Arundathy Roy e Tricia Tuttle alla Berlinale, Erri De Luca a Salerno Letteratura, il caso De Gregori, Eskol Nevo al Libro Possibile, Eyal Weizman al Festivaletteratura, Naza alla Biennale Cinema

Categorie: 207 | AnnoZeroPubblicato il: 10/08/2026Aggiornato il: 31/08/2026

E se nei vostri quartieri
Tutto è rimasto come ieri
Senza le barricate
Senza feriti, senza granate
Se avete preso per buone
Le “verità” della televisione
Anche se allora vi siete assolti
Siete lo stesso coinvolti.
Fabrizio De Andrè, Canzone del Maggio

Il conflitto israeliano-palestinese e la polarizzazione sul genocidio a Gaza sono da anni una ferita aperta nello scenario geopolitico. Inevitabilmente il dibattito investe anche il mondo della cultura e il particolare i festival, che da sempre rappresentano uno spazio pubblico aperto (teoricamente) al dibattito e al confronto. Negli ultimi mesi, diverse polemiche sono nate dalla contrapposizione di posizioni inconciliabili sulla questione, portando spesso la cultura e lo spettacolo sulle prime pagine.
Abbiamo ricostruito alcune di queste polemiche. La cultura è sempre (anche) politica, ma in alcune situazioni l’arte e gli artisti (e i curatori) finiscono per diventare ostaggio della politica.

Gaza a Berlino (Berlinale)

Alla Berlinale del 2024 il film israelo-palestinese No Other Land vinse il premio come miglior documentario (prima di vincere anche il Premio Oscar nel 2025), scatenando una polemica per via di alcune frasi pronunciate da uno dei due registi, il palestinese Basel Adra, che aveva detto che Israele stava “massacrando” la popolazione palestinese e aveva invitato la Germania a smettere di fornire armi a Israele. L’altro regista, l’israeliano Yuval Abraham, aveva denunciato la “situazione di apartheid” del popolo palestinese. Per questo diversi politici tedeschi aveva accusato il festival di antisemitismo e di eccessiva politicizzazione.

80 partecipanti ed ex partecipanti alla Berlinale contro il “silenzio” su Gaza
Oltre 80 partecipanti attuali ed ex partecipanti alla Berlinale, capitanati da Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta in cui condannano il “silenzio” del festival su Gaza. Il proclama è giunto dopo che nei giorni scorsi, durante la conferenza stampa di apertura del Festival di Berlino (12-22 febbraio 2026), il presidente della giuria Wim Wenders si era espresso sull’annoso e forzato tema “cinema e politica”. Il regista di Il cielo sopra Berlino pressato dalla solita domanda dei cronisti bisognosi di titoli polemici per gli articoli da pubblicare aveva dato una spiegazione articolata e finanche condivisibile riguardo il conflitto tra Israele e Gaza e sul sostegno del governo tedesco a Israele, ma che nella vulgata di rilancio delle grandi testate è diventata: “i registi dovrebbero tenersi fuori dalla politica”.
A quel punto l’autrice indiana Arundhati Roy si è ritirata dalla giuria della Berlinale, mentre la direttrice del festival, Tricia Tuttle, ha rilasciato una dichiarazione sacrosanta più in linea sulla generale libertà di espressione degli artisti che oramai ad ogni conferenza stampa vengono pressati sempre e solo su questioni politiche e sociali:

Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono. Non ci si dovrebbe aspettare che commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino.

A questo punto è sbucata la lettera degli 80 – tra questi i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Avi Mograbi – dove è stata accusata la Berlinale di “censurare” gli artisti che si sono espressi sul tema palestinese, e dove si afferma di essere “fervidamente in disaccordo” con le opinioni di Wenders su cinema e politica. “Non si può separare l’una dall’altra”, hanno affermato, aggiungendo che “la tendenza sta cambiando nel mondo del cinema internazionale” citando i 5mila lavoratori del cinema, tra cui diversi nomi del cinema hollywoodiano, che si rifiutano di collaborare con società e istituzioni cinematografiche israeliane.
E ancora:

Invitiamo la Berlinale a compiere il suo dovere morale e a dichiarare chiaramente la sua opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre fine completamente al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità.

(Davide Turrini, “Su Gaza la Berlinale tace e censura”: la lettera aperta di Tilda Swinton e altri 81 artisti. Accuse anche a Wim Wenders: “I registi non devono tenersi fuori dalla politica”, “Il Fatto Quotidiano”, 19 febbraio 2026)

La direttrice Tricia Tuttle cerca di placare le polemiche
La direttrice della Berlinale Tricia Tuttle ha tentato di placare le polemiche (…), rispondendo alle accuse di neutralità rispetto alla guerra nella Striscia di Gaza. Ha riconosciuto «la profondità della rabbia e della frustrazione» e «un bisogno di esprimersi e di essere ascoltati» in chi ha criticato il festival. Ma si è lamentata anche della «disinformazione» e delle «accuse infondate alla Berlinale», che è il terzo festival di cinema più importante d’Europa dopo Cannes e Venezia.
(Alla Berlinale c’è una polemica sulla neutralità su Gaza, “Il Post”, 19 febbraio 2026)

La premiazione
Viste le numerose polemiche su Gaza, il genocidio e la richiesta di una presa di posizione istituzionale che dal primo giorno hanno caratterizzato la Berlinale 76, pensare che la cerimonia di chiusura sarebbe stata «neutrale» era quantomeno ingenuo. E infatti la direttrice artistica Tricia Tuttle, salendo sul palco all’inizio della premiazione, ha cercato subito di creare una sorta di «zona di sicurezza»:

Viviamo in tempi polarizzati, ci sono prospettive diverse, è giusto esprimere una critica nei film e fuori di essi. La Berlinale quest’anno è stata caricata di significati e emozioni ma questo è perché fa il suo lavoro, il cinema fa il suo lavoro. (…) Ci sono molti modi di assumere le proprie responsabilità, alcuni registi lo fanno con delle dichiarazioni, altri attraverso i loro film

riferendosi ovviamente alle critiche rivolte per tutti i dieci giorni al presidente della giuria, Wim Wenders (…).
Il tanto atteso statement del presidente della giuria è stato in sintesi una lunga dissertazione sulla lingua che si deve parlare alla Berlinale «nel mondo terribile in cui viviamo»:

La lingua del cinema, della critica, del giornalismo, della politica, e di internet che sono diverse e hanno bisogno le une delle altre. Le cause condivise hanno una migliore possibilità di resistere al vento sempre mutevole del consumo di astrazione e sovrasaturazione. Il cinema è più resistente all’oblio e certamente più longevo della breve durata dell’attenzione che offre internet. Gli attivisti combattono principalmente su Internet per cause umanitarie, in particolare per la dignità e la protezione della vita umana. Queste sono le nostre cause, come dimostrano chiaramente i film della Berlinale. Voi fate un lavoro necessario e coraggioso, ma non è necessario che sia in competizione con noi, tanto meno che le nostre lingue debbano scontrarsi. La nostra è un’alleanza (…) La lingua del cinema ha tanti approcci ma soprattutto la pazienza e l’empatia, quella dei social media cerca l’effetto. Alla Berlinale il linguaggio della politica è stato sempre presente, poiché Berlino è sempre stata e lo è tuttora un luogo estremamente politicizzato

Francamente non è molto chiaro: significa dire che è stato male interpretato? Che le sue parole avevano un altro significato? Se è così ha perduto una bella occasione per esprimerlo, se è altro aveva già detto tutto.
Le «precauzioni» di Tuttle e del festival non sono servite comunque molto anzi, tanto che la presentatrice della serata, l’attrice Desirée Nosbuch, sembrava a un certo punto sull’orlo del panico. A scuotere l’elegante audience del Berlinale Palast ha iniziato subito la regista libanese Marie-Rose Osta, premiata nel Berlinale Short per Someday a Child, la storia di un bambino che vive insieme allo zio in un villaggio libanese e scopre di avere dei super poteri.

Purtroppo i bambini a Gaza e in Libano, il mio Paese, non hanno dei super poteri per sopravvivere alle bombe israeliane, nell’indifferenza e nel silenzio, ma i bambini palestinesi e libanesi non sono negoziabili.

Mi hanno suggerito di stare attento, perché in Germania sono in esilio ma non mi importa. Voglio chiedere da questo palco al governo tedesco, che è troppo intelligente per non capirlo, perché è complice in un genocidio, perché ha scelto di stare da questa parte,

ha esordito subito Abdallah Alkhatib, siriano palestinese, premiato nella sezione Perspectives per Chronicles from The Siege portando con sé la bandiera della Palestina.

Quando la Palestina sarà libera nelle nostre città faremo dei festival di cinema che parlano della libertà prima che dell’arte, degli esseri umani prima della cultura, della politica prima della bellezza, di solidarietà. E ricorderemo chi è stato con noi e chi contro nella lotta per vivere con dignità.

In sala applausi e grida di protesta.
(Cristina Piccino, Tra Gaza e la lingua del cinema, la politica interroga la Berlinale, 22 febbraio 2026)

Scene ripugnanti[Il ministro socialdemocratico dell’Ambiente Carsten] Schneider era l’unico membro del governo tedesco presente alla cerimonia, sebbene non lo rappresentasse, ha dichiarato il suo ministero all’Afp. Il ministero della Cultura tedesco, contattato dall’Afp per scoprire il motivo dell’assenza del suo ministro Wolfram Weimer, non ha risposto immediatamente. Un esponente di spicco del partito conservatore del cancelliere Friedrich Merz, Alexander Hoffmann, ha denunciato quelle che ha definito “scene ripugnanti” di “antisemitismo” durante la cerimonia.

Le accuse di genocidio, gli sfoghi antisemiti e le minacce contro la Germania alla Berlinale sono assolutamente inaccettabili,

ha dichiarato al Bundestag Hoffmann, presidente della Csu, il partito bavarese alleato dell’Unione Cristiano-Democratica di Merz. Il sindaco di Berlino, Kai Wegner, membro della Cdu, ha dichiarato al quotidiano Bild che

l’aperta manifestazione di odio verso Israele è in diretta contraddizione con ciò che questo festival rappresenta.

(Accuse a Germania “complice genocidio Gaza” dal palco, ministro lascia Berlinale, Ansa, 22 febbraio 2026)

Licenziare la direttrice?
Wolfram Weimer, Commissario del governo federale per la Cultura e i Media della Repubblica Federale di Germania, ha convocato per giovedì una riunione straordinaria degli organi di gestione delle Kulturveranstaltungen des Bundes in Berlin GmbH (Kbb).
Secondo il quotidiano “Bild”, all’ordine del giorno c’è anche il licenziamento della direttrice della Berlinale Tricia Tuttle.
Secondo fonti governative, il consiglio di sorveglianza discuterà anche della futura direzione del Festival internazionale del cinema di Berlino e delle possibili conseguenze sul personale in una riunione speciale che si terrà giovedì.
Wolfram Weimer e Tricia Tuttle sarebbero d’accordo sul fatto che quest’ultima non possa più rimanere alla guida del festival a causa delle turbolenze politiche che circondano il Festival internazionale del cinema di Berlino. Secondo il rapporto, il dibattito sull’intervento alla cerimonia di premiazione e la conseguente pressione pubblica sono stati i fattori decisivi. (…)
Alla vigilia della sessione di giovedì, il ministro della Cultura Weimer ha sottolineato:

La Berlinale non deve essere un luogo di incitamento, minacce o antisemitismo. L’odio contro Israele non ha posto – soprattutto non finanziato con i soldi dei contribuenti.

(Nela Heidner, Germania, la direttrice della Berlinale licenziata in seguito al dibattito su Gaza, “Euronews”, 25 febbraio 2026)

Una Berlinale di attivisti?
“Bild”, apertamente filoisraeliano, guida l’ondata di reazioni contro la Berlinale dopo la cerimonia di premiazione di sabato, durante la quale diversi registi – tra cui la vincitrice per il miglior cortometraggio Marie-Rose Osta, la vincitrice dell’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura Geneviève Dulude-de Celles e il vincitore del Gran Premio della Giuria, l’Orso d’Argento, Emin Alper – hanno pronunciato dal palco dichiarazioni a sostegno della causa palestinese. (…) Martedì “Bild” ha pubblicato una rubrica del giornalista di destra Gunnar Schupelius, che ha accusato Tuttle di essersi “prestata alla propaganda per Gaza”, citando una foto che la ritrae insieme ad Al-Khatib e alla troupe di Chronicles From The Siege alla prima mondiale del film alla Berlinale. Ha accusato Tuttle di aver permesso che la Berlinale fosse usata come strumento da parte di attivisti “antisemiti”.
(David Mouriquand, Cineasti europei sostengono la direttrice della Berlinale Tuttle tra minacce di licenziamento, Euronews, 26 febbraio 2026)

La lettera di sostegno a Tricia Tuttle dei lavoratori della Berlinale
Alla luce dei dibattiti in corso e dei recenti sviluppi, noi – personale, dipendenti a contratto e liberi professionisti della Berlinale e delle istituzioni associate (oltre 510 dipendenti, ndr) – in rappresentanza di una pluralità di prospettive, esprimiamo con una sola voce il nostro sostegno unanime alla straordinaria Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Tricia durante il suo mandato e abbiamo potuto constatare in prima persona la chiarezza, l’integrità e la visione artistica che ha portato alla Berlinale. Ha fatto sì che centinaia di colleghi della Berlinale si sentissero individualmente rispettati e, collettivamente, estremamente orgogliosi dei risultati ottenuti nel corso di due anni difficili.
Non esageriamo quando affermiamo, come unanime, che è improbabile che il Consiglio di sorveglianza della KBB avrebbe potuto nominare un leader più intelligente, etico e reattivo per la Berlinale, né uno più dedito ai principi fondamentali che rendono questo festival una piattaforma vitale per il cinema in Germania e a livello internazionale. Ci auguriamo che questo messaggio contribuisca in qualche modo a comunicare la portata dell’ammirazione e della lealtà che Tricia ha ispirato in tutti coloro che investono nel futuro della Berlinale e nel futuro del cinema.

La lettera di sostegno a Tricia Tuttle della Deutsche Filmakademie presieduta da Vicky Krieps e Florian Gallenberger
In quanto cineasti in Germania e non solo, seguiamo con profonda preoccupazione i dibattiti in corso attorno alla Berlinale e al previsto allontanamento di Tricia Tuttle. Difendiamo la Berlinale per ciò che è fondamentalmente: un luogo di scambio.
La Berlinale è molto più di un red carpet o di una sequenza di titoli sui giornali. È uno spazio in cui le prospettive si incrociano, i racconti vengono messi in discussione e le tensioni sociali emergono alla luce. È lì che si sviluppa il confronto, nel cuore stesso del cinema.
Le critiche recenti si sono concentrate sulle dichiarazioni pronunciate dal palco. Nessuna di queste osservazioni è stata fatta dalla direzione del festival, ma da registi invitati. Un festival cinematografico internazionale non è uno strumento diplomatico, è uno spazio culturale democratico che va tutelato. La sua forza sta nella capacità di accogliere punti di vista divergenti e di dare visibilità a una pluralità di voci.
Anche una fotografia della direzione del festival insieme a cineasti, in cui si vedeva una bandiera palestinese, è stata oggetto di critiche. Posare per una foto con ospiti internazionali fa parte della prassi di un festival di questo tipo. La visibilità di identità diverse non equivale a un sostegno, è l’espressione di uno spazio pubblico aperto e democratico.
Quando si traggono conseguenze sul personale a partire da singole dichiarazioni o interpretazioni simboliche, si manda un segnale preoccupante: le istituzioni culturali finiscono sotto pressione politica.
Se viene convocata una riunione straordinaria per decidere il futuro della direzione del festival, in gioco c’è molto più di un singolo incarico. Ciò che è davvero in discussione è il rapporto tra libertà artistica e indipendenza istituzionale.
La Berlinale è sempre stata politica – non partitica, ma impegnata sul piano sociale. Il cinema rende visibili i conflitti, apre nuove prospettive e rende tangibili le esperienze di ingiustizia e violenza. Il cinema pone interrogativi morali e ci chiede di sopportare l’ambiguità invece di scioglierla troppo in fretta. Illumina i rapporti di potere e dà visibilità alle esperienze di oppressione, non per fornire risposte semplici, ma per rendere possibile un dibattito pubblico significativo. È proprio qui che risiede il suo valore democratico.
Soprattutto in tempi di crisi globale, abbiamo bisogno di spazi capaci di reggere il dissenso. L’indipendenza delle istituzioni culturali protegge non solo la libertà artistica, ma la stessa vitalità del dibattito democratico.
Se ogni controversia si traduce in ripercussioni istituzionali, al confronto si sostituisce il controllo.
Noi difendiamo una cultura dello scambio, non dell’intimidazione. Dove la diversità resta visibile, la democrazia resta viva.

Pro e contro Tricia Tuttle
Secondo il quotidiano “Zeit”, la direttrice artistica della Berlinale Tricia Tuttle rimarrà in carica per il momento. Nessuna decisione sul suo futuro dopo la riunione straordinaria di questa mattina, convocato dal ministro della cultura tedesco Wolfram Weimer. Il portavoce del ministro ha dichiarato che “le discussioni sulla direzione della Berlinale proseguiranno nei prossimi giorni tra la direttrice artistica e il consiglio di sorveglianza”.
Il governo tedesco guidato dal cancelliere Friedrich Merz sarebbe intenzionato a dare il benservito a Tricia Tuttle (…).
Anche la European Film Academy ha espresso il suo supporto a Tuttle:

Crediamo che la sua leadership fornisca solide basi affinché la Berlinale e il cinema europeo possano affrontare con fiducia il futuro.

(…) Anche quattro registi ebrei (Yuval Abraham, Udi Aloni, Nadav Lapid, Tom Shoval, Oren Moverman) si sono espressi a favore della direttrice:

Cacciare Tuttle sarebbe un errore drammatico e lei ha il nostro pieno sostegno. Le istituzioni culturali non possono sopravvivere se l’intimidazione politica diventa lo standard con cui viene giudicata la leadership. La lezione politica fondamentale tratta dall’Olocausto non è stata solo quella della memoria, ma anche quella della creazione di un ordine democratico internazionale fondato sul diritto internazionale, volto a impedire che i governi potessero mai più ricorrere alla paura, al nazionalismo o ai traumi storici per mettere a tacere il dissenso. In quanto discendenti di famiglie sterminate in Europa, siamo quindi profondamente turbati nel vedere la memoria ebraica invocata in modi che rischiano di limitare la libertà artistica e il pluralismo democratico.

(Lorenzo Ciofani, Il governo tedesco vorrebbe sostituire la direttrice della Berlinale (ma al momento resta in carica), “Il Cinematografo”, 26 febbraiom 2026)

La lettera di sostegno a Tricia Tuttle dei direttori dei festival internazionali di cinema

As film festival directors and leaders, we stand in support of Tricia Tuttle’s wish to continue as Berlinale Festival Director, in full trust and with institutional independence.
In the debates that have surrounded the 2026 Berlinale and other cultural and artistic events in preceding months, we recognise the mounting pressures on film festivals everywhere to navigate volatile times while maintaining a safe space for the exchange of cinema, and of ideas.
A core aspect of our role as cultural custodians is to create and protect the space for filmmakers, artists, professionals and audiences to come together. This includes people who bring with them not only a shared love of cinema, but also a huge variety of lived experiences and viewpoints. This is what gives our film festivals their vitality, relevance and value, and it is what festival ‘spirit’ is made from.
We must also navigate – with care – the fact that ‘everyone’ can include people with political and personal views that don’t always align, with each other, or with socially accepted or politically mandated positions. And while film festivals that are long-lived, and well-attended, may appear to be indestructible meeting places, these spaces are often fragile, hard-won and complex to preserve.
Film festivals as we know, and need them, are becoming increasingly challenging to sustain in a climate where the appreciation of nuance is collapsing. Supporting genuine freedom of expression, including the freedom to articulate imperfect or unpopular opinions, has never been more important. We need to maintain spaces where discomfort is embraced, where debates can be expansive, where new ideas can propagate and where unexpected – and sometimes conflicting – perspectives are made visible.
We need all our stakeholders – audiences, creators, festival teams, public and private partners, industry, media, fellow institutions – to show each other grace, respect and solidarity as communities and networks connected through the love of film, or we risk losing these spaces completely. It is so much easier to destroy than it is to build.
. In qualità di direttori e leader di festival cinematografici, sosteniamo il desiderio di Tricia Tuttle di continuare a ricoprire il ruolo di direttrice del Festival della Berlinale, in piena fiducia e con indipendenza istituzionale.
Nei dibattiti che hanno circondato la Berlinale 2026 e altri eventi culturali e artistici nei mesi precedenti, riconosciamo le crescenti pressioni sui festival cinematografici di tutto il mondo affinché affrontino tempi instabili mantenendo al contempo uno spazio sicuro per lo scambio di cinema e di idee.
Un aspetto fondamentale del nostro ruolo di custodi culturali è creare e proteggere lo spazio in cui registi, artisti, professionisti e pubblico possano riunirsi. Tra queste rientrano persone che portano con sé non solo un amore comune per il cinema, ma anche un’enorme varietà di esperienze e punti di vista vissuti. Questo è ciò che conferisce ai nostri festival cinematografici la loro vitalità, rilevanza e valore, ed è da cosa è fatto il festival “spirito”.
Dobbiamo anche affrontare – con attenzione – il fatto che “tutti” possono includere persone con opinioni politiche e personali che non sempre sono in linea, tra loro o con posizioni socialmente accettate o politicamente obbligatorie. E mentre i festival cinematografici longevi e frequentati possono sembrare luoghi di incontro indistruttibili, questi spazi sono spesso fragili, conquistati a fatica e complessi da preservare.
I festival cinematografici come li conosciamo e di cui abbiamo bisogno stanno diventando sempre più difficili da sostenere in un clima in cui l’apprezzamento delle sfumature sta crollando. Sostenere un’autentica libertà di espressione, compresa la libertà di esprimere opinioni imperfette o impopolari, non è mai stato così importante. Dobbiamo mantenere spazi in cui il disagio venga accolto, in cui i dibattiti possano essere ampi, in cui nuove idee possano propagarsi e in cui prospettive inaspettate – e talvolta contrastanti – siano rese visibili.
Abbiamo bisogno che tutti i nostri stakeholder – pubblico, creatori, team dei festival, partner pubblici e privati, industria, media, altre istituzioni – si dimostrino reciprocamente grazia, rispetto e solidarietà come comunità e reti connesse attraverso l’amore per il cinema, altrimenti rischiamo di perdere completamente questi spazi. È molto più facile da distruggere che da costruire.

Kristy Matheson, Artistic Director, BFI London Film Festival
Jung Hanseok, Festival Director, Busan International Film Festival
Ellen Y. D. Kim, Director, Asian Contents & Film Market
Karen Park, Program Director, Busan International Film Festival
Thierry Frémaux, General Delegate, Cannes Film Festival
Christian Jeune, Director of Films Department – Deputy General Delegate, Cannes Film Festival
Amr Mansi, Executive Director & Co-Founder, El Gouna Film Festival
Ilda Santiago, Executive Director, Festival do Rio
Pia Lundberg, Artistic Director, Göteborg Film Festival
Mirja Wester, VD/CEO, Göteborg Film Festival
Vanja Kaludjercic, Festival Director, International Film Festival Rotterdam
Clare Stewart, Managing Director, International Film Festival Rotterdam
Karel Och, Artistic Director, Karlovy Vary International Film Festival
Kryštof Mucha, Executive Director, Karlovy Vary International Film Festival
Giona A. Nazzaro, Artistic Director, Locarno Film Festival
Damien Hodgkinson, CEO, Melbourne International Film Festival
Al Cossar, Artistic Director, Melbourne International Film Festival
Daniela Michel, Founding Director, Morelia Film Festival
Roman Gutek, Head of New Horizons Association
Dorota Lech, Festival Director, New Horizons International Film Festival
José Luis Rebordinos, Director, San Sebastian International Film Festival
Maialen Beloki, Lucía Olaciregui – Deputy Directors, San Sebastian International Film Festival
Jovan Marjanović, Festival Director, Sarajevo Film Festival
Renata de Almeida, Director, São Paulo International Film Festival
Eugene Hernandez, Festival Director, Sundance Film Festival
Kim Yutani, Director of Programming, Sundance Film Festival
Nashen Moodley, Festival Director, Sydney Film Festival
Frances Wallace, CEO, Sydney Film Festival
Julie Huntsinger, Executive Director, Telluride Film Festival
Cameron Bailey, CEO, Toronto International Film Festival
Anita Lee,Chief Programming Officer, Toronto International Film Festival
Shozo Ichiyama, Programming Director, Tokyo International Film Festival

(Vedi Zac Ntim, Berlinale Crisis: International Festival Directors Including Cannes Head Thierry Frémaux Publish Statement In Support Of Tricia Tuttle, “Deadline”, 3 marzo 2026; vedi anche Davide Abbatescianni, I direttori di festival sostengono la direttrice della Berlinale Tricia Tuttle, mentre la stampa parla di codice di condotta antisemita e di un nuovo comitato consultivo, “Cinemaeuropa”, 4 marzo 2026)

Gaza a Salerno (Erri De Luca a Salerno Letteratura)

Sionismo, guerra e genocidio: l’intervista di Gerusalemme

And yet, the reality into which De Luca is now stepping is an scene of brilliant solitude. His arrival next week at the International Writers Festival at Mishkenot Sha’ananim in Jerusalem , with the support of the Jerusalem Foundation, is not a stop on an international author’s public relations tour. It is an act of moral alignment against the prevailing winds.
As intellectuals on the old continent compete with one another in drafting polished boycott papers and signing petitions denouncing the State of Israel, De Luca chooses to return to the earliest words. The words that his former comrades on Italy’s radical left in the 1970s turned into terms of abuse.
“In Italy, and in large parts of the West today, ‘Zionist’ is a curse. An insult thrown at you to mark the boundaries of what is beyond the pale,” he says quietly. “But I insist on this word. For me, Zionism is the simplest and most basic recognition of the Jews’ right to a national home, to existential and necessary defense. Anyone who recognizes Israel’s right to exist here, anyone who sees two entities living side by side, is a Zionist by that very fact. There are many people in Europe who hold this position but are afraid of their own shadow. They do not know that they are Zionists. I say it out loud, and I do not care about the price.”
These statements carry an uncompromising specific gravity, which immediately translates into existential practice. Recently, he corresponded with his friend, singer Achinoam Nini. She asked him to take part in an event she is organizing in Florence, planned for July. De Luca did not try to smooth the edges in order to please anyone, and set out an explicit moral condition.
“I told her: ‘I would be happy to come, but I am a Zionist. I am not capable of sitting in the same room or sharing a stage with people who long for Israel to be erased from the map. And more importantly, I will not cooperate with any event or forum in which people speak of “genocide” in the context of Gaza.'”
His relaxed calm gives way to the rigidity of a construction worker who knows how to distinguish stable materials from architectural foam. The use of the term “genocide” arouses in him a deep grammatical anger.
“I know very well what genocide is, and applying it to the war in Gaza is a historical and verbal distortion. What took place in Gaza is a brutal, modern war, in which the number of civilian casualties is enormous and horrifying because when fighting takes place inside a dense urban space, among schools and hospitals, the population will always pay the highest price. We saw this in Mosul, in Raqqa and in Mariupol. It is the inevitable effect of fighting an enemy that digs itself in among its own civilians. It is terrible, but it is not genocide.”
The best proof of the absurdity, he says, lies in the Israel Defense Forces’ operational movement. “If the army’s goal were the extermination of a people, it had a perfect stationary target, since the entire population was concentrated inside the city. The fact that Israel repeatedly moves the civilian population, from north to south and from south to north, in order to distance it from active combat zones, renders this accusation empty. It is not based on facts or observation, but on a clear desire to insult Israel, to wound its legitimacy.”
So he made it clear to Nini that he was not prepared “to be the intellectual decoration of groups that use these words. She replied that they still needed me and that I should come.”
. La sua partecipazione al Festival Internazionale degli Scrittori di Mishkenot Sha’ananim, a Gerusalemme, sostenuto dalla Jerusalem Foundation, non rappresenta una semplice tappa promozionale. È piuttosto un atto di posizionamento morale controcorrente.
Mentre molti intellettuali europei competono nel redigere documenti di boicottaggio e firmare appelli contro lo Stato di Israele, De Luca sceglie di tornare alle parole originarie. Quelle stesse parole che molti suoi ex compagni della sinistra radicale italiana degli anni Settanta hanno trasformato in insulti.
«In Italia e in gran parte dell’Occidente la parola “sionista” è diventata una maledizione. Un insulto usato per delimitare ciò che viene considerato inaccettabile», afferma.
«Io invece continuo a rivendicare questa parola. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei ad avere una casa nazionale e una difesa necessaria della propria esistenza. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque immagini due entità che convivono fianco a fianco, è per questo stesso fatto un sionista. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della propria ombra. Non sanno nemmeno di essere sioniste. Io lo dico apertamente e non mi interessa il prezzo che devo pagare.»
Queste affermazioni si traducono immediatamente in pratica.
Recentemente De Luca ha scambiato alcune lettere con la sua amica, la cantante israeliana Achinoam Nini. Lei lo ha invitato a partecipare a un evento che sta organizzando a Firenze per il mese di luglio.
De Luca non ha cercato di smussare i toni.
«Le ho detto: “Sarò felice di venire, ma sono un sionista. Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano cancellare Israele dalla carta geografica. E soprattutto non collaborerò con eventi o forum in cui si parla di ‘genocidio’ riferendosi a Gaza”.»
A questo punto il suo tono si irrigidisce.
«So benissimo che cosa sia un genocidio e applicare questa parola alla guerra di Gaza rappresenta una distorsione storica e linguistica.»
Secondo De Luca, ciò che è avvenuto a Gaza è una guerra moderna e brutale, caratterizzata da un numero enorme e terribile di vittime civili.
«Quando si combatte all’interno di spazi urbani densamente popolati, tra scuole e ospedali, la popolazione paga inevitabilmente il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa, a Mariupol. È la conseguenza inevitabile del combattere contro un nemico che si nasconde tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio.»
A suo giudizio la prova più evidente sarebbe il comportamento operativo dell’esercito israeliano.
«Se l’obiettivo fosse stato lo sterminio di un popolo, l’esercito avrebbe avuto un bersaglio immobile perfetto: l’intera popolazione concentrata nella città. Il fatto che Israele abbia spostato più volte la popolazione civile da nord a sud e poi nuovamente da sud a nord per allontanarla dalle zone di combattimento rende questa accusa priva di fondamento. Non nasce dai fatti o dall’osservazione della realtà, ma dal desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità.»
Per questo motivo ha chiarito ad Achinoam Nini di non voler essere:
«La decorazione intellettuale di gruppi che usano queste parole.»
Lei gli ha risposto che avevano comunque bisogno della sua presenza e che avrebbe dovuto partecipare.

(Omer Lachmanovitch, Erri De Luca defies Europe’s anti-Israel literary tide: ‘Genocide? It is a distortion’ , «Israel Hayom», 20 maggio 2026 https://www.israelhayom.com/2026/05/20/erri-de-luca-defies-europes-anti-israel-literary-tide-genocide-it-is-a-distortion/)

Erri De Luca: “Io sono un sionista”
Uri (dal pubblico)
Ti chiedono: hai pagato un prezzo per questo tuo sostegno a Israele, per questo dire “io sono sionista” – in tempi in cui sembra proprio una bestemmia?
Erri:
Sì. Non sono mai stato tanto attaccato in Italia come adesso, e lo sarò ancora a lungo per queste mie convinzioni. Però le mie convinzioni precedono i miei interessi. Sono disposto a perdere tutto per le mie convinzioni.
Uri:
Questa non è più una domanda, è una dichiarazione d’amore. Ti stiamo aspettando qui per la prossima edizione, nella Gerusalemme città di pace – speriamo tutti.
Erri:
Assolutamente. Condividiamo questo sentimento.
( Erri De Luca e il sionismo. Una conversazione a Gerusalemme , “Il Foglio”, 29 maggio 2026, https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/29/news/il-sionismo-e-de-luca-disposto-a-perdere-tutto-per-le-sue-convinzioni-una-conversazione-a-gerusalemme–399724

Erri De Luca di Facebook: «Ritorno su una parola infelice»
Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista. Questa posizione è anche quella di Hamas, ma non quella dell’OLP, che rappresenta parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dell’OLP. Questa evidenza e la constatazione che chi crede in due Stati è sionista sono state ricevute come una grave provocazione. Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace. Dalla distanza dell’età raggiunta vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese, senza la dittatura di Hamas, finalmente libero di indire elezioni e di scegliere i propri rappresentanti. L’altro israeliano, libero dal governo degli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese saranno medicati solo dal risarcimento di un suo Stato libero. Visto il surriscaldamento dei commenti, non credo di raffreddarli. Ma devo questa pagina a chi mi ha stimato e mi ha voluto bene. Non ho altro da aggiungere e non rispondo a commenti.
Erri
(dalla pagina Facebook di Erri De Luca, consultabile al link: https://www.facebook.com/erridelucafb/posts/pfbid02tfXDkGvez3wQDTiXmxs3B5cuKVXukmn6gx2ZRBzP46UEnFCUfqyq6zBj1QA5ZNMwl

Salerno Letteratura: “Ha preferito declinare”
All’anteprima di Salerno Letteratura al Salone del Libro di Torino Erri De Luca era stato annunciato come autore della prolusione al festival in agenda dal 13 al 20 giugno. Ma lo scrittore non ci sarà, il suo nome non compare più nel programma ufficiale della rassegna letteraria che sta circolando sul web, destando curiosità e commenti. A confermare la notizia è Gennaro Carillo, condirettore con Paolo Di Paolo di “Sa Let” (..):

La prolusione di quest’anno si terrà in forma di dialogo tra noi due direttori artistici. Discuteremo del rapporto tra scrittura narrativa e scrittura saggistica. (..) La prolusione in un primo momento avrebbe dovuto tenerla Erri De Luca, autore molto letto e altrettanto amato. Ma la prolusione implica una certa identità di vedute con chi te la commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza. La prolusione è l’atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni. Non c’è nessuna censura: De Luca era invitato comunque, seppure in un’altra sezione, ma ha preferito declinare”.

(…) La scelta De Luca tra gli autori italiani contemporanei più letti e tradotti al mondo era in continuità, ma alla luce delle sue affermazioni sul sionismo (da lui rivendicato) e il genocidio in Palestina (da lui negato), che hanno generato una forte ondata di critiche, malgrado le precisazioni successive, non c’erano più le condizioni perché è venuta a mancare “la totale condivisione dei valori non negoziabili”, di cui si fa portavoce da sempre SaLet. C’è un dato oggettivo, una verità storica da tenere in conto, precisa Carillo: “Le vittime civili di Gaza, la strage silenziosa dei tanti, soprattutto bambini, che continuano a morire di stenti, di fame”. E ribadisce “Non abbiamo censurato la presenza di Erri De Luca, tant’è che l’abbiamo invitato a tenere un incontro a Salerno che non fosse la prolusione ma lui ha declinato”.
(Erminia Pellecchia, SaLet senza Erri De Luca: parole divisive , “Il Mattino”, 3 giugno 2026, https://www.ilmattino.it/cultura/libri/salet_senza_erri_de_luca_parole_divisive_salerno_letteratura-9569479.html)

Paolo Di Paolo: “Una direzione artistica deve fare delle scelte”
Provo a fare un po’ di chiarezza, sapendo che non servirà, perché siamo nel tempo delle fauci spalancate e con questo bisogna fare i conti, ora per ora. La polemica del giorno, arroventata, riguarda Erri De Luca e un festival culturale, SalernoLetteratura. Me ne occupo con Gennaro Carillo da diversi anni. Ogni edizione è aperta da una prolusione (discorso inaugurale, lezione introduttiva). Negli anni è stata affidata fra gli altri a Raffaele La Capria, a Eva Cantarella, a Domenico Starnone, a Melania Mazzucco. Quest’anno avevamo coinvolto Erri De Luca.
Dunque non un incontro fra duecento incontri, ma il momento più solenne, quello che apre e “timbra” l’edizione. Siamo tutti lì, fra palco e platea: organizzatori, volontari, istituzioni, sponsor, sostenitori.
(…) L’intervista di De Luca ripresa dal “Foglio” sul sionismo e su Gaza ha turbato noi come molti, ci ha spiazzato e messo in imbarazzo. Questo si può dire? A chi fa notare che le posizioni sioniste di De Luca erano note, vorrei far osservare che ribadirle o articolarle in quel modo dopo Gaza non è esattamente la stessa cosa, ma il punto è un altro.
Ci siamo confrontati nel gruppo di persone che lavorano al festival, con senso di responsabilità, con dubbi e incertezze, e abbiamo pensato che lasciare l’intervento di De Luca in quella posizione di apertura avrebbe creato imbarazzo a molti, che – laddove la questione Gaza non fosse stata sfiorata, come da premesse – questo avrebbe reso surreale l’incontro; e che più in generale non era facile fare finta di nulla. Nemmeno volevamo nascondere di essere in disaccordo con la negazione di un genocidio. È sbagliato? Si può discutere.
Una direzione artistica fa delle scelte, deve fare delle scelte. Scegliere implica una responsabilità; scegliere può voler dire anche sbagliare. Abbiamo sbagliato? Me lo domando di nuovo. Possibile. Abbiamo chiesto allo scrittore di rinunciare al quadro della prolusione e di intervenire in altra collocazione, tra i duecento incontri che rappresentano e hanno sempre rappresentato ogni posizione e visione del mondo. Forse anche supponendo – ingenuamente? erroneamente? Può darsi – di “proteggere” l’incontro con De Luca da un orizzonte d’attesa che ne avrebbe spostato brutalmente l’asse tematico. Lo scrittore ha legittimamente declinato, indicando – altrettanto legittimamente – motivi personali. I titoli dei giornali parlano di esclusione, di censura. Conosco il mondo dell’informazione abbastanza da non essere stupito. Anzi, capisco. Capisco reazioni e controreazioni.
Mi dispiace l’assenza di De Luca e mi dispiace che qualcuno non verrà per questo motivo. Mi sarebbe dispiaciuto altrettanto raccogliere defezioni a seguito della conferma della prolusione di De Luca. Le cose sono andate così, e bisogna accettare anche la sproporzione di tutto ciò rispetto a questioni ben più importanti. Aggiungo solo che veder linciare pubblicamente De Luca o invitare al rogo dei suoi libri mi ha depresso e deluso. E tanto più mi deprime che la presunta – presunta – esclusione sia assimilata a questo, anche da persone amiche. Non sono d’accordo nemmeno con l’esclusione degli artisti russi (di regime o no che siano) dalla Biennale, figuriamoci se posso sostenere le ragioni di qualunque censura. Ma credo che qualche volta facciamo tutti meno fatica a fingere di non capire. Detto ciò, ribadisco, accetto che ci si contesti l’errore di valutazione, o l’errore in assoluto.
(dalla pagina Facebook di Paolo Di Paolo, direttore artistico di Salerno Letteratura insieme a Gennaro Carillo, consultabile al link: https://www.facebook.com/paolodipaolo1983/posts/pfbid02o81QCrdFhkF4qo1sNXJVT6Mg9HhwLU4nSsmchdbU8JooV6KuvMEsUpqP6J3dSaQ3l)

Ascanio Celestini: “Tra le parole e le cose c’è una distanza che svuota di senso le prime e rende inafferrabili le seconde”
ERRI DE LUCA A GERUSALEMME: “SONO UN SIONISTA E A GAZA NON C’È NESSUN GENOCIDIO”
Questo il titolo dell’articolo tradotto dall’intervista che Erri ha rilasciato a un giornale israeliano. La traduzione è del Foglio.
Ci penso da stamattina a quello che ho letto su quel giornale che non sempre l’ha trattato bene. Dopo il primo virgolettato quel foglio scrive che “La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo”.
Alla fine della giornata mi pare che “Il Foglio” abbia preso una cantonata.

1. Erri De Luca non ha guardato “con cortese disprezzo l’establishment”. Sia perché non c’è un vero establishment, sia perché lo scrittore non ha disprezzato nessuno. Anzi, ha successivamente risposto spiegando meglio cosa pensa e ha cercato di non gettare benzina sul fuoco.

2. Il fantomatico establishment non è stato per niente in silenzio. È intervenuto in mille maniere.
Le più folcloristiche si mescolano nel minestrone delle notizie. Accanto alla nuova Ferrari elettrica, Robert Kennedy Jr che afferra due serpenti a mani nude e viene morso davanti alla moglie leggo il commento di un politico di Italia Viva (credo, ma da quelle parti si cambia spesso partito). Scrive che

“Ci voleva Erri De Luca per rompere questa insopportabile sequenza di balle, di ipocrisia (e in certi casi servizi a pagamento)”.

Poi c’è quello che scrive

“Oggi ho buttato nel cassonetto tutti Libri di Erri De Luca”.

C’è quello che li ha grigliati sul barbecue.
Un altro parla della

“ennesima ripetizione a cottimo di comunicati stampa di una propaganda che non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi tale”.

Quello che lo mette nel mucchio di “tutti questi ‘ex qualcosa’ con la memoria corta”.
Una signora sorridente comunica:

“Non brucerò i suoi libri né li getterò via perché ho troppo rispetto per gli alberi serviti per quella carta, li userò per fermare eventuali sedie e tavoli traballanti.”

E poi il più lapidario:

“Erri De Luca è un irredentista nazionalista ottocentesco”.

Ma anche

“Iniziamo a smettere di rendere intoccabili quelle persone intellettuali tanto brave a scrivere libri, a cantare o a dipingere, per esempio, se poi prendono posizioni umanamente di me*da”.

C’è immancabilmente il profeta che ci tiene a ricordare che l’aveva già dichiarato sulla sua pagina Facebook a febbraio:

“Per il nulla che vale, non comprerò più nessun suo libro.”

Un tizio bizzarro racconta una storia che gli è successa un po’ di anni fa. Partecipava a una “carovana carica di aiuti umanitari da portare in Bosnia”, bussa al vetro di un’automobile in cerca di un cavatappi, scende De Luca e “bofonchia: “Che cazzo vuoi?”. Così, d’emblée. Spiazzato spiego il nostro problema e chiedo se per caso non avessero un cavatappi e lui impassibile ribadisce che della nostra bottiglia di vino non gliene “frega un cazzo”. A posto così, credo di averlo mandato a fare in culo e di essere tornato mestamente al nostro furgone. Da allora Erri De Luca mi sta sui maroni, mai letto nulla di suo, per principio, per quel “cazzo vuoi” sparato in mezzo alla campagna bosniaca. Ecco, caro Erri, mi sa che non mi ero mica sbagliato…”
Ho trovato anche:

“CONSIGLI PER LE VACANZE Non comprate più i libri di Erri De Luca (io lo faccio da un bel po’ di anni). Invece andiamo tutti in vacanza in TOSCANA all’agriturismo LE …”.

Nessun silenzio, dunque, e nemmeno ostracismo.
E ovviamente ci sono anche i commenti seri. Quasi tutti in disaccordo e in linea con la prima riga del post di Loredana Lipperini di poche ore fa:

“Erri De Luca ha detto cose molto sbagliate e ne ha negate, orribilmente, altre (il genocidio)”.

Ma nel finale del suo post Loredana ricorda

“molto bene quando, undici anni fa, De Luca andò a processo, nei fatti, per reato d’opinione, perché avrebbe istigato ‘al sabotaggio’ a fianco dei No Tav. E dal momento che ho memoria buona, ricordo anche che pochissimi scrittori si schierarono al suo fianco”.

Tra i pochissimi c’ero anche io.
Quella volta ero d’accordo con Erri come adesso sono d’accordo con Loredana.
Un PM aveva chiesto 8 mesi di galera perché “nelle interviste rilasciate pubblicamente” De Luca “ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio” e quando lo scrittore “parla, le sue parole hanno un peso determinante soprattutto sul movimento”.
Poi Erri non è stato condannato perché, evidentemente, uno scrittore non ha il potere di smuovere le masse.
È questa la brutta notizia di un processo che s’è chiuso a favore dello scrittore.
Tra le parole e le cose c’è una distanza che svuota di senso le prime e rende inafferrabili le seconde.
Se avessero condannato Erri De Luca avremmo una speranza in più. “Quando De Luca parla, le sue parole hanno un peso determinante” scriveva il pubblico ministero. E invece non ce l’avevano dieci anni fa quando ero d’accordo con lui e non ce l’hanno adesso che sono in disaccordo.
Questa è la faccenda seria da affrontare se vogliamo avere un peso nel presente che ci tocca di vivere.

(Dalla pagina Facebook di Ascanio Celestini consultabile al link: https://www.facebook.com/AscanioCelestini/posts/pfbid0369hkrYot35ZKtyniEZs2evnZ7xg6ZVvPBb2aPexDZVhtBfNt9Sas2nUpJFBhiH4Pl)

Roberto Cotroneo: “Si discute, si dibatte, ci si confronta, si dissente eccome, ma non si bruciano i libri e non si censura nessuno”
Lo scrittore Roberto Cotroneo si sfila dal festival e spiega: “La celebre frase (usata e abusata, certo): ‘Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere’, è fondamento dei nostri valori democratici, illuministi, antifascisti, della sinistra europea. (…)” sostiene Cotroneo che aggiunge: “Non entro qui nel merito delle opinioni di Erri De Luca. Avrei preso la stessa decisione se fosse stato richiesto a uno scrittore e a un intellettuale pro-Palestina di tenere una sua prolusione, e poi fosse stato censurato”. Nei festival continua, “si discute, si dibatte, ci si confronta, si dissente eccome, ma non si bruciano i libri e non si censura nessuno”.
(Alessio Di Gemma, Erri De Luca escluso da Festival Salerno per Gaza, lui: “Festival si esclude da me”. Cotroneo va via , “la Repubblica”, 3 giugno 2026, https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/06/03/news/erri_de_luca_escluso_salerno_letteratura_sionismo_gaza_genocidio-425386509/)

Pietrangelo Buttafuoco: “Non è censura, è peggio”
Erri De Luca escluso dal festival letterario di Salerno? Non è censura, è peggio, è un riflesso condizionato. E’ un automatismo mentale che ormai prende piede. Dall’una e dall’altra parte, quando lo fanno i buoni sia quando lo fanno i cattivi, ormai è diventato un obbligo dire ‘no, tu no’. È un retaggio di una mentalità che parte da lontano: quando c’è la consapevolezza che il legno dell’umanità è storto, c’è sempre qualcuno che lo vuole raddrizzare”. E’ iniziato così l’intervento del presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco alla Festa dell’Innovazione del Foglio.
( Buttafuoco: “La contesa con Giuli? L’ha vinta la Biennale. Confronto senza ipocrisie: ci unisce l’onestà intellettuale” , “Il Foglio”, 6 giugno 2026, https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/06/06/video/buttafuoco-la-contesa-con-giuli-lha-vinta-la-biennale-confronto-senza-ipocrisie-ci-unisce-lonesta-intellettuale–400183)

Il box anonimo sulla “Repubblica”
Abbiamo letto con sorpresa le parole con cui Paolo Di Paolo, condirettore del festival Salerno Letteratura, ha spiegato la decisione di cancellare la prevista prolusione di Erri De Luca. (…) In effetti, quanto siano decisivi i tempi e l’articolazione di un concetto lo testimonia plasticamente proprio Di Paolo che in un post del 26 maggio, poco più di una settimana fa, si scagliava contro la persecuzione a De Luca biasimando che il legittimo dissenso rispetto a un’opinione potesse trasformarsi in “stupida ferocia”. “Che c… di immaginario abietto e nazista abbiamo digerito?”, si domandava il Di Paolo 1. Pochi giorni ed entra in scena il Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente.
( Due diverse idee di tolleranza , “la Repubblica”, 6 giugno 2026)

Guia Soncini e il direttore di “Repubblica”
Se fossimo dentro Succession, Di Paolo sarebbe Tom Wambsgans. Come lui finirà per comandare tutta la baracca, e come lui ci arriverà non facendosi turbare da nessuna umiliazione reale o percepita. Nel luglio dei lanzichenecchi, Di Paolo fu l’unico a non mandare a quel paese le pagine culturali di “Repubblica” quando, tentando di arginare quello che loro credevano essere il danno reputazionale dell’articolo di Alain Elkann, cercavano uno scrittore che prendesse quello stesso treno e scrivesse un reportage. Di Paolo c’è sempre, quando alle sette di sera ti serve qualcuno che la prenda alta e ti faccia il corsivo culturale sul tabacchificio che sta per chiudere a Foggia. (…)
Venerdì, nelle pagine della cultura di “Repubblica”, compaiono dieci righe non firmate in cui il giornale dice di aver letto «con sorpresa» le parole con cui Di Paolo toglie la prolusione a De Luca (…) Nessuno se ne accorgerebbe, se non succedesse ciò che era successo ai tempi dei lanzichenecchi: qualcuno fotografa il corsivo e lo mette sui social. I quali hanno per una volta qualcosa di concreto di cui parlare: non accade tutti i giorni che un giornale pubblichi un corsivo non firmato in cui dà del coglione a un suo collaboratore. (…) Il comitato di redazione, che quando c’è da fare la gara a chi sbaglia più forte s’impegna sempre molto, sabato scrive le sue venti righe in cui dice che

senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale […] questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro […] Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social

(eccetera, sono pure amareggiati), e immediatamente le pubblica su Facebook, facendo immagino contentissimo Mario Orfeo.
Domenica, per guastargli ulteriormente l’umore, decido di chiamare Orfeo. Che non conosco, lo preciso perché altrimenti il tenore beckettiano della conversazione potrebbe sfuggire. Mi presento, gli chiedo se sappia cosa si dice di quel corsivo, mi risponde che non lo sa e neppure gli interessa. Gli dico che si dice l’abbia scritto lui, lui dice che non è vero ma non importa, perché tutto quel che esce sul giornale è riconducibile alla direzione. Mi chiede perché me ne interessi.
Gli dico che intendo oggi scrivere quest’articolo, e che perciò mi sembrava cortese, prima di affermare che il direttore di “Repubblica” si è incomodato a fare un corsivo contro un collaboratore neppure particolarmente di peso, chiedergli di confermare o smentire.
Lui a quel punto alza la voce e mi sgrida: se intendo scrivere devo dirlo prima, invece di carpirgli dichiarazioni senza annunciare le mie intenzioni. Pensava che una tizia che non conosce lo chiamasse di domenica pomeriggio per domandargli del corsivo contro Paolo Di Paolo per quale altra ragione? Credeva avessi trovato il suo numero su Tinder? Che fossi in cerca di nuovi amici? Che intendessi propormi per scrivere dei tabacchifici di Foggia?
Dice Orfeo – nella parte di telefonata successiva al disvelamento delle mie losche intenzioni – che non c’è niente di strano in quel corsivo. Io chiedo se Di Paolo sia stato avvisato, lui mi chiede col tono che si usa per rivolgersi a interlocutori particolarmente stolidi «siamo soliti avvisare coloro di cui scriviamo?». Io obietto che non accade spessissimo si faccia un corsivo per dire che un proprio collaboratore è imbecille, e lui risponde che loro mica l’hanno criticato «nelle sue mansioni di collaboratore di “Repubblica”, non abbiamo criticato qualcosa che aveva scritto per noi». La separazione delle carriere è finalmente compiuta, almeno per Di Paolo.
Dice anche, Orfeo, che lui certo non guarda i social (gli avevo detto che erano pieni di opinioni in merito) e che non gli risulta che questa storia interessi a nessuno (sono a quel punto passate ventiquattr’ore dall’amarezza del comitato di redazione). E dice che l’unica ragione per cui il corsivo non è firmato è che i quadratini di dieci righe non si firmano (qualcuno avvisi Berizzi).
(Guia Soncini, Una certa idea di cultura | Repubblica, e la grottesca deriva piagnona dei giornali, “Linkiesta”, 9 giugno 2026)

Loredana Lipperini: “Un gesto codardo e cinico”
Ho un paio di cose da dire su come “Repubblica” si è comportata con Paolo Di Paolo, e non (giù le tastiere) per difesa corporativa. Ma per etica professionale.
Paolo Di Paolo collabora con “Repubblica” da una quindicina d’anni, se non sbaglio. Scrive molto, e scrive, se giudico dagli articoli, anche in quelle occasioni affannate in cui ricevi una telefonata alle sette di sera e si vuole un pezzo entro le otto. Capita. Lo fa, come altre e altri.
Bene. Appare su “Repubblica” un corsivo non firmato, che usa il plurale maiestatis (“Abbiamo letto con sorpresa”: abbiamo chi, tutto il comitato di redazione? La redazione cultura? Gli allevatori di fenicotteri riuniti in corsorzio?). Il corsivo è ferocissimo verso il collaboratore della testata, e si conclude con una frecciata nei confronti del suo apparato digerente.
Ora.
Certamente un quotidiano può e anzi deve essere in disaccordo con il proprio collaboratore. Ma in un mondo normale avviene questo:
•⁠ ⁠Il caposervizio cultura o Chi Per Lui, anzi diciamo direttamente Chi Per Lui, fa una telefonata al collaboratore e dice: “Hai fatto davvero qualcosa su cui non sono (siamo) d’accordo: vorrei aprire una discussione, mettiamo a confronto l’opinione di Chi Per Lui e la tua”.
Oppure
•⁠ ⁠Chi Per Lui decide che vuole attaccarlo senza dirgli nulla (non una lezione di correttezza, ma facciamogliela passare, Chi Per Lui deve avere un bel po’ di problemi col mondo). Ma si firma e ci mette nome e cognome.
Oppure ancora
•⁠ ⁠Chi Per Lui affida a una terza firma un articolo dove si ospitano le opinioni di molti e molte.
Non è avvenuto niente di tutto questo, e lo trovo un gesto codardo e cinico (dai, facciamo scatenare la polemica e parlano di noi o anche dai, liberiamoci del collaboratore che non mi sta più simpatico). Non nuovo, peraltro, nella storia culturale del quotidiano (ricordo un colpo bassissimo sferrato, ad arte, a Walter Siti, che ai tempi collaborava).
Non so chi abbia redatto quel corsivo e non voglio neppure saperlo: sarebbe bellissimo che in questi giorni lo si rivendicasse, ma non accadrà.
(Da un post su Facebook di Loredana Lipperini consultabile al link https://www.facebook.com/photo?fbid=10238339262875374&set=a.1302987569711

Andrea Patroni Griffi: “E’ sul terreno del dissenso che si misura la qualità di una democrazia”
Sarebbe del tutto fuorviante, su una vicenda simile, dividere il campo tra sostenitori della libertà e fautori della censura, tra buoni e cattivi. La realtà, nel tempo delle false semplificazioni e radicali contrapposizioni da social, è come sempre più complessa.
Un festival culturale è libero di scegliere la propria identità, i propri ospiti, i propri simboli. Una prolusione inaugurale non è un intervento qualsiasi. Chi organizza una manifestazione ha il diritto di interrogarsi sulla coerenza tra il messaggio che intende trasmettere e la personalità chiamata ad aprirla. Al tempo stesso, sarebbe difficile negare che la revoca di un incarico già conferito, soprattutto quando interviene in seguito a prese di posizione pubbliche dell’interessato, produca inevitabilmente l’impressione di una sanzione legata alle opinioni espresse. È questa percezione che ha spinto molti intellettuali, anche lontani dalle posizioni di De Luca, a manifestare solidarietà allo scrittore.
Entrambe le posizioni esprimono sensibilità che meritano ascolto. (…) Il punto, infatti, riguarda qualcosa di più grande di Erri De Luca e del Festival di Salerno. Riguarda il modo in cui le democrazie affrontano il dissenso nei tempi delle guerre e delle «chiamate alle armi», alle quali talora non si sottraggono neppure alcuni intellettuali, che pure dovrebbero custodire spazi di pensiero libero, oltre i riflessi condizionati dello schieramento ideologico. (…)
Negli ultimi anni, appare sempre più difficile mantenere aperto uno spazio di confronto libero su temi divisivi. Le posizioni tendono a irrigidirsi e la complessità viene spesso sacrificata all’appartenenza. Eppure, la forza della cultura dovrebbe consistere esattamente nel sottrarsi a questa logica. (…)
Il pensiero unico è tipico delle esperienze autoritarie ed è incompatibile con le democrazie pluraliste, che non possono chiedere adesioni obbligatorie, se non rinnegando sé stesse. (…)
La maturità costituzionale consiste proprio nel ricercare un equilibrio che non sacrifichi né la libertà né la dignità delle persone. La garanzia costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero rivela la propria funzione più autentica proprio quando protegge opinioni che non condividiamo. Le idee conformi non hanno bisogno di particolari difese; è sul terreno del dissenso che si misura la qualità di una democrazia.
Naturalmente non esistono «diritti tiranni». La parola incontra il limite della dignità altrui, della discriminazione, dell’istigazione alla violenza, della minaccia concreta. Ma proprio per questo la punibilità dell’espressione richiede un quid pluris rispetto alla mera manifestazione di una opinione. L’ordinamento costituzionale distingue accuratamente tra ciò che è discutibile, persino offensivo sul piano morale o politico, e ciò che diviene giuridicamente lesivo. (…)
Il pluralismo è la sostanza stessa della democrazia. La democrazia è pluralista o non è. (…)
Questa recente controversia ci aiuta a ricordare – e nei tempi che viviamo non è cosa banale – che il pluralismo non consiste nell’assenza del dissenso, ma nella sua civile elaborazione. È così che il pluralismo smette di essere una formula retorica e diventa pratica viva della democrazia costituzionale.
(Andrea Patroni Griffi, Erri De Luca e il pluralismo delle idee, “Corriere della Sera”, 10 giugno 2026)

Gaza è dappertutto, o da nessuna parte (il caso De Gregori)

Mentre il caso De Luca ha interrogato il rapporto tra opinioni, pluralismo e partecipazione agli eventi culturali, le parole di Francesco De Gregori aprono un’altra questione. Esiste un dovere morale degli artisti di prendere posizione di fronte alle guerre e alle crisi del presente? O la libertà di espressione comprende anche il diritto di non schierarsi? Le dichiarazioni del cantautore hanno riportato al centro del dibattito una tensione che attraversa da sempre il mondo della cultura: quella tra la responsabilità pubblica dell’intellettuale e la rivendicazione della propria autonomia.

Francesco De Gregori: “Non mi sento in grado di dare lezioni. Né mi va di prenderle da un cantante o da un uomo di cinema”
Trovo imbarazzante quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali. Il proclama buttato giù da un palco mi lascia abbastanza indifferente, gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché? Non è abbastanza sensibile per conto suo? Bisogna dirgli che Springsteen è contro Trump?
Bob Dylan non mi sembra faccia grandi proclami, ma saranno cazzi di Bob Dylan. Io non mi sento superiore a nessuno per dire che posizione prendere su Gaza o sull’Iran. Ho le idee confuse e mi sembra onesto avere le idee confuse. Per citare Whitman: “Contengo moltitudini”. Il mio pensiero non è totalitario e non mi sento in grado di dare lezioni. Né mi va di prenderle da un cantante o da un uomo di cinema.
(Luigi Bolognini, De Gregori: “Non ho più ispirazione, ma canto. Springsteen? Imbarazzanti i suoi proclami”, “la Repubblica”, 27 maggio 2026)

Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma lui non può dire agli altri cosa debbano fare o meno. Ha optato per non parlare se non con la sua musica? Ok, ma Springsteen è un eroe, che sta mettendo a repentaglio la propria vita con immenso coraggio per schierarsi contro Trump. Da sempre Bruce racconta la cosa più preziosa per lui, l’America: e se capisce che quell’idiota del presidente la sta distruggendo dovrebbe starsene in disparte? De Gregori dice: chi siamo noi cantanti per parlare di politica? Certo, non siamo obbligati. Però puoi parlare di valori, della pace, dei diritti umani, essere contro il razzismo e la xenofobia. O dobbiamo lasciare questi temi agli storici e ai filosofi?”
Stefano Mannucci, Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro”, “Il Fatto Quotidiano”, 3 giugno 2026)

Francesca Michielin: “Elisa nel 2019 mi disse che un’artista deve scegliere fra la magia bianca, la missione, o la magua nera, il cartellino: scelgo la prima. (…) In un’epoca come questa puoi scegliere di essere rassicurante e non esporti, oppure vivere la musica come una missione: [Magia bianca] è il mio disco più politico”.
(Andrea Laffranchi, “Quante donne messe al rogo sui social”, “Corriere della Sera”, 9 giugno 2026)

Daniele Silvestri: “Ha perso un’occasione per non dire nulla. Amo De Gregori ma non sono d’accordo con lui. Ognuno ha le sue opinioni, non è un obbligo per un artista prendere posizione, ma io non sono capace di descrivere il mondo senza dare la mia interpretazione. Springsteen l’ho trovato strepitoso.”
(Sandra Cesarale, Silvestri: “Un nuovo brano per raccontare le meraviglie della Costituzione”, “Corriere della Sera”, 10 giugno 2026)

Lino Musella: “Quando il sentimento che ti muove è sincero, allora non è strumentalizzabile. Io non interrompo uno spettacolo per fare un comizio. Penso che il teatro, quando è fatto bene, abbia già in sé una funzione politica e civile. Però, oltre a essere un attore che riceve un premio e ha cinque minuti di attenzione, sono un cittadino. E i cittadini hanno il dovere di esporsi.”
(Anna Bandettini, Lino Musella “La poesia è una forma di resistenza contro tutte le guerre”, “la Repubblica”, 12 giugno 2026)

Luciano Ligabue: “Francesco è un patrimonio della musica e della cultura italiane, è uno dei più liberi di pensiero, non si fa mai trovare dove qualcuno immagina di trovarlo. Mi piace, però quel pensiero non lo condivido. Credo abbia voluto dimostrare, con fastidio, che la musica non è obbligata a schierarsi. Io cerco di parlare attraverso le canzoni.”
(Sandra Cesarale, “Io non mi tiro indietro”, “Corriere della Sera”, 13 giugno 2026)

Giancarlo Giannini: “Ha ragione. Lo dico da un sacco di tempo. Un artista dovrebbe esprimere il suo credo politico? Pensasse a fare il suo mestiere. Siccome faccio l’attore e sono conosciuto, adesso influenzo pure gli altri. Ma se già abbiamo i politici che non sanno neanche loro parlare…”
(Stefania Saltalamacchia, Giancarlo Giannini: «Ha ragione De Gregori, gli artisti non devono fare politica. La morte? Per me è una grande avventura, finalmente non dovrò più pensare troppo», “Vanity Fair”, 13 giugno 2026)

Ditonellapiaga: “Ognuno deve fare ciò che sente e non cosa gli conviene. Converrebbe non esporsi, per me è importante farlo.”
(G. Tot., Ditonellapiaga “Il pop è tutta la mia vita ma adesso cambio musica”, “la Repubblica”, 13 giugno 2026)

Alessandro Bergonzoni: “Quello che non capisco è come si possa non sentire la pulsione dell’immedesimazione in un momento storico come questo. Guardiamo le foto degli ospedali bombardati a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e non colleghiamo i pezzi? Di Erri De Luca che ha detto che non c’è stato genocidio, mi stupisce che un poeta non abbia quel percettore che ti fa sentire il dolore di un popolo. Per quanto mi riguarda, io riempio i teatri, sono pure diventato nonno, sono in un’oasi di felicità. Ma tra un’oasi e l’altra a me interessa il deserto bollente che c’è in mezzo. Limitarmi a fare solo il compitino del cantante o dell’attore non mi diverte più, non mi accontento più.”
(Anna Bandettini, Bergonzoni: “Immedesimarsi nei drammi altrui è una cosa vitale”, “la Repubblica”, 14 giugno 2026)

Claudio Santamaria: “Un artista è anche in cittadino. Se sente un’ingiustizia e vuole comunicarla a chi lo segue perché non dovrebbe? Un artista che si espone non vuole insegnare qualcosa, ma la fama può essere un megafono. Più vado avanti e più penso che un attore debba battersi per le cause sociali. Quando si parla della Palestina, per esempio: per me non è nemmeno una questione politica ma umana. Bisogna tenere alta l’attenzione perché ci siamo assuefatti alla violenza.”
(Arianna Finos, Santamaria “Pronto al debutto da regista ci lavoro da tempo”, “la Repubblica”, 14 giugno 2026)

Malika Ayane: “Io sono ambasciatrice Oxfam, lavoro con Amnesty International, faccio campagne per la Fondazione Una nessuno centomila, per “Ferite a morte” (progetto teatrale contro i femminicidi ideato da Serena Dandini, ndr). Sento sempre il bisogno di impegnarmi, ho venduto persino le marmellate alla scuola elementare per comprare la carta igienica”.
(Flavia Cappadocia, Ayane “Corriamo troppo l’emotività mi devasta ma ho trovato la serenità”, “la Repubblica”, 15 giugno 2026)

Gaza a Vieste (il caso Eskol Nevo)

L’appello al presidente della Regione Puglia e agli organizzatori del festival Il Libro Possibile
Noi sottoscritti chiediamo che lo scrittore israeliano Eshkol Nevo non venga invitato all’edizione 2026 del festival Il Libro Possibile.
La nostra richiesta nasce dal dolore, dallo sgomento e dall’indignazione per quanto il governo e l’esercito israeliani stanno compiendo a Gaza e nei Territori palestinesi occupati.
Da mesi il mondo assiste alla distruzione sistematica di città, ospedali, scuole, università, luoghi di culto e infrastrutture civili. Decine di migliaia di palestinesi hanno perso la vita; tra essi migliaia e migliaia di bambini e bambine. Intere famiglie sono state cancellate. Un popolo intero è stato sottoposto a bombardamenti, assedi, sfollamenti forzati, fame e privazioni che hanno suscitato la condanna e l’allarme di organizzazioni umanitarie, giuristi e istituzioni internazionali.
A questa tragedia si aggiunge l’estensione delle operazioni militari israeliane ad altre aree del Medio Oriente, in particolare al Libano, dove bombardamenti e incursioni hanno provocato vittime civili, distruzioni diffuse, nuovi esodi e un’ulteriore escalation della guerra nell’intera regione. Di fronte a tale scenario, sempre più osservatori, studiosi del diritto internazionale, organismi umanitari e rappresentanti della società civile parlano apertamente di una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo. Molti utilizzano ormai il termine genocidio per descrivere ciò che sta accadendo al popolo palestinese.
In questo contesto riteniamo che il mondo della cultura non possa comportarsi come se nulla stesse accadendo.
Il titolo scelto per la XXV edizione del Libro Possibile è «Discorso all’umanità», un’espressione che richiama esplicitamente il celebre appello di Charlie Chaplin contro la guerra, il nazionalismo aggressivo, la sopraffazione e la disumanizzazione dell’altro. Proprio per questo motivo appare a noi profondamente contraddittorio e doloroso ospitare uno scrittore che non ha espresso una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto nell’intero Medio Oriente.
Non contestiamo il valore letterario delle opere di Eshkol Nevo né il principio della libertà di espressione, che consideriamo un bene fondamentale e irrinunciabile. Riteniamo tuttavia che gli intellettuali abbiano una responsabilità particolare nei momenti più tragici della storia. Non basta raccontare l’umanità: occorre difenderla. Non basta celebrare il dialogo: occorre denunciare la guerra. Non basta evocare la convivenza tra i popoli: occorre prendere posizione quando migliaia di civili vengono uccisi, quando bambini e bambine muoiono sotto le bombe, quando intere comunità vengono private della propria terra, della propria casa e del proprio futuro.
Per queste ragioni chiediamo agli organizzatori del Libro Possibile e alla Regione Puglia di riconsiderare questo invito.
Sarebbe una scelta simbolica, culturale e morale coerente con i valori che il festival dichiara di rappresentare.
Se il tema del Libro Possibile è «Discorso all’umanità», allora la prima domanda che dobbiamo porci è dove sia oggi l’umanità davanti alle macerie di Gaza, davanti ai corpi dei bambini estratti dalle rovine, davanti alla fame che colpisce la popolazione civile, davanti alle sofferenze del popolo palestinese e davanti all’espansione della guerra voluta dal governo israeliano in tutto il Medio Oriente.
Il silenzio non è neutrale.
(Seguono diverse decine di adesioni)
(Da Facebook, post del Comitato per la Pace di Terra di Bari del 12 giugno 2026 alla pagina
https://www.facebook.com/comitatoperlapacediterradibari/posts/appello-al-presidente-della-regione-puglia-e-agli-organizzatori-del-festival-il-/1321860473428160/)

Le firme pesanti
Tante le firme pesanti, soprattutto sul piano politico. Tra i sottoscrittori compaiono la vicesindaca di Bari Giovanna Iacovone, il neoeletto sindaco di Molfetta Manuel Minervini, l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo Franco Moscone, oltre a docenti, attivisti, amministratori locali ed esponenti del mondo pacifista e cattolico. (…)
Il sindaco di Bari Vito Leccese ha preso le distanze dall’idea di escludere Nevo, dicendo che “togliere la parola e censurare la cultura non è mai una scelta che aiuta la pace” e ricordando che lo scrittore israeliano ha più volte criticato il governo di Benjamin Netanyahu, arrivando a chiederne le dimissioni. Dal canto suo, la direttrice artistica del festival Rosella Santoro non è ancora entrata nel merito della petizione, limitandosi a dire che la risposta sarà nel programma completo, che verrà svelato a giorni. Intanto, il sindaco di Polignano Vito Carrieri ha ricordato che accanto a Nevo sarà presente anche il giornalista palestinese Wael Al-Dahdouh, come segnale di attenzione verso la tragedia in corso a Gaza.
(In Puglia parte la petizione contro lo scrittore israeliano Eshkol Nevo: “No alla sua presenza al Libro Possibile”. Tra le firme anche quella dell’arcivescovo Moscone, “l’Espresso”, 13 giugno 2026)

La direttrice artistica del Libro Possibile Rosella Santoro: “Nessuna esclusione”
Ma il festival conferma la presenza di Nevo, previsto a Vieste il 21 luglio: “Nessuna esclusione”, fa sapere la direttrice artistica Rosella Santoro. Non ci sarà, dunque, un nuovo caso Erri De Luca, lo scrittore napoletano escluso dall’incontro inaugurale del festival Salerno Letteratura dopo alcune dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio in Palestina. (…) Per monsignor Franco Moscone, arcivescovo della diocesi di Manfredonia Vieste San Giovanni Rotondo, l’autore di La simmetria dei desideri “non ha avuto il coraggio di portare un contributo di critica e chiarezza” sulla guerra a Gaza.
Ma Il Libro Possibile non ci sta: da 25 anni, rivendica la direttrice artistica, il festival

porta la cultura nelle piazze e accoglie voci, sensibilità e posizioni differenti nell’ottica di creare dibattito, oltre le semplificazioni.
Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese. Abbiamo preso atto che Nevo ha pubblicamente invocato la pace, indicato nel dialogo e nei negoziati l’unica soluzione possibile e preso le distanze da esponenti dell’attuale governo israeliano. La sua voce, quindi, sarà ascoltata insieme a quelle di Wael Al-Dahdouh, Widad Tamimi, Lorenzo Tondo e degli altri ospiti che affronteranno il dramma di Gaza e del Medio Oriente. Saranno presenti anche autorevoli esponenti della Chiesa, da sempre impegnata nella promozione del dialogo e nella costruzione della pace nei luoghi martoriati da guerre e occupazioni.


Oltre a Nevo, il 10 luglio a Polignano a Mare interverrà Wael Al-Dahdouh, capo dell’ufficio di Al Jazeera a Gaza e volto simbolo internazionale del giornalismo sotto assedio. Intanto Nevo, nato a Gerusalemme nel 1971, a più riprese in passato critico contro il governo di Netanyahu, è sul palco della Repubblica delle Idee a Bologna: “Non solo provo vergogna, ma Ben-Gvir non rappresenta né me né i valori del mio Paese né l’ebraismo”, dice senza mezzi termini parlando del ministro della Sicurezza di Israele e degli insulti agli attivisti della Flotilla. “Tra quattro mesi nel mio Paese si vota, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità, sono solo uno scrittore, affinché questo uomo non faccia più parte del governo. Doveva essere licenziato all’istante”. In un’
(Petizione contro Eskhol Nevo, ma il Libro Possibile conferma ‘ci sarà’, Ansa, 13 giugno 2026)

Gaza a Mantova


Il territorio non è mai uno sfondo neutro: è il luogo dove si inscrivono i rapporti di forza tra colonizzatore e colonizzato, e dove – se si sa come guardare – quei rapporti diventano leggibili e documentabili.
È la tesi di Ungrounding Architettura del genocidio, in libreria l’1 settembre per Rizzoli.
L’autore, l’architetto Eyal Weizman, uno dei massimi esperti mondiali sulla relazione tra violenza e ambiente, sarà per la prima volta al Festivaletteratura di Mantova per presentare il libro il 13 settembre.
L’idea è anche e soprattutto alla base dell’intenso lavoro sul campo di Forensic Architecture, l’agenzia fondata nel 2010 da Weizman, diventata un progetto cardine per la documentazione di violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e distruzioni ambientali attraverso la modellazione 3D e l’analisi spaziale di molte aree di conflitto del Pianeta, con particolare attenzione ai territori palestinesi. Il suo lavoro è stato definito dal Guardian “un’arma potente nella lotta costante per impedire che la verità diventi una vittima”, Weizman, nato in Israele nel 1970, parte dal principio che il territorio non è mai solo lo sfondo di un conflitto, ma è lo strumento attraverso cui è combattuto. L’architettura dello spazio “può essere politicizzata, militarizzata e trasformata in un’arma per perpetrare crimini orribili e violazioni dei diritti umani. È quello che è successo a Gaza” sottolinea la nota di presentazione.
Secondo l’autore “l’obiettivo strategico della violenza spaziale è annientare le fondamenta della società palestinese, affinché i profughi non abbiano letteralmente più alcun suolo a cui fare ritorno”. Un processo che Weizman definisce ungrounding, il fare, appunto, tabula rasa.
Il libro è un viaggio nella “cartografia profonda” del territorio, dai tunnel sotterranei alla topografia militarizzata, dai villaggi distrutti nella Nakba del 1948 alle campagne di demolizione sistematica degli ultimi anni.
A Festivaletteratura Weizman, in dialogo con Nicolò Porcelluzzi (Medusa, Sonar) parlerà del suo metodo e di cosa significa costruire prove in un momento in cui le immagini sono ovunque ma la verità resta contesa. Il volume, nelle parole di Ilan Pappé è “un contributo tempestivo e fondamentale” sulle atrocità del nostro tempo.
Per il suo lavoro e l’impegno umanitario, Weizman ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui, nel2019, l’elezione a membro permanente della British Academy e nel 2020 il titolo di membro dell’Ordine dell’Impero britannico.
(Eyal Weizman per la prima volta a Festivaletteratura con ‘Architettura del genocidio’, ANSA, 18 agosto 2026)

Naza a Venezia

Alla Biennale Cinema del 2025, oltre 1.500 artisti, cineasti e intellettuali avevano firmato un appello promosso dal collettivo Venice4Palestine, chiedendo alla Biennale di condannare la situazione a Gaza e di prendere le distanze dalle istituzioni israeliane; era stata inoltre contestata la presenza dell’attrice israeliana Gal Gadot e di Gerard Butler, associati a film fuori concorso, accusati dai comitati di sostenere la politica di Israele (i due attori non hanno partecipato al festival). Il direttore Alberto Barbera, dopo aver definito inaccettabile la situazione a Gaza, ha difeso il festival come spazio aperto al confronto, sottolineando il valore dei film in programma sul tema.

Un nuovo titolo si aggiunge a completare il Concorso della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (2-12 settembre 2026).
Si tratta di Naza, il nuovo film di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi coautori del documentario No Other Land vincitore dell’Oscar 2025. È prodotto da The Guardian e James Wilson (JW Films), produttore esecutivo Jonathan Glazer. Wilson e Glazer sono il team vincitore dell’Oscar per La zona di interesse.
Nazasarà proiettato in Sala Grande (Palazzo del Cinema) il 10 settembre alle ore 17.15, alla presenza dei registi, dei produttori, dei giornalisti di “The Guardian” e della delegazione ufficiale.

Sinossi: “Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza”.

Yuval Abraham e Rachel Szor si aggiungono ad altri nove registi (su 21 film) che partecipano per la prima volta al Concorso della Mostra di Venezia, insieme a Casey Affleck, Alì Asgari, Danny Boyle, May el-Toukhy, Cédric Kahn, Ilya Khrzhanovsky, Lance Oppenheim, Nicolas Pariser e Paolo Strippoli.
(dal Un nuovo film entra nel programma della 83a Mostra, 24 agosto 2026)

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