Le recensioni di ateatro: La nave fantasma di Giovanni Maria Bellu, Renato Sarti e Bebo Storti

Al Teatro della Cooperativa di Milano

Pubblicato il 22/11/2004 / di / ateatro n. 077


Renato Sarti e Bebo Storti (foto di Lorenzo Passoni).

283 uomini. Era questo il carico dell’F-174, un piccolo battello che, in seguito a un naufragio, dalla notte di Natale del 1996 giace sui fondali al largo di Portopalo, tra la Sicilia e Malta. La sorte di quegli uomini, immigrati provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka, è scivolata per anni nell’oblio mediatico. All’epoca, le autorità competenti ignorarono l’accaduto o addirittura misero in discussione che una simile tragedia fosse realmente avvenuta, e di essa si occuparono unicamente “il Manifesto” e “Narcomafie”. Fu solo nel 2001 che, grazie a un’inchiesta di Giovanni Maria Bellu, giornalista della “Repubblica”, le immagini della nave e del suo carico di cadaveri vennero diffuse in tutto il mondo. Il risveglio dell’opinione pubblica, l’interessamento di alcuni premi Nobel italiani (Dulbecco, Fo, Levi Montalcini e Rubbia), le interpellanze parlamentari non sono però bastati a far sì che qualcosa di concreto venisse fatto e, a otto anni di distanza dal naufragio, nessuna azione di recupero del relitto dell’imbarcazione e dei resti delle vittime è stata avviata.
È nell’indifferenza e nell’inerzia che l’F-174 è diventato una vera e propria nave fantasma – qualcosa di cui per tanti anni non si è voluto sapere nulla, fin quasi a negarne l’esistenza –, ed è a quell’indifferenza e a quell’inerzia che risponde La nave fantasma, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano sino al 5 dicembre 2004. Fedeli alla vocazione civile e politica che negli ultimi anni ha prodotto spettacoli di valore come Mai morti e Nome di battaglia Lia, Renato Sarti e Bebo Storti, autori del testo insieme a Giovanni Maria Bellu, hanno scelto di dare voce ai morti di Portopalo, ponendo l’accento sulla tragica paradigmaticità della loro storia di immigrati in fuga dalla povertà, dalle guerre, dalla violenza verso quello che avrebbe dovuto essere un futuro migliore.
Nelle intenzioni di Renato Sarti, qui impegnato nella doppia veste di regista e interprete, La nave fantasma è una sorta di cabaret tragico. Appoggiandosi alla dilagante vis comica di Storti, di cui è comprimario e spalla, Sarti sceglie di approcciare una materia tanto drammatica facendo spesso leva sul grottesco che si annida anche negli eventi più tragici e coinvolgendo direttamente il pubblico, chiamato più volte, dalla platea o direttamente in scena, a interagire coi due attori. Questa impostazione non sempre funziona al meglio – i meccanismi della messa in scena non girano ancora alla perfezione e c’è qualche lungaggine di troppo che rischia di appesantire inutilmente il lavoro – ma la sostanza c’è, ed è una sostanza di qualità.
A introdurci nella vicenda sono i pescatori di Portopalo, che nei giorni successivi al naufragio dell’F-174 si ritrovano le reti piene di cadaveri e – spaventati del rischio di vedere i pescherecci bloccati a lungo in porto a causa delle indagini – mettono da parte l’orrore e la pietà e li ributtano in mare per evitare grane. Tutti sanno ma nessuno, per anni, fa nulla. Un giorno del 2001, però, nelle reti in mezzo ai pesci c’è un tesserino plastificato. È il documento di identità di Anpalagan Ganeshu, diciassette anni, cingalese di etnia tamil che con il fratello Arulalagan era partito dallo Sri Lanka in cerca di un’opportunità di lavoro in Inghilterra. Uno dei fantasmi ha un volto, un nome, una data di nascita, ed è più difficile continuare a ignorarlo.
La storia di Anpalagan si intreccia con la colpevole ignavia di funzionari e politici, con la smemoratezza degli italiani, sempre più spesso dimentichi che l’Italia è un popolo di emigranti, con la scomparsa nel mare di Portofino di Francesca Vacca Agusta, giallo dai risvolti morbosi che suscitò un’eco potente. Con l’ausilio di pochi, semplici oggetti (giornali, videocassette, mollette per i panni, peluche), viene magistralmente esemplificata la vergognosa sproporzione dell’attenzione dei mass media e dei mezzi impiegati per cercare il corpo della contessa e quelli dei 283 immigrati. A ogni molletta corrisponde una persona… Quella di Francesca Vacca Agusta sparisce letteralmente sotto la montagna di cose che simboleggiano il dispiegamento di forze e il fiume di parole spesi per lei; le 283 mollette delle vittime dell’F-174, al contrario, hanno solo qualche pagina di giornale al loro attivo.
I momenti di divertimento sono molti, ma il riso è quasi sempre amaro e svanisce del tutto quando, dopo un’esilarante galleria di parodie culminante in quella di Borghezio, in cui Storti attinge al “peggio” del proprio repertorio, si ascolta nel buio la registrazione della voce del leghista che vomita la sua litania xenofoba, ormai ben nota ma ogni giorno più intollerabile.
Lo spettacolo trova un felice equilibrio nella scena conclusiva, in cui si tenta di ricostruire l’inferno d’acqua in cui persero la vita gli immigrati. Coadiuvati sul palco e in sala dagli spettatori, che contribuiscono in prima persona a creare l’’atmosfera apocalittica di quei momenti, Storti e Sarti si alternano nello scandire la cronaca della tragedia, con il suo crescendo di orrore: l’illusione di essere alla fine di un’odissea, il mare in tempesta, gli immigrati costretti ad ammassarsi sulla piccola imbarcazione sotto la minaccia delle armi, il pericolo ormai evidente, il battello che imbarca acqua, la vana richiesta di aiuto, l’’affondamento, la morte. La storia è finita: restano la vergogna e l’indignazione.

Valeria_Ravera

2004-11-22T00:00:00




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