BP2010 Un ragionevole sguardo al futuro

Per nuove politiche culturali (spunti per una riflessione)

Pubblicato il 10/02/2010 / di / ateatro n. #BP2010 , 125 / 0 commenti /
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Riduzione delle risorse finanziarie, diminuzione della centralità della cultura nelle agende politiche, assunzione di nuovi ruoli e funzioni da parte di soggetti privati, trasformazioni delle modalità di consumo, fruizione e partecipazione, invecchiamento delle organizzazioni culturali e situazione di emergenza in cui versa la gestione e la salvaguardia del nostro patrimonio culturale, sono alcuni dei fenomeni degli ultimi anni che richiedono sia una ridefinizione del ruolo e delle funzioni che la cultura svolge e può svolgere nello sviluppo sociale e economico del paese sia un’elaborazione di nuove politiche culturali di medio e lungo termine.

La “veduta corta”
Le politiche pubbliche per la cultura, come quelle economiche e sociali, sono gestite e realizzate con quella che Padoa Schioppa definisce “una veduta corta”,(1) intendendo con ciò “un accorciarsi dell’orizzonte temporale del pensiero e degli interventi, che riguarda i mercati, i governi, la comunicazione, le imprese, la stessa famiglia, i nostri atteggiamenti mentali”.
Un’incapacità, e in altri casi anche un’impossibilità, di andare oltre il calcolo di breve periodo. Sia nell’individuo sia nella società regna “un’ideologia del presente e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, un’ideologia impegnata a rendere obsoleti gli insegnamenti del passato, ma anche il desiderio di immaginare il futuro”. “Da uno o due decenni, il presente è diventato egemonico”. Agli occhi del comune mortale, non deriva più dalla lenta maturazione del passato e non lascia più trasparire i lineamenti di possibili futuri, ma si impone come un fatto compiuto, schiacciante, il cui improvviso emergere offusca il passato e satura l’immaginazione del futuro. È da queste considerazioni che Marc Auge, si interroga su “Che fine ha fatto il futuro”. (2)
Si rischia che venga a mancare una delle funzioni principali della politica: immaginare il futuro e renderlo possibile, attraverso l’individuazione di finalità, modelli, proposte e percorsi per rispondere (sarebbe anche auspicabile qualche volta anticipare) alle mutazioni e alle trasformazioni della vita di una nazione.

Le recenti politiche pubbliche per la cultura
Diverse le fasi che hanno caratterizzato la vita culturale del nostro Paese.
Dopo quella mecenatistica pre-industriale e il passaggio alla fase delle industrie culturali si è giunti a ciò che Sacco definisce “culturalizzazione dell’economia”, l’associazione dell’arte (e più in generale i contenuti di natura culturale) ai processi di formazione del valore economico con una radicalità mai conosciuta in altre epoche. “È la combinazione tra il vivere esperienze culturali capacitanti e l’espandere le libertà positive che dà luogo al processo di acquisizione di nuove competenze, che sta alla base del meccanismo di sostegno allo sviluppo economico attraverso l’investimento in attività culturali. In altre parole, le nuove competenze si sviluppano in risposta agli stimoli provenienti dalle nuove forme di capitale legate all’azione della razionalità espressiva piuttosto che di quella strumentale, rappresentate dal capitale culturale, simbolico e identitario. Solo le società che saranno in grado di dotarsi di un livello di capitale culturale, simbolico e identitario tale da sostenere l’innata propensione degli individui a vivere esperienze culturali di stimolo alla creatività potranno competere sulla scena dell’innovazione”. (3)
Questo e molte altre trasformazioni, si sono sviluppate in seguito a una serie di fenomeni che hanno cambiato le nostre società, dalla crisi industriale ai flussi migratori, dai ai processi di globalizzazione alla nascita e diffusione di media e tecnologie con le conseguenti modifiche e moltiplicazioni delle modalità di relazione, di informazione, di scelta dei prodotti, di fruizione e partecipazione.
Di fronte all’insieme di cambiamenti avvenuti, negli scorsi decenni sono state elaborate politiche e interventi che hanno individuato nella cultura una risorsa fondamentale per la trasformazione di interi territori e della vita dei cittadini.
Tali politiche hanno mirato a:

– dotare le città, attraverso la costruzione e/o la ristrutturazione di immobili (ex fabbriche, officine, capannoni) di centri culturali, biblioteche, parchi multimediali, teatri, multisale cinematografiche, centri servizi, parchi tecnologici;

– riformulare e realizzare piani di ammodernamento e abbellimento di intere aree, restaurando monumenti, siti e palazzi storici, ampliando anche gli spazi per il tempo libero e l’aggregazione;

– favorire la partecipazione dei cittadini alla vita socio-culturale attraverso iniziative che hanno diminuito e ridotto alcuni degli ostacoli economici e sociali che vi si frapponevano. Sono nati abbonamenti, facilitazioni, card, carte dei servizi e nuove esperienze di partecipazione e fruizione culturale;

– migliorare la qualità e l’efficacia dei servizi attraverso sia loro esternalizzazione (fondazioni, consorzi, istituzioni, società) sia introducendo pratiche di management e marketing;

– incrementare la presenza turistica nei diversi territori e migliorare “l’immagine” e la “visibilità” nazionale e internazionale di Città e di intere aree, attraverso promozione delle risorse ambientali, gastronomiche e culturali e l’organizzazione di importanti eventi artistici, sportivi, politici e sociali;

– sostenere la crescita e la valorizzazione del territorio attraverso la creazione di piattaforme di azione integrata e coordinata tra diversi settori: turismo, beni culturali, spettacolo, gastronomia, tradizioni locali,

– recuperare e conservare le culture locali;

– sostenere la crescita e il radicamento e l’interscambio di soggetti artistici agenti sul territorio nazionale attraverso logiche dimensionate su aspetti progettuali, tecnici.

– incrementare la sia quantitativamente sia qualitativamente le diverse tipologie di manifestazioni culturali (festival, rassegne, fiere, saloni, sagre, ecc.)

– raccordare maggiormente l’intervento pubblico con quello dei privati.

Molti di tali interventi hanno contributo non solo al rilancio e alla promozione di città e di intere aree, ma anche a creare un ricco tessuto occupazionale, sociale e di miglioramento della vita dei cittadini.
Contemporaneamente si sono evidenziati alcuni limiti strutturali dell’intervento pubblico e privato nel settore (alcuni lungamente presenti e radicati fortemente nella realtà italiana) come:

– l’aver considerato l’investimento culturale più una spesa che una risorsa economica e sociale. Permane sostanzialmente bassa la spesa per la cultura in Italia;

– l’aver erogato i fondi pubblici per il sostegno alle attività culturali spesso con il cosiddetto meccanismo a pioggia, in assenza di criteri di valutazione dei progetti proposti e di valide procedure di verifica dei risultati. Tale modalità ha fatto sì che venissero meno elementi quali la concorrenza e il prevalere della qualità;

– l’aver privilegiato la funzione di conservazione e tutela dei beni culturali a scapito della promozione e dell’incentivazione della fruizione da parte del più ampio pubblico del nostro patrimonio artistico/culturale;

– “l’incapacità spesso di generare ed implementare politiche culturali pubbliche sensate, ragionevoli, appropriate, evitando sprechi, e disseminazioni inutili;

– l’incapacità di leggere e comprendere la contemporaneità, i fenomeni e i trend legati alle evoluzioni delle pratiche culturali, i link delle arti e della cultura con altri fatti e componenti della struttura sociale;

– l‘eccessiva attenzione a elementi come la comunicazione, la celebrazione, la costruzione di consenso giocati sul clamore degli eventi anziché sulla capacità di un loro impiego strategico e funzionale anche nel tempo;

– la visione distorta della complementarietà di altre forme e fonti di sostegno (ad esempio mondo delle imprese) a cui si è inteso retoricamente abdicare maggiori responsabilità e ruoli, non considerando esigenze e logiche che caratterizzano la realtà aziendale e di fatto offrendo pochi incentivi reali, come ad esempio benefici fiscali chiari e semplificati; (4)

– non aver considerato attentamente la sostenibilità economica a lungo termine degli interventi e delle azioni patrimoniali messe in atto. La creazione di spazi per la cultura e il conseguente aumento dell’offerta non si sono basati su analisi del consumo culturale esistente, sui suoi possibili sviluppi e sull’individuazione di strategie e metodologie per incrementarlo. L’aumento dell’offerta non genera automaticamente l’aumento della domanda.

– non aver elaborato e approvato normative generali e di settore in grado di regolamentare puntualmente e strategicamente in modo chiaro e competente interi settori del comparto;

– l’incapacità di razionalizzare la giungla dei percorsi formativi e delle normative riguardanti le professioni del comparto;

– l’episodicità di interventi tesi a integrare e far cooperare ambiti e comparti differenti quali la cultura, il turismo, il tempo libero, l’enogastronomia, l’ambiente, per la costruzione di veri e propri distretti e strategie per la concertazione di azioni e programmi.

Molti le responsabilità degli operatori:

– essersi considerati esclusivamente come dei soggetti artistici e non anche come delle imprese agenti su un mercato, (anche se in un mercato molto particolare)

– non aver sufficientemente considerato e sentito l’esigenza di reperire risorse finanziarie al di fuori di quelle erogate dagli enti pubblici e da alcuni organismi privati, non utilizzando, ritenendoli secondari, molti degli strumenti che le imprese di altri settori utilizzano per realizzare o incrementare il loro business: marketing, comunicazione, fidelizzazione dei clienti, politica dei prezzi, ecc.

– aver privilegiato, come principali referenti per il confronto nelle diverse fasi di ideazione, progettazione e verifica dei risultati, gli operatori di settore, i critici, la stampa di settore, generando circuiti autoreferenziali che ben poco ha coinvolto i visitatori e gli spettatori.

– aver agito con una scarsa cultura manageriale, arroccandosi in concezioni artistiche , pratiche organizzative e metodologie prive di visioni strategiche.

Un ragionevole sguardo al futuro
La breve analisi dei precedenti paragrafi evidenzia come non si tratta solo ed esclusivamente di una crisi temporanea inerente fondamentalmente la scarsità di risorse finanziarie, ma piuttosto di una trasformazione dei modelli e dei paradigmi culturali finora adottati.
Vi è una diminuzione oggettiva delle disponibilità di risorse e investimenti, conseguente a crisi economiche congiunturali e strutturali, a problematiche della finanza pubblica centrale e locale, ad una sostanziale ridefinizione delle priorità del pubblico intervento, ad esempio necessità di assicurare servizi basilari alla collettività
A tale diminuzione, si aggiunge anche la “perdita di vista da parte della pubblica amministrazione, e della politica in generale, di alcuni ruoli pubblici e di funzioni strategiche, identificabili nella cultura, di importanza fondamentale per la collettività, con conseguente definizione di altre priorità nell’azione pubblica”. (5)
Sempre più diffusamente, infatti, vengono espresse opinioni inerenti l’utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche (in alcuni casi anche private, mi riferisco ad alcune importanti fondazioni bancarie), che ritengono la spesa per la cultura effimera e secondaria rispetto a quella relativa ad altri comparti della vita pubblica, quali la sanità e l’istruzione, ponendole spesso come alternative. False dicotomie? Oppure siamo effettivamente di fronte ad un ripensamento del ruolo che la cultura può e deve svolgere nella società? I finanziamenti pubblici alla cultura possono ancora essere considerati investimenti al pari di altri per una politica di welfare?
Baricco, in un intervento sulla “Repubblica” del febbraio 2009, in sostanza dice che pur condividendo le finalità che hanno motivato e sostenuto l’intervento pubblico, come il favorire l’ampliamento e la partecipazione dei cittadini alla vita culturale, la difesa e conservazione di alcuni “gesti o repertori”, l’elevare la formazione morale e civile dei cittadini, ritiene che esse tuttavia non siano state raggiunte. O quantomeno, non è grazie agli interventi ed ai fondi pubblici che sono avvenute alcune trasformazioni. Ad esempio secondo l’autore l’incremento dell’accessibilità alla cultura è avvenuto soprattutto grazie a internet, alla globalizzazione, alle nuove tecnologie, all’aumento del tempo libero, ecc. “tutte cose accadute nel campo del mercato senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico”. Anzi nei settori dove è stato più forte l’intervento pubblico(teatro, lirica, danza,ecc.) vi è stato meno “democratizzazione”.
Da tutto ciò, sempre secondo Baricco, è evidente un indizio chiaro: “se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009 è meglio lascia fare al mercato”.
La salvaguardia di preziosi gesti e repertori, la creazione di posizioni di monopolio, l’assenza sostanziale dei privati e della loro azione in ambito culturale, l’elitarietà di diversi ambiti e manifestazioni, l’ingessamento e la non produttività di ampi comparti e molti altri sprechi, le cristallizzazioni e le rendite di posizione, l’assenze di valutazioni fanno chiedere sempre a Baricco se “potrebbero far meglio i privati”
In un recente Forum mondiale dell’Unesco su Culture and the cultural industries è stato ampiamente sottolineato il peso crescente dell’industria culturale nell’economia odierna, per la rilevanza economica (6,4% del Pil dell’Unione Europea, superiore a quello dell’industria automobilistica e dell’ICT) alla dimensione occupazionale (5 milioni di persone nel 2005 nell’UE), per lo sviluppo e la capacità di innescare processi di innovazione e ricerca, dalla produzione di specifici significati identitari per gli individui e i territori.
Economisti e politici dichiarano da più parti che la ripresa economica per risolvere la crisi attuale può derivare dall’azione concertata di cultura, creatività e innovazione (Frattini e Bondi).
Che cosa intendiamo oggi per cultura? Quali sono gli ambiti che riteniamo debbano rientrarvi (siti, musei, concerti, teatri, festival, Facebook, televisione, lirica, scuola, le fiere. È cultura il passato? È cultura il presente?, è cultura l’innovazione e la ricerca A chi tocca promuovere e finanziarla? A chi la produce, ai cittadini, ai privati, al pubblico? Chi sceglie? In base a quali criteri, principi e prospettive? Quali devono essere le funzioni e i compiti dello Stato e degli enti locali? Quale ruolo devono svolgere gli enti privati? Quale rapporto tra culture locali, nazionali e internazionali,? Quali strumenti giuridici, fiscali, amministrativi utilizzare? Quali politiche per favorire, incrementare e qualificare l’accesso?
Tra tutti quesiti e le questioni da affrontare ve n’è anche una relativa ai soggetti e agli operatori culturali. È indispensabile superare situazioni di arroccamento, di rendita di posizione, di assenza di visioni strategiche, di azioni autoreferenziali d’incapacità, di rinnovamento e cambiamento.
Questi temi richiedono un’analisi dei modelli e delle politiche messe in atto in questi ultimi anni, valutando la loro validità attuale, e conseguentemente l’elaborazione di un orizzonte di riferimento, di strategie, di progetti e programmi per i prossimi anni. Funzione propria e specifica, questa, in primis della politica.
E se la politica agisce senza “l’ipotesi che un altro mondo è possibile, non c’è politica, c’è soltanto la gestione amministrativa degli uomini e delle cose” (E.Bloch).

NOTE

1) Tommaso Padoa-Schioppa La veduta Corta, Il Mulino Contemporanea, marzo 2009
2) Marc Augè Che fine ha Fatto il futuro, Elèuthera, ottobre 2009
3) Pier Luigi Sacco, Giovanna Segre, L’accesso alle opportunità culturali nell’economia dell’esperienza in L’arte dello spettatore, a cura di Francesco De Biase, collana Pubblico, Professioni e Luoghi della Cultura Franco Angeli, 2008
4) Lucio Argano, Paolo Dalla Sega, Nuove organizzazioni culturali, Franco Angeli 2009
5) ) Lucio Argano, Paolo Dalla Sega, Nuove organizzazioni culturali, Franco Angeli 2009

Francesco_De_Biase

2010-02-07T00:00:00

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