconArt Reconciliation through Art: Perceptions of Hijab”, co-finanziato dalla Commissione Europea all’interno del Programma di Cultura 2007-2013 “Crossing Borders-Connecting Cultures”. Giulietta di Federico Fellini è il soggetto in forma di monologo di quello che nel 1965 diventerà il film Giulietta degli spiriti. La regia intimista dello spettacolo, curata da Lorenzo Bassotto, usa materiali scenografici che diventano medium per le visioni della protagonista che parla con gli spiriti, avviluppata a una tenda bianca al centro del palcoscenico, che allude a un siparietto, allo sfondo metafisico del baule di specchi quadrilateri su cui è intrecciata una corda. Le luci si scoprono violente, e la Ceccardi le anima con maschere facciali da spettro risuscitato, bambina in un corpo di donna che scivola nell’ossessione quando scopre il tradimento del marito: è questa la causa dell’accendersi in lei delle voci attraverso cui si manifestano le sue paure e i suoi desideri. La melodia aspra della voce libera i nodi delle proprie visioni, compie il rito di una seduta spiritica, accogliendo in sé lo spirito luciferino del Casanova, per poi invocare la mortificazione della carne e dare corpo al simbolismo della sagoma di una gatta doppiata sulle quinte nere.

Tam Teatromusica e Annibale.

Il progetto di Tam Teatromusica, nato presso il carcere Due Palazzi di Padova, Annibale non l’ha mai fatto ruota intorno alla storia di un uomo che trentasette anni fa intraprese il viaggio da migrante verso l’Italia partendo da Cartagine. Farid Kessaci, insieme ad Andrea Pennacchi, ha raccontato l’impresa che, come Annibale, lo ha portato dall’Algeria alla Spagna, e poi attraverso le Alpi fin nella nostra penisola. Nel dialogo con Pennacchi, il narratore nordafricano, veicolo della drammaturgia di Maria Cinzia Zanellato, ha intrecciato la migrazione storica di uomini e animali dell’esercito di Annibale con la sua storia di migrante. Gli attori hanno agito su due scale praticabili appoggiate a terra ai due lati opposti del palcoscenico del Teatro delle Maddalene, mentre sullo sfondo era piantata una tenda bianca trasparente scomposta dall’alto in cilindri verticali, diaframma tra un esterno in cui proiettare il linguaggio visivo della notte e un interno di grammatiche comparate di due differenti lingue in cui sentirsi anime pacificate. I due interpreti costruiscono un dialogo fisico agganciando due storie che parlano di attraversamenti. Gli elefanti che hanno sostenuto le imprese di Annibale diventano gli extracomunitari di oggi che cercano lavoro in Italia.
In serata con Cirk l’arte circense della compagnia Pantakin ha ammaliato gli spettatori del Teatro Verdi, con il virtuosismo di cinque attori in pista che si sono esibiti in numeri acrobatici (come l’esercizio alla pertica cinese e quello della fune), giocoleria, clownerie, attraverso cui raccontare la storia di un piccolo circo alle prese con la scomparsa di Bombo, stella del circo di periferia.
La sezione Prove di drammaturgia si è inaugurata con la lettura da parte di quattro giovani attrici del testo Ikea Orario di Maria Conte, drammaturga trevigiana impegnata come assistente alla regia nella realizzazione di diversi spettacoli della prossima stagione del Nuovo Teatro Nuovo di Napoli. Il testo trae ispirazione dai clienti che giornalmente frequentano il centro commerciale Ikea e si compone di dialoghi che scavano nella stratificazione sociale del labirinto domestico, in cui studenti parlano del professore e una figlia comunica alla madre la decisione di uscire di casa, utilizzando un linguaggio semplice e referente delle relazioni familiari e sociali.
Il secondo giorno, la Compagnia Teatro dei Vaganti di Verona ha presentato per un pubblico di ragazzi La storia di Iqbal, liberamente tratto dal romanzo di F. D’Adamo, storia di un bambino di cinque anni ceduto a un fabbricante di tappeti e poi liberato dal Fronte di Liberazione del lavoro minorile, ucciso nel 1995 da un proiettile mentre correva in bicicletta. La drammaturgia e la regia di questo spettacolo per bambini dagli otto ai dodici anni è stata curata da Giovanni Signori. Due attrici-narratrici (Mariella Soggia e Chiara Tietto) filano un grande telaio e muovono i passi intorno a delle panche rivestite di coperte colorate e illuminate dalle luci diffuse delle lanterne argentate sospese nel soffitto, smistando la lana e testimoniando la vicenda di quei bambini che non vanno a scuola e sono costretti a lavorare. Di una luminosità nostalgica i colori delle tinte aranciate degli abiti popolari delle attrici, che hanno utilizzato delle grandi maschere per interpretare i personaggi malvagi degli sfruttatori e un grande aquilone in legno per comunicare l’aiuto a denunciare la schiavitù minorile, tema che fa parte del progetto di Teatro Etico portato avanti dalla compagnia veronese dal 2000. La vetrina ha inoltre ospitato la compagnia Anagoor, nata a Castelfranco Veneto nel 2000, segnalata nel 2009 al Premio Scenario con Tempesta, opera ispirata al dipinto di Giorgione. In Rivelazione il pittore veneto è oggetto di sette meditazioni scritte dalla compagnia insieme alla drammaturga Laura Curino, e lette da un leggio da Paola Dallan e Marco Menegoni. Lo spettacolo prende la forma di lezione di storia dell’arte, su Giorgione e sulla Venezia del Quattrocento-Cinquecento, raccontando per frammenti i temi che costituiscono sette meditazioni sul pittore, collegati alla proiezione dei suoi dipinti su due schermi. Il reading è iniziato ricordando l’importanza della nebbia nel paesaggio e nella personalità di un artista che attraverso le sue opere fa riflettere sul silenzio, ragion d’essere che nutre la Pala; sulla natura umana pensata attraverso i ritratti; sul desiderio approfondito dalla compagnia come motivo iconografico di opere ricondotte tutte alla Venere dormiente; sulla giustizia su cui interrogarsi attraverso la proiezione di Giuditta; sulla fede interpretata attraverso I tre filosofi; sul diluvio raccontato senza le parole degli attori, semplicemente attraverso il quadro della Tempesta. L’esposizione orale si è nutrita delle suggestioni delle immagini proiettate sugli schermi, approfondite analiticamente anche dallo studio sulla messa a fuoco di particolari delle opere, con la sottolineatura sonora del rumore di un gessetto che scrive sulla lavagna, per concludersi, in questo monumento a Giorgione, a contemplare nel Fregio il valore del tempo, comparandolo ai fregi del modernismo, dai telefonini alle crivellature petrolifere.
Andata / Ritorno / Andata di Teatro Scientifico di Verona (struttura stabile di produzione teatrale nata nel 1969, il cui nucleo artistico negli ultimi anni ruota intorno alla famiglia d’arte dei Caserta, orientata verso la drammaturgia italiana contemporanea e la ricerca antropologica sul repertorio veneto) racconta la storia di Olga, emigrata dalla Moldavia all’Italia. La scrittura drammaturgica è firmata da Marco Ongaro, che ha composto e cantato dal vivo canzoni folkloriche interpolate per accompagnare la narrazione autobiografica rivissuta da Isabella Caserta. Il linguaggio nostalgico della regia di Walter Manfrè si mescola alla cronaca supportata anche da immagini video. L’atmosfera dell’Est Europa è evocata da una scena arredata da una scrivania e da un tavolo con del pane fresco. Olga iniziato parlando dell’equilibrio nella morfologia delle fiabe di Propp, per intrecciare i fili di un’esistenza che l’hanno portata dall’insegnamento come maestra in Moldavia (con documenti video e resoconti economici degli stipendi e dei prezzi alimentari della sua terra) – attraverso il ricordo di un rito come quello del funerale con cui ha celebrato da clandestina la morte di suo figlio – al lavoro di badante in Italia. E’ un monologo dai toni tragicomici, sostenuti da una partitura di azioni domestiche (la ricetta di preparazione di un dolce moldavo dopo aver disteso sul tavolo una tipica tovaglia) osservate al participio presente.
La comicità di Marta Dalla Via nasce dall’unione delle tecniche di maschera e clown con una drammaturgia in dialetto che descrive in brevi sketch gli abitanti del Veneto. I suoi personaggi monologano con vena polemica contro l’arrivo dei cinesi, si ritrovano a bere al bar ricordando l’incidente della sera prima, imbastiscono storielle sarcastiche contro il potere di chi a Treviso vieta i giardini agli uomini o sull’emigrato meridionale che impara il dialetto veneto. Come faceva Karl Valentin, Marta Dalla Via in frac e cilindro nero imita la vita del popolo, attraverso scenette in cui luoghi comuni come la costruzione dell’autostrada Valdastico eccitano la potenza trasgressiva di una voce tesa tra la crudeltà e l’umorismo. Sullo sfondo della scena vuota e sempre in penombra, un video mostra i giovani d’oggi alle prese con la moda dell’aperitivo o con la paura degli stupri.
Al Teatro delle Maddalene è andato in scena il nuovo spettacolo del Teatro del Lemming. Amleto, nella lettura del regista Massimo Munaro, è il testo che costituisce il dubbio fondante della modernità. Nello spettacolo, Amleto si scinde tra diversi attori, scambiando la propria identità anche con il pubblico coinvolto, fra follia recitata e follia vissuta. Alla spettacolarità del mondo contemporaneo, Amleto oppone un teatro che prenda in trappola la coscienza dello spettatore, coinvolto in una scrittura scenica che alterna il buio a punti di luce rossa, il bisbiglio delle candele all’urlo segreto dei giochi d’acqua, attraversato da una potente fisicità sensoriale che trasporta in un cantato shakespeariano la riflessione sul senso della comunità.
In serata al Teatro Verdi Daniela Nicosia, regista del Tib di Belluno, ha presentato Galileo, firmando testo e scena, un altissimo pannello circolare bianco diviso in liste da attraversare. La vita dello scienziato viene riletta accennando alla vicenda scientifica che lo condusse al processo, alla condanna e all’abiura.

Il Galileo rivisitato da Daniela Nicosia.

Sul palcoscenico il tavolo di studio di Galileo e un piccolo scanno, a significare, all’interno della scena connotata da un segno volutamente essenziale, la consistenza della materia di chi ha creato una rivoluzione storica. Solimano Pontarollo nel ruolo del protagonista e Piera Ardessi in quello della figlia e della governante, hanno creato un dialogo scenico in cui la sottigliezza del pensiero dell’invenzione scientifica (e la questione filosofica della libertà o della mala interpretazione delle parole che Brecht aveva sviscerato attraverso il suo dramma) è stata drammaturgicamente tradotta in un agire bipolare, scandito in intenzioni razionali quello di Galileo, romanticamente dettagliato quello della figlia, a confermare la poetica che percorre i diversi spettacoli della compagnia, intenta a perseguire un teatro dell’emozione attraverso un teatro di parola.
L’infinito di Tiziano Scarpa, romanziere premiato con lo Strega nel 2009, oltre che autore di testi per il teatro, parla di un ragazzo che nella notte che precede l’esame orale di maturità ripassa le poesie di Leopardi, personaggio che si materializza davanti ai suoi occhi, dicendo che ha fallito la fuga da Recanati e che sta tentando di evadere dal suo mondo attraverso la forza dello spirito. Di poetico umorismo il passaggio nel quale Leopardi parafrasa il suo idillio al ragazzo ventenne che tenta di spiegargli il mondo del progresso tecnologico in cui vive, definendo materialmente il rifugio in cui il poeta di Recanati aveva concepito la sua poesia come un “parco pubblico”.
Sabato 18 settembre Viva Opera Circus, compagnia diretta da Gianni Franceschini con una consolidata esperienza di teatro per bambini e ragazzi, ha riletto l’opera di Stevenson in L’isola del tesoro (in coproduzione con La Piccionaia-I Carrara), innestando anche come fonti le Storie di pirati di Defoe, ma anche Hawthorne, Conrad e Il corsaro nero di Salgari. Inquadrato in una scenografia pittoresca costituita da un telo fluorescente con arredi che immergevano lo sguardo all’interno di un fantastico veliero, Franceschini ha animato il pupazzo del vecchio pirata Long John Silver, raccontando delle sue avventure. L’interpretazione dell’attore si è sviluppata con l’azione performativa nell’uso di grandi burattini, che con quadri di colore e oggetti marinari hanno donato un tono picaresco ricco di pathos alla recitazione, anche attraverso espedienti di macchineria scenica come il mare ricreato nel palcoscenico del teatro, il suono degli spari e la figura di uno scheletro che ha voluto comunicare agli spettatori bambini il potere di iniziazione contenuto in una narrazione legata al rapporto memoria/radici.
Nell’ambiente raccolto del Teatro Studio si è poi esibita la compagnia Plumes dans la tête, nata nel 2007 dalla collaborazione tra l’attrice e performer Silvia Costa e il musicista e compositore Lorenzo Tomio. Tra sculture di gesso emerge Nathaly Sanchez, che si sveste lentamente dell’imbottitura plastica in cui è imbozzolata, abbandonando sul muro, come in alcune opere di Frida Kahlo, il suo busto e la maschera. La partitura della performer si svolge per immagini che, nel cercare oggetti da portare alla luce, la immobilizzano nell’atto di mostrare i suoi muscoli come un culturista. Su un lato del palcoscenico c’è un martelletto che rimanda al gesto di spaccare la materia, mentre lei cammina denudata con due blocchi quadrati ai piedi su una linea a raggi infrarossi proiettata sullo sfondo, per poi prendere una grande corona d’alloro e rivolgere lo sguardo verso ciò che la regista ha definito un percorso verso l’incorruttibilità e la perfezione. Sullo sfondo, appaiono scritte che descrivono le diverse parti del nostro scheletro, mentre l’attrice seziona un fossile, ne ricerca la luce nelle parti nascoste, per lasciare sorgere, come nel disegno sonoro elettronico di Tomio, il contenuto.
Nel pomeriggio Babilonia Teatri hanno riproposto il loro fortunato Pop star. Il disagio sociale della regione est è stato affrontato anche North b-East da Colectivo tbt e Carichi Sospesi, associazioni culturali padovane sostenute da Echidna. Marco Tizianel e Silvio Barbiero hanno costruito un ritmo individuale sui pensieri di due personaggi nello sfondo del paesaggio urbano veneto di capannoni e locali minimal lounge: sono uno studente fuori corso che si fa carico del costo della vita del mito nordestino e un bancario integrato ma cinico. Sfiorandosi, specchiandosi ai due lati opposti del palcoscenico e infine incontrandosi, interpretano un’alterità esistenziale sdoppiata tra alienazione e intellettualismo.
Vasco Mirandola ha recitato in diversi film con Carlo Mazzacurati e Gabriele Salvatores, ha pubblicato libri di poesie, collaborando con la compagnia di danza Sosta Palmizi, e da pochi anni fa percorsi di letture di romanzi e poesie nelle case e in ambientazioni particolari. E se fosse lieve parla dell’importanza della poesia vissuta attraverso la danza come una presa di coscienza della condizione umana. Insieme a Enrica Salvatori, danzatrice che ha lavorato con Caroline Carlson, Suzanne Linke, Raffaella Giordano e nel 1993 con Pina Bausch in Le Sacre du printemps, Mirandola ha costruito un dialogo danzato sul colore, sull’amore e sul dolore di alcune poesie, facendo camminare le parole tra disegni e sculture di Carlo Schiavon.
Ha debuttato in serata, sempre al Teatro delle Maddalene, in forma di lettura scenica, La Bancarotta o sia Mercante fallito, “commedia parte scritta e parte a soggetto, e ora cambiata, riformata e in più moderna forma ridotta” di Vitaliano Trevisan. Scrittore e drammaturgo, noto al pubblico dal 2002 per I quindicimila passi, i suoi testi teatrali sono stati messi in scena, tra gli altri, da Valter Malosti e Toni Servillo, e di recente ha pubblicato da Einaudi i due monologhi Oscillazioni e Solo RH, portato in scena a Roma da Roberto Herlitzka. A questa lettura, che debutterà in forma definitiva sulla scena nell’estate del prossimo anno, hanno dato voce lo stesso Trevisan, Giancarlo Previati, Mirco Artuso, Vasco Mirandola, Pino Costalunga, Riccardo Bocci e Valentina Brusaferro.

Trevisan in Bancarotta.

Nello scenario della Bancarotta di Goldoni, rappresentata al San Samuele nel carnevale del 1741, Trevisan ha ritrovato echi del nostro presente: è dunque partito dal testo per “usare le specifiche goldoniane come un programma di interfaccia per leggere il presente e innestarlo in quel passato”. Personaggi cinici, abituati a spendere i soldi in affari e lussi ritraggono la società di un’inquinata metropoli del nord-est, parlando un dialetto acre come quello del Goldoni.
La conclusione di questa ricca vetrina è stata efficacemente consegnata allo spirito buffone di Paolo Puppa, ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo alla Facoltà di Lingue e Letterature dell’ Università di Venezia, drammaturgo e protagonista del monologo Il vecchio Stefano, un brano tratto da un copione dello stesso Puppa, Venire a Venezia, dove è intitolato Il geometra. Lo studioso è entrato in scena chiedendo se poteva concedersi di fumare in palcoscenico, per personificare nel presente scenico della vita il ruolo di un vecchio geometra, vedovo e in pensione, che sfoga l’ossessione nei confronti del figlio che, dalla camera accanto alla sua, gli disturba il sonno a causa dei suoi rumorosi amplessi. Puppa, attraverso questa voce, evoca l’incantesimo della vita quotidiana degli abitanti di Venezia, il loro rapporto con la casa e gli amori privati, per ricordare la sofferenza della vecchiaia come discriminazione sociale, che impone di convertirsi al “Bisogna vivere lontano dagli affetti”.
L’edizione zero del festival annuncia che è necessario incrociare gli sguardi per far crescere la cultura nel territorio perché “la vivacità di creatività teatrale è segno antropologico”, come ha detto Porcheddu, il quale ha invitato gli spettatori a un confronto tra dinamiche creative, a un’articolazione di linguaggi culturali con cui sfidare le derive superficiali.

Filomena_Spolaor

2010-10-03T00:00:00

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