A come impegno…..

Incontro con Simona Gonella-Babelia & C.

Pubblicato il 30/04/2004 / di / ateatro n. 068 / 0 commenti /
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Simona Gonella insieme con Roberta Biagiarelli, Franco D’Ippolito ed Andrea Soffiantino ha dato vita nel 2002 all’associazione teatrale Babelia & C (newsfrombabelia@hotmail.com; www.babelia.org). I loro spettacoli lanciano un chiaro segnale di attenzione verso tematiche politico-civile più attuali. Finito lo spettacolo rimane l’impegno e la coerenza ideologica. A come Srebrenica (“l’alfabeto del dolore,” come aveva titolato Letizia Russo) è lo spettacolo nato nel 1998 e che dopo 160 repliche, una versione in spagnolo e una importante presenza al Festival di Sarajevo per il settimo anniversario della strage di civili musulmani, vorrebbe proseguire nel 2005 con un documentario dedicato alla Bosnia e a Srebrenica, nel decennale della tragedia, legandosi alle associazioni delle vedove di Srebrenica e ai gruppi umanitari e pacifisti internazionali. L’appuntamento con Babelia & C è il 6 maggio ad Argelato al Festival Tracce di teatro d’autore con la prima tappa del nuovo spettacolo Reportage Chernobyl. L’atomo e la vanga. A raccontare, questa volta anche col video in scena, un’altra tragica storia, fatta di morti e contaminazioni radioattive, una storia vicina e già dimenticata, ma di cui rimarrà traccia nella Terra per i prossimi 4 miliardi di anni.

Quando è nata la tua idea di teatro civile e all’interno di quali strutture?

Per quanto mi riguarda ho studiato regia alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, e ho cominciato subito a lavorare con Teatro Settimo a Torino. Da Teatro Settimo a Moby Dick. Ho incontrato in seguito il Piccolo Teatro di Milano, poi mi sono trasferita per un certo periodo all’estero lavorando a Londra per la Royal Shakespearean Company con una regia da La Lupa di Verga e poi Fassbinder al Chichester Theatre Festival e il prossimo anno La mandragola di Machiavelli. Ho lavorato con il Teatro nazionale di Timisoara e in Italia a Bari con la Casa dei doganieri per una riduzione da Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, dal titolo Anfibi rossi . E ancora a Bari con il Koreja Teatro dove ho fatto una regia dal testo di Sarah Kane Psycosis 4:48. La Kane l’ho letta molti anni prima della pubblicazione della traduzione italiana. Si trattava di un esperimento pedagogico nel senso che mi hanno chiesto di lavorare con 5 allieve attrici e per loro ho mescolato il testo con le biografie di personaggi famosi, di donne famose morte suicide: Silvia Path, Marylin Monroe, Virginia Woolf, la Cvetaeva, Amelia Rosselli, la figlia di Carlo Rosselli.

Roberta Biagiarelli.

Cosa lega tra loro queste donne e cosa della loro biografia le unisce alla Kane, a parte l’evento della morte autoindotta?

Io volevo fare un coro con il testo della Kane. Queste donne si sono suicidate, hanno in comune con la Kane il disagio esistenziale. Nel testo della Kane non ci sono “personaggi” e io non volevo farne un monologo. Per me non è affatto un monologo, ha in realtà più personaggi. Ho chiesto alle allieve di scegliere ciascuna uno di questi personaggi, poi sulla base delle loro biografie abbiamo studiato il testo della Kane e attribuito le diverse parti. Uno spettacolo fatto con niente: 5 attrici, 5 sgabelli dipinti di blu, 5 secchi di metallo. Basta. Alcune biglie colorate come “attrezzeria”.

Nel tuo lavoro sulla guerra nella ex Jugoslavia, sull’assedio di Srebrenica hai guardato anche alla Kane di Blasted?

In realtà ho incontrato la Kane successivamente. Il lavoro su Srebrenica è iniziato nel 1998, la Kane l’ho scoperta nel 1999.

Come è nata l’idea di A come Srebrenica?

Srebrenica ha una storia curiosa.
Roberta (Biagiarelli) stava a Torino, lavorava al Teatro Settimo per uno spettacolo per ragazzi, Acquarium e aveva conosciuto Giovanna Giovannozzi, amica del giornalista Luca Rastello, l’autore del libro La guerra in casa, e aveva fatto un viaggio post bellico con lui nei Balcani. Aveva incontrato la storia di Srebrenica e sosteneva che andasse raccontata in teatro. E ha chiesto a Roberta se le interessava conoscere questa storia. Roberta mi chiama, ascoltiamo la storia. Giovanna è una storica, non è di formazione teatrale. La storia in sé e una storia di guerra, evidentemente.

Cosa vi ha spinto ad accettare di raccontare questa storia?

La domanda iniziale che si ci siamo fatte è: “Noi, l’11 luglio del 1995 dove eravamo?” Risposta banale: “Al mare”. Quello che ci ha mosso è che dall’altra parte del mare c’era la guerra. Come è possibile che a noi che eravamo informate, che seguivamo le notizie, questa cosa ci è passata, soltanto perché eravamo al mare? Il motore è stato questo indignarsi che certe cose non si sappiano. O se si sanno, si sanno in maniera superficiale, veicolate da un certo modo di fare informazione che ben conosciamo. Così nel gennaio del ‘98 abbiamo cominciato il percorso di avvicinamento.Abbiamo letto attentamente il libro La guerra in casa che aveva un capitolo significativo sulla storia di Srebrenica.

Quale è stato il metodo di lavoro, sia di scrittura drammaturgia che scenico-attoriale?

Giovanna si è occupata della scrittura storica, io e Roberta abbiamo studiato i libri accuratamente e ci siamo occupate di dare al testo una forma più teatrale.
Il percorso di scrittura è stato a tappe. A come Srebrenica ha avuto ben 14 versioni. Ogni tanto ci si vedeva, si facevano aggiustamenti. La prima volta che è stato ascoltato lo spettacolo è stato nel 1998 al teatro di Arezzo, al Festival del Teatro e del Sacro che è poi il produttore, anche se è un po’ strano perché non c’è una vera produzione, per una mia scelta. Non volevo musica, scenografia elaborata, luci particolari. Poi l’idea che Roberta ha elaborato mentalmente è stata: “Proviamo a tenere in assedio il pubblico”. Si, insomma la gente di Srebrenica tenuta in assedio con le armi, noi volevamo riuscirci con il pubblico ma solo con le parole. Volevamo dare la sensazione di essere cinti da una storia. Roberta ha fatto un grande lavoro. Dal giorno del debutto fino al 2001 lei ha fatto quello che dovrebbero fare tutti quelli che non hanno un testo codificato in mano: cambiava spesso e lo adattava e rimodellava. Ora dura 75 minuti, all’inizio 120, abbiamo lavorato molto sulla sintesi.

Come è stata costruita la particolare gestualità, i micromovimenti intorno alla scarna scenografia, le micro coreografie?

Un certo tipo di gestualità appartiene a entrambe. Quando non hai nessun altro mezzo, mi viene da dirlo all’inglese,quando non hai nessun device cioè non hai altro che corpo e voce, allora devi usare al massimo queste risorse. Queste risorse sono anche gestualità molto ricercate. Geometrie di movimento. In scena ci sono una sedia e un tavolo: abbiamo lavorato sulla geometrizzazione del gesto e dello spazio. Oggetti che delimitano luoghi, luoghi geografici, luoghi fisici. Micromovimenti che devono esserci sempre, l’attrice è sempre in movimento.

Quanto è lasciato alla libertà di interpretazione o di improvvisazione dell’attrice?

Roberta dice che dopo quasi 160 repliche ha raggiunto il giusto grado di libertà all’interno di una struttura ben definita. Semplicemente lo rivive ogni volta, con molta apertura, ma l’improvvisazione non esiste. Esiste all’inizio del processo. Io sostengo che la bellezza del teatro è proprio nell’essere strutturato, a meno di non fare scelte registiche diverse, lo spazio di improvvisazione dell’attore se vuoi è all’interno di questa struttura. Roberta riesce a dare gradi di intensità molto alti, deve dire cose al 100 per 100 terribili ma è lì davanti a raccontartele..Di fronte a certe produzioni in cui gli attori si aggirano sul palcoscenico e cercano di dire disperatamente qualcosa e non c’è rigore, mi irrito; il teatro è un mestiere, non un incidente che capita nella vita, ha regole ferree. Mi appartiene questo rigore forse eccessivo se vuoi; ma quello che mi piace nel mio mestiere è che appunto è un mestiere, posso stare ore o giorni a studiare con un attore come fare una sola cosa. Mi piace poi un teatro agito in cui non vedo il sentimentalismo. Quanto al metodo di cui mi chiedevi, mi piace lavorare con gli interpreti sulla “scientificità” dell’arte dell’attore e al di là dell’artisticità. Gli studi di Laban sono stati un riferimento, una folgorazione e ho provato ad applicarli all’attore: è illuminante. Così come non posso trascurare però i miei anni “terzoteatristi”.

Come conciliare l’oggettività del racconto – i documenti di guerra, i giudizi del Tribunale dell’Aja, la pulizia etnica operata da Karadzic e Mladic – con le storie personali con il loro grado di umanità? E come raccontare una storia dove come dite nello spettacolo “non era chiaro per niente chi ammazzava chi”?

Con Roberta ci siamo dette che non volevamo essere frontali rispetto alle cose, volevamo essere più umane. Volevamo cogliere l’aspetto più drammatico dell’umanità travolta da una tragedia che è stata molto ben concertata dal mondo civile. C’è la contrapposizione tra esseri umani e tra il mondo ufficiale e le logiche di spartizioni territoriali e Roberta incarna molto bene tutto questo, come narratore non intellettuale ma che lo vive ogni volta sulla pelle. I Capi di imputazione, lei in scena li legge anche se li sa a memoria, ma sono passaggi molto freddi, deve leggerli come ha fatto il Procuratore del Tribunale Penale dell’Aja…. A come Srebernica è giocata su più livelli, Roberta che inizia con un Io (“Io sono nata in un paese davanti al mare”), poi lei che assume su di sé i diversi personaggi che hanno popolato questa storia, poi il piano ufficiale, le informazioni. L’intreccio di questo tre piani dà mobilità alla rappresentazione.Quanto alla scientificità del mio lavoro, questa sta tutta nella ricerca, nello studio delle fonti. Srebrenica è stata per me il modello dell’intervento occidentale. Srebrenica è sul confine tra Serbia e Bosnia. Quando l’esercito serbo entra in terra di Bosnia trova subito Srebrenica, poi gli abitanti fanno resistenza, c’era Naser Oric che mette su un esercito di quarantamila disperati. Subito viene tenuta sotto assedio dalle truppe serbo-bosniache. Il mondo interviene quando si accorge che c’è una altra Sarajevo intorno a Sarajevo. Srebrenica è, come diciamo nello spettacolo, un’isola musulmana in un mare di serbi. Quando il mondo se ne accorge, è con il generale con Philippe Morillon. Ma pur di andarsene di fronte a una popolazione affamata che ti guarda ed è sotto granate serbe, tenuta in scacco, dichiara Srebrenica sotto protezione Onu. E questo andava contro il principio di equidistanza secondo cui l’Onu non si schiera con nessuna delle parti. Da questo momento si segue il paradosso delle Zone protette dall’Onu che come tali non possono essere oggetto di attacchi militari ma che per difenderle non era possibile usare armi! Arrivano caschi blu canadesi e olandesi. E l’8 maggio 1995 il governo olandese apre un’inchiesta sui comportamenti dei soldati di stanza a Srebrenica accusati di aver gettato caramelle ai bambini per farli correre su un campo minato. Per sminare la zona…

Quale l’obiettivo di uno spettacolo del genere, prendere posizione a favore di una delle parti?

Non abbiano fatto uno spettacolo pro contro i serbi o bosniaci,. Abbiamo fatto uno spettacolo contro l’orrore; quando ci hanno contestato di aver fatto uno spettacolo anti-serbo e che dovevamo mostrare anche l’altra parte, abbiamo detto che non volevamo fare la par condicio dell’orrore. E’ stata massacrata Srebrenica dalle truppe serbe, questo è un dato inequivocabile. Ma Srebrenica è anche una cittadina dove il mondo intero ha contribuito a decidere di massacrare la quasi totalità della popolazione maschile. Ma non sapremo mai quante sono state davvero le vittime.
Quando tu affronti un tema come la guerra non è che prendi delle parti, io sto evidentemente dalle parte delle vittime. A come Aggressori A come aggrediti diciamo nello spettacolo. Non c’è giudizio, è solo questo. Srebrenica è un modello di guerra occidentale: gente aggredita privata di tutto e della vita e dimenticata subito dopo.

A Srebrenica c’erano gli osservatori dell’Onu….

Sono arrivati dopo, quasi un anno dopo, esattamente nel 1993, dopo undici mesi dall’inizio dell’assedio. Solo Sarajevo aveva una grande quantità di attenzione internazionale; Srebrenica era ai confini dell’Impero, piccolissima, nessuna agenzia internazionale se ne occupava….

Sulla strage di Srebrenica c’è la responsabilità diretta della Nato che non è intervenuta….

E’ stata la pagina più agghiacciante. Il segretario dell’Onu, Kofi Annan lo ha ammesso. Noi lo diciamo nello spettacolo e ci siamo assunte le responsabilità di questo. L’Onu ha fatto carne da macello a Srebrenica. Questa è una storia umana laceratissima, la storia dei caschi blu che aspettano la Nato e loro non arrivano nonostante la minaccia evidente e le premesse di un massacro annunciato. Ci sono dichiarazioni dei soldati Onu che ammettevano che la Nato doveva intervenire. Non arriva invece nessuno. Sono morti in 9 000 a detta della Croce Rossa, ma ne mancano all’appello 12000.

Voi dite nello spettacolo che Srebrenica era stata venduta.

Il patto di Dayton è chiaro, c’è una spartizione su base etnica. Srebrenica è in territorio serbo. Territorio della Repubblica Serba di Bosnia. Il prezzo della pace, un tradimento. Ma non voglio credere che pensassero che ci sarebbe stato un massacro così.

Come è attualmente la situazione in Bosnia: avete avuto modo di tornarci o di capire come la popolazione vive gli anni dopo il conflitto?

In Bosnia la situazione è tremenda. Scoppierà un’altra guerra, una guerra di povertà, di pane, la grande guerra tribale come è stata vissuta dall’Occidente, dall’Europa, dai media, non è vera. Non è stata una guerra etnica, è stata profondamente politica ed economica, che ha fatto leva su sentimenti di quel genere, ma non è stata guerra civile. “Non ci siamo ammazzati tra fratelli” loro dicono.

Avete girato in molte città spesso fuori dai teatri, chiamate da circoli pacifisti e associazioni di volontariato. Sono questi gli spazi di un nuovo teatro civile? Guardando lo spettacolo mi è venuto in mente che davvero il vostro è un teatro che mi rappresenta molto, non solo come “pacifista” convinta; forse per il fatto che dimostra come il teatro in fondo realizzi al meglio questo momento di autocoscienza e autocritica collettiva. L’evidenza che di fronte a fatti terribili che sembrano inevitabili dobbiamo essere consapevoli che esiste un altro modo di agire e che siamo una moltitudine molto più numerosa di coloro che decidono i destini del mondo e che si spartiscono terre al prezzo di vite umane…

Roberta Biagiarelli.

Lo spettacolo ed in particolare Roberta dal 1998 ad oggi ha conosciuto molte realtà ma non abbiamo incontrato spesso i grandi palcoscenici, soprattutto molti piccoli circuiti, che poi sono quelle che definiamo le realtà battagliere delle società civile. Lo abbiamo fatto anche di fronte alle donne di Srebrenica, alcune le abbiamo incontrate proprio qua in Italia, altre a Sarajevo….

Come è stato accolto lo spettacolo in terra di Bosnia e con quale spirito avete affrontato questa avventura di raccontare cosa è successo a chi l’aveva davvero vissuto?

Ci vuole l’incoscienza, no, no anzi la determinazione . Noi siamo state chiamate per la celebrazione del massacro. Sarajevo ha deciso che dovevamo venire noi. E’ strano, perché vai a parlare di fronte a gente che sa benissimo di cosa stai parlando ma alla fine ti ringrazia perché la cosa di cui hanno sofferto di più è stato proprio il silenzio. Alla fine piangevamo tutti…..bosniaci, italiani…..Lo spettacolo è stato fatto nel cortile della casa dell’esercito, l’unico spazio disponibile!

E Roberta come ha vissuto questa esperienza?

Lei è un’attrice che va a cercare il personaggio, va a cercare la semplicità, non ama i discorsi intellettuali, è molto umana, si assume sulla sua pelle il lavoro teatrale. Per il decimo anniversario, che sarà nel 2005 lei vorrebbe fare un documentario, per raccontare il viaggio in Bosnia alla ricerca delle donne, le relazioni che abbiamo instaurato in questi anni grazie allo spettacolo. Abbiamo anche un diario inedito che ci piacerebbe diffondere. Babelia poi è nata per questo spettacolo, perché Srebrenica non aveva una casa teatrale.
Come ti relazioni con la drammaturgia della guerra in ex Jugoslavia, penso naturalmente alla Biljana Srbljanovic.

La Srbljanovic l’ho letta dopo e in francese. Volevo mettere in scena Giochi di famiglia perché mi interessava quella congiunzione tra storia reale, una guerra e la follia che vi è contenuta. Tutto tenuto su un livello altamente metaforico….

Anche le storie de La trilogia di Belgrado hanno questa caratteristica…Fuoriusciti volontari da una guerra certa che incontrano isolamento ed emarginazione, un’altra guerra senza però avere la forza e le armi adatte a combattere. Il tutto giocato su un livello di ironia tragica…

La Trilogia è più schematica, un testo costruito sulla base di certi personaggi. In Giochi di famiglia c’è più da divertirsi, appunto un po’ più di follia. Lei scrive bene e ha questa capacità di saltare tra i vari generi… Mi chiedo però finito il filone della guerra, cosa farà. Il problema per lei come per altri, è il fenomeno. Esaurito il fenomeno, riuscirà a sopravvivere? Aspetto di capire se nell’esaurimento di un tema emergerà anche qualcosa’altro.

E rispetto alle sue posizioni politiche? Penso ai diari dalla Belgrado bombardata dalla Nato? (ora on line su repubblica.it)

Non ha mai preso posizioni forti e decise come ha fatto Peter Handke dall’altra parte (a favore del nazionalismo serbo, ndc).

Il prossimo progetto?

Lavorare all’estero; non che voglia emigrare, però! Lavoro intanto al progetto per Chernobyl. Dopo aver fondato Babelia, ci siamo detti che volevamo proseguire sul tema dell’impegno civile. La nostra vuole essere una produzione teatrale fondamentalmente politica.

Chernobyl: che storia è?

E’ una storia che abbiamo incontrato per caso a partire da Enkil Bilal, un fumettista francese che ha fatto una serie di tavole su Chernobyl. Poi abbiamo chiesto in libreria quali libri avevano sull’argomento e ci hanno dato soltanto un libro, Preghiera per Chernobyl. Non avevano altro, non esiste più niente! Non per fare sempre i paladini ma ci sono eventi che resteranno nel tempo e nello spazio ma su cui ad un certo momento cala il silenzio. E Chernobyl resterà per i prossimi 4 o 5 miliardi di anni! Perché questi sono i tempi di decadimento dell’uranio. Con Chernobyl per la prima volta il concetto di tempo assume una valenza completamente diversa, che va al di là del tempo umano. E’ partito dal piccolo libro del francese Bilal. Poi ci siamo chieste ancora una volta: “Cosa ti ricordi?” Il punto è questo: ci sono esseri umani che si incontrano con un fenomeno mai visto prima nel mondo. Ci sono contadini, persone normali, che vivono una vita normale e nella loro vita entra un fenomeno se vuoi, ancora più incredibile di una guerra. Lì almeno c’è un nemico che vedi. Ma un’esplosione radioattiva …..Non è mai successa una cosa del genere. A noi interessa parlare di questi esseri umani, insomma: Cosa resta di loro?. A partire da questa storia volevamo fare riflessioni più ampie, di contenuto più strettamente politico, sull’energia, sull’ambiente. Non è un caso che lo spettacolo ha un sostegno concreto di Lega ambiente.

Chernobyl, l’atomo e la vanga: un’altra storia drammatica e emblematica?

Senz’altro emblematica perché è ci porta a riflettere tutti quanti sull’energia. E’ ora di porci domande serie: Perché ne usiamo così tanta, per esempio; e poi emblematica perché dopo Chernobyl non possiamo più dimenticarci di avere un senso di responsabilità nei confronti della razza umana, responsabilità che abbiamo dimenticato
Abbiamo incontrato una storia di esseri umani, questo è sempre il criterio con cui ci muoviamo. La situazione in Bielorussia dove si è verificata la contaminazione a causa del vento al momento dell’esplosione, è una situazione di esseri umani abbandonati, lasciati lì. Gli è passata sopra la testa la tecnologia del XX secolo che non conoscevano e adesso due milioni e mezzo di persone sono contaminate. E a noi piace dare voce a questa gente.

Quali sono state le conseguenze dell’esplosione?

La radiazione viaggia con il vento, è andata in Bielorussia. Ha fatto un giro che è stato anche ricostruito, in Europa del Nord, nell’Italia del Nord per finire in Grecia. Le conseguenze delle radiazioni sono andate a finire in territori molto lontani, le radiazioni non hanno confini, e in questo senso sono una splendida metafora del nostro mondo…

Cioè che ci ricade comunque addosso quello di cui siamo responsabili come singoli o come collettività?

E che ci ricade addosso quello di cui non siamo responsabili per niente!
La vanga è anche questo. Come in Ucraina, stavano piantando le patate e un giorno gli hanno detto che la terra era malata. Che dovevano andarsene.

Ora è disabitata quella terra?

A parte un territorio di una decina di chilometri di raggio dalla Centrale dove è assolutamente impossibile vivere, in realtà quella è diventata anche terra di profughi, vengono da tutte le parti della ex Unione Sovietica. Dopo l’esplosione dei 4 reattori ne rimanevano ancora tre in funzione e quindi ci sono rimaste ancora persone per occuparsi dello stoccaggio delle scorie. L’ultimo reattore è stato chiuso nel 2001. La gente non voleva far chiudere la centrale perché dava lavoro. Non erano abbastanza informati delle gravi conseguenze del vivere in quelle terre e perché i danni non erano immediati nel fisico, nella salute. Arrivano dopo anni, magari trasmessi alle generazioni future attraverso il terreno, l’acqua…. Tra una povertà certa e una malattia probabile preferivano rischiare…..

La terra malata è l’unica che accoglie i rifiutati della Terra, profughi, poveri: anche questa è una metafora dei nostri tempi?

Sembra incredibile ma è davvero diventata luogo di rifugio, terra di nessuno, alcuni hanno forzato gli sbarramenti già all’epoca dell’incidente, e sono tornati. Nella storia che raccontiamo un uomo torna a riprendere la porta di casa che da generazioni era il catafalco di famiglia e su quella porta metterà la figlia morta in seguito alle radiazioni. Questa testimonianza ad alta densità umana come mi piace dire, ha fatto scattare a Giacomo (Verde, ndc)l’idea di usare la porta come oggetto; non proiettare immagini sullo schermo, quindi ma su un oggetto che appunto sembra una porta e si muove in avanti e all’indietro. La testimonianza del padre sarà proiettata in video. Il padre è Roberto Herlitzka, un attore che amo molto e che ho scelto per il dono della chiarezza, io dico che avevamo bisogno di qualcuno che avesse la capacità di “parlare parole”, dire quello che la cosa è. Semplicemente

Lo spettacolo si inserisce in un momento di forte polemica (dopo il recente black out) sulla necessità o meno del nucleare…

Non è uno spettacolo pro o contro il nucleare anche se dopo il black out ci siamo informate. Non c’è un’emergenza elettrica reale, però la si cavalca per dire che bisogna costruire le centrali nucleari, anche perché la scelta del nucleare è anche economica. Acquistiamo energia dalla Francia di notte perché ci costa meno che tenere in attività le nostre centrali, ma non è che ne abbiamo bisogno. Una centrale nucleare costa cifre incredibili sia a costruirle che a mantenerle con standard di sicurezza. Le scorie che produce poi hanno un costo pazzesco. Dove è vantaggioso – e questo Gianni Tamino, uno dei consulenti scientifici che abbaimo interpellato ce lo ha spiegato molto bene – è dove c’è il nucleare militare. Chi ha avuto il militare nucleare come la Francia è chiaro che poi usa le centrali nucleari per l’energia elettrica, ma lui da ambientalista dice che una centrale nucleare contiene un pericolo profondo. Allora è giusto usare una tecnologia che contiene in sé questo pericolo potenziale? In Italia da 20 anni abbiamo un problema con le scorie da smaltire. Lui dice che l’uomo è l’unico essere vivente che progetta prima di realizzare grandi opere, ma se quando progetta non mette un principio fondamentale di precauzione, cosa lasceremo in eredità alle generazioni future?” In fondo fino alla Rivoluzione industriale l’uomo era perfettamente in sincronia con i cicli della natura. Con la Rivoluzione industriale l’uomo ha cominciato a sfruttare risorse per avere energia e per produrre rifiuti che non possono più essere rimessi nel ciclo organico, semplicemente non sono più riciclabili.

Insomma l’insegnamento di Chernobyl non dovrebbe lasciare più dubbi sui pericoli del nucleare?

Abbiamo un punto di vista che è quello che dobbiamo stare attenti alle conseguenze di certa energia, non facciamo una crociata anche se certamente il messaggio non sarà quello di costruire una centrale ovunque!. E non è un caso che in questa cosa nuova ci sia Giacomo Verde. Questa volta, ci siamo dette, vogliamo raccontare una storia ma vogliamo raccontarla anche attraverso altri occhi. Ci siamo sentite un po’ sole, c’era bisogno di un altro piano presente con noi in scena, che ci facesse uscire dal cosmo attore/ attrice-parola-regista. Volevamo usare anche un altro linguaggio.

Come si inserisce il video nella drammaturgia?

Vorremmo che i due piani fossero in parallelo. Quello che non ci piace è il video esplicativo o illustrativo, vogliamo verificare se possono andare insieme, se la storia viaggia. Lo schermo non è fisso, si muove e racconta in maniera non didascalica ma allusiva rispetto a quello che sta dicendo Roberta Biagiarelli. E’ un tentativo, è il mio primo lavoro con il video, ma sono interessata alla commistione di tecniche, di linguaggi.

Quale sarà la struttura dello spettacolo?

Nella prima parte c’è la moglie di uno dei pompieri di Chernobyl che sono morti e che ci permette di dire cosa è successo il 26 aprile 1986, l’evacuazione improvvisa, i danni. Poi c’è una seconda parte dove Roberta interpreta la parte di una moglie dei liquidatori, che sono coloro che hanno costruito il sarcofago, dovevano lavare la strada, interrare, risolvere il problema delle radiazioni.

Sono morti tutti, suppongo.

Molti sì, venivano da tutta la Russia, anche soldati che venivano dall’Afghanistan, volontari o precettati.

Sapevano a cosa andavano incontro?

Non completamente. Le autorità hanno mandato le persone senza dire esattamente la pericolosità della missione. Loro lavoravano 3 minuti sul reattore, poi dovevano scappare perché il livello delle radiazioni era altissimo. In mezzo ci sarà un intermezzo giornalistico, documentaristico. Ha lo stile del reportage, del servizio giornalistico fatto con materiali di archivio, interviste ma tutte sempre “trattate”. Vorremmo che questa parola “reportage” fosse un po’ la guida di tutto lo spettacolo

A che punto siete con il progetto e quali saranno le prossime tappe?

La strategia di Chernobyl è andare a tappe, la prima tappa ufficiale sarà il 6 maggio ad Argelato da Federico Toni al Festival “Tracce di teatro d’autore”, dove presentiamo un’anteprima con quello che ci sarà. Lo spettacolo è una coproduzione tra Babelia&C e Inteatro di Polverigi.
Poi Marco Zappalaglio di Piccolo parallelo a Romanengo ci ospiterà in residenza a giugno per finire tutto lo spettacolo e per il quale faremo un’altra anteprima nel suo Festival, che sarà pronto in occasione dei Festival estivi: ci ospiterà sicuramente il Festival di Armunia a Castiglioncello.

Anna_Maria_Monteverdi

2004-04-30T00:00:00

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