Il teatro del festival Poverarte: giovane e ricco di vita

L'onda d'urto di bologninicosta, Biloura Collective, Fartagnan Teatro, Anomalia Teatro

Pubblicato il 24/04/2018 / di / ateatro n. 165 / 0 commenti /
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Per quattro sere ho seguito la sezione teatrale di Poverarte, un festival di giovani interessati a “tutte le arti” (cinema, teatro, poesia orale, musica, musica elettronica, arti figurative, fotografia), basato sul lavoro volontario e senza sovvenzioni, che si è svolto dal 14 al 21 aprile a Bologna. Purtroppo ho perduto il primo appuntamento teatrale, quello inaugurale, significativamente intitolato Flusso e diretto da Federica Amatuccio: una “grande opera-evento collettiva” a conclusione di quattro percorsi laboratoriali, che usava tutti i linguaggi per mostrare ironicamente “gli stereotipi della contemporaneità nell’arte performativa”. Amatuccio è anche la responsabile del team degli/delle undici che hanno selezionato i quattro spettacoli proposti dal Teatro dei Servi Disobbedienti: che fossero di qualità, non uniformati da uno standard, indipendenti dal curriculum, accessibili economicamente, mossi da un’urgenza di comunicazione, frutto di un lavoro condiviso. Gruppi dunque, per valorizzare l’energia che scaturisce dalla presenza di più corpi in scena. Anche per il festival sono tanti a lavorare e, come spiega una giovane artista, ce n’è bisogno per darsi reciprocamente forza e continuare a fare teatro in condizioni non proprio facili. Una constatazione non una lamentela, non autocompatimento.

Flusso, ph. Giuseppe Catania

I quattro spettacoli non credo mi avrebbero fatto lo stesso effetto se li avessi visti separatamente. Tutti insieme hanno formato un’onda d’urto che dopo lo spaesamento iniziale – erano tutti così giovani, sia in scena sia in sala! – mi ha chiamato in causa, coinvolgendomi e anche travolgendomi. Spettacoli fra loro diversi in cui ho poi trovato dei fili comuni: l’internazionalità (tre artisti stranieri su dodici), il linguaggio interdisciplinare come un rimescolio cui si è abituati dalla nascita attraverso i media – parole, suoni, gesti e immagini sperimentati da sempre nelle loro ibridazioni a prescindere dalle discipline – e la riduzione al minimo della scenografia e dei costumi: la scarsità di mezzi diventa dato imprescindibile, in connessione profonda con il processo creativo, stimolo a puntare su altro. Alle spalle inchieste, riferimenti filosofici (magari non sistematici) e soprattutto un senso acuto del presente e della condizione della generazione di appartenenza, uno sguardo disincantato e un esserci pieno a “proprio” modo. I quattro spettacoli infatti non parlano solo dei loro artefici e della loro generazione: affrontano il presente laicamente, senza intenti definitori assoluti, e dunque interessano tutti coloro che sono animati dalla curiosità e non dalla nostalgia. Sfatano anche alcuni pregiudizi sui giovani: non sono superficiali anche se spesso prediligono le superfici, hanno un modo teatralmente diverso di essere seri e di impegnarsi.

Biloura Collective, Amarsiamorsi, foto Felisia Santagata

Amariamorsi di Biloura Collective, di e con Silvia Ribero e Angie Rottensteiner. Biloura è una parola dialettale delle Alpi occidentali che significa “in questo esatto momento”, ma il percorso dello spettacolo è stato lungo, ha coinvolto venti artisti provenienti da tutto il mondo e ha trovato accoglienza anche presso il Teatro Ridotto di Lavino (Bo). Due artiste in scena in una danza trattenuta, un filo narrativo minimale (il viaggio da luoghi diversi e per diverse ragioni verso un’unica meta ignota, l’incontro), un grande tema: il modo con cui ognuno di noi si rapporta alla morte. Una situazione beckettiana anche grazie all’alberello portato in scena, ma un Beckett letteralmente fiorito, per quei fiori cuciti sulla stoffa appunto, che danno alla morte i colori che ha in tanti paesi dell’America latina, e per la delicatezza con cui la morte entra in relazione con l’amore.

Fartagnan Teatro, Aplod, ph. Giulia Vecchiato

Aplod di Fartagnan Teatro, di Rodolfo Ciulla, con Michele Fedele, Matteo Giacotto, Giacomo Vigentini, Rodolfo Ciulla. Un gruppo di quattro attori diplomati alla Paolo Grassi: è il primo con questa origine che vedo dopo il glorioso Teatro della Ringhiera formato da sette giovani, di cui sei diplomati alla Scuola appunto, tra cui la regista Serena Sinigaglia, o dopo quello che puntava su Renata Ciaravino e su Silvia Gallerano. La loro comicità ha un po’ dello spirito che animava l’irrisione futurista o la gestualità dei primi attori del muto. Immaginano un’epoca futura in cui non c’è più bisogno di computer, basta inforcare un paio di occhiali, ma è proibito fare video. E allora due di loro, disoccupati, producono video clandestini e conquistano migliaia di like con storie di gattini. Coabitazioni forzate e vite dominate dall’ozio e dalle illusioni o da un rapporto ossessivo con il lavoro, cui dall’alto viene attribuito quotidianamente un punteggio. Sento alcune risate così forti che non riesco a non girarmi per vedere chi è.

Uroboro di Anomalia Teatro, di e con Simona Ceccobelli e Sebastian O’Hea Suarez. Uno spettacolo che “corre tra la poesia e la clownerie” leggo. In scena un artista messicano che sembra inglese e una giovane donna minuta molto autorevole, anzi autoritaria, maestra di kung-fu. Al centro il rapporto fra maestra e allievo: la logica imperscrutabile con cui agisce la maestra e il bisogno che ne ha l’allievo, i suoi sforzi di apprendere, ora imitando ora scappando ora fallendo ora riuscendo. È una danza che presuppone qualità acrobatiche, un movimento continuo in un gioco al millimetro di azioni e reazioni, pochi oggetti usati mirabilmente, uno spazio di eleganza e pulizia orientali, in alcuni frammenti due maschere misteriose in testa. Gli interpreti possiedono abilità antiche – si deve faticare molto per raggiungere la leggerezza – e un’ironia tutta contemporanea. Non scatenano risate aperte come Aplod ma risate che sono anzitutto sorrisi interiori. Mi incantano, penso che sia un piccolo capolavoro e vada bene per tutti i pubblici, di tutte le età. Lo intitolerei Kung-fu per far capire subito di che si tratta. Ceccobelli e O’Hea Suarez hanno frequentato per quattro anni, a Torino, l’Atelier Teatro Fisico di Philip Radice (statunitense), fanno parte di una rete di artisti che producono e distribuiscono il loro lavoro: modalità non solo loro, da studiare.

St(r)age di bologninicosta, di Sofia Bolognini e Dario Costa, con Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Daniele Tagliaferri, Andrea Zatti. Lo spettacolo, nato a Roma, è quello giusto per chiudere, perché con la sua vitalità e anche il suo caos attrae decisamente spettatori e spettatrici. Bella la storia che mette in scena: gli attori di tutto il mondo, ormai ridotti allo stremo, decidono di fare un’ultima performance collettiva, il loro suicidio. Alla base della performance interviste ad attori e il pensiero di Baumann, ma con l’ esasperazione di certi tratti dei personaggi/professionisti teatrali che passa dal comico al drammatico: è la forza dell’invenzione che domina. Il teatro diventa un luogo remoto, misterioso, ma questa antica “struttura di civiltà” rinasce, merito forse anche di dove ci troviamo: il San Leonardo che fu di Leo De Berardinis ed è oggi di Ateliersi, con Fiorenza Menni padrona di casa. Lo spettacolo usa l’elemento metateatrale di cui tanto si è abusato, facendolo diventare altro, si tratta della Vita, punto e basta: la vita di ognuno e l’energia che emana dal collettivo. Sono in prima fila seduta su un cuscino, non proprio la posizione ideale per una spettatrice che dopo mezzo secolo di attività chiede poltroncine comode, vengo trascinata in scena per il ballo finale. Non mi piace essere coinvolta a questo livello, ma non posso esimermi e faccio un gesto imprevisto: getto via il mio giubbotto di pelle. Non l’avrei detto! Certo non si deve cercare la confezione compiuta e pulita, si tratta di aprirsi e di entrare dentro altre visioni, ma i curricula che i giovani spediscono ogni giorno e finiscono nella spazzatura volteggiano metaforicamente. Non ci sono ma ne avvertiamo la presenza, o se ne parlava in Aplod?
Alla fine se dovessi siglare con una parola quest’esperienza, direi Orizzontalità, il valore assoluto dell’orizzontalità, non perché non ci sia altezza, non perché non ci sia vertigine, ma perché c’è un’estensione e una valorizzazione dei rapporti orizzontali, mettendo insieme emotivamente scena e sala (certo una sala generazionalmente connotata). La rete nei suoi aspetti positivi, più stimolanti. Merito forse, in questa circostanza, anche degli incontri chiusi del mattino in cui ogni compagnia mostrava alle altre tre il proprio allenamento, il proprio modo di lavorare. Nelle difficoltà presenti non c’è che ‘mettere in comune’, senza aver paura delle diversità e ammettendo le rivalità. Una lezione di teatro, ma chi l’ascolta? Di tutto questo fa parte anche il mio anonimato, sono una ‘prof’ ma qui non importa a nessuno e la cosa non mi dispiace. Avrei voluto sapere da loro come conciliano il teatro con la sopravvivenza economica e anche come si sono formati, che rapporto hanno con l’indispensabilità del mestiere, ma non era giornata di interrogazione. E forse mi sono lasciata entusiasmare troppo.

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