Lo spettacolo italiano nell’’era Marchionne (1)

Dal Mercadante al San Carlo: dopo quello di De Rosa, il licenziamento di Segalini

Pubblicato il 01/07/2011 / di , / ateatro n. 127 / 0 commenti /
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Lo spettacolo italiano si sta avvicinando al naufragio? Speriamo di no, ma dopo il taglio del FUS gli scricchiolii aumentano e si moltiplicano i segni di nervosismo. E cominciano ad avvertirsi gli effetti concreti dello scioglimento dell’’ETI: a Bologna, in dicembre, si è celebrata la chiusura del Duse. Era un teatro di ospitalità, ma garantiva il passaggio in città a una quindicina di compagnie ogni anno.
Da Palermo il Biondo grida “al lupo” (ma davvero il Regno di Carriglio è sull’’orlo del tracollo?). A Genova, dopo la gravissima crisi e il salvataggio del Carlo Felice, anche lo Stabile sembra in difficoltà, così come altri teatri cittadini. Il rischio è che per salvare la nave ammiraglia che imbarca acqua qualcuno decida di sacrificare i pesci piccoli: le compagnie, i teatri, i festival che negli anni hanno faticosamente sottratto il monopolio al teatro storicamente più solido d’’Italia, una solidità costruita in cinquant’anni da Ivo Chiesa (e della situazione del teatro in Liguria si parlerà il 13 gennaio prossimo a Palazzo Ducale).
Perché di certo c’’è chi pensa, non solo a Genova, che la soluzione sia inevitabile: concentrare le risorse sui grandi carrozzoni pubblici e tagliare il resto. Ma questa non è certo la strada giusta: solo modelli di gestione più sostenibili possono suggerire soluzioni (anche artistiche) più “sostenibili”, anche dal punto di vista dell’’ecologia complessiva del teatro e della cultura.
Ma in queste settimane la capitale della crisi teatrale è senz’’altro Napoli: da lì continuano ad arrivare notizie inquietanti ed emblematiche.

Cosa sta succedendo alle istituzioni teatrali napoletane?

www.ateatro.it, sulla sua pagina Facebook, ha segnalato “in diretta” diverse notizie, commenti e lettera aperte sul licenziamento del direttore del Teatro Mercadante Andrea De Rosa, sostituito da Luca De Fusco, con motivi pretestuosi e ingiustificabili (o, perlomeno, fino a oggi non è stato possibile individuare alcuna motivazione credibile).
Era passato un po’’ inosservato il licenziamento, a settembre, di Nino D’’Angelo dalla direzione del Teatro Trianon, il teatro pubblico della sceneggiata napoletana: uno spazio anomalo, che fondava la sua popolarità su quella del suo direttore.
Non sembra invece precipitare la situazione di Napoli Italia Festival, alle cui criticità aveva accennato pubblicamente il direttore Renato Quaglia, ritirando il Premio Ubu per lo spettacolo di Robert Lepage ospitato dal festival napoletano.
Ma intanto dal fronte della lirica arriva un nuovo segnale inquietante: un altro fulminante licenziamento illustre, quello di Sergio Segalini (già al festival della Valle d’’Itria e alla Fenice), dal glorioso Teatro San Carlo, dove è sovrintendente Rosanna Purchia (dopo trentacinque anni al Piccolo Teatro) e commissario straordinario Salvo Nastasi (il capo di gabinetto del ministro Sandro Bondi).
www.ateatro.it segue solo marginalmente i problemi della lirica: la gestione delle Fondazioni lirico-sinfoniche è davvero troppo complessa per essere commentata da non specialisti. Tuttavia il metodo, le coincidenze e le implicazioni politico-amministrative suggeriscono qualche considerazione.

La notizia
Sei mesi fa, a giugno, l’’annuncio formale dell’’incarico: “Doppia nomina al San Carlo: da luglio si cambiano i vertici della Fondazione. Il musicologo Segalini sarà direttore artistico”, scriveva “Il Giornale del Mezzogiorno”. Poi la stagione è stata progettata e comunicata, e i primi spettacoli sono andati in scena.
Tra Natale e Capodanno, il duo Nastasi-Purchia interrompe il rapporto con Segalini, inviandogli una lettera di licenziamento: la scelta del mezzo e del modo dipenderebbe dal fatto che Segalini non sarebbe stato reperibile telefonicamente; secondo l’’interessato proprio la mancata reperibilità (avevo perso il telefonino”) sarebbe all’’origine del provvedimento.
I giornali, dopo la “fuga di notizie”, hanno dato la parola ai vertici del teatro. Vari giornali hanno ripreso la dichiarazione del commissario straordinario del San Carlo Salvo Nastasi: «Pur confermando la qualità artistica del maestro Segalini, scelto proprio per il suo curriculum, la sua collaborazione con il nostro teatro non si può dire sia stato un matrimonio felice. Le continue assenze in momenti strategici nella vita della Fondazione e il determinarsi di difficoltà nella gestione dei cast e dei rapporti con gli artisti, i direttori d’’orchestra e le maestranze tutte mi ha portato alla decisione di risolvere una collaborazione che non si basava più sui criteri necessari di fiducia e garanzia di un prodotto all’’altezza della storia del San Carlo. Purtroppo le scelte operate dal maestro Segalini hanno costretto il teatro a protestare molti artisti: sette situazioni in pochi mesi e molte in via di attuazione, tutte risolte brillantemente dal sovrintendente Purchia. Questi i motivi che mi hanno portato alla decisione di concludere il rapporto con il maestro, a cui auguro comunque un futuro più sereno e professionalmente più felice di quello passato al San Carlo».
Sul “Corriere della Sera” del 6 gennaio, Paolo Isotta difende il maestro Segalini, ed è ironico e duro sulle sorti del teatro napoletano: “L’’immagine pubblica di Segalini ne riceve un colpo gravissimo. Ma ancora maggiore ne riceve quella del San Carlo. Così rotolando verso un abisso senza fondo…”.
Il maestro annuncia azioni legali ma spera anche in una ricomposizione. I toni però sembrano molto duri: Purchia precisa (sempre sul “Corriere”) che in effetti Segalini non è mai stato “direttore artistico”, ma solo “consulente artistico”, come nella tradizione del teatro. Quindi non è stato licenziato e se intende fare causa, sappia che finora lei non ne ha perso una.
Non sappiamo quanto Segalini fosse fannullone o inefficiente e in quali forme il suo contratto, tipo co.co.pro. o altre varianti del precariato, potesse essere rescisso unilateralmente senza preavviso. E non sappiamo neppure (né ci interessa sapere) se Segalini sia di destra o di sinistra. Di certo, è un’altra brutta storia: metodi poco eleganti e un brutto inizio per il quinto mandato come commissario straordinario (dal 2007) di Super-Salvo.

Chi fa cosa nelle Fondazioni lirico-sinfoniche e al San Carlo
Rosanna Purchia sembra quasi vantarsi di non aver avuto un “direttore artistico”, ma solo un “consulente”, nonché della breve durata (quasi una tradizione) di questo incarico.
Ma una Fondazione lirico-sinfonica può fare a meno di un direttore artistico? E’ un problema formale, che però ha ricadute programmatico-progettuali. Stando alla normativa storica (la legge 800 del 1967), il binomio sovrintendente/direttore rifletteva nella lirica quello Grassi-Strehler della prosa: l’’impostazione sopravvive nella normativa successiva, compresa quella in vigore, il Dlgs 367 del 1996 che ha portato alla trasformazione degli Enti lirici in Fondazioni lirico-sinfoniche.

Art. 13. – Sovrintendente
1. Il sovrintendente:
a) tiene i libri e le scritture contabili di cui all’art. 16;
b) predispone il bilancio d’’esercizio, nonché, di concerto con il direttore artistico, i programmi di attività artistica da sottoporre alla deliberazione del consiglio di amministrazione;
c) dirige e coordina in autonomia, nel rispetto dei programmi approvati e del vincolo di bilancio, l’’attività di produzione artistica della fondazione e le attività connesse e strumentali;
d) nomina e revoca, sentito il consiglio di amministrazione, il direttore artistico o musicale, individuandolo tra i musicisti o tra i musicologi più rinomati e di comprovata competenza teatrale;
e) partecipa alle riunioni del consiglio di amministrazione, come disposto dall’art. 12, comma 7.
2. Il sovrintendente è scelto tra persone dotate di specifica e comprovata esperienza nel settore dell’’organizzazione musicale e della gestione di enti consimili; può nominare collaboratori della cui attività risponde direttamente.
3. Il sovrintendente cessa dalla carica unitamente al consiglio di amministrazione che lo ha nominato e può essere riconfermato. Il consiglio di amministrazione può revocare il sovrintendente, con deliberazione presa a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo per gravi motivi.
4. Il direttore artistico o musicale cessa dal suo incarico insieme al sovrintendente, e può essere riconfermato.

Anche il recente decreto Bondi, che raccomanda indirizzi imprenditoriali, non ha toccato il ruolo del direttore artistico. Insomma, la direzione artistica non è un optional (anche se di certo è strettamente dipendente dalla sovrintendenza, e dovrebbe esserlo anche con riferimento alla durata dell’’incarico). Logica vuole che un direttore artistico sia a maggior ragione indispensabile per garantire qualità alle scelte “manageriali” economicamente efficaci che i tempi richiedono (almeno quanto la presenza manageriale è necessaria a garantire la fattibilità delle scelte artistiche).
Lo sanno anche a Napoli e infatti preparano la nomina del successore (che forse esiste già in pectore). Secondo “Il Giornale del Mezzogiorno”, “Luciano Schifone, consigliere regionale del Pdl con delega allo spettacolo, lascia intendere che una alternativa già c’’è. «È fin troppo evidente – dice – che il licenziamento di Segalini non può assolutamente essere dipeso dalla sua irreperibilità nei giorni di Natale. Può essere soltanto la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso». E fiducioso conclude: «Sono certo che questa vicenda porterà presto alla nomina di un nuovo direttore di comprovata e consolidata esperienza nel settore della direzione artistica, che abbia alle spalle una carriera prestigiosa, che sappia instaurare con le maestranze e gli artisti impegnati nell’attività del massimo teatro partenopeo un rapporto di collaborazione che sappia consolidare il lustro conquistato dal San Carlo in quasi tre secoli di vita»”.

Per quanto riguarda il Commissario straordinario la normativa (Art. 21. del Dlgs 367 del 1996 – Amministrazione straordinaria) prevede che l’’autorità di Governo possa disporre lo scioglimento del consiglio di amministrazione della fondazione in caso di gravi irregolarità o di violazioni delle disposizioni legislative, o di perdita superiore al 30 per cento del patrimonio per due esercizi consecutivi. La legge prevede anche che “con il decreto di scioglimento vengono nominati uno o più commissari straordinari, viene determinata la durata del loro incarico, comunque non superiore a sei mesi, nonché il compenso loro spettante. I commissari straordinari esercitano tutti i poteri del consiglio di amministrazione”.
Sul sito del San Carlo non si trova lo Statuto, ma sono in bella evidenza le nomine di Nastasi (che non percepisce compensi): quattro, appunto, la quinta è di questi giorni. Si va verso il quinto anno.

Prosa/lirica: il modello Napoli
Per gli stabili pubblici una volta si invocava il modello tedesco: scegliere un direttore sulla base di personalità/esperienza/progetto, lasciarlo lavorare (in modo che possa realizzare il suo programma e svolgere il suo mandato), verificando (presidenti e CDA) la correttezza della gestione amministrativa e del personale, e alla fine confermarlo o meno.
Il vecchio decreto Tognoli sui Teatri Pubblici (del 1990), con la figura del direttore unico, si collocava su questa linea. Almeno in teoria. Più controverso resta il profilo dei direttori. La normativa oggi è più equivoca, ma gli statuti sono ancora ispirati – quasi tutti – a quel provvedimento.
Ad Andrea De Rosa invece (e non è certo il primo caso del genere) non è stato dato il tempo di lavorare, di realizzare il suo programma. A Segalini neppure.
Dalle vicende napoletane (e non solo) è possibile cogliere alcuni problemi e un modus operandi che accomunano prosa e lirica.

La crisi come pretesto: i problemi economici determinati dalla crisi, la riduzione dei finanziamenti pubblici e i problemi di bilancio favoriscono gli equivoci nell’’interpretazione dei ruoli e l’’arbitrio nella gestione dei rapporti di lavoro: non solo in ambito esecutivo, ma anche ai massimi livelli. Per gli organi politico-direttivi dei teatri, la crisi diventa il pretesto per fare quello che vogliono, o per imporre quello che considerano il minore dei mali possibili, o che viene loro ordinato (De Fusco sostituisce De Rosa perché sarebbe più bravo a trovare risorse!).

Il primato della (cattiva) politica: negli ultimi due anni, Napoli ha visto cambiare di segno le amministrazioni regionale e provinciale ed è da tempo in campagna elettorale per il Comune: il Mercadante si è adeguato per tempo, solo un consigliere d’’amministrazione si è dissociato dai diktat del centro-destra (romano e campano); dell’’imposizione (trovare un posto a De Fusco a tutti i costi, dopo la conclusione del suo mandato allo Stabile del Veneto) era al corrente tutto il teatro italiano.

Ma per fortuna che Salvo c’’è: questo modo di fare politica in ambito culturale (ovvero interferire nelle istituzioni culturali) non è certo nuovo, anzi. Tuttavia prospera in assenza (totale) di governo, con riferimento non solo all’’inconsistenza del ministro Bondi, ma anche a causa dell’’assenza di linee guida, di motivazioni che non siano i tagli, di prospettive per i beni e le attività culturali. In questo scenario da crisi di regime, è normale (e qualcuno aggiunge “per fortuna”) che la burocrazia prenda il potere (la burocrazia “buona” e necessaria non dovrebbe essere potere, ma “servizio”, il motore che fa funzionare lo Stato). E questa burocrazia, al MIBAC, è lui, Super-Salvo, l’’efficiente funzionario dalle competenze tecniche illimitate.
E’’ un potere destinato ad allargarsi. Basta pensare al ruolo che avrà la direzione generale del MIBAC nei prossimi necessari e inevitabili riassestamenti contributivi dopo la drammatica contrazione del FUS: è ovvio che un taglio di queste dimensioni annunciate non può più corrispondere una ricaduta equivalente per tutti i soggetti, come sostiene anche l’’AGIS. Sarà poi necessario decidere se, dove e come intervenire in caso di eventuali default: operare il salvataggio o rimettere in circolo le risorse, assegnandole a soggetti più solidi? C’’è poi da auspicare che a sostegno del settore subentrino fondi extra Fus: la loro gestione rischia però di essere ampiamente arbitraria.
Salvo Nastasi si è distinto in questi anni per l’’efficienza con cui ha ricoperto incarichi assai delicati: proprio le sue qualità gli hanno meritato incarichi sempre nuovi. Tuttavia è facile intuire che una eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un unico funzionario, in una situazione di perenne emergenza (vea o presunta), abbia diverse controindicazioni.

Torniamo a Napoli
Per il Mercadante c’’è da scommettere – in misura compatibile con i tagli del FUS – che recupererà l’’handicap storico rispetto agli altri stabili che caratterizza i contributi statali. Quanto al San Carlo, si è adeguato dal 2007: da allora la sua gestione è nelle mani del Ministero (condizione che avrebbe dovuto durare al massimo un anno).
Ci sarebbe almeno da chiedersi se sia corretto che il direttore generale del MIBAC, da cui dipende l’’assegnazione dei contributi, sia anche commissario straordinario di una FLS (Napoli è l’’ultima, quella cui è più affezionato, ma prima c’era stato il Comunale di Firenze): finanziatore e finanziato, controllore e controllato si identificano. Sul piano della forma, probabilmente siamo nell’’ambito della correttezza: è una scelta ammissibile e addirittura virtuosa, visto che Nastasi come commissario straordinario non percepisce alcun compenso e che nessuno meglio di lui dovrebbe poter sovrintendere con efficacia alla correttezza della gestione. Forse però riusciremo davvero a capire le ambiguità di una posizione del genere solo quando riacquisteremo un pizzico di sensibilità alle regole, al conflitto di interessi e alla divisione dei poteri.

Questioni di metodo
In fondo, dicono alcuni, che male c’’è?
In fondo, il teatro italiano è lottizzato da sempre, se ne approfittano a destra e a sinistra.
In fondo, sono carrozzoni costosi e pressoché inutili: meglio chiuderli.
In fondo, sono tutti uguali: pseudo-artisti alla ricerca di una poltrona e dell’’affermazione del loro piccolo ego a spese del contribuente.
In fondo…
Ma l’’invidia e il qualunquismo non sono mai la soluzione. Nemmeno il “tanto peggio tanto meglio” o il “muoia Sansone con tutti i Filistei” che affiorano con crescente insistenza nella squallido panorama italiano.
L’’accelerazione di questi mesi è molto grave e inquietante. Perché il modo, la forma, sono anche sostanza. Un sistema culturale gestito in questo modo – sotto il costante ricatto economico, con l’’arroganza dei capetti e l’’invadenza dei politici, dove l’’arbitrio sostituisce una corretta analisi di obiettivi e i risultati – è destinato a isterilirsi sempre più rapidamente.
Se il fare (o meglio, il “fare in tutta fretta”) serve solo a far occupare le poltrone dagli amici o dagli amici degl amici, la politica diventa solo un meccanismo di autoconservazione della Casta, e il trampolino di lancio per l’ennesima cricca.
Seguendo il “metodo Napoli”, con la scusa dell’emergenza la gravissima crisi del sistema culturale italiano verrà gestita in maniera del tutto discrezionale e autoritaria, sulla base di affiliazioni opache a potentati più o meno trasparenti.
Per questo è importante denunciare le “cattive pratiche dell’’arroganza”.
(continua. Non sappiamo come continuerà, ma purtroppo continua di sicuro…)

Oliviero_Ponte_di_Pino_e_Mimma_Gallina

2011-07-01T00:00:00

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