Elogio della felicità critica

La scomparsa di Renato Palazzi

Pubblicato il 08/11/2021 / di / ateatro n. 180

Renato Palazzi era rimasto l’unico critico teatrale attivo su un quotidiano nazionale italiano. Su altre testate resiste chi scrive di teatro, anche con regolarità, ma senza l’autorevolezza che aveva una volta il critico “titolare”, ovvero un osservatore competente e impegnato con costanza in un compito: raccontare giorno per giorno, settimana per settimana, gli spettacoli a cui assiste e al tempo stesso osservare lo stato del teatro, facendosi spesso parte attiva del cambiamento.
In Italia abbiamo avuto figure come Silvio D’Amico, Renato Simoni, Roberto De Monticelli, Franco Quadri e tanti altri critici “militanti” (poche donne, purtroppo, a cominciare da Maria Grazia Gregori, un’altra vittima di questo biennio tragico): tutti loro hanno contribuito all’evoluzione delle nostre scene, in un costante dialogo sia con i lettori sia con il mondo del teatro (e a volte con le istituzioni). Poi, a partire dagli anni Ottanta, sono arrivati gli intervistatori, i cronisti, gli intellettuali a 360 gradi prestati alla professione (come è accaduto per il cinema e letteratura, anche se un po’ meno) e la critica ha perso spazio, autorevolezza e potere. E’ arrivata la stagione dei francobolli critici. Poi con l’avvento della rete i vecchi schemi sono saltati (per un certo periodo Palazzi fu tra l’altro responsabile del sito delteatro.it).
Per questo la rubrica settimanale di Renato Palazzi sul “Sole 24-Ore” era un appuntamento importante: non solo per le opinioni contenute nei pezzi, ma per il dialogo implicito e costante che instaurava con i lettori e con il mondo del teatro. C’era il giudizio sui singoli spettacoli che recensiva, ma a emergere era poi una visione complessiva della pratica teatrale che andava molto al di là del semplice “Mi è piaciuto” (o magari no). Per questo era fondamentale la sua puntigliosa e generosa attenzione al nuovo, ai giovani gruppi, a spettacoli e festival fuori dal mainstream, Non basta raccontare l’oggi, assecondare il gusto corrente. E’ necessario soprattutto saper guardare al domani, cogliere il futuro nel suo farsi (e magari aiutare lo spettatore a cogliere e capire un “nuovo” spesso poco comprensibile e irritante).
E’ un impegno che non richiede solo gusto, competenza e senso della storia (e magari un pizzico di presunzione esibizionistica), ma anche apertura mentale e curiosità, oltre che la capacità di mettersi in gioco. E’ anche un impegno faticoso, che impone viaggi verso località improbabili (ancorché suggestive), sale scomode e fredde, decine e decine di spettacolini brutti e inutili. Fonché non si scopre una scintilla autenticamente creativa che scalda il cuore e la mente. Questo è quello che ha fatto Renato Palazzi come critico teatrale, per decenni: andare alla ricerca di queste scintille e cercare di accompagnarle per accendere altri fuochi.
Ci sono altre due cose che vanno raccontate. La prima è il suo capolavoro: la direzione della Civica Scuola d’Arte Drammatica di Milano (di cui era stato lui stesso allievo). Tra il 1986 e il 1995 quella scuola è stata un luogo vivo di formazione e sperimentazione. Renato aveva capito che la pratica scenica era cambiata, che non si trattava più solo di formare “materia prima di qualità” per i registi, ma che esistevano tanti teatri e tanti modi di essere sulla scena. Al corpo insegnante della scuola aveva affiancato maestri come Heiner Müller, Thierry Salmon, Tadeusz Kantor, oltre che numerosi protagonisti della scena italiana (contribuendo tra l’altro a formare quello straordinario formatore che è Gabriele Vacis).
Poi, come troppo spesso accade nel nostro paese, invece di essere “chiamato a più alti incarichi” Renato Palazzi venne cacciato dalla direzione della scuola sulla base di un cavillo burocratico (peraltro presto rimosso, perché ci si accorse subito che era palesemente insensato). Con quella epurazione umiliante e ingiusta è iniziato il declino di quella che era nata come “Scuola del Piccolo Teatro”.
Quella vicenda lo amareggiò profondamente ma non cancellò il suo amore, per il teatro, anzi. E questa è la seconda storia. Come racconta il risvolto di copertina del libro che ha dedicato al grande maestro polacco, Kantor. La materia e l’anima (Titivillus, 2010),

“Nell’87 si è intrufolato ‘illegalmente’ come attore-macchinista in uno spettacolo realizzato in Italia dall’artista polacco, La macchina dell’amore e della morte”.

L’incontro intellettuale e umano con Kantor, con le sue contraddizioni vibranti e creative, gli fece scoprire una profondità inedita – non solo nel teatro, ma in sé stesso. Quel libro ne è la appassionata testimonianza.
L’apparizione sulla scena accanto a Kantor lasciò una traccia imprevedibile. Con il supporto di Rossella Tansini, la compagna di una vita, Renato trasformò il salotto di casa in un personalissimo teatrino.
Al termine dei suoi assoli, trasmetteva una felicità assoluta, palpabile, contagiosa, quasi infantile. E sorprendente, per un uomo timido e introverso.
Ma forse non è cosi sorprendente, quella felicità, per chi ha fatto, con pudore, del teatro la sua vita.




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