Quello che il teatro vuole lasciarsi sfuggire

La vita di Vivian Dorothy Maier in Tutt'intera di Bartolini-Baronio

Pubblicato il 02/07/2019 / di / ateatro n. 169 / 0 commenti /
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L’originale ricerca che Tamara Bartolini e Michele Baronio conducono da tempo intorno alle possibilità di dire con il teatro quello che sfugge – la vita – ma proprio per questo anche intorno alle possibilità di sfuggire a un suo dettato perentorio e definitivo – cioè di restare in scena materia viva – giunge con Tutt’intera a un elegante capitolo di svolta. Come e più che i precedenti lavori, infatti, il nuovo spettacolo, presentato in prima nazionale al festival Primavera dei teatri a Castrovillari, si può considerare anzitutto un esercizio, proposto al pubblico come esperienza condivisa, di abbandono all’entropia e di pratica di empatia.

Abitare il disordine

Perché Bartolini-Baronio abitano il disordine e ne riproducono le forme e i movimenti attivando dispositivi drammaturgici e scenici che cercano di preservare le potenzialità, più che realizzare un atto, di coltivare il frammento, più che fermarlo in un quadro definito, di ascoltare il vuoto senza mai riempirlo. È un curioso incrocio di artigianato tecnologico e di bricolage testuale, acustico e performativo. Un teatro di immagini e assemblaggi a vista. Un teatro di oggetti con chitarra elettrica. Un teatro di proiezioni con tecniche casalinghe e di raffinati paesaggi sonori. Un continuo entrare e uscire dal testo, creare e abitare i personaggi e poi allontanarsene per guardarli da fuori, interrogarli, lasciarli andare.
Lo spazio all’inizio quasi vuoto viene attraversato da piccole costruzioni sonore, fisiche e verbali che tentano di accogliere l’imperfezione e la casualità, di trattenersi nell’incompiutezza. Ma poi in questa pratica, comunque gioiosa, di preservazione del caos che è il mondo come rappresentazione vi è sempre una intima adesione all’alterità indagata che mette in gioco la stessa individualità attorale, il suo statuto, la sua necessità. Vi è una esposizione in prima persona dell’attore, che offre incarnazione transitoria al soggetto indagato, un soggetto sempre «alla ricerca di un corpo e del suo posto nel mondo». Ed è in virtù di questa traslazione anche esistenziale chesi legittima in scena il tentativo di farsi memoria collettiva, immaginario condiviso.

Uno sviluppo a spirale

Del resto il teatro, quando funziona, funziona sempre così. Ma Bartolini-Baronio lo fanno funzionare con una discrezione e una semplicità di mezzi e forme che rendono le loro opere riconoscibili e comprensibili pur rimanendo aperte e come sospese. In Carmen che non vede l’ora si trattava di una biografia frammentaria (quella di una donna incontrata nel corso di un laboratorio) che «parlava anche di noi e del nostro Paese. In Dove tutto è stato preso la lettura ipertrofica della parola “casa” arrivava a comprendere il mondo intero, casa comune a un genere umano esautorato e svilito da un sistema che tutto ha preso e tutto domina. Il nuovo progetto insegue invecela figura di Vivian Dorothy Maier, bambinaia per professione e fotografa per passione segreta – per istinto, per necessità – che ha lasciato decine di migliaia di negativi mai sviluppati. Una documentazione impressionante dell’universo metropolitano – Chicago, New York – e una altrettanto impressionante disseminazione di identità per il suo furtivo e fantasmatico rapporto con il mondo nel corso della sua vita e per la moltiplicazione del suo ritratto dopo la morte. Il testo di Guillaume Poix, nella bella traduzione di Attilio Scarpellini, da cui muove la messinscena ne fa una figura quasi mitologica, alla quale Bartolini-Baronio imprimono uno sviluppo a spirale.

Annullarsi nel gesto di fotografare

L’entropia trova espressione attraverso il montaggio/smontaggio fino alla vertigine di lacerti dell’autobiografia della protagonista, dai tratti anche inquietanti, insieme a sguardi sulla città e i suoi abitanti, a pulsioni intime e titoli di foto. Sono soprattutto le didascalie, sempre più lunghe e puntuali come referti, a scandire la struttura drammaturgica: Cavallo stramazzato, Mafioso pentito, Sagoma storta di un infermo, Billie Holiday, Donna matura che prende il sole, Minorato incarcerato per un furtarello, Resti di un gatto incrostato in un canale di scolo… Vivian Dorothy Maier, fotografa di strada, “ladra di vite”, era anche una collezionista compulsiva, che ha inciso la propria voce in decine di audiocassette e accumulato ritagli di giornale con articoli di stupri, incidenti, scene violente e raccapriccianti. Autodidatta geniale, solitaria, infaticabile attraversatrice di città, ha documentato un mondo popolare in disfacimento annullandosi nel gesto del fotografare: «Quello che voglio io è cancellarmi, essere dimenticata». Il titolo dello spettacolo – Tutt’intera – suona dunque come un’ironica antifrasi, dal momento che Vivian Dorothy Maier non è mai colta interamente ma solo intravista, di scorcio, di lato, di spalle da una narrazione furtiva, per approssimazioni progressive, sempre a pezzetti. A scatti.

Un’opera fantasma

L’empatia viene esercitata, come nei precedenti spettacoli, attraverso la pratica di un dialogo implicito con il soggetto che chiama in causa anche gli spettatori, la loro disponibilità a immaginare potenziali sviluppi della materia che va formandosi in scena. È una tecnica del teatro di narrazione, ma qui la forma è continuamente messa in discussione, la materia destrutturata. Piccole proiezioni sghembe, New York che emerge dall’acqua di una bacinella ingrandita dalla lavagna luminosa, sagome, gocce di colore che si espandono. L’attrice assume le posture dei soggetti fotografati. Le frequenti domande sono allora un modo per procedere in un compassionevole pedinamento di Vivian Maier mentre cammina e scruta il mondo nell’obiettivo della sua macchina fotografica: «Non le faranno male i piedi?». 150 mila negativi nelle scatole mai sviluppati: «Cosa attendevano i suoi negativi, lì nel buio?» Praticamente una pellicola al giorno per 35 anni: «Come ha fatto?» È morta senza aver visto le sue foto, «ha passato tutta la sua vita a consegnare tracce, per niente. Un’opera fantasma: pensava che l’avrebbero riesumata?». Così scattiamo anche noi spettatori delle istantanee, più o meno sfocate, su questa donna sfuggente, sul suo mistero.

Una vita in negativo, come l’attore

Infine in Tutt’intera non manca quella riflessione metateatrale che ritorna con leggerezza nei lavori di Bartolini-Baronio. Carmen che non vede l’ora «ci poneva domande sul senso del raccontare ancora storie che ci riguardano». Qui si dichiara una «riflessione da camera oscura che indaga un’identità persa e segreta, una vita in negativo, non diversa dall’attore, nudo di fronte a se stesso, al pubblico, e alle vite che non sono la sua, tanto da diventare un tutt’uno. Chi è e cosa rimane di questa famosa governante, fotografa anonima, di nome Vivian Dorothy Maier? Cosa rimane dell’attore quando si spengono le luci della scena?»
La scena finale, prima che riappaia New York in un breve filmino a colori, sembra volerci introdurre in una camera oscura (bella metafora della quadratura dello spazio scenico) che sviluppale foto di Vivian Maier pronunciandone i titoli in modo sempre più veloce, riverberato, fino alla perdita di senso. Una camera oscura che diventa camera sonora. È una scena troppo lunga, che sarà senz’altro messa a fuoco meglio, come altri passaggi dello spettacolo, nel corso delle repliche, ma che ritorna coerentemente alla natura aleatoria e mai del tutto comprensibile di ciò che questo teatro vuole lasciarsi sfuggire.

(Le foto di scena sono di Angelo Maggio)

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