Lenin lobotomizzato: Octavia. Trepanation dello Stanislavsky Electotheatre

In scena all’Olimpico di Vicenza per Conversazioni, ovvero il 70° Ciclo di spettacoli classici

Pubblicato il 22/10/2017 / di / ateatro n. 162 / 0 commenti /
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Octavia. Trepanation dello Stanislavsky Electotheatre

Siccome non sono abbastanza soddisfatti della vita reale di Lenin, ne raccontano una migliore. Così, nel saggio Il giovane Lenin (1936), Trotskij attaccava la vulgata agiografica e i metodi stalinisti di falsificazione della storia. Del leader della rivoluzione d’ottobre erano state imbalsamate, insieme al corpo, anche le idee, trasformando l’uomo in un essere superiore di leggendaria infallibilità e il suo pensiero in una ideologia chiusa. Da quel libro, a un secolo dalla presa del potere bolscevica, Boris Yukhananov ha estratto alcuni brani incisivi che inframezzano il testo di Ottavia, la tragedia in passato attribuita a Seneca ma che si deve, più probabilmente, a un tardo imitatore. La commistione, che drammaturgicamente movimenta l’opera antica altrimenti piuttosto statica, serve al regista russo per impostare, con il suo Stanislavsky Electotheatre, una critica radicale alla tirannia di ogni tempo e latitudine. La vicenda di Ottavia, sorellastra e moglie di Nerone (Sergey Malinin), deportata e uccisa per ordine dell’imperatore stesso, deciso a sposare Poppea, incrocia così i discorsi di un Trotskij (Yury Duvanov) perfettamente rispondente alla propria iconografia. Assiso su un carro trainato da tre scheletri di centauro, il rivoluzionario sembra saltar fuori da un cortocircuito storico.

Octavia. Trepanation dello Stanislavsky Electotheatre

Musica, teatro, danza, installazione visiva si fondono in questo Octavia. Trepanation andato in scena all’Olimpico di Vicenza per Conversazioni, ovvero il 70° Ciclo di spettacoli classici, dopo il debutto al Festival delle arti performative di Amsterdam nel giugno scorso. Trattandosi di un allestimento ripensato appositamente per le misure, i vincoli e le suggestioni del teatro palladiano, si potrebbe tuttavia parlare di una vera e propria rappresentazione in esclusiva. La gigantesca testa di Lenin che ad Amsterdam s’innalzava al centro della scena ospitando nella sua volta cranica scoperchiata cantanti e ologrammi, qui è sezionata sui gradoni predisposti per l’occasione davanti al palco. Sui quali prende posto anche un coro di soldati senza testa che, riproducendo iperbolicamente le statuine dell’esercito di terracotta cinese, alludono, fin troppo esplicitamente, all’indottrinamento delle masse nei regimi totalitari. I loro spostamenti, guidati dalle guardie rosse di Trotskij in plastica divisa futurista, sempre meccaniche nei movimenti creativamente marziali (la coreografia è di Andrei Koeznetsov-Vetsjeslov), occupano intere scene. Per fortuna intanto l’azione prosegue, e tutti i cantanti danno prova di precisione tecnica e doti interpretative in una partitura serrata che non concede smarginature. Seneca (Alexey Kokhanov) cerca, invano, di intercedere presso Nerone in favore di Ottavia, il cui destino è segnato, come quello di Agrippina (Arina Zvereva) e della stessa città eterna, presaga dell’incendio che la immolerà al capriccio dell’imperatore. Sono le efficaci musiche di Dimitri Kourliandski a strutturare un’atmosfera di costante tensione, di sviluppo allucinato attraverso iterazioni cicliche, microvariazioni vocali, in un finissimo intreccio sonoro al quale corrispondono le posture statiche, improntate alla statuaria romana, dei personaggi antichi e, per contrasto, quelle declamatorie di Trotskij.

Octavia. Trepanation dello Stanislavsky Electotheatre

Compiuti i funesti destini dei popoli oppressi – quello romano e quello russo – la trapanazione del cranio di Lenin porta a uno sviluppo più spiegato nel programma di sala che risolto teatralmente. La lobotomizzazione, infatti, serve ad asportare «la matrice violenta della rivoluzione per eliminare per sempre la nozione stessa di guerra. Il tiranno viene così trasformato e mandato nel Nirvana». Ed ecco apparire al suo posto (in proiezione) un budda. Si rivelano così i due aspetti meno convincenti di questa operazione teatrale: da una parte l’approccio ancora post-moderno alla storia, ai materiali e agli immaginari del suo archivio; dall’altro il gigantismo fiabesco che sempre un po’ ci si aspetta dai kolossal russi. Né manca l’edificante messaggio finale, quando le comparse rientrano in scena senza l’uniforme “cinese” e mostrano la loro individuale personalità, con tanto di nome proprio stampato sulla t-shirt nera.

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