Il corpo tra oriente e occidente

Danza di Confine. 2° Festival di Assoli Butoh

Pubblicato il 30/05/2004 / di / ateatro n. 070 / 0 commenti /
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Nel fine settimana tra il 14-15-16 maggio, si è svolta a Lerici la seconda edizione del Festival di assoli Butoh, La Danza di Confine sotto la direzione artistica di Annalisa Maggiani.
La manifestazione ha inteso proseguire il viaggio cominciato lo scorso anno nella “terra di confine” tra forme artistiche che si attraversano nel passaggio tra danza e teatro, improvvisazione e tradizione, oriente e occidente. “Confine come spazio di passaggio tra culture, arti, stili” spiega Annalisa Maggiani, “in cui la capacità di assorbimento e di trasformazione porta alla creazione di nuove appartenenze, alla trasformazione delle reciproche diversità. Una terra in cui il corpo ritrova tutta la sua forza comunicativa e poetica”. Ed il corpo – nella danza Butoh – sottoposto a tensioni e metamorfosi, a gesti ora veloci ora lentissimi, a distorsioni disarmoniche e scomposte riscopre un legame con la propria naturalità più arcaica facendosi portatore di una sensualità voluttuosa e primordiale. Proprio per questo il Butoh non viene considerato una tecnica ma una relazione tra corpo e natura, un modo per risalire alle origini dell’esistenza in un dialogo tra il silenzio delle tenebre e caos della luce. Le partiture oniriche realizzate dai danzatori sorprendono per la potenza suggestiva delle immagini: corpi nudi, imbrattati di biacca, incrostati di memoria e materia si risvegliano lentamente a una vita oscura e animale, quella in cui thanatos ed eros fatalmente convivono. Per questa carica dirompente, per la drammaticità archetipica delle immagini che ne scaturiscono si è detto che la danza Butoh rappresenterebbe il vero teatro della crudeltà di Artaud. Ma la sacralità rituale, la disciplina etico-estetica della sofferenza e della morte che spesso dominano le performance, non devono far pensare a una prospettiva puramente estetizzante: l’impegno politico, anti-coloniale ha accompagnato sin dagli esordi questo movimento teatrale radicale ponendolo tra le espressioni piú interessanti e più impegnate del teatrodanza contemporaneo. Nata nel Giappone del dopo Hiroshima e Nagasaki ad opera di Tatsumi Ijikata e Kazuo Hono, la danza Butoh segna da subito una forma di ribellione alla disumana massificazione e americanizzazione della società giapponese. Pur non ripudiando le forme della tradizione giapponese come il No ed il Kabuki, essa si ricollega piuttosto alla Neue Tanz e all’Espressionismo Tedesco sviluppandoli nella visione di un corpo-anima-psiche che conserva il legame originario con l’universo e con la sua ombra. Tale espressività soggettiva, individuale ed unica, figlia della tradizione romantica tedesca, non esclude una passione come la rivolta ma la ricolloca entro la ritualità cultuale tipica dell’Oriente in cui tutte le espressioni sono già contenute dalla fissità e dai codici della tradizione.

Ma torniamo a Danza di Confine, dedicato quest’anno ad assoli esclusivamente al femminile eseguiti da danzatrici di fama internazionale. La rassegna è stata aperta da Marea, performance di Anna Lisa Maggiani, danzatrice, performer, danzamovimentoterapeuta che, partita dal teatro di strada con i Chille de la Balanza, dopo una formazione in mimo e danza espressiva, ha studiato con Kazuo Oono, il grande vecchio del Butoh, per entrare poi a far parte della Compagnia berlinese Ten Pen Chii Art Labor fondata da Yumiko Yoshioka. La sua performance, accompagnata dalla musica dal vivo di Lauro Rossi e dalle videoproiezioni di Mario Morleo, è stata un intervento intenso e toccante sulla storia collettiva ed individuale che “per un attimo inonda il corpo e sale la nostalgia di dove siamo venuti… il mare, forse…”. Ma Annalisa non dimentica, nella folle danza che la scuote di brividi e fremiti, di nominare i bambini iracheni o le donne kamikaze che muoiono ogni giorno senza che nessuno ne conosca il nome. C’è una sorta di frenesia nei suoi gesti, un dolore consacrato all’ossessione del ricordo, alla volontà di non dimenticare. Nell’incedere sincopato la danzatrice si scuote convulsa come in una trance rituale. Ora è ferma davanti alle immagini di Morleo, il suo corpo solare, i grandi occhi azzurri sbarrati, vengono attraversati dai nomi islamici digitalizzati in blu e sul fondale di onde marine ci appaiono quali simboli di tutto il dolore rimosso, del grido di chi non ha voce. Non si può fare a meno di ripensare ai corpi seviziati dei torturati iracheni, alle immagini sporche di questa sporca guerra.

Nella seconda giornata Yumiko Yoshioka, coreografa e danzatrice Butoh di fama internazionale, dal 1977 danzatrice del gruppo Ariadone di Carlotta Ikeda, ha presentato Before the dawn, un assolo sul tema del vacillare tra il sogno e la realtà “nella penombra tra giorno e notte dove anche i confini tra conscio ed inconscio svaniscono…”. Ancora una volta Yumiko si è rivelata una forza della natura indomita e travolgente, capace di infliggere sferzate di energia al nostro assopito sistema nervoso di spettatori. E’ una sciamana terribile e bellissima quella che ci appare sul palco del Teatro Astoria, una guerriera crudele e marziale ricoperta da un lungo abito rosso che le cinge il capo con un enorme cappuccio, scoprendole il seno e il dorso a evidenziare ogni minima sensuale metamorfosi della muscolatura.

La danzatrice, in preda ad una possessione sciamanica, si agita e si dimena, disarticola gli arti, deforma il volto in smorfie infernali, si graffia come se volesse strappare a brani la pelle di madreperla. Si ha la sensazione che di lì a poco, da quel corpo diafano in lotta contro se stesso, usciranno metamorfiche creature provenienti da altre ere zoologiche, antiche bambine rettili appartenenti alla sua ontogenesi e alla filogenesi della specie. E’ un crescendo di sensualità ferina che lotta per venire alla luce; sono demoni terrifici, potenze oscure, creature boschive, uccelli selvaggi che si materializzano sul palco del Teatro Astoria. Anche i brevi inserti musicali, suono ambient non filtrato alternato ad onde sonore vagamente industrial, suggeriscono il senso di questo fragore primordiale e della ritrovata naturalità. Infine Yumiko, l’essere nuovo frutto di questa rinascita, si getta a capofitto su di una piccola duna di sabbia e si rotola nella polvere, si cosparge il corpo e le chiome lunghissime sollevando una nuvola di pulviscolo iridescente che ricorda certi fenicotteri in esotici paesaggi lacustri. Le sue narici aspirano sabbia, la lingua si nutre con voluttà dell’elemento terroso, lo incorpora nel ciclo organico delle sue cellule, nel ciclo della materia in cui nulla si disperde e tutto viene reintegrato dal corpo e dal cosmo in un sistema di reciproca appartenenza.

Ultimo episodio della trilogia degli assoli è Ka-ga-yo-u che nel titolo si richiama all’antica parola giapponese “ombra ondeggiante” sul fenomeno del vedere tra visibile ed invisibile. Il pezzo è performato da Hisako Horikawa, danzatrice per oltre vent’anni nella compagnia di MinTanaka “Maijuku”, cofondatrice del laboratorio di meteorologia del corpo, creatrice di una serie di performance dal titolo “The Alley” sul rapporto tra sensazioni corporee vita metropolitana.
Hisako Horikawa ha dato inizio alla propria performance sui gradini antistanti il foyer del teatro, preannunciando in poche battute quello che si sarebbe rivelato un omaggio alla miglior avanguardia novecentesca laddove è risultato chiaro un richiamo a certe pièces beckettiane, alle atmosfere esistenzialiste e oniriche del suo teatro. Una donna d’età indefinita, il viso pallido senza trucco, abito nero sobrio e tacchi a spillo, cammina lentamente, si accascia al suolo, si rialza. Circondata da una piccola folla che ne accompagna il tragitto, tremebonda e curva sotto il peso dei propri fantasmi, la donna si muove in un silenzio rotto soltanto dal rumore dei suoi passi.
In Ka-ga-yo-u Hisako Horikawa ha creato un’immagine teatrale icastica e pregnante: una figura scolpita di tragica bellezza, fragile come un giunco piegato, le mani protese a cercare un appoggio per ripararsi da ulteriori cadute. Una mater dolorosa che sollevandosi ci guarda con occhi azzurrognoli da cieca, lo sguardo sembra promananare da lontananze siderali. Il viso è quello di una creatura mortalmente triste. Le fessure degli occhi, i contorni della bocca sembrano indicare un pianto trattenuto, ma non è così. Non filtra emozione dal volto di maschera No tradizionale, non un sentimento nel suo essere animica e cangiante. A ben vedere Hisako ci guarda con occhi vuoti, sorridendo a se stessa: assente, un sorriso dolce-amaro sul bel volto orientale, un sorriso arcaico come quello delle cariatidi dell’Acropoli o come quello enigmatico di Monna Lisa. Poi l’attrice-danzatrice riprende il suo cammino verso l’interno del teatro mentre l’accompagna la musica proveniente dal violoncello di Tristan Honzinger, uno dei più affermati esponenti della musica improvvisata contemporanea (il suo percorso artistico spazia dal jazz alla composizione di musiche per spettacoli di danza e di teatro, le sue abituali collaborazioni vanno da musicisti come Steve Lacy, Cecil Taylor, Evan Parker, Peter Kowald, Derek Bailey, Leo Smith, Charles Gayle, Louis Moholo, Barre Phillips, Anthony Braxton).
Insieme, violoncellista e danzatrice, raggiungono il palco duettando tra le sospensioni oniriche di lei e le note struggenti del violoncello di lui. Tristan, da vero performer, si produce in uscite beffarde e surreali di sapore dadaista del tipo: “CACCA-PIPPI-TALISMO” pronunciate con improbabile accento tedesca. Sapremo in seguito che niente nella partitura era stato prefissato e che ogni incontro, ogni spunto, ogni pieno e ogni vuoto è stato dettato dall’ascolto reciproco, dall’alea dunque che tanta parte riveste nella difficile arte dell’improvvisazione. E il loro dolce gioco continua a lungo, nell’ascolto di ombre e risonanze, nel lavoro minuto di scomposizione del movimento, nella solitudine di note musicali lanciate come vettori di un desiderio. Anche il vuoto più rarefatto può essere una forma del Butoh, anche l’insensatezza del silenzio, la desolazione del tempo che passa, di fantasmi che ritornano.

Danza di Confine
2° Festival di Assoli BUTOH
a cura di GEST/AZIONE
Lerici (SP), Teatro Astoria

Alessandra_Giuntoni

2004-05-30T00:00:00

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