Under28 | Cronache da una quarantena in teatro

Zona Rossa al Teatro Bellini di Napoli

Pubblicato il 10/04/2021 / di / ateatro n. 177

Sei teatranti hanno trascorso 76 giorni di lockdown all’interno del Teatro Bellini di Napoli. Si tratta del progetto Zona Rossa, ideato da Davide Sacco e Daniele Russo – già direttore artistico del teatro partenopeo – in risposta allo stato di incertezza in cui versano il teatro e tutto il settore dello spettacolo dal vivo dall’inizio della pandemia. La compagnia, nata in occasione del progetto, è formata dai registi e drammaturghi Licia Lanera e Pierlorenzo Pisano e dagli attori Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, Matilde Vigna e PierGiuseppe Di Tanno, che ha però lasciato la clausura prima degli altri. La quarantena è iniziata il 20 dicembre 2020 e si sarebbe dovuta concludere solo se e quando il ministro Franceschini avesse comunicato una data certa di riapertura dei teatri. La data auspicata del 27 marzo 2021, poi non rispettata, era parsa però solo un contentino e gli artisti hanno lasciato le sale di Via Conte di Ruvo il 5 marzo, una data simbolica che segna un anno esatto dalla prima chiusura del Teatro Bellini. 

Zona Rossa, nelle intenzioni «un’installazione, una performance, una provocazione, un manifesto», ha dato vita ad una forma ibrida on-life grazie ai canali YouTube e Facebook del teatro, attraverso cui gli spettatori-voyeur hanno potuto assistere a lunghe dirette streaming che hanno documentato tutte le fasi della creazione artistica, dalle prove alle tavole rotonde, e la vita degli artisti all’interno del teatro. Unica compagnia? Alcuni pesciolini rossi, anche logo del progetto. Dalla reclusione sono nati due spettacoli, Settantasei e Senet, che incontreranno il pubblico alla riapertura delle sale.
Il teatro, dunque, luogo di contatto per eccellenza, celebra l’assenza come dispositivo politico della resistenza ed esalta la sua vocazione di luogo altro, come la casa del Grande Fratello che inevitabilmente il formato del progetto richiama alla mente. Mancando però il coinvolgimento attivo del pubblico votante – non ci sono nomination e eliminazioni dalla Zona Rossa -, l’efficacia dell’evento sta tutta nella stratificazione dei livelli di senso: gli artisti sono allo stesso tempo lavoratori dello spettacolo in protesta, attori e registi che provano uno spettacolo e, infine, interpreti di sé stessi. Lo spettatore che sbircia corpi-ostaggi attraverso uno spioncino, letterale, figurativo o come in questo caso virtuale, non è un tema nuovo alle arti performative né tantomeno al teatro italiano: dal One Year Piece di Tehching Hsieh, alle Human Installation di Kyrahm, fino ad arrivare alle trappole dello sguardo di tanto (nuovo) teatro nostrano degli anni Novanta, da Motus a Masque Teatro e Fanny & Alexander.

Foto di Guido Mencari

Zona Rossa apre alla vista dello spettatore gli spazi, i tempi e i meccanismi di una singolare residenza teatrale, mostrando i camerini adibiti a camere da letto, le sale interne, le prove, i momenti di creazione e quelli conviviali, redendo così visibili tutti quegli elementi dall’altra parte del sipario che solitamente restano confinati nel territorio dell’immaginazione di chi si reca a teatro. Ed è forse la risoluzione di questo scarto che ha reso il progetto più potente come dispositivo politico che estetico: le dirette, dopo picchi iniziali di 2000 visualizzazioni, hanno attirato in media soltanto 50 spettatori. 

 

 




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